Narrare una vita (“Carmen che non vede l’ora” alla Nottenera)

12110042_10153775917163729_4948637312067159825_oNarrare una vita per narrarla tutta. Quando la vita diventa racconto, e il mondo attorno un palcoscenico che prova a raccoglierla con un solo sguardo, forse è proprio allora che la vita ritrova se stessa nella sua intima interezza. “Ho ritrovato il corpo di Carmen, me stessa” dice l’io narrante a un certo e preciso punto, ora che ha affidato la narrazione alle voci degli attori. “Facciamo che io sono Carmen e facciamo che tu sei..” è questo il mantra che Tamara Bartolini e Michele Baronio si rilanciano di continuo, come in quei giochi che inventavamo da piccoli, in un tempo oggi diventato mitico ma allora tutt’uno con noi, un tempo anteriore a ciò che avremmo incontrato, e ora possiamo ricondividere, e non perché ci ritroviamo qui come se ci fossimo arrivati per caso, ma proprio perché per farlo abbiamo attraversato davvero tutto questo.

12094924_10153775916513729_2943037719453880573_oCi sono anche Tamara e Michele dentro il racconto che ci propongono, perché quella vita è stata vissuta davvero e la sua storia è stata raccolta e condivisa da loro, attraverso la magia dell’incontro, e a un certo punto della narrazione possiamo ascoltare le loro voci, registrate, mentre dialogano con la vera Carmen, e così anche noi sentiamo come suona la  voce di Carmen. Li ascoltiamo mentre insieme commentano vecchie foto recuperate, chiamate a testimoniare, sollecitare un ricordo, fornire un pretesto per far partire l’immaginazione necessaria a far rivivere momenti e situazioni, luoghi e persone, il mondo che è stato e la vita che l’ha attraversato portandosi con sé significati che forse avevano bisogno proprio di questo palcoscenico, dove sono loro l’anima del racconto, il ritmo interno.

La vita che viviamo di solito è più ampia dei nostri gesti, incorpora anche l’immagine introiettata dei nostri genitori e nonni, come se noi stessi fossimo già con loro prima ancora della nostra nascita, e allora la storia di Carmen parte addirittura da prima della guerra e attraversa più terre, la Jugoslavia, l’Abissinia, la nave che circumnaviga l’Africa, e poi Napoli, la valle del Basento, Roma, si ritrova negli anni Sessanta e Settanta e oltre, si compone di più mondi e più consuetudini, e in tanta frastagliata ampiezza noi rischiamo di frammentarci, forse è per questo che ricerchiamo di continuo noi stessi, e che Carmen a un certo punto riesce a dire con soddisfazione “ho ritrovato me stessa, ho riunito tutti questi frammenti.

Questa mattina mentre scrivevo queste righe ho trovato su youtube la registrazione completa di Carmen che non vede l’ora, in una rappresentazione di un paio di anni fa, in un teatro di Roma. Potete trovarla QUI. Ieri sera, immersi nella NOTTENERA di Serra de Conti, lo scenario forse era ancora più adatto, intanto perché non eravamo soli ma tutto il paese era un pullulare di situazioni, nello stesso momento, con tante storie narrate in ogni angolo immerso nel buio della notte, e inoltre perché anche noi eravamo all’aperto, in una piazzetta Belvdedere che si apre nelle mura del paese, in una piazza vera insomma e sotto al cielo stellato, che sembrava prolungarsi sul palco con la scenografia scelta, piccole luci appese che scendevano e ondeggiavano sparse, e il cielo entrava talmente dentro la scena che anche il telo alle loro spalle non era bianco opaco ma di leggera tela trasparente, e quindi le immagini proiettate non ci si fermavano sopra ma l’attraversavano per andare a perdersi, come un’involontaria metafora di libertà, sullo sfondo dei tetti e delle colline: facciamo che siano ancora lì, mimetizzate e libere. “Facciamo che le foto si vedono lo stesso” diceva Tamara mentre ogni tanto sul palco tornava a commentarle insieme a Michele, per riprendere così di nuovo lo slancio per altri scorci della storia di Carmen.

(le foto non sono di ieri sera, le ho prese dal blog Culturalmente e sono del fotografo Matteo Nardone)

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“Singhiozzai con Leopardi”, ricordando Sacco e Vanzetti

thumb_book-non-piangete-la-mia-morte.330x330_q95Tra alcuni giorni, il 23 agosto, è l’anniversario dell’uccisione sulla sedia elettrica di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti; per ricordarli, ecco alcuni brani dal libro autobiografico di Vanzetti ‘Non piangete la mia morte’, che consiglio a chi non lo abbia ancora letto, per la bellezza delle sue parole e per l’attualità che la loro vicenda ha ancora oggi per noi.

«Dopo due giorni di treno attraverso la Francia e sette di navigazione attraverso l’oceano, giunsi a New York. Un compagno di viaggio mi condusse alla 25ª Strada all’angolo della 7th Avenue, ove abitava un mio concittadino. Alle otto di sera scendevo malinconicamente le scale. Solo, straniero, senza intendere né essere inteso, passeggiai a lungo per quel quartiere in cerca di un alloggio (…) Trovai un meschino alloggio in una casa equivoca. Dopo tre giorni dal mio arrivo, il mio concittadino, che lavorava da capo cuoco in un club alla 86ª Strada West in riva all’Hudson, mi portò con lui al lavoro in qualità di sguattero; vi rimasi tre mesi. L’orario era lungo; in soffitta, dove si dormiva, il caldo era soffocante e i parassiti non lasciavano chiudere occhio quant’era lunga la notte. Decisi di dormire sotto gli alberi. Lasciato quel posto trovai la stessa occupazione al ristorante Mauquin. La pantry era orribile. Nessuna finestra; se si spegneva la luce elettrica bisognava fermarsi, o muoversi a tastoni, per non urtarsi l’un l’altro o inciampare negli oggetti.  Il vapore dell’acqua bollente che saliva dalle vasche ove si lavavano le terriglie, casseruole e argenteria, formava grosse gocce d’acqua attaccate al soffitto dal quale cadevano a una a una sulle teste madide di sudore. Nelle ore di lavoro il caldo era orribile. I rifiuti delle mense, ammassati in appositi barili, emanavano esalazioni intossicanti. I sinks non avevano tubi di conduttura. Ogni sera sul buco si otturava, e l’acqua cadeva sul pavimento scivolando verso il centro ove si apriva un buco di conduttura. Ogni sera quel buco si otturava, e l’acqua saliva fin sopra gli appositi telai di legno posti sul pavimento per salvaguardarci dall’umidità. Allora si pattinava nel brago. Si lavorava un giorno dodici e uno quattordici ore; ogni due domeniche si avevano cinque ore di uscita. Vitto fradicio (per la canaglia), cinque  o sei scudi settimanali di paga. Dopo otto mesi me ne andai per non contrarre la tisi (…).

(…) Arrivato qui provai tutte le sofferenze, le disillusioni e gli affanni inevitabili per chi sbarca ventenne, ignaro della vita, un po’ sognatore. Qui vidi tutte le brutture della vita; tutte le ingiustizie, la corruzione, il traviamento in cui si agita tragicamente l’umanità. A onta di tutto riuscii a fortificarmi fisicamente e intellettualmente. Qui studiai le opere di Pietro Kropotkin, di Gori, di Merlino, di Malatesta, di Reclus. Lessi Il Capitale di Marx, i lavori di Leone, di Labriola, il testamento politico di Carlo Pisacane, i doveri dell’uomo di Mazzini e oltre altre opere di indole sociale. Qui lessi i libri di ogni frazione socialista, patriottici e religiosi, qui studiai la Bibbia, la Vita di Gesù di Renan e il Gesù Cristo non è mai esistito di Milesbo, qui lessi la storia greca e romana, le Crociate, due commenti di storia universale, la storia degli Stati Uniti, della rivoluzione francese e di quella italiana. Studiai Darwin, Spencer, Laplace e Flammarion, ritornai sulla Divina Commedia, sulle Gerusalemme Liberata, singhiozzai con Leopardi, lessi i lavori di Victor Hugo, di Leone Tolstoi, di Zola; le poesie del Giusti, di Guerrini, di Rapisardi, e del Carducci. Non credetemi un’arca di scienza, lettore mio; il granchio sarebbe madornale. La mia istruzione fondamentale fu troppo incompleta, e la mia forma mentale non è sufficiente per  sfruttare e assimilare totalmente sì vasto materiale. E poi devi considerare che studiai lavorando duramente, e senza comodità alcuna. Allo studio però aggiunsi una spietata, continua, inesorabile osservazione sugli uomini, sugli animali, le piante, su tutto ciò che – in una parola – circonda l’uomo. Il libro della vita: questo è il libro dei libri! Tutti gli altri non hanno per scopo che insegnare a leggere questo. Libri onesti, s’intende, che i disonesti hanno opposto fine. (…)

539w(…) Cercai la mia libertà nella libertà di tutti, la mia felicità nella felicità di tutti. Compresi che l’uguaglianza di fatto, nelle necessità umane, di diritti e di doveri, è l’unica base morale su cui può reggere l’umano consorzio. Strappai il mio pane con l’onesto sudore della mia fronte; non ho una goccia di sangue sulle mie mani, né sulla mia coscienza. Ora? A trentatré anni, sono candidato alla galera. Nè me ne meraviglierei, se così non fosse. Eppure se dovessi ricominciare “il cammin di nostra vita” ribatterei la medesima via, cercando però di diminuire la somma delle colpe e degli errori, e di moltiplicare quella del bene. Vada intanto ai compagni, agli amici, ai nuovi tutti il mio bacio fraterno, la profonda riconoscenza, l’amore e il saluto augurale. Bartolomeo Vanzetti.»

(brani tratti dal libro Non piangete la mia morte di Bartolomeo Vanzetti)
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti  furono uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown, a sette anni dal loro arresto; a nulla valse la confessione del detenuto portoghese Celestino Madeiros, che li scagionava. Solo cinquant’anni dopo, il 23 agosto 1977, il governatore dello Stato del Massachusetts riconobbe ufficialmente gli “errori” commessi nel processo.
Nel giorno della morte, Nicola Sacco  aveva 36 anni e Bartolomeo Vanzetti 39. Il loro processo si tenne in un clima di intolleranza e di razzismo e nell’ambito di una campagna persecutoria gestita dal procuratore generale degli Stati Uniti Alexander Mitchell Palmer, per evitare il contagio della rivoluzione russa; dal 7 novembre del ’19 la repressione colpì tutte le associazioni anarchiche, socialiste, comuniste e sindacaliste con arresti indiscriminati, processi sommari ed espulsioni forzate, spesso calpestando le più elementari libertà individuali e principi di giustizia. Si stima che furono circa diecimila le persone colpite in modo diretto da questi provvedimenti, passati alla storia come i Palmer Raids.

 

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… come se il cielo le fosse piombato addosso…

Il 2 agosto del 1980 eravamo al mare, dalle nostre parti, in comitiva, si chiacchierava della strage di Ustica e di tante altre cose di quel periodo, e io tenevo anche la radiolina a transistor accesa, come allora si usava, quei transistor sintonizzati in FM, quando mi giunse, ci giunse, la prima notizia da Bologna. Pensammo subito a tutti i nostri amici, e compagni – perché allora questa era una parola ancora usata normalmente – che vivevano a Bologna e alcuni in quel periodo lavoravano proprio al bar della stazione. Un’infinità di noi aveva un legame più o meno diretto con la stazione di Bologna di quel 2 agosto. Un enorme dolore, ma se la memoria non mi tradisce, la strage non fu seguita da panico isterico. Ci furono subito tante manifestazioni, a iniziare da quella tenuta a Bologna.
Riporto qui, a ricordo, una canzone dei Modena City Ramblers, anche per le foto che compongono il video, e poi un brano di un mio romanzo di una dozzina di anni fa, tuttora inedito per mancanza o anche sovrabbondanza di editori, e forse ancora incompleto.

1«Solo quattro giorni dopo l’omicidio di Amato c’era stato quello strano incidente aereo a Ustica. ‘Come otto anni fa sulla Montagna longa’ pensò Lui tra sé. Ora, a distanza di un mese, era chiara l’esistenza di un complotto per nascondere chissà quali segreti. Quell’aereo partito da Bologna…

“A Bologna è saltata in aria la stazione. L’ha detto la radio. Mezz’ora fa…”

“Ma che dici?”
“Un’esplosione: può essere solo una bomba!”
Rientrarono subito a Bologna. Alle due erano già davanti alla stazione. Prima

erano passati a casa e Alice aveva telefonato a tutte le amiche e conoscenti che temeva potessero trovarsi in stazione a quell’ora. Li aveva rintracciati quasi tutti. Di altri aveva avuto notizie dai familiari, anche loro sgomenti. Fino a quel momento tutte le persone del loro piccolo universo personale sembravano essere state risparmiate. Ma era un sollievo effimero, che svaniva subito, appena l’orizzonte del loro sguardo s’allargava e acquisiva maggiore consapevolezza, come se la stessa verità, una verità così indicibile, avesse avuto bisogno di tempo per insediarsi, trovare uno spazio, un contesto di significati razionalizzabili solo un poco alla volta. Correva già la voce di diverse decine di morti. Prima di uscire Alice aveva riempito una bottiglia d’acqua. Quando arrivarono la piazza era sbarrata, attraversata da un andirivieni convulso di ambulanze, auto di polizia, carabinieri, vigili urbani e del fuoco, sotto a un sole cocente che pareva lui stesso bruciato e sporco di polvere. Le macerie erano insanguinate e sparse ovunque, e la stazione la in fondo, sventrata e inaccessibile, come se il cielo le fosse piombato addosso e i suoi pezzi frantumati intralciassero il passo ai soccorritori.

Mostrarono i tesserini dei giornali con cui collaboravano e s’inoltrarono, attenti a ciò che calpestavano, guardandosi ogni tanto tra loro come per sincerarsi che la realtà era davvero questa e non la stavano immaginando. Alice gli fece un cenno e Lui capì che doveva scattare qualche foto, se voleva fissare quello strazio il più a lungo possibile nel tempo, affinché tutti potessero vederlo e ricordarlo.

Come se la memoria avesse bisogno di questi feticci e non bastasse da solo tutto quel dolore che non potrà più cancellarsi. Lo guidò Alice tra i sentieri di quello strazio, indicandogli ora una scarpa impolverata, una valigia strappata, un bimbo ancora stretto alla madre…

Lo guidò verso alcune adolescenti che piangevano chine a terra i resti d’una donna, la cui unica parte intatta era il viso. Aveva fatto bene Alice a portare con sé la bottiglia d’acqua. S’era chinata e aveva bagnato le loro labbra, poi le aveva aiutate a lavare quel viso, dopo averle chiuso gli occhi, e ad asciugarlo, soffiando insieme. Sembravano due ali di vento, quelle fanciulle dal volto evanescente, mentre le fotografava. Un carabiniere con la divisa sporca di polvere gli chiese d’aiutarlo a convincere quelle ragazze a salire sull’ambulanza, poi arrivarono alcuni medici o infermieri con delle barelle e poi… e poi basta, aiutarono ancora qualcuno qua e là e quando il rullino fu pieno si fecero indietro per non intralciare quell’andirivieni che reagiva come poteva, perché si reagisce sempre, non si può fare diversamente.

A metà pomeriggio era arrivato in elicottero il Presidente Pertini. Era andato subito all’obitorio dell’Ospedale Maggiore e poi a trovare i feriti. Ai giornalisti in cerca di una dichiarazione aveva risposto: Signori, non ho parole. Siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia.

Alla sera a casa Lui e Alice si alternarono davanti a televisione radio e telefono, per sapere e chiamare conoscenti e amici o rispondere a chi li cercava per avere notizie. Chiamarono anche Viola da Agrigento e sua figlia Agata da Genova. Angela che era in vacanza dai suoi in Abruzzo, e Amedeo da Roma, che si preparava a partire per Bologna. Chi chiamava voleva essere rassicurato e ascoltare la loro voce, portavoce delle voci che circolavano per la città. E loro a loro modo e in qualche modo cercavano di rassicurare. Era diverso quando erano loro a chiamare, come se temessero ciò che era possibile ascoltare. Mancava ancora all’appello una cugina di Alice che lavorava alla mensa della stazione. Dovevano contattare il gruppo di crisi, raccogliere informazioni più certe, tenersi a disposizioni per eventuali riconoscimenti, sì, riconoscimenti, e poi farsi dare l’elenco dei feriti nei vari ospedali. Alla fine l’avevano trovata, ferita ma viva.

Il giorno dopo, domenica, fu ancora peggio. La piazza della stazione era sempre bloccata, non si conosceva ancora il numero esatto delle vittime, continuavano a trovare cadaveri sotto le macerie, molti erano irriconoscibili. Di molti feriti in gravi condizioni e non in grado di parlare non si riusciva a conoscere l’identità. Cera gente che veniva da ogni parte d’Italia e d’Europa. Di ogni età. Bambini e anziani. Giovani, madri di famiglia, operai in ferie, tutti portati lì da un caso che non era venuto per caso, perché altri, da altri luoghi avevano predisposto quel risultato.

Il lunedì ci fu una grande manifestazione. I primi funerali il mercoledì, con il centro bloccato da decine di migliaia di persone. Malgrado tutto, andò in onda anche l’ennesima farsa della divisione politica. I compagni del movimento, o dei brandelli che ne restavano, avevano portato uno striscione: la strage è dei padroni, nessuna delega alle istituzioni. Alla fine avevano accettato, con le buone, di chiuderlo e unirsi anche loro al modo di reagire che la città e le sue istituzioni avevano scelto, quello della riaffermazione dello Stato contro il terrore che vuole minarlo.

Alice iniziò a risistemare le storie raccolte. C’era Marina Tirolese, sedici anni, ricoverata con gravissime ustioni. Era in partenza con la sorella minore per una vacanza in Inghilterra, le avevano accompagnate in stazione il fratello e la madre. La madre. Il suo corpo lo avevano ritrovato sepolto dalle macerie solo dopo molte ore. Marina aveva lottato ancora dieci giorni prima di morire.

Maria Fresu, una madre in partenza con la figlia di tre anni per il lago di Garda. Il corpicino senza vita della piccola Angela era stato ritrovato subito, i resti della madre furono riconosciuti solo cinque mesi dopo.

Lui intanto aveva stampato le foto scattate tra le macerie e solo ora, guardandole, iniziava davvero a metabolizzare ciò che in quel primo pomeriggio i suoi occhi credevano d’aver soltanto immaginato e non visto davvero. Erano foto di macerie e di cadaveri, accatastati su un autobus requisito dai vigili del fuoco, di brandine sparse a terra piene di feriti che attendevano impotenti il loro turno, in quell’ospedale da campo a cielo aperto, come il teatro sventrato di una battaglia. E poi tubi che reggevano flebo, bende insanguinate, scarpe spaiate, valigie accartocciate, persone piangenti, i volti evanescenti di quelle fanciulle che soffiavano via la polvere dal viso della loro madre e ancora… corpi frantumati come macerie. E da ultimi, accasciati sui binari, quei vagoni divelti che sembravano le carcasse di uccelli migratori abbattuti prima del viaggio. Per sopprimere così qualsiasi ritorno.

Alice non ce l’aveva fatta a terminare l’articolo da sola, l’aveva completato Lui. Lei l’aveva riletto in silenzio, aggiungendo una frase raccolta da una sopravvissuta: Occorrerà fare luce ma di fronte a questa necessità provo ugualmente un senso di sgomento, tanto più terribile quanto più mi appare chiara l’impossibilità di poter andare al di là di queste parole.»

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20 giugno 2016 – 20 giugno 1944

Un discorso umano, m’è venuto subito da pensare mentre ascoltavo Antonio Pizzinato nell’aula consiliare di Jesi, per la commemorazione dei martiri del xx giugno, nel 72° anniversario dell’eccidio. La cerimonia s’è svolta in due fasi. Prima al cippo dei martiri, in via Montecappone, per depositare la corona di fiori. Ma le condizioni del tempo erano incerte e così, diversamente dalle altre edizioni, s’era pensato fosse più prudente spostarsi per l’orazione e il resto della cerimonia presso l’aula consiliare. Tuttavia c’è stata una tregua alla pioggia e così al cippo non eravamo in pochi, e non si è trattato di un frettoloso deposito della corona ma di un vero momento collettivo di raccoglimento.1 2 3 4 5

Io ero arrivato al cippo qualche minuto prima e avevo trovato già lì Antonio Pizzinato insieme agli organizzatori dell’Anpi, e così attendendo con loro l’inizio della cerimonia della corona di fiori, avevamo avuto il tempo di scambiare un po’ di conversazione. L’avevo già conosciuto diversi anni fa in Cgil, nel periodo in cui alla fine degli anni Ottanta fu per alcuni anni il segretario generale del sindacato e mi ha fatto piacere incontrarlo di nuovo. Tante le cose che si potrebbero raccontare, non certo di noi direttamente ma delle vicende e delle storie a cui nel corso del tempo, in tanti modi diversi, si entra a far parte o comunque in contatto. E ne parlavamo proprio nel luogo del cippo, che è lo stesso dove 72 anni fa avvenne l’eccidio di quei sette ragazzi. Attualmente Antonio fa parte dell’Anpi ed è presidente onorario dell’Anpi Lombardia. Negli anni è stato anche Senatore, e la sua casa principale è stata la Cgil, di cui è stato anche Segretario Generale nazionale, e più ancora che con la Cgil il suo legame nasce con la Fiom, di cui nel prossimo anno festeggerà il 70° dal suo primo tesseramento, nell’immediato dopoguerra, quando da ragazzo dal suo Friuli si trasferì a Sesto San Giovanni per diventare operaio.

Nella sua orazione, più tardi nell’aula consiliare, ha rievocato la triste storia dei martiri del xx giugno, i sette ragazzi trucidati nel 1944 in via Montecappone presso Jesi, inserendola nel quadro complessivo di cosa stava accadendo in Italia in quel momento, sottolineandone sia l’enorme costo in termini di sacrificio sostenuto, sia alcuni momenti politici rilevanti. Ha ricordato il decreto luogotenenziale di quei giorni, chiesto dal CLN al governo unitario provvisorio, che sanciva l’impegno dopo la liberazione di chiamare il popolo nella sua sovranità a scegliere la forma di governo e l’assemblea che avrebbe dovuto definire il nuovo quadro di regole democratiche del paese, e fu così che il 2 giugno 1946 si tennero le prime elezioni a suffragio universale e la prima volta delle donne al voto, che si scelse la Repubblica e si elesse l’assemblea costituente, e che poi nel 1948 si approvasse la Costituzione.

Non poteva che essere forte, in questo odierno momento politico, il richiamo alla Costituzione, sulla quale Pizzinato poi si è soffermato ricordando due articoli in particolare. Il primo è l’articolo 1, a tutti ben noto, e poi l’articolo 3, che ora mi piace citare:
«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»
Due frasi che, mi sembra proprio, contengano ancora oggi forti indicazioni non solo per corrette iniziative politiche ma anche per un saldo riferimento etico e umano.

Accennavo prima ai ricordi e alle tante cose da raccontare. Antonio lo ha fatto, con pudore e chiedendo quasi scusa come se stesse andando oltre citando qualcosa di personale, ma dietro il suo ricordo diretto c’era il mondo di allora, ha così rievocato di quando era ancora un ragazzino, nel suo Friuli, a quelle giornate così dense tra il luglio e il settembre 1943 della libera repubblica partigiana del Cansiglio, commuovendosi lui stesso mentre rivedeva quei momenti attraverso i ricordi del ragazzo di allora, e trasmettendoci il contrasto che sempre si vive quando si è stretti tra l’ansia e l’entusiasmo di una libertà finalmente ritrovata e già quasi alla nostra portata, e insieme il costo che questa richiede, che è sempre un costo umano, e quindi va onorato. Ho percepito questo tipo di sentimenti mentre lo ascoltavo, e non credo d’essere stato il solo, per come tutti lo ascoltavano.
Una cerimonia per una memoria importante, la nostra, che dobbiamo far rivivere nel nostro impegno quotidiano di oggi.

Due dei ragazzi trucidati a Jesi erano del sud, di Santa Eufemia in Aspromonte e di Agrigento, portati qui dalla guerra; Antonio nella sua orazione ha ricordato la repubblica del Cansiglio tra Friuli, Veneto e Trentino, facendomi venire in mente Placido Rizzato partigiano in Carnia, insomma, anche in questo un elemento in più per ricordarci di come la Resistenza e la Liberazione furono davvero una ricostruzione del paese dal basso, che coinvolse tutto il paese, da sud a nord.

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Gnaoua, festival d’Essaouira, musiques du monde

hEssaouira. Appunti molto vari di viaggio. Andavamo soltanto a un festival musicale, e invece… Gnaoua, come leggo da un articolo che dovrebbe mettermi in guardia da pigrizie turistiche, si riferisce tanto alla musica quanto alle confraternite maghrebine custodi di una tradizione che ha origine nell’Africa centrale e occidentale, e arriva qui rivissuta dai discendenti di differenti gruppi etnici – Haussa, Fulani Bambara e altri – che hanno condiviso la condizione dell’esilio e l’esperienza della schiavitù. Il Marocco era l’ultima tappa di un viaggio che avrebbe dovuto condurli, come tanti altri, in Europa o nel nuovo mondo come schiavi, e schiavi lo erano già diventati prima ancora di arrivare qui.
È questo che leggo da alcuni articoli trovati curiosando in rete, tra testi di musica e di antropologia, mentre inizio a immergermi nella vivacità del festival, e anche di questa cittadina, Essaouira, posta in faccia all’Atlantico come una sfida. Antichissima, fu fondata, mi pare, addirittura dai fenici, e in epoca moderna i primi europei che vi arrivarono furono i portoghesi. Viaggiatori di mare. Abitata a lungo da una consistente comunità ebraica, che pochi decenni fa costituiva la maggioranza. Tanti volti diversi fusi insieme.
Ci siamo avvicinati (quando parlo al plurale intendo il nostro gruppo di otto persone, assortite e intergenerazionali, riusciamo a coprire una gamma ampia di età, e varie curiosità) passando da Marrakech la rossa, colorata di materia e densa come le sue calde terre, e quindi il frastuono delle percezioni era già innescato dentro di noi prima ancora dell’arrivo qui.
Essaouira ci appare subito come avvolta nei suoi stessi vicoli, con una freschezza che sa di immediato, battuta dal mare e dal vento, e i colori bianchi azzurri o blu quasi provenzali o greci, come di un’idea di Mediterraneo che si prolunga, o di un Africa che è già un ponte oltre se stessa.
Essaouira la bianca, o la blu, satura di cielo, di vento e di mare, dai mille angoli e volti, incubatrice di tante piccole storie se solo si avesse il tempo, o il modo, di coglierne davvero qualcuna.

gfEssaouira la città degli alisei ci accoglie ventosa, anche troppo in questi giorni, il vento è davvero eccessivo ci dicono anche gli abitanti di qui, come animato da una qualche eccitazione particolare, o dispettosa, a tratti addirittura freddo o fastidioso, ma nessuno si scoraggia o rinuncia a farsi colpire la pelle da questa aria lanciata attraverso i deserti e i monti, pronta a tuffarsi nell’oceano, mentre i vicoli ci proteggono e ci conducono in angoli che sanno di calma e di piccole cose.
Essaouira è anche la città dei gatti, come il titolo di un libro dell’antropologa Anna Maria Rivera, una che le ha trovate le piccole storie a cui alludevo, perché è andata a cercarle, e poi nel suo libro le racconta nella forma di un’antropologia animalista della città, restituendoci di queste storie il ritratto del rapporto di tolleranza e compassione che i suoi cittadini, come scrive lei stessa parlando soprattutto dei più poveri e disagiati, instaurano con i tantissimi gatti (ma anche cani e gabbiani) che abitano tra questi vicoli, concedendosi il lusso di un maternage verso questi altri viventi che sono gli animali. E così, continua la Rivera, le persone più povere si sottraggono alla ragione economica e utilitaria che le ha condannate, e spezzano la catena dell’obbligata dipendenza dal bisogno cui la società le ha legate e le immagina schiave. Riconquistano il loro spazio di autonomia e dignità. Anche questo è il contesto del festival che ci accoglie. Sono davvero tanti i gatti che vivono in simbiosi con l’anima della città. Li vedi ovunque, tranquilli e sonnacchiosi, un po’ ruffiani come sanno fare soltanto loro, che entrano nei negozi, si coricano in un angolo, si strusciano, mentre attorno da ogni angolo ti arriva il suono forte o soffuso di questa musica altrettanto immediata e fresca, di cui non riesci a indovinare il confine tra tradizione e innovazione.
cbLa musica Gnaoua si è anche modernizzata, come viene detto usando questa parola forse in un modo che la fa sembrare capace di snaturare un delicato equilibrio. Che vorrà dire modernizzarsi? Non riesco a comprenderlo del tutto, conosco poco di ciò che ho davanti, mi arrampico quasi sugli specchi con le poche nozioni che ho raccattato e con quel poco che afferro guardando o ascoltando.
Mi viene in mente, in Italia, la musica Salentina, e la pizzica, con la sua origine ancestrale che affonda forse addirittura nella Magna Grecia, o nella religiosità popolare, nel senso non di esclusivo del popolo ma di tutti i giorni, e nel senso della sua capacità di guarigione dal rimorso che riemerge, purché la musica sia eseguita all’interno di un rituale consolidato e socialmente condiviso, deve essere coreutica, con i suoi canti e controcanti, e mirata, ciascuna capace del linguaggio specifico adatto a ogni singola situazione, accompagnandosi al suo colore.
Gli ultimi residui resistenti li ha studiati l’antropologo Ernesto De Martino alla fine degli anni Cinquanta, gli stessi anni delle occupazioni delle terre, capaci di sconfinare nel mito come le occupazioni d’Arneo, quando si consumavano una a fianco dell’altra le ultime resistenze di una civiltà contadina che si voleva giunta al capolinea, accerchiata e allo stremo. Contadini costretti da lì a poco a emigrare, loro malgrado. Resistenti non per un attaccamento particolare alla tradizione, anzi, credo che anche quei contadini avessero voluto la modernità, purché più equa dell’iniqua tradizione che a loro era toccata in sorte. Dopo De Martino in pochi si avventurano ancora, ma non mancano, sulle tracce della religiosità popolare nostrana, e insieme a questa delle nuove fatiche di oggi, dei nuovi braccianti giunti proprio dall’Africa a riempire i vuoti lasciati da quelli andati via ieri.
E la musica? La musica è come una memoria che ha raccolto, incubato e traghettato oltre, oltre un rimorso che ci sembra soltanto di avere addomesticato e invece dev’essere ancora vivo in noi, da qualche parte. Oggi è diventata la musica di quello che viene chiamato anche neo tarantismo, la nuova musica che ad ascoltarla talvolta sembra ancora una magia, e che intanto ha conquistato il mondo, la pizzica di oggi che sembra oramai affrancata del tutto da qualsiasi residuo di arcaica religiosità e di bisogno di guarigione, e dunque sembra altro, possiamo farne anche consumo, tutto si misura oramai sul mercato. Chissà? Penso che mai nulla del sentimento umano possa essere davvero del tutto controllato o dimenticato, ma non so nemmeno cosa traspare e in che modo, o tutto magari dipende soltanto dalle capacità di scavo dei nostri sguardi odierni, che non sempre reggono il passo. Dobbiamo continuare a imparare, questo è certo, o imparare di nuovo come ci si orienta.
deAnche qui a Essaoira con gli Gnaoua, che vengono identificati anche come etnia, così come è avvenuto per i Bambara, i Dogon e altre popolazioni più a sud, non sono mancate le attenzioni degli antropologi, venuti qui forse proprio nel momento dell’ultimo cambiamento, per porre in tempo le basi dell’etnopsichiatria e di una nuova attenzione alle forme di guarigione sciamaniche, che si basano su dispositivi diversi da quelli elaborati dal pensiero e dalla medicina europea. Dispositivi terapeutici che insistono di più sulle relazioni sociali della collettività e del gruppo, che non sull’individuo isolato. Se lo isoli lo spezzetti e lo metti sotto cura, se lo reintegri nella comunità è la comunità che cura se stessa e l’individuo lo rendi di nuovo intero. Più o meno. Sono un profano e ho in testa nozioni approssimative, che derivano da vecchie letture di Tobie Nathan o dei nostri Piero Coppo o Roberto Beneduce, quando anni fa iniziai a interessarmi non proprio di terapie della guarigione ma di intercultura, che forse può essere definita una terapia di guarigione sociale, per non disintegrarci, ma alla quale in molti ottusamente resistono. Tutto qui. Ma forse anche questi studi antropologici a cui accenno hanno avuto la loro evoluzione, non ne conosco gli eventuali aggiornamenti. La tradizione e la modernità.
Anche la musica Gnaoua a partire dagli Settanta, mi pare, si è modernizzata e in seguito ha conquistato il mondo, e il mondo oggi è qui, dentro questo festival internazionale arrivato alla edizione numero 19. La sua fondatrice, leggo, è una donna, aspetta a lei questo mito delle origini del festival, si chiama Neila Tazi. Leggo una sua intervista di pochi giorni fa. Quando gli chiedono: “Come avete sperimentato lo sviluppo del Festival? Potevi immaginare tale successo 20 anni fa?”, lei risponde: “Uno scienziato francese una volta ha dichiarato: l’evoluzione è un evento-based, è l’evento che causa l’evoluzione a verificarsi e l’evento porta alla trasformazione. Sapevamo che era una idea di alto profilo, anche se in via preliminare pochissimi ci credevano. E ha richiesto un sacco di lavoro, una visione vera e trasmessa da media marocchini e stranieri, un impatto economico indiscutibile e ultimo, un enorme entusiasmo popolare che ha fatto diventare il Festival uno sforzo serio.” E più avanti, rispondendo a un altra domanda, aggiunge: “Essaouira, una città lontana dai riflettori, come lo erano gli Gnaoua dei quali abbiamo avuto un’immagine riduttiva. Soprattutto perché per un tempo troppo lungo l’azione culturale non è stata presa in considerazione come una vera e propria leva di sviluppo e di potere…. Oggi possiamo vedere che la cultura nell’azione pubblica di piccole città può essere un catalizzatore di politiche urbane e della ristrutturazione territoriale. La cultura è un progetto politico vero e proprio! Deve essere profondamente integrato e in modo trasversale, svolge un ruolo nella formazione, il turismo, la diplomazia e la comunicazione!”
Forse anche la modernizzazione ha mille volti, da scrutare e anche apprezzare ogni tanto, senza essere sbrigativi? Qual è il suo rapporto con la tradizione? La cultura non si mangia diceva invece qualcuno da noi.
Continua Neila Tazi: “Per evolversi è necessario cercare di realizzare qualcosa che va al di là di ciò che è già stato raggiunto. È proprio quello stato d’animo che governa il nostro modo di gestire e pensiamo di questo festival. Ogni edizione deve essere più intensa che la precedente, dobbiamo perseverare la nostra capacità di sorprendere e stimolare la curiosità del pubblico, al fine di ottenere la sua fedeltà. Non è più difficile, ma, preferisco dire che è altrettanto difficile. Alcune cose si muovono in avanti, all’indietro altre … Noi continueremo a combattere (…) è uno sforzo che richiede investimenti, professionalità e una pianificazione efficace. Troppe persone pensano ancora che la cultura è una questione semplice che può essere improvvisata… mentre richiede visione e la necessità di finalizzare il progetto da molto tempo in anticipo se vogliamo fornire un lavoro di qualità.”
La cultura, se non si mangia, nemmeno si improvvisa. Penso a noi nel nostro paese, dove cresce sempre di più il numero delle persone che non sanno più improvvisare nemmeno se stesse. Neila Tazi si sta impegnando per registrare Gnaoua e la sua musica sulla lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO.
La musica e i suoi strumenti. Il guenbrì, i crotali e i tamburi. La musicalità del guenbrì, tesa ed elegante come una carezza che si insinua, penetra e si ripete, ripete i suoi cicli, li rivive; i crotali, sonagli di ferro e legno che scandiscono una vibrazione ritmica che sale su dalla terra e ti entra nella testa; i tamburi che ti guidano il passo, e forse noi stessi siamo casse di risonanza che palpitiamo in questo cammino. Il guembrì è al tempo stesso strumento a corda e a percussione, è della famiglia dei liuti, con una forma particolare, un manico che sembra un bastone e una cassa armonica che sembra una scatola allungata, di sessanta per venti per quindici. Dovrebbe essere di legno di pioppo, mi pare, e non deve essere mai lasciato incustodito o in luoghi non adatti per non far infuriare i mlūk, gli spiriti.
aLeggo così, in fretta, avido di pormi domande e curiosità che se vorrò poi davvero soddisfare, dovrò lasciarmi guidare dalla pazienza e dalla calma. L’origine della musica, degli strumenti, dei suoni, rinvia alla particolare e complessa ritualità sciamanica Gnaoua, di cui è parte integrante. I rituali di possessione e guarigione, la lunga notte, la Lila, che fa da incubatrice, dove tutto avviene, riemerge insieme e insieme i partecipanti si compenetrano. Non so quasi nulla di queste cose, cerco di registrare indizi che mi spieghino e mi portino oltre i luoghi comuni, nei quali invece tutto si mescola e nulla si distingue, e non è affatto in una mescolanza indistinta che avviene la fusione e compenetrazione della Lila, la sofferenza del passato che viene rivissuta dev’essere qualcosa di reale, che esiste ancora e basta solo evocare, e che va controllata affinché non si ripeta o non sfugga al controllo. C’è tanto da esplorare.
Il festival dedica anche ampio spazio alla riflessione e all’analisi, alla conoscenza e al confronto. L’edizione di quest’anno dedica un forum specifico al tema della diaspora africana. Il titolo è Radici, mobilità, ancoraggi. Tutti i viaggiatori hanno bisogno di ancoraggi, soprattutto quando il viaggio è obbligato e necessario e non è scelto come un sogno di vacanza, come per noi, o come anni fa degli amici tedeschi con cui collaborai ad un bel progetto di intercultura intitolarono un’interessante attività. E poi la musica, questa musica che si lancia alla conquista del mondo, di un mondo da decifrare di nuovo e che ogni giorno è qualcosa d’altro, e porta qualcosa d’altro, da altre tradizioni e storie. Tra gli artisti l’americano Christian Scott accanto al marocchino Maalem Hamid el Kasri, Rachida Talal e tanti altri. Sono diversi i palchi allestiti, il principale nella piazza Moulay Hassan, e poi un altro sulla spiaggia, battuta dal vento ma non disertata, e altri ancora, su un torrione o in altre piazzette. Fiumi di gente che fa la spola avanti e indietro, tra i palchi e i vicoli della città.
Il festival forse va oltre la stessa tradizione da cui nasce, e va oltre la sua città, Essaouira. Ed Essaouira va oltre il suo festival, lo incorpora. La musica la incontri in ogni locale, la città vive in simbiosi con questa musica, in diversi laboratori puoi vedere artigiani che fabbricano strumenti musicali, scaldano le pelli dei tamburi, ci disegnano mani o altri elementi usando l’hennè. Nelle piazzette che si alternano ai vicoli incontri gruppi di musicisti, di 4 o 5 persone, con i grenbì e i crotali, ma anche altri, più numerosi, delle vere compagnie, come confraternite che girano, oppure suonatori ambulanti da soli o più spesso a coppie.
Essaouira sembra una fiera, è un mercato diffuso ovunque, un bazar all’aperto, con i suoi multiformi oggetti, le borse di pelle, i tessuti di lino, i prodotti dell’argan, gli anelli e i bracciali, gli strumenti musicali della tradizione, gli oggetti dell’artigianato, antichi o ripetuti o anche imitati oggi per il consumo dei turisti, tanti ma non così numerosi. Oggetti dell’artigianato  attraverso cui guardare, come oltre uno specchio, storie più lontane, se ancora si riesce a intravederle, o a decifrarle. I mercati sono contenitori di ricordi da valutare e barattare, tracce di memoria in cui ritrovarsi e da ricercare ovunque nell’intrico dei vicoli, veri corridoi aperti sotto l’azzurro denso del cielo.
Azrak, è in Salento che ho trovato questa parola, che mi dicevano di origine araba, per indicare l’intensità del cielo. Sono di nuovo qui e per orientarmi cerco di aiutarmi con quelli che credo siano i miei riferimenti, per gustarmi meglio, credo, questa fiera in cui ci aggiriamo. Ovviamente, sono molti anche i ristoranti, di cui apprezziamo i sapori e le atmosfere, senza perderci nessuna delle variazioni possibili del tajine. Sempre piacevolmente immersi dentro un’umanità assai multiforme, diffusa anche nelle tarde ore della notte. La Lila, un’incubatrice che non taglia ponti ma rievoca antiche sofferenze, per controllarle, tutti insieme, e non subirle ancora. Da quanto tempo, mi chiedo, le strade delle nostre città si sono svuotate, e ciascuno è solo? Se lo isoli lo metti sotto cura, dicevo più sopra, lo disarmi. Le strade qui sono un via vai continuo di gente del posto, e anche di tanti altri da diversi paesi lontani, tra i tanti anche noi turisti, che fingiamo d’essere viaggiatori mentre raccattiamo qua e là impressioni da riutilizzare, comunque, al meglio.
zRitorniamo indietro passando di nuovo da Marrakech, un altro iperspazio, ancora più totalizzante. Qui forse, scusate il gioco di parole, è un’antropologia massimalista quella che ci servirebbe: chissà quali stratificazioni sociali vi sono sedimentate sotto, e in quali forme, quali configurazioni di potere? Al centro c’è la piazza, nella sua variegata vivacità di voci e suoni che si sovrappongono. Anche qui tra i tanti strumenti ci sono grenbì e crotali. C’è un ragazzo con il suo cerchio di persone attorno, che suona tutto da solo, nel senso che da solo suona la chitarra, una sua batteria, canta e quando non canta suona anche l’armonica. Ha addirittura un intero set di armoniche, che cambia a seconda della canzone. Scopriamo che è italo marocchino, ha la madre italiana ed è cresciuto in Italia, poi è partito per il nord Europa, prima di venire in Marocco. Radici, mobilità e ancoraggi, in chiave moderna. È un nostro concittadino, insomma. Dialoga con noi attraverso il microfono, pubblicamente, e poi traduce in arabo per i presenti, quasi una piccola conferenza. Ci canta e suona alcune canzoni italiane. È bravo, non è improvvisato il suo spettacolo. Ci fa ascoltare anche un meticciato musicale italo marocchino arrangiato da lui, chissà come gli è venuto in mente, l’arrangiamento è nuovo e la canzone sembra un’altra, si tratta di “io sono un italiano” di Toto Cotugno: dove è qui il confine tra tradizione e modernità? Mi arrendo, siamo davvero in un altro iperspazio. Chiude la serie di canzoni per noi con una sua composizione, non è solo compositore è anche autore, qui oltre alle musiche ha riarrangiato anche il testo. Le parole cantano di un’Italia corrotta e di parlamentari che pensano solo a se stessi e di giovani italiani che partono per altri paesi d’Europa. La mia battuta è: toh, porta l’Italia nel mondo! Nel ritornello ricorre una domanda “chi ci rappresenterà?” Tutto questo dopo il festival di Essaouira e appena la sera prima del rientro vero a casa, in una piazza Jāmiʿ el-Fnā gremita di gente. Siamo davvero internazionali.

(Guarda QUI le foto dell’amico Giacomo Scattolini)

 

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Bobby Sands, 5 maggio 1981

Trentacinque anni fa, il 5 maggio del 1981, moriva Bobby Sands, dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere di Long Kesh, il famigerato Blocco H. Si disse che quello sciopero smosse in profondità coscienze e sensi di colpa, eppure fu affrontato con estrema durezza dal premier di allora, Margaret Thatcher, e dopo di Bobby Sands ne morirono altri 9  in quel carcere – gli Hunger Strike – e per gli accordi di pace si dovette attendere ancora una quindicina di anni.
DSCN0054DSCN0053Bobby Sands nei primi giorni di sciopero, prima del ricovero in infermeria, tenne un diario segreto sui suoi pensieri. Fu pubblicato in Italia con il titolo Un giorno della mia vita. Lo ricordo come una delle letture più intense e coinvolgenti: “Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra. Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Questa è la ragione per cui sono carcerato, denudato, torturato.” 
Perché scioperavano? Per mettere fine alle torture e al regime di carcere duro. Chiedevano il riconoscimento di detenzione politica. Con i prigionieri dell’Ira furono sperimentati nuovi sistemi avanzati di tortura. Avevano già iniziato a protestare con altre forme di lotta ma in assenza di dialogo e sottoposti a continui pestaggi avevano deciso lo sciopero della fame, a turno, iniziando uno alla volta. Bobby Sands fu il primo, morirà dopo 66 giorni, dopo di lui ne moriranno altri nove.
Un po’ di anni fa, all’inizio di gennaio, facemmo (con l’amico Giacomo Scattolini) un giro turistico politico da quelle parti, sulle strade della trouble nord irlandese e scrivemmo qualcosa per il settimanale Avvenimenti. Riportai a casa anche un voluminoso diario di appunti, che però utilizzai solo in poche occasioni (per ricordare il Bloody Sunday di Derry). Poco dopo uscì un film su quella storia, Hunger, di Steve McQueen, distribuito Italia solo quattro anni dopo. La prima tappa del nostro viaggio la facemmo a Belfast, diretti proprio alla tomba di Bobby Sands, al cimitero degli eroi, come lo chiamano ancora oggi.
Per ricordare ora quella giornata, e la figura di Bobby Sands come la percepii durante quella visita, riprendo i miei appunti dal diario, solo un po’ riordinati, lasciando le stesse ingenue emozioni del momento:
DSCN0047DSCN0057DSCN0049«È una bella giornata, il sole in cielo non riesce mai ad alzarsi più di tanto dall’orizzonte e così taglia le luci e le ombre in modo forte, saturo di contrasti vivaci anche a mezzogiorno. Il cielo di Belfast, invece, è di un azzurro slavato, ampio, quasi bagnato e leggero, come l’iride di un occhio che vola. Abbiamo camminato e gironzolato 5 o 6 ore, fotografando murals e chiacchierando qua e là lungo la strada, prima di arrivare al Miltown cemetery, dove Fall Road diventa Andersontown e da lì si sviluppa un altro grande quartiere repubblicano, più in periferia, dove sappiamo che ci sono ancora altri murals. L’ultimo tratto di strada lo percorriamo accompagnati da un signore a cui abbiamo chiesto dove si trova la tomba di Bobby Sands. Lui ci ascolta, ci pensa e decide di accompagnarci, approfittandone per raccontarci un po’ di sé e un po’ del luogo verso cui stiamo andando. Non è molto facile intendersi, parla un inglese troppo difficile per noi, e probabilmente anche il nostro inglese è un po’ difficile per lui. Non ci scoraggiamo, bene o male riusciamo a comunicare. Si chiama Peirce, è vestito con un giubbetto leggero, sembra a noi, ha i capelli tra il biondo e il bianco, l’aspetto proletario, gli occhi la stessa iride azzurra degli sguardi leggeri. Scopriremo che allora doveva aver fatto parte di una formazione politico – militare di orientamento socialista, alleata dell’IRA. Entriamo a Miltown. Notiamo che ci sono seppelliti molti italiani, con cognomi in parte oramai in disuso in Italia, morti a Belfast molti anni fa. Ne annoto uno per tutti, ancora molto diffuso nel nostro Sud: Fusco, un cognome che ricorre su più tombe, scopriremo un Fusco anche tra i dirigenti dell’Ira. Il nostro amico ci spiega che alla fine dell’Ottocento vennero qui molti italiani, scultori, artisti, artigiani, scalpellini, soprattutto per lavorare alla costruzione della City Hall, e poi molti di loro sono rimasti a vivere a Belfast. Il cimitero è grandissimo, diverso dai nostri, le tombe e le lapidi sono a terra, molte da quasi un secolo, tante oramai dimenticate, non è più venuto nessuno a rassettare fiori e prato, e così vasti settori somigliano a dei campi incolti, con l’erba alta e malandata, come ricordi rimasti da soli in mezzo al tempo che scorre.
DSCN0063DSCN0060Il cimitero è ampio come il cielo d’Irlanda che lo sovrasta, è posto su una debole collina, di quelle che non stancano il passo, quanto basta per vedere in lontananza la città appena un po’ più in basso, laggiù, e ammirarne l’ampiezza. È tutto un intrico di viottoli, alcuni soltanto di terra battuta o sentieri con erba alta. Sulle lapidi, spesso oltre al nome e alle date di nascita e morte, ci sono anche brevi estratti delle storie o una sorta di referenze, i nomi di persone importanti che hanno avuto una qualche relazione di parentela o collegamento con il defunto. Tra queste cosiddette referenze ci capita più volte di leggere il nome di John Kennedy. Ogni tanto c’è una tomba più nuova in mezzo alle altre più antiche, e così spicca una piccola chiazza di fiori freschi e dai colori vivaci. Anche i colori dei fiori sono diversi da quelli dei nostri cimiteri, riflettono il diverso gusto dei vivi. Da noi prevalgono di più le sfumature, qui la vivacità dei contrasti sembra più decisa, e forse più fresca. Ma c’è sotto un’intenzione che va ancora oltre e così mi accorgo anche della prevalenza di fiori arancioni, che ben accostati con il bianco e il verde tendono, tra le lapidi, a ricreare i colori della bandiera irlandese. Gli stessi colori che abbiamo già visto durante la mattina utilizzati spesso nei murales, nei graffiti, nelle scritte sui muri. I colori della parte cattolica e repubblicana.  Anche la tomba di Bobby Sands è a terra come le altre. Sulla stessa lapide ci sono tre nomi, Bobby Sands, Terence O’Neill e Joe Mc Donnell. Sono loro gli eroi. Sono tutti ragazzi. Vicino c’è la tomba di Kieran Doherty e attorno a loro quelle di molti altri volontari repubblicani, oltre agli  hunger strike anche altri  morti in azione, come è inciso e ricordato sulle lapidi lucide e nere. Bobby Sands aveva quasi la mia età, DSCN0066DSCN0067DSCN0065era appena due anni più giovane. Come me, anche lui inizia la sua vita politica all’età di 18 anni ma a differenza di me incontra sulla sua strada un paese tagliato in due. Oddio, non è che da noi a quel tempo ci facessero comunque mancare le bombe nelle banche, nelle piazze, sui treni o nelle stazioni, ma era pur sempre un’altra situazione. La prima volta che lo arrestano è perché è in possesso di armi, lo tengono dentro fino al 1976, nel carcere di Long Kesh, meglio conosciuto come il blocco H. Non vede l’ora di uscire per riprendere il suo posto nei gruppi repubblicani. Lo catturano soltanto sei mesi dopo, durante uno scontro a fuoco. Sua moglie si chiama Geraldine ed è incinta di quattro mesi. Lo condannano a 15 anni e lo riportano al Blocco H. Inizia a scrivere poesie.
Nel 1980, all’età di 26 anni,  viene nominato ufficiale dei prigionieri dell’Ira nel Blocco H e il primo marzo 1981 da inizio ad un nuovo sciopero della fame. Nel suo diario scrive: “Poi l’alba arrivò. A poco a poco dalle ombre della notte il mio incubo giornaliero cominciò a prender forma. La sporcizia, i muri sfregiati, gli angoli più nascosti della mia tomba maleodorante mi diedero di nuovo il buongiorno. Restai disteso ad ascoltare il mio respiro leggero e il gracchiare dei corvi. Fuori nel cortile la neve era alta. Lo sapevo fin troppo bene. Avevo passato metà della notte raggomitolato in un angolo, mentre la neve, entrando tra una sbarra e l’altra della finestra, si posava sopra il mio materasso. La noia cominciò a prendermi con le prime luci del mattino. Di lì a poco la giornata che avevo davanti mi sarebbe sembrata interminabile e presto la depressione sarebbe divenuta di nuovo la mia compagna..”
Lo sciopero della fame sarà l’inizio della sua fama, e della discesa verso il mito. L’impatto sull’opinione pubblica, non solo irlandese ma internazionale, sarà notevole. Si interessa a lui anche il nuovo papa polacco di Roma ma il primo ministro britannico, la Lady di ferro Margareth Thatcher, rifiuta il dialogo. Ai primi di aprile si tengono delle elezioni suppletive per sostituire il rappresentante della contea di Farmanagh, Bobby Sands viene candidato come anti Blocco H e il 9 aprile viene eletto con circa 30 mila voti al Parlamento di Westminster, battendo per una manciata di voti il candidato del partito unionista. Sarà parlamentare solo per 25 giorni, morirà in prigione il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame. Moriranno altri nove detenuti: il 12 maggio Francis Hughes, il 21 Raymond McResh e Patsy O’Hara, l’8 luglio Joe McDonnel, il 1° agosto Martin Hurson, e Kevin Lynch membro dell’INLA, il giorno dopo Kieran Doherty, l’8 agosto Thomas McElwee, il 20 dello stesso mese Micky Devine. Muoiono in 10.
Lo sciopero cessa soltanto il 3 ottobre, dopo 7 mesi. Al funerale di Bobby Sands partecipano più di 100 mila persone. Ci sono manifestazioni in tutto il mondo, anche in Italia. Alla regina Elisabetta riescono a tirare un palloncino riempito di salsa di pomodoro. A Theran cambiarono il nome ad una strada intitolata a Churchil e la dedicarono a Bobby Sands.»

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Il 25 aprile 2016 a Jesi

1234Il 25 aprile ortodosso, che arriva un po’ dopo, mi veniva da scherzare questa mattina, perché a causa delle condizioni incerte del tempo il corteo è partito da un diverso punto del corso cittadino e con un po’ di anticipo, mentre molte persone non informate a tempo erano ancora in attesa di partire, con tanto di bandiere e striscioni, da un altro luogo. Niente male, ne è venuto fuori un corteo doppio, o in due parti, entrambe affollate, a cinque minuti di distanza una dall’altra, che poi si sono ricongiunte davanti alla sede comunale, nel cui atrio era prevista l’orazione ufficiale, introdotta da un intervento non di circostanza ma ampio e articolato del Vice Sindaco. Ancora più ampia, articolata e puntuale l’orazione di Ero Giuliodori, di largo respiro storico e civile, capace di rievocare  e sottolineare la coralità popolare attorno alle vicende e alla storia di allora, e non solo di allora, anche attraverso la citazione di tanti concittadini, di diversa area politica antifascista, che combatterono e morirono durante la Resistenza sui nostri monti, o che conobbero il confino o la galera fascista oppure parteciparono alle prime impegnative fasi della ricostruzione. Molti i temi toccati nell’orazione, con una sottolineatura specifica al valore morale e civile, al ruolo allora e alla attualità ancora oggi della Resistenza, contro qualsiasi sbavatura che periodicamente si affaccia per annacquarne o distorcerne il significato. Il tutto espresso con un linguaggio asciutto ed essenziale, appassionato, incisivo e al tempo stesso sobrio, sempre estremamente chiaro. Pochissimi gli accenni ai problemi dell’attualità immediata di oggi – non nominati o elencati esplicitamente ma che sembravano ugualmente presenti e sottintesi dentro all’impegno civile richiamato – con una chiusura finale dedicata però a ricordare e rendere onore a Giulio Regeni.

Le incertezze del tempo non hanno impedito lo svolgersi nemmeno della manifestazione La memoria va in bici, con i ragazzi delle scuole medie di Jesi e di Moie, un appuntamento importante e già in svolgimento qui in città nel giorno del 25 aprile da alcuni anni. Il programma iniziale mi pare che sia stato ridotto, mantenendo però la visita in bici ai cippi e altri luoghi importanti per la memoria del territorio, spostandosi poi in auto al luogo del pranzo e del concerto.

Il tutto, compreso in un calendario di iniziative più ampio, sviluppato in queste giornate, pubblicizzato e promosso anche con uno specifico appello lanciato nei giorni scorsi in occasione di un’assemblea di associazioni e singoli cittadini per discutere di alcuni avvenimenti di stampo fascista e xenofobo verificatisi a Jesi, e conclusa con l’impegno di “lavorare per creare una rete antifascista tra associazioni, forze politiche, sindacati, movimenti e singoli cittadini allo scopo di progettare iniziative a livello cittadino che coinvolgano, tra gli altri le scuole e i migranti, e che contribuiscano a ricostituire un tessuto sociale sui valori che sono a fondamento della nostra Costituzione.”

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