Il bruco è diventato farfalla?

Cinque anni fa, dopo le precedenti elezioni politiche, avevo trascritto su queste pagine alcune veloci impressioni personali sui risultati elettorali di allora. Con il titolo “Il bruco è diventato farfalla”. Pensavo di riprenderli e scrivere ora la seconda parte, ma mi è venuto da aggiungere a quel titolo soltanto un punto interrogativo, perché lo cambierei o aggiornerei di poco quel testo, giusto quel tanto a cui ti può obbligare la cronaca. La confusione era già scritta, e durerà ancora. In mezzo, in questi cinque anni, c’è stato molto ma anche poco, qualcuno ha provato a correre con gli stivali delle sette leghe, eccitato dal fatto che nessuno sembrava porgli ostacolo, ma forse ha girato solo su se stesso. C’è stata in questo “mezzo”, e purtroppo c’è ancora, “la vispa teresa” delle oramai lontane elezioni europee, o “il marchese del Grillo” ma in versione antipatica, quello del referendum sulle trivelle del 2016, quando vince chi non va a votare.

Diamo un’occhiata ai numeri di oggi, prendendo a riferimento i dati alla Camera. Il “centrosinistra”, con tutte le debite differenze di metamorfosi avvenute o tentate al suo interno o nei suoi paraggi, nel 2013 aveva avuto circa 10 milioni di voti e ora ne trova soltanto otto e mezzo, includendovi allora Sel in coalizione e oggi Leu non coalizzata. Un milione e mezzo circa in meno. Una bella botta, che si moltiplica però in catastrofe grazie alla legge elettorale e al meccanismo di attribuzione dei seggi.

E soprattutto se confrontato al risultato del Centrodestra, che allora fu secondo per appena centomila voti mentre oggi, tutto coalizzato, ottiene circa 12 milioni di voti, tre e mezzo in più del centro sinistra. E un recupero di più di 2 milioni rispetto a cinque anni fa. Un successo che diventa strepitoso, grazie sempre al meccanismo di attribuzione dei seggi .

Cinque anni fa, però, c’era anche qualcuno che oggi non c’è più: la “lista Monti”, che ebbe tre milioni e mezzo di voti. Chi li ha presi? Non il Pd che ne ha persi di suoi, ma lo stesso centrodestra ne ha presi poco più della metà, che comunque pochi non sono: forse vale ancora tra centrodestra e centrosinistra quella specie di regola secondo cui vince chi si coalizza e perde chi va in ordine sparso? Come diceva Pappagone: vincoli o sparpagliati? (Anche se lui era più serio e quando faceva questo sketch tra il ’69 e il ’70 si era a ridosso dell’autunno caldo, e mi sa che si riferiva proprio a questo).

Il centrodestra che sembrava diviso in modo irreparabile fino a poco fa, e quasi lo sembra anche oggi, è stato pronto a ripresentarsi “vincoli” e lo fatto tanto in fretta che nel rimescolarsi hanno fatto un casino, e così Forza Italia – ma allora si chiamava Popolo delle Libertà, ricordate? – è scesa da oltre sette milioni di voti ad appena quattro e mezzo, e l’allora moribonda Lega è cresciuta di quattro volte, da 1,3 a 5,6 milioni. (Un po’ come il rospo di Esopo: oltre quattro milioni in più. Tre e mezzo Monti e due mezzo Berlusconi: ne manca dunque ancora uno abbondante. Chi lo ha preso?).

Anche i Fratelli d’Italia crescono, di quasi mezzo milione, e a differenza di cinque anni fa questa volta superano il quorum quel tanto che basta.

E infine il bruco, oppure la farfalla, chissà?: cresce da otto e mezzo a circa e oltre i dieci milioni e mezzo di voti, oltre due milioni in più, più di quanti ne ha persi il centrosinistra.  Laddove Salvini sostituisce Berlusconi, ma loro sono “vincoli”, qui i cinque stelle si sostituiscono al PD, ma in questo caso sono più che “sparpagliati”.  Lo scenario per certi versi si ripete, sostituendo le persone, ma raddoppiato: allora ce ne fu uno che “vinse ma non vinse”, perché non aveva i seggi per la maggioranza, e corteggiò Grillo, o fece finta di corteggiarlo, o non si sa bene che cosa fece. Oggi ce ne sono addirittura due che “vincono ma non vincono” perché non hanno tutti i seggi, e già da subito non si capisce bene che cosa combineranno nei prossimi giorni, per fare un governo. Insomma, si avvicendano e crescono di numero i vincitori che non vincono e la situazione resta così sempre la stessa, almeno sul piano del cosiddetto governo possibile: una metamorfosi che sembra partire con la lancia in resta, sbraita si agita e grida ma poi si blocca a metà e non arriva in fondo, le manca sempre quel qualcosa che la renda davvero interessante, almeno sul piano della rappresentanza istituzionale, in quanto strumento per far vedere che si è capaci di affrontare questa realtà.

Una metamorfosi però sembra esserci stata davvero dentro queste elezioni, e non nel teatro che osserviamo ma in noi stessi, almeno stando alle percezioni che tutti abbiamo sentito addosso, ma riguarda qualcosa non evidente nei numeri di voti o di seggi. Riguarda la qualità del sentimento degli elettori, la nostra antropologia, la nostra capacità di comprendere adeguatamente la realtà, e valutarla. Divento monotono, ricopio quello che avevo già scritto cinque anni fa: «Bisogna essere artisti veri. Ci vuole comprensione della realtà, capacità critica, tranquillità di fronte agli entusiasmi veloci, un buon pragmatismo ma sulle idee buone, non sugli slogan: alcuni di quelli che emergono – e si stanno consolidando, aggiungo ora – non mi piacciono per niente, affrontiamoli per tempo. Ci vogliono analisi e scelte, presenza, creatività. La ragione e la fantasia.»

 

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«La razza è il prodotto politico del razzismo»

«Lo sanno tutti: le differenze tra le razze non esistono. Non esistono prove scientifiche in tale direzione, non perché non se ne siano cercate. Il patrimonio genetico non determina differenze razziali di capacità e comportamento. Eppure la razza è una realtà materiale, un differenziale concreto. La razza è il prodotto politico del razzismo. Non si tratta di negare un problema, ma ribaltarlo, e per fare ciò il primo passo è non rimuovere le parole che ci restituiscono questa realtà.»

Leggo così nella sezione approfondimenti di Infoaut di giovedì 8 febbraio, a commento della proposta di togliere la parola razza dalla Costituzione. Condivido il commento, e sul momento non gli avevo prestato nemmeno tanta attenzione, però poi nei giorni successivi mi sono reso conto che questo dibattito va avanti, evolve, e come sempre in questi casi, anche le buone intenzioni di chi ha avanzato la proposta, rischiano di essere ribaltate e strumentalizzate a fini opposti, come a voler insinuare, c
he la stessa Costituzione italiana pecchi di razzismo, perché nell’articolo 3 utilizza questa parola: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.»

È evidente, lo sottolinea ad esempio il Presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi, che nella Costituzione non si utilizza la parola razza per convalidarne la pseudo teoria biologica ripresa anche a giustificazione delle legge razziali del regime fascista, ma ci si riferisce al suo carattere di “costruzione sociale”. La razza non esiste ma il suo concetto sì, e anche le discriminazioni che comporta tramite il razzismo.  Questo spirito è ancora più evidente nel secondo comma dell’articolo 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»  Proprio la corretta applicazione di questo articolo, che qualcuno propone di cambiare, può contrastare la costruzione di marcatori etnici discriminanti; togliere la parola, invece, mi sembra che annacqui i processi di “costruzione sociale” delle discriminazioni.

Su questi temi, giusto per citare un po’ di abc, ecco ad esempio quanto scrive Laura Zanfrini, in Sociologia delle migrazioni: “… è ormai acquisito e condiviso tra i sociologi il fatto che le differenze etniche sono l’esito di complessi processi di costruzione sociale. In altri termini, le differenze etniche sono ‘apprese’, nonostante sia diffusa la tendenza a conferirvi caratteristiche di naturalità. A ciò consegue che i confini tra i vari gruppi etnici mutano nel tempo, così come possono mutare i c.d. marcatori etnici, vale a dire i criteri attraverso i quali tali confini sono stabiliti. I marcatori etnici hanno una loro oggettività – consistano essi nel colore della pelle o in altre caratteristiche fenotipiche, oppure nella comunanza di lingua, religione, cultura, modi di vita – ma la loro scelta per definire i confini tra i diversi gruppi etnici è sempre arbitraria. Proprio per tale carattere, che ora tenteremo di chiarire, il ricorso al termine etnia è certamente preferibile a quello di razza. Quest’ultimo è abitualmente usato per indicare un raggruppamento di persone con comuni caratteri fisici ereditari che possono costituire motivo di profonda differenziazione nella sfera sociale: in sostanza, col termine razza ci si riferisce, di norma, al fondamento biologico delle differenze, laddove il termine etnia rimanda piuttosto all’identità culturale di una persona e alla sua appartenenza a una determinata comunità. Orbene, in base a una convinzione ancora piuttosto radicata, esisterebbero diverse razze umane, ciascuna delle quali contrassegnata da uno specifico patrimonio genetico a sua volta responsabile, oltre che di differenti tratti somatici, anche di differenti modelli di comportamento e quindi dell’idoneità a ricoprire determinate posizioni sociali. In realtà, la biologia ha ormai definitivamente appurato come le differenze fisiche tra quelle che chiamiamo razze si riducono sostanzialmente a differenze di aspetto esteriore, risultato di una lunga storia di contatti e incroci tra popolazioni diverse. La variabilità genetica riscontrabile tra individui appartenenti alla stessa «razza» è altrettanto estesa di quella che si osserva confrontando persone di diversi gruppi razziali. La razza è dunque, al pari dell’etnia, un concetto socialmente costruito…”

Altri miei interventi su argomenti analoghi:
“Chi sono io?”
“Siamo tutti neri”

Altri articoli recenti sull’argomento:
L’antirazzismo scientifico e la Costituzione
Le razze non esistono

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Il Pci ai giovani, di Pier Paolo Pasolini

 (foto di Deborah Beer)

Mi dispiace. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
peggio per voi.

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.

Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.

La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, cari. Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina.

Per chi, intellettuale o operaio,
è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea
che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
un giovane borghese. Blandamente
i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
ama punirsi con le sue proprie mani.
Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
che operano a Trento o a Torino,
a Pavia o a Pisa, /a Firenze e un po’ anche a Roma,
ma devo dire: il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.

Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.

Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre
sulla presa di potere.
Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,
nei vostri pallori snobismi disperati,
nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
infima, o da qualche famiglia operaia
questi difetti hanno qualche nobiltà:
conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
Riformisti!
Reificatori!
Occupate le università
ma dite che la stessa idea venga
a dei giovani operai.

E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde
avranno tanta sollecitudine
nel cercar di comprendere i loro problemi?
La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte
dentro una fabbrica occupata?
Ma, soprattutto, come potrebbe concedersi
un giovane operaio di occupare una fabbrica
senza morire di fame dopo tre giorni?
e andate a occupare le università, cari figli,
ma date metà dei vostri emolumenti paterni sia pur scarsi
a dei giovani operai perché possano occupare,
insieme a voi, le loro fabbriche. Mi dispiace.

È un suggerimento banale;
e ricattatorio. Ma soprattutto inutile:
perché voi siete borghesi
e quindi anticomunisti. Gli operai, loro,
sono rimasti al 1950 e più indietro.
Un’idea archeologica come quella della Resistenza
(che andava contestata venti anni fa,
e peggio per voi se non eravate ancora nati)
alligna ancora nei petti popolari, in periferia.
Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese,
e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,
si è dato da fare per imparare un po’ di russo.
Smettetela di pensare ai vostri diritti,
smettetela di chiedere il potere.

Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,
a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,
l’idea del potere.
Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama
vuol dire che non è il Gran Lama (Artaud):
quindi, i Maestri
– che sapranno sempre di essere Maestri –
non saranno mai Maestri: né Gui né voi
riuscirete mai a fare dei Maestri.

I Maestri si fanno occupando le Fabbriche
non le università: i vostri adulatori (anche Comunisti)
non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri,
come i vostri padri, ancora, cari! Ecco,
gli Americani, vostri odorabili coetanei,
coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,
loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario!
Se lo inventano giorno per giorno!
Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:
potreste ignorarlo?
Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione
del Times e del Tempo).
Lo ignorate andando, con moralismo provinciale,
“più a sinistra”. Strano,
abbandonando il linguaggio rivoluzionario
del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale
Partito Comunista,
ne avete adottato una variante ereticale
ma sulla base del più basso idioma referenziale
dei sociologi senza ideologia.

Così parlando,
chiedete tutto a parole,
mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
una serie di improrogabili riforme
l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
Che la buona stella della borghesia vi assista!
Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti
della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
borghese (con cui voi vi comportate come donne
non innamorate, che ignorano e maltrattano
lo spasimante ricco)
mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
per combattere contro i vostri padri:
ossia il comunismo.

Spero che l’abbiate capito
che fare del puritanesimo
è un modo per impedirsi
la noia di un’azione rivoluzionaria vera.
Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni!
Andate a invadere Cellule!
andate ad occupare gli usci
del Comitato Centrale: Andate, andate
ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere
di un Partito che è tuttavia all’opposizione
(anche se malconcio, per la presenza di signori
in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
borghesi coetanei dei vostri schifosi papà)
ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
Che esso si decide a distruggere, intanto,
ciò che un borghese ha in sé,
dubito molto, anche col vostro apporto,
se, come dicevo, buona razza non mente…

Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!
Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto
consigliando? A cosa vi sto sospingendo?
Mi pento, mi pento!
Ho perso la strada che porta al minor male,
che Dio mi maledica. Non ascoltatemi.
Ahi, ahi, ahi,
ricattato ricattatore,
davo fiato alle trombe del buon senso.
Ma, mi son fermato in tempo,
salvando insieme,
il dualismo fanatico e l’ambiguità…
Ma son giunto sull’orlo della vergogna.

Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?

(Pier Paolo Pasolini, 16 giugno 1968)

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Il ruolo primordiale del narratore.

“Grande era onirica”, di Marta Zura-Puntaroni (minimum fax). “Qualcosa, la dentro”, mi veniva questa battuta mentre leggevo, parafrasando – me ne perdoni – il titolo di un altro romanzo letto di recente, e che per molti versi mi sembra l’esatto opposto di questo. Che forse è anche l’esatto opposto di me stesso e di quanto potrei scrivere io, tanto mi è lontano, o è lontano dalla mia storia individuale o immaginaria, quella con cui di solito mi auto rappresento. Eppure la lettura mi ha interessato molto. Io non ho gli occhi per vedere la realtà da questa dimensione che mi è come aliena. E che è rappresentata con una scrittura bella, veloce, attorcigliata come il pensiero quando si presta attenzione e dunque è anche sciolta, anche se la sua è una leggerezza da rullo compressore, una specie di candid camera ma dell’attimo breve e ravvicinato, quello a cui normalmente non daresti credito, una sorta di attimo dell’epidermide, di un corpo che borbotta, borbotta e come, e di una mente che non da tregua e raccoglie come annusando ciò che le capita a tiro, dal suo isolamento sublime, nel contatto ravvicinato di un qualche tipo con altri esseri, o all’interno di una città che si completa con pochi riferimenti ma i cui vicoli ti catturano come i meandri di circonvoluzioni cerebrali, autoregolantesi come un corpo, da farti sentire dentro anche te che sei un ospite, ma senza esistervi, quando invece esisti e come.

La città e le persone, e poi se stessi. Lo status ignorato della vittima, questo sì che è un bel tema, e la penitenza e l’umiliazione che sì è vero ricorrono spesso, sembrano quasi meccanismi di relazione sociale, ma anche con le parti intime di sé, e vissuti lasciandosi attraversare senza mai tirarsi indietro, anzi quasi come un’affermazione. Leggendo li ho anche percepiti liberi da qualsiasi risucchio mistico o penitente, mi sono sembrati più simili a rappresentazioni pittoriche che arredano lo sfondo a cui siamo esposti, un qualcosa che ci accade realmente ma come se accadesse a un nostro diverso sé, stratificato in ere geologiche ed oniriche che non possono modellarci, tutt’al più scivolarci simbiotiche addosso, lasciando il nostro sé stratificato e senza la voglia di afferrarsi, ma soltanto guardarsi dalle sue stratificazioni, forse.

Una società, un corpo sociale – ecco l’ho detto, io è sempre qui che torno, allo sguardo sociale – dal punto di vista delle sue singole molecole, che non sempre trovano il modo di sedarsi e quando lo fanno o tentano di farlo o hanno il dubbio che sia stato fatto, si sentono un po’ come una casa terremotata messa in sicurezza, che da quel momento diventa, direbbe Augé, una sorta di non luogo. Le macerie che sopravvivono hanno sempre un non so che di mediocre, che sopravvive.

C’è un modo per tirarsi fuori, o qualcosa che assomigli almeno a un tentativo? Forse: «Dovendo definire la mia esistenza in tre parole: narrazione non organica. Non riesco a percepire il senso che lega le cose. Il Grande Disegno. Lo Scopo. Però parlando di narrazione non organica non mi metto nel ruolo del personaggio ma in quello del narratore: curiosamente non riesco a dare a un’entità superiore le colpe dell’insignificanza della mia esistenza… Ogni avvenimento è parte di una specie di rebus: raccontando la vita nella giusta maniera la soluzione a questo ci verrà svelta. Sono io, narratore mediocre, che non riesco a dare un senso…»  Ma questa forse è anche una dichiarazione troppo esplicita, messa lì magari proprio per sviarci in qualche modo l’attenzione,  dovrebbe esserci ancora altro di più nascosto, là dentro, che non desta subito attenzione perché quasi non si sente, come un debole ma presente miagolio muto… ma allora esiste davvero il piccolo alieno?

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Dove si trova il punto di non ritorno?

“Qualcosa, là fuori” di Bruno Arpaia, Guanda. (non una recensione ma un po’ di pensieri sparsi).
Romanzo distopico o reportage in anteprima? Ad una certa epoca della storia, mi pare nell’anno 2038, un certo capitano dell’incrociatore Ardito “… era diventato famoso perché era stato il primo a dover eseguire l’ordine di sparare a vista sui barconi degli immigranti. Il numero dei morti non era mai stato accertato.”
Quando questo evento – sparare a vista – accadrà per davvero per la prima volta, mi veniva da chiedermi mentre leggevo, ora nell’estate 2017, nella quale mi pare siamo entrati nell’era dei “respingimenti umanitari”?

È ottimista o pessimista Arpaia a immaginare che occorreranno ancora altri venti anni circa per un evento del genere? Sono oramai diversi anni che è stata coniata l’espressione “migranti climatici” e che vari rapporti ci offrono previsioni di 300 o 500 milioni di persone direttamente coinvolte entro il 2050. Bruno Arpaia nel suo romanzo si spinge ancora oltre di circa una ventina di anni.

M’è venuto in mente più volte, mentre leggevo, il Furore di Steinbeck. In quel caso il romanzo nasceva davvero dai reportages scritti, un paio di anni prima per un giornale americano, sulla grande fuga o espulsione dei contadini dalle campagne del Midwest verso la California, terra promessa che non mantiene le sue promesse ma erige barriere, anche senza ricorrere alla scusa del colore della pelle, della fede religiosa o della diversità di lingua. Furore è una grande anticipazione di tanti temi odierni, che viviamo in altre forme e non ne cogliamo o non vogliamo coglierne i nessi nelle nostre percezioni quotidiane, o perfino nelle nostre analisi sulle origini dell’odio, e del razzismo, che sembrano crescere sempre più e ci chiediamo quasi increduli da dove nascano. “Prima gli italiani” e “aiutiamoli a casa loro” sono i mantra sempre più diffusi dei “respingimenti umanitari”, sembrano essere proprio questi pensieri, portati alle estreme conseguenze, in azione nel romanzo, ma qualsiasi gruppo che si rinserra e si chiude lungo il suo cammino troverà sempre anche al suo interno altri da dover lasciare indietro, per non pregiudicare la salvezza di tutti: “…diceva di radunare soltanto i feriti in grado di camminare e di partire subito.”

“In che razza di società vivremo” scriveva già una decina di anni fa Laura Balbo in un’analisi sul nuovo razzismo incipiente, ed ebbi poi l’occasione anche di ascoltarla direttamente, allora, durante “I dialoghi mediterranei”, giornate di confronto sulla nostra epoca, immersi in un atmosfera molto piacevole, nel caldo moderato del sole di settembre, dentro il bianco Castello di Trani, dove gli incontri erano stati organizzati. Leggo nel romanzo di Arpaia: “Il periodo più felice della loro vita era passato, ma naturalmente non se ne accorsero subito. Nessuno si accorge mai dei punti di svolta della propria esistenza, nessuno li avvisa in tempo e ci si prepara, ammesso che sia possibile prepararsi, ammesso che la vita non sia sempre una battaglia persa.”

Il reportage di Bruno Arpaia, che ha preceduto e accompagnato la stesura del suo romanzo, è raccontato da lui stesso, oltre che direttamente nelle pagine del romanzo, nella nota di avvertenze alla fine, in cui cita i report che ha studiato ed elenca la bibliografia consultata come si fa nella stesura di un saggio, ma poi da narratore non si limita agli studi scientifici, vi include anche i romanzi che dice di avere anche citato, e la lingua che usa è appunto quella della narrativa e del racconto, l’unica che consente di non limitarsi alla descrizione, seppur puntuale, dello scenario ma di entrarci dentro.

Mi viene sempre in mente, in questi casi, di quando da piccolo fingevo di entrare dentro i quadri e inoltrarmi lungo le stradine dei paesaggi sullo sfondo, che sparivano dietro curve alberate, per camminarci dentro e vedere e ascoltare dall’interno, immaginarne anche i suoni e i ritmi, l’aria, e può essere anche faticoso, come deve essere stato in questo caso torcere l’immaginazione per riportarla con i piedi a terra: “… allargò le narici incredulo: era una brezza, un movimento d’aria quello che sentiva? Rimasero tutti pietrificati a fissare le nubi che sembravano avvicinarsi veloci. Nel cielo si scarabocchiò una linea frastagliata, il graffio di un fulmine lontano, pieno di screziature viola. Sentirono un odore di ozono, sentirono l’eco flebile dei tuoni…”

Sono tanti i temi o le citazioni che mi vengono in mente, credo che nel romanzo ce ne siano tante per tanti diversi lettori, ciascuno libero di cogliere con la sua propria sensibilità. Uno in particolare mi preme accennare, la Cassandra di Christa Wolf, citando ancora dal romanzo di Arpaia: “A volte, pensò Livio rialzandosi, ci sono cose che uno preferirebbe non capire, perché capirle significava anche sapere senza scappatoie che disastro siamo.” 

Elias Canetti, da quanto posso comprendere scorrendo la sua analisi Massa e potere, definirebbe il gruppo raccontato da Arpaia una massa chiusa, che si rinserra e si preserva rinunciando a crescere pur di restare compatta, o forse ancora di più una massa lenta, che è disposta a piegarsi e accettare di restare compatta e compressa rinviando tutto ciò che le rimane ad uno scopo lontano – c’è un po’ il tema arcaico della terra promessa –  una massa nella quale possono sopravvivere anche sprazzi di individualità, nei quali continua a contare, un po’, anche il presente, il qui ed ora, il senso di un ricordo o anche solo di un cenno scambiato in assenza di parole che stentano a prendere forma. In attesa forse di nuovi legami, quando la massa si disgregherà, giunta forse di fronte al suo scopo.

Ma più che gli sprazzi di individualità, il motore vero – perché non esiste mai la staticità in questo romanzo, neanche nelle soste, esiste sempre una specie di rumore di fondo – credo che sia nel cammino, sta nel camminare l’ultima vera risorsa per arrivare fino al Mar Baltico per chi ce la farà: una lunghissima camminata a piedi, in colonna, incessante, un passo dopo l’altro, dall’alba al tramonto, o di notte, sono i piedi di tutti che tutti insieme camminano, è il terreno sotto i piedi che sentono camminando, ciascuno il suo tonfo frammisto al respiro. È il rialzarsi in piedi dopo ogni sosta che da il ritmo -come fosse un senso che deve comunque esserci da qualche parte: è a questo che si riferisce il titolo ‘Qualcosa, là fuori’ ?-  a tutto ciò che avviene dopo aver superato il punto di non ritorno, che chissà quando è avvenuto di preciso?

 

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Ci vuole una musica per questa terra

Oramai mi sto convincendo che ci vuole una musica per questa terra. E non mi riferisco ai concerti di Risorgi Marche, ogni analogia è puramente casuale (ho partecipato anch’io a uno di questi concerti, scherzando ho sottolineato a chi me lo chiedeva che mi avevano recintato dentro e dunque non potevo scappare. Eravamo sui campi aperti sopra Rubbiano, avevano da poco falciato il grano, un balcone naturale aperto verso tutte le parti, tanto sole e cielo sulle pendici della Sibilla, poco più in là la Regina e nascosto in mezzo a loro l’Infernaccio, chiuso sotto le frane dei recenti terremoti. Mi sembrava questo il vero concerto, senza togliere nulla a chi con la sua presenza, reale e non di maniera, lo rendeva possibile questo altro concerto dei luoghi, capace di dare un senso all’arrivo di tanti).
Ci vuole una musica perché se è la poesia a estrarre le parole dalla nostra vita di ogni giorno, poi è la musica a farle volare nell’aria. Ripensando ai tamburelli suonati dalle fate discepole della Sibilla dei miti, o alle musiche delle nostre contrade più remote, remote come i meandri delle nostre vite, mi chiedo non soltanto come o cosa suonavano ma che cosa cantavano, a quali parole davano la forma delle ali per volare.
Chiacchierando con un amico musicista, affacciati ad un balcone di Balzo di Montegallo, con la montagna e le sue valli di verde davanti a noi e il paese silenzioso e vuoto alle nostre spalle, ho scoperto che la nostra musica popolare un tempo, forse un paio di secoli fa, era più ricca di suoni e strumenti, volavano nell’aria ad esempio i suoni delle corde dei violini, capaci di una continuità ed estensione che affonda forse proprio nei meandri di quelle valli simili ad una pelle del paesaggio. L’organetto arrivò dopo, ritrovandosi presto quasi da solo come un custode di echi più ampi, facendo del suo meglio per contenerli tutti.
Cerco quasi di rievocarli nella mente, quei suoni di corde che piangono e ridono, come se dovessi estrarli insieme alle parole che talvolta vado cercando per raccontare storie, ricercando sensi, ma la musica io fatico ad afferrarla.
La musica ho sempre immaginato che sia nelle mani del musicista prima che in altri spazi della mente. Ricordo un giorno mio padre, gli avevamo regalato a sorpresa per i suoi ottanta anni un mandolino. Da ragazzo, in quelle feste che si spargevano sulle terre delle nostre campagne, quando al riparo della notte  le fatiche del giorno si scioglievano in balli ritmati da stornelli, mio padre suonava il mandolino. Me lo hanno raccontato io non l’ho mai visto, e ascoltato, quando nacqui lui era già adulto di quasi mezzo secolo di vita. E il mandolino non lo toccava già più e non lo toccò mai fino al giorno della sorpresa. Lo prese in mano commosso e poi come forzando una specie di pudore – se avesse avuto un cappello in testa se lo sarebbe tolto come si usava entrando in un luogo importante, di rispetto, con il passo incerto – e quel giorno anche lui con il gesto incerto aveva preso in mano il mandolino e poi aveva mosso la mano a ripetere alcuni antichi accordi custoditi nella sua memoria. Una memoria che aveva custodito nelle mani, mi resi conto guardandolo.
La musica è nelle mani che danzano nell’aria e sulla superficie degli strumenti, dev’essere per questo che lo strumento o gli strumenti di un musicista sono spesso prolungamenti della sua persona, simbiosi di quelle memorie anche quando il musicista non c’è più.
Ci vorrebbe una musica per queste terre, pensavo, e poi vengo a scoprire che qualcuno ci aveva anche pensato davvero, senza girarci sopra con le parole come faccio io ma ‘musicando’ direttamente, e con un progetto di agrimusicismo che in questo istante sembra tristemente spezzato, ma chissà…. chissà.
La poesia estrae le parole e la musica le fa volare, dicevo. Sì, mi sto convincendo che ci vuole una musica per questa terra, per far tornare a volare le parole e dare una nuova consistenza al silenzio che ho ascoltato passandoci dentro in questi giorni.
Io al mio solito sono passato di qui per pochi giorni e come un turista distratto, anche se ho già abbastanza età per avere sperimentato più volte che mai nulla avviene davvero per caso. Ma sempre distratto resto, perché non è qui che si sono formate le mie esperienze quindi tutto ciò che di nuovo mi sembra di sperimentare è soggetto a chissà quali mie suggestioni nascoste dentro di me. Lo so, o credo di saperlo.
La sensazione maggiore che ho di questi giorni trascorsi qui, ora che alle sei di mattina un gallo canta a squarciagola anche se soltanto a me e pochi altri in questo luogo di campagna sulle pendici della Sibilla dove mi sono fermato, la sensazione maggiore che ho di questi giorni è proprio il silenzio.
Bisogna camminarci dentro il silenzio, invidio chi è capace di farlo.
Il silenzio delle tante frazioni, borghi o paesi vuoti che ho attraversato, case messe in sicurezza e persone portate al sicuro altrove, strade spesso deserte, qua è là qualche cane che si è abituato a dormire sull’asfalto, e ti guarda passare restando in silenzio. Ieri sera dalle parti dei prati di Ragnolo all’ora del tramonto, c’era un falchetto a terra sull’asfalto, che mi fissava senza muoversi. La mattina prima un falchetto mi aveva osservato immobile dal cielo mentre fotografavo i ruderi silenziosi della chiesa di Santa Maria in Pantano: mi auguro che le lascino lì per sempre quelle macerie, senza toccarle più, patrimonio dell’umanità, testimoni esemplari di quella che in molti ora chiamano strategia dell’abbandono (la chiesa è venuta giù definitivamente con la neve e le scosse di gennaio, e da agosto era stato chiesto più volte di metterla per tempo in sicurezza).
Il silenzio è importante e ha una sua forza che dobbiamo imparare a conoscere, l’ho capito l’altra sera mentre fotografavo il simbolo della vita sulla parete esterna della chiesa di Santa Maria in Casalicchio, lungo la strada per Foce di Montemonaco, con la facciata rivolta su verso la corona della Sibilla, che domina anche questa valle. Nel momento in cui scattavo la foto ricevo un messaggio, mi dicono che tra gli artisti selezionati per Land Art 2017 alla gola del Furlo – una bellissima Gola, qui l’analogia c’è ed è reale – c’è un’ artista che si è ispirata per la sua “custode della sassaia” al verso di una delle canzoni che ho scritto per il mio libro di racconti contadini: “la memoria è come un sasso, quando ti colpisce non puoi trattenerla, con gli altri tu devi dividerla, se vuoi usarne la forza”.
Il silenzio è importante, dice più di mille parole, di queste parole che occorre tornare a estrarre con cura dalla vita quotidiana, è un silenzio che contiene già la sua musica, ci vuole una musica per questa terra, per far volare di nuovo le parole.

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Siamo tutti neri

Il 5 luglio “Fermi contro il razzismo”, ad un anno dall’uccisione del richiedente asilo Emmanuel Chidi Namdi.
Ventotto anni fa, ottobre 1989, ero a Roma alla prima grande manifestazione contro il razzismo, un corteo enorme, delegazioni da tutta Italia, presenti anche tantissimi gonfaloni dei Comuni portati da vigili urbani dalle mille divise e accompagnati da tante bande musicali dai tanti paesi di cui è ricca l’Italia. Allora a Villa Literno era stato assassinato Jerry Essan Masslo, un sudafricano scappato dall’apartheid per ritrovare il razzismo in Italia. I segnali del razzismo c’erano già tutti, e anche le connessioni con il caporalato e lo sfruttamento. Eppure l’abbiamo sottovalutato o comunque non affrontato in modo adeguato. E la situazione progressivamente è degenerata, sembra quasi che oramai ci stia sfuggendo di mano, da merce da usare strumentalmente sul piano della politica per ottenere facili consensi pare che stia diventando un vero e proprio bottino di guerra  verso cui correre per appropriarsene.

Il razzismo, leggevo molti anni fa in un testo di sociologia, è insito in modo naturale in ciascuno di noi, bisogna rendersene conto per controllarlo.
Mi sono occupato di intercultura e accoglienza per una ventina di anni, iniziando allora non solo da buoni propositi umanitari, di cui certe volte sottovalutiamo il lato retorico e il velo di razzismo potenziale che vi si nasconde, ma mi accostai a queste tematiche spinto da eventi di guerra, alla fine degli ottanta con la prima intifada palestinese, un conflitto con molti aspetti tragici, e qualche anno dopo con l’inizio del conflitto nella guerra di ex-Jugoslavia, come allora chiamavamo questo paese senza distinzioni, anche per una incapacità diffusa a coglierne differenze e ricchezze interne.
Un’intercultura, la mia, che si interrogava sul conflitto e sull’odio, e dell’accoglienza cercava di intravedere le complicazioni concrete al di là delle buone parole, e di queste buone parole tentava una lettura meno ovvia, districandosi tra i duplici significati di integrazione, tolleranza, diversità e così via.
Ricordo che al mio primo seminario di  formazione con un gruppo di insegnanti in una scuola elementare, mi presentati con il dizionario di lingua italiana.

Il razzismo, dicevo sopra, è insito naturalmente in ciascuno di noi, come una diffidenza individuale; il confronto con il prossimo non è mai scontato e va riguadagnato ogni giorno con un’attenzione continua.
Il razzismo inizia a diventare pericoloso, cioè a innescare odio, quando da individuale diventa sociale, si iniziano a condividere stereotipi ai danni di minoranze, convinzioni basate su percezioni distorte della realtà.
Il razzismo inizia ad accrescere ancora di più la sua pericolosità sociale, cioè a promuovere odio, quando dei gruppi organizzati iniziano ad assumere come bandiera questi stereotipi ai danni di minoranze amplificandoli di proposito, costruendo narrazioni distorte della realtà, cercando di assumere queste narrazioni distorte come il modo comune di guardare e interpretare i messaggi, a loro volta già distorti, che ci raggiungono. Come nella schizofrenia, ci giungono messaggi distorti, semplificanti e sbrigativi, soprattutto contraddittori, che saltano passaggi logici, non ci aiutano a districarci nella complessità sociale che ci circonda.
Diminuiscono anche le parole a nostra disposizione. Dal linguaggio degli ultimi decenni è scomparso tutto ciò che aveva a che fare con il conflitto sociale e il suo ruolo di mediazione e ricomposizione degli interessi  per raggiungere equilibri sociali più avanzati; è scomparso il concetto della solidarietà tra gli esclusi, la partecipazione intesa come osservazione critica è annullata dal consenso, le crisi economiche sono raccontate come se scaturissero da chissà quali complicati algoritmi tecnici che una mano più malvagia delle altre ha alterato, oppure vendute come opportunità che a loro volta nella nostra esperienza quotidiana non esistono. Come nella schizofrenia reagiamo dissociandoci.

Il razzismo diventa davvero pericoloso, cioè inizia a normalizzare l’odio, quando da sociale diventa politico e tenta di farsi sistema, entra nel linguaggio della politica, si infiltra nei comportamenti istituzionali o nelle interpretazioni di normative e leggi, cerca giustificazioni in nome di un realismo frutto di una percezione distorta della realtà, improvvisa ogni giorno soluzioni presentate ogni volta come la soluzione di tutto, accusa gli altri di essere “buonisti”, ingenui o addirittura compartecipi di chissà quali traffici occulti e  pronti a svendere il proprio paese. Argomentazioni che sempre meno cercano il dialogo e sempre più spazzano via o mettono al bando chi la pensa diversamente.  Quando mi occupavo ancora in modo attivo di intercultura, uno dei testi che tornavo a consultare più spesso era Cassandra di Christa Wolf, la sua rilettura del mito antico che più mi affascina. Un po’ come gli artisti, che diventano veggenti loro malgrado, solo perché sono resilienti ad una percezione distorta dei segnali che vengono dalla realtà: la nostra resilienza individuale è fondamentale.

Raccontare in modo corretto la realtà, e soprattutto raccontarla dialogando altrimenti a chi la raccontiamo: a noi stessi? Sembrerebbe una battaglia persa già in partenza nell’odierno mondo dei social e dei media pigliatutto, ma anche qui forse più che da astrusi algoritmi dipende da questioni di potere o di stereotipi sempre più consolidati. La resilienza individuale di tanti deve essere però sostenuta e non ostacolata, deve essere valorizzata e presa ad esempio,  la realtà deve essere raccontata per quello che veramente è, nella sua complessità, per aiutarci a capirla e non a confonderci, per tornare a ridurre la differenza tra una percezione distorta e ciò che realmente accade.

Emmanuel con la sua compagna Chinyery

 

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I martiri del XX giugno ricordando Regeni

Le memorie di ieri per costruire le memorie di oggi. È una frase che mi capita di pronunciare abbastanza spesso, ultimamente, quando ho occasione di raccontare le storie delle lotte contadine di ieri per ricordare e porre meglio all’attenzione le lotte di oggi.

Ieri sera questo tipo di sguardo è stato proposto magistralmente da Luigi Manconi, con un discorso appassionato, lineare e coinvolgente, seguito da tutti con la massima attenzione, quando ha collocato sullo stesso piano emotivo e politico le torture subite dai 7 ragazzi martiri il 20 giugno ’44 a Jesi e le torture subite dal giovane Giulio Regeni, nato 44 anni dopo l’eccidio di Jesi, e torturato e ucciso all’età di 28 anni, un’età di poco superiore a quella dei ragazzi martiri, di fatto un loro coetaneo.
Non è una forzatura accostare questi episodi, ha specificato Manconi, ma esattamente il contrario, perché chi perde la memoria dei fatti di ieri è condannato a ripetere gli stessi errori, orrori e dolori del passato.  L’anno in cui è nato Giulio Regeni è lo stesso in cui il nostro Stato ratificava la convenzione internazionale contro la tortura, eppure dopo quasi trenta anni una legge non c’è e per di più quella che tra poco potrebbe essere approvata si presenterà snaturata e privata dei suoi connotati di significato. “Un paese che ancora non è stato in grado di produrre una legge degna di questo nome non ha nemmeno l’autorevolezza per ottenere dal governo egiziano che si renda giustizia e verità a Giulio Regeni” ha sottolineato Manconi. Se gli autori delle torture e dell’eccidio di Jesi del giugno ’44 sono rimasti impuniti, occorre che non restino impuniti anche i responsabili della crudele morte riservata a Giulio Regeni.

Questo è stato il filo conduttore dell’intervento di Luigi Manconi, per sottolineare come le memorie di ieri ci possono aiutare a unirci sui temi importanti di oggi, della convivenza democratica nel rispetto dei diritti umani, e dunque la Resistenza non sia affatto una memoria  divisiva e da superare, come  invece cercano di attaccare i revisionisti di sempre, i mestatori odierni di odio, gli stessi che voteranno contro la legge del reato di tortura non perché il testo sia stato snaturato dalle mediazioni e scambi politici al ribasso, ma perché invece quella pratica comunque non la disdegnano.

L’intervento di Luigi Manconi era stato preceduto da un altro oratore, Riccardo Ciampichetti, molto giovane, coetaneo dunque dei ragazzi che eravamo lì a ricordare, uno studente del liceo il quale, come ha detto lui stesso, ha conosciuto questa storia dei martiri del XX giugno solo lo scorso 24 aprile, alla vigilia dell’importante corteo che ogni anno si tiene in città, e allora in questi mesi ha fatto una sua ricerca, si è documentato e ieri sera è stato affidato a lui il compito di ricostruire quella storia, e lo ha fatto con un linguaggio asciutto preciso e già sicuro, e per questo ancora più efficace.

Entrambi gli oratori erano stati introdotti dal Sindaco di Jesi Massimo Bacci, che poco prima aveva deposto una corona in ricordo dei 7 ragazzi martiri, al termine del corteo che ogni anno percorre un tratto della campagna di via Montecappone fino al monumento realizzato sul luogo dell’eccidio. Come sempre, un folla numerosa con persone di tutte le età, insieme all’Anpi di Jesi.

(Alcune commemorazioni degli anni precedenti)

 

 

 

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Mille persone in meno tra i 26 e i 40 anni di età

Jesi: Tendenze anagrafiche, uno sguardo veloce ai dati delle iscrizioni anagrafiche raccolti dall’Istat: in cinque anni mille persone in meno tra i 26 e i 40 anni di età.

(Alcune curiosità guardando molto velocemente tra i dati delle iscrizioni anagrafiche, con tutte le cautele del caso e gli approfondimenti, verifiche e risontri ulteriori che sarebbero necessari per una valutazione più ponderata)

A Jesi nei cinque anni tra il 1 gennaio 2012 e il 1 gennaio 2016 la popolazione residente è aumentata di 200 unità, pari allo 0,5%: addirittura una leggera crescita. Ma che cosa c’è dentro questo totale? Intanto i residenti con cittadinanza italiana sono diminuiti di 610 unità, più che sostituiti da 810 residenti senza cittadinanza italiana, saliti dal 9.5% all’11,5% del totale; ma si tratta di un rimpiazzo solo apparente, o parziale.

I mutamenti sono ancora più significativi e preoccupanti se guardiamo la struttura per età. Le classi di età dai 26 ai 40 anni diminuiscono in soli 5 anni di quasi mille unità assolute, di cui 1.030 con cittadinanza italiana, sostituiti solo parzialmente da non italiani, appena 147 in più (tra l’altro, tra i cittadini italiani, sono compresi anche gli “ex stranieri” che nel frattemmpo hanno ottenuto la cittadinanza). Dove sono finite queste mille persone che non ci sono più? Occorre un’analisi più approfondita, per distinguere chi è andato letteralmente via per cercarsi magari un lavoro in un altro paese europeo, e quanto invece incide il fatto che a mano a mano che questa classe di età invecchia, viene sostituita dalle classi più giovani, meno numerose.

Il tasso di dipendenza, che misura il peso della popolazione non in età da lavoro (sotto i 14 anni e sopra i 65) su quella in età da lavoro (da 15 a 64) in soli cinque anni è cresciuto, calcolandolo solo sui residenti con cittadinanza italiana, di ben 4 punti, quasi un punto all’anno; se inseriamo anche i residenti senza cittadinanza, il tasso registra comunque sempre una crescita significativa, di 2,8 punti.

Insomma, il contributo dei residenti senza cittadinanza, se da un lato consente di mantenere più o meno stabile la popolazione totale, non è in ogni caso sufficiente per mantenere stabile il tasso di dipendenza, dato il veloce invecchiamento della popolazione.

Questo tipo di fenomeno è probabile che si aggravi ancora nei prossimi anni, a cusa sia di una progressiva minore iscrizione di nuovi residenzi stranieri, sia per la tendenza di giovani in età di lavoro di andare via, sia soprattutto per la minore numerosità delle classi di età più giovani che nei prossimi anni dovranno rimpiazzare quelle che nel frattempo invecchiano.

Per contrastare questo fenomeno occorre una maggiore capacità di attrarre nuovi residenti, con tutto ciò di complesso che questo concetto può contenere.

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Teatrando, il gioco del teatro

Venerdì 2 giugno ci siamo esibiti al Teatro Ferrari di San Marcello con una performance dal titolo “Una giornata normale”, giocando disinvolti con il titolo di un importante film, “Una giornata particolare” di Ettore Scola. Una semplice e bella citazione, che ci piaceva fare, niente di più, giocando, come era nel titolo del laboratorio organizzato dall’Arci nel corso dell’anno e condotto da Maria Grazia Tiberi, intitolato appunto “Il gioco del teatro”. E quando si gioca l’importante è divertirsi, senza mai dimenticare che il gioco per funzionare e divertire davvero attraverso le finzioni che si mettono in campo, deve essere vero e non finto. E quindi noi, pur non essendo attori e pur restando ben consapevoli che non basta certo questo per diventare attori, abbiamo giocato a costruire una performance vera, che si sarebbe conclusa su un vero palco teatrale.

Il gruppo si era già formato nel precedente anno, sempre all’Arci e sempre sotto la guida di Maria Grazia Tiberi, “la maestra” come scherzando l’abbiamo sempre chiamata, con un corso di dizione e sviluppo della voce che già lo scorso anno si era concluso con la performance di letture ed animazione “Parole e letture in metro”, sempre sul palco del Teatro Ferrari di San Marcello, seguita poi da una replica estiva a Jesi in piazza delle Monnighette.

A questo “debutto” sono seguiti nei mesi successivi anche diversi interventi di lettura: alla rassegna “Letti di notte” presso la libreria dei ragazzi; agli incontri letterari “Le Marche in Biblioteca” presso la Planettiana; alla Casa delle Culture insieme ad un gruppo di rifugiati nella giornata dedicata ai migranti il 20 dicembre scorso; alla Biblioteca La Fornace di Moie per la giornata “LeggoNoRogo” il 10 maggio, e altre occasioni ancora, tutte di impegno e di promozione culturale.

Intanto avevamo anche iniziato la seconda annualità del nostro laboratorio, aggiungendo qualcosa di nuovo alla dizione e alla lettura, mentre in Arci i laboratori addirittura raddoppiavano: mentre noi inziavamo il nostro secondo anno con “Il gioco del teatro”, in parallelo un secondo gruppo di aspiranti lettori iniziava il suo primo corso di dizione e sviluppo della voce, anche questo poi concluso con successo con una performance lo scorso mese di maggio qui a Jesi, a Palazzo Santoni, intitolata “Donne a casa”.

Insomma, la cornice della nostra performance “Una giornata normale” è questa, per nulla improvvisata o casuale, tanto per riempire il tempo, ma inserita in un progetto che ha richiesto costanza e continuità e impegno dei partecipanti, e la scoperta graduale giorno dopo giorno che il senso di ciò che si fa siamo noi stessi a costruirlo giorno dopo giorno, non esiste prima di noi come una ricetta da applicare ma lo ritroviamo invece dentro il risultato che insieme abbiamo realizzato. Sempre giocando, mai dimenticare questo, perché poi l’impegno è impegno e non sempre tutto fila liscio via tranquillo, ci sono sempre come in tutte le cose momenti più critici, impasse, piccoli incidenti da risolvere o riassorbire, e il gioco aiuta, non è futile, crea interazione, si dice appunto “mettersi in gioco.”

All’inizio abbiamo individuato l’idea da sviluppare, e con questa in testa ci siamo misurati con la costruzione dei personaggi, scegliendoli collettivamente, quasi un gioco da debuttanti allo sbaraglio nel quale ciascuno è stato messo in mezzo e gli altri attorno gli affibbiano caratteristiche, tic, difetti, si gioca perfino ad aggredirlo. Ce n’è per tutti ed è un modo molto democratico di ricavarsi un ruolo, tutti alla pari senza nessuno che prevarichi o si trinceri nelle sue difese, come avviene di solito nella realtà, ma sviluppando poi nelle interazioni con gli altri il modo di ciascuno di entrare nel proprio personaggio. È un’esperienza interessante.

Le interazioni da sperimentare si sono ispirate all’idea iniziale della situazione che volevamo costruire, e così improvvisando è nato un canovaccio da seguire, di cui poi mi è stato assegnato – io sono “lo scrittore” del gruppo – il compito di fissarlo in un copione. Ma è nato con questo ordine, in modo del tutto collettivo, e ha continuato anche ad arricchirsi nel corso delle prove con tutte quelle piccole variazioni che ciascuno vi ha introdotto, qualcuna addirittura mentre eravamo sul palco con il nostro pubblico, composto da amici, parenti, un po’ di curiosi, quanto basta per ritrovarsi con una platea che ha partecipato bene al nostro divertirci sul palco. Si sentiva.

L’idea che abbiamo sviluppato, suggerita da Maria Grazia Tiberi, che ci ha guidato in questo percorso mentre costruivamo il tutto insieme a lei, poteva essere anche banale: si susseguono alcuni quadri, prima una scolaresca assai vivace e particolare e un bisbetico professore che vorrebbe far bere i libri con l’imbuto, poi dei tranquilli, ma fino ad un certo punto, giochi di mimo citando film, infine una “Tribuna illetterale dove nulla deve essere preso alla lettera” con assai improbabili rappresentanti del popolo che si lanciano in discorsi che sembrano incomprensibili, mentre in realtà sono citazioni di famosi testi filosofici e letterari o di veri politici, il tutto tra gag, sorprese e giochi prima di ritrovarli alla fine tutti con un bel camice bianco in fila per ricevere la dose giornaliera di tranquillante. Insomma, si trattava soltanto della solita giornata normale, ricca soltanto delle cose eccezionali che ha saputo mettere in campo.

Personalmente avevo iniziato questo percorso, nel primo anno, interessato soltanto alla dizione e allo sviluppo della voce, perché avevo scoperto il piacere della lettura ad alta voce e volevo approfondire, e forse resterà questa, la lettura, l’attività principale  del nostro gruppo che nel frattempo abbiamo chiamato ArciVoce, ma non è detto che ci si fermi qui; in realtà non conosco ancora le aspettative di ciascuno perché tra di noi non abbiamo mai discusso davvero di questo, ma ora credo che siamo pronti per farlo.
Ma forse non si tratta nemmeno di scegliere tra “leggendo” o “teatrando” in un modo rigido; mi rendo conto, infatti, dopo averli sperimentati entrambi, che “leggere” e “recitare” sono due linguaggi ben distinti, con regole e potenzialità diverse, che però si arricchiscono reciprocamente se si ha consapevolezza di entrambe le possibilità.

Mi sono reso conto che leggere non è più facile perché non devi impararare il testo a memoria, perché ti resta sempre da interpretare il modo di relazionare tu che leggi al testo che leggi, e mi sono reso conto che recitare consente anche delle libertà in più, o di tipo diverso, che non hai leggendo ma nascono dalla interazione con gli altri sul palco, o forse soprattutto dal calarsi dentro il personaggio, che non è mai uguale ma ti riserva sempre qualcosa in più. Qando provi, sì, lo fai per rafforzare la memoria, assimilare i tempi, metterti a tuo agio, ma in realtà anche per acquisire la consapevolezza che ciò che ripeti non è mai esattamente uguale, c’è sempre qualcos’altro, nell’emozione, nel tono e nel senso.

(Sul palco, seguendo l’ordine della foto in alto: Rosella Canari, Agnese Cesaroni, Manuela Carotti, la coach Maria Grazia Tiberi, Cristina Corsini, Lori Barboni, Tullio Bugari, Matteo Tiranti).

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“Che volete che sia, non avete mai visto un dirigibile?”

Sabato scorso, 11 marzo, ho partecipato come finalista della sezione editi, una delle quattro  previste, al Premio Letterario “Prunola” a Castelfranco Veneto.  Il mio libro – un racconto per ragazzi dal titolo «La tenda rossa, viaggio nell’altrove» pubblicato nel settembre scorso da Fara Editore – si è classificato terzo; di seguito ecco il breve brano che è stato letto, in un bel teatro affollato, con i posti esauriti.

«… Qualcosa d’insolito stava però accadendo in quella pausa nel mezzo di una giornata qualunque. Una grande ombra stava oscurando il cielo. Tutti i ragazzi si erano precipitati alla finestra, giusto in tempo per scorgere la sagoma di un immenso dirigibile che sorvolava il tetto della scuola, prima di sparire via verso il lato opposto. Per un attimo aveva lasciato dietro di sé il debole rumore del piccolo motore dell’elica, che sottile come un trapano bucava l’aria leggera nella quale sembrava volersi aggrappare. Imponente.
Poi lo rividero laggiù, lontano e piccolino, che continuava a navigare al centro di quella landa, dritto verso la sua meta.
Si trattava senza dubbio di una novità, era fin troppo evidente. Dopo alcuni secondi anche il sole sparì e iniziò a fioccare la neve. Una vera tempesta. Un vorticoso turbinio di fiocchi che tutto nascondeva e racchiudeva come dentro un soffice e candido guscio. I ragazzi avevano smesso di mangiare le merende e da dietro i vetri osservavano incantati quella nuova magia. Erano allegri e si davano spintoni. Si appoggiavano gli uni sulle spalle degli altri, scambiandosi scherzi. Qualcuno cercava di spiegare qualcosa a qualche suo amico, ma più per capire lui stesso, dato che nessuno poteva saperne più degli altri.
Tutto rischiava di assumere un andamento inconsueto per quei ragazzi e quindi la maestra intervenne per richiamarli alle più collaudate abitudini: dopo tutto era l’ora della merenda e dovevano sbrigarsi a mangiare, andare al bagno, fare ricreazione, riposarsi, essere pronti a riprendere il compito non appena il bidello avesse suonato la campanella:
“Su, non attardatevi.”
E poi, con l’aria di chi la sa lunga:
“Che volete che sia, non avete mai visto un dirigibile?”
Dentro di sé però era preoccupata, anche lei si rendeva conto che stava accadendo qualcosa di non proprio normale, seppure la sua mente vi resisteva grazie a quel sano scetticismo collaudato in tanti anni di paziente e regolare insegnamento quotidiano. Si chiedeva:
“Non sarà mica uno di quei nuovi progetti che s’inventano al Ministero?”
I ragazzi, con un fare noncurante, simulavano soltanto una scettica adesione al richiamo della maestra e tardavano ancora a mangiare o giocare, come si pensa che dovrebbero fare normalmente i ragazzi di tutto il mondo, divertirsi spensierati durante la ricreazione, in modo che nessuno si senta obbligato a capire cosa gli passi davvero per la testa.
Non era così. Loro continuavano a lanciare furtive occhiate fuori dalla finestra. Qualcosa era cambiato, non era possibile negarlo. Il turbinio di neve s’era dapprima diradato e poi, come accade alla nebbia quando l’aria si fa limpida, anche il guscio bianco di nevischio che li aveva avvolti era svanito. Davanti alla scuola ora si scorgeva una grande distesa bianca, profonda come l’orizzonte, e laggiù, poco prima della linea ultima dove lo sguardo arriva appena, s’intravedeva un puntino rosso. Sembrava quasi di udire delle voci che chiamavano… e la campanella ancora non suonava…»

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Prospettive diverse

«La tenda rossa, viaggio nell’altrove» di Tullio Bugari
recensione di Giovanni Antonini

tendarossacoverwLa storia sta alla base della vita. Non si può pensare all’oggi senza aver chiaro da dove veniamo. Sempre più spesso si sente parlare della storia come testimonianza del passato, come verità da ascoltare, da seguire, per far sì che l’uomo non commetta più le orribili gesta remote, affinché invece possa riproporre ciò che è stato amato e considerato giusto. Un passato come fondamento del presente, un passato come istruttore di vita, un passato come condottiero di verità. Un passato dal quale anche i bambini devono trovare gli spunti, capire il senso, sempre e comunque guardando dalla loro prospettiva. Una prospettiva diversa, più “bassa”, che vede con occhi speciali il mondo. La chiave di volta per avvicinare il bambino alla scoperta del passato è stuzzicarlo, trovare qualcosa per la quale lui sia disposto a mettersi in gioco. Tullio Bugari con il suo racconto riesce in questo intento. Riesce a far scoprire il passato a suo figlio. Ci riesce grazie alle sue abilità creative, fantasiose, innovative. Ha il potere di intrappolare il lettore nel suo racconto così come ha fatto con il suo bambino. Ha spiegato la scoperta del Polo Nord da parte degli italiani con il dirigibile Italia attraverso una favola nella quale però non mancano in alcun modo riferimenti reali, storici. Robinson è un bambino che si ritrova immerso nell’avventura dell’italiano Umberto Nobile, accompagnato dall’esploratore norvegese Roald Amundsen e dal finanziere statunitense Lincoln Ellsworth, avventura del 1928 sul dirigibile Italia, che si schiantò durante il viaggio di ritorno sulla banchisa polare. E a causa di questo terribile incidente per la prima volta partì una missione internazionale di soccorso. In questa storia si immerge una scuola elementare: i bambini si ritrovano protagonisti del soccorso dei naufraghi del dirigibile Italia. Storia nella storia; storia fantastica nella storia vera. Tullio Bugari riesce a creare un racconto di immensa creatività, unicità e coesione tra la realtà e la fantasia. Basandosi su questo modello si può insegnare ai bambini e ai ragazzi la Storia senza dover essere noiosi, immergendoli nel loro habitat, quello delle favole, dei racconti, così da renderli partecipi di un mondo ancora troppo grande per loro.
Ritengo che nella storia raccontata da Tullio Bugari sia presente anche un’altra verità: non solamente i grandi insegnano ai piccoli, ma anche i piccoli insegnano ai grandi. L’ombelico è un esempio puntuale. Certamente viene raccontata in modo giocoso la vicenda del periscopio, ma al suo interno è presente una straordinaria verità. Robin Williams insegnava ai suoi studenti nel film L’attimo fuggente di fermarsi un attimo, guardare il mondo da un’altra prospettiva, non limitarsi a vedere solo dal proprio punto di vista. Robinson fa lo stesso: insegna al suo Direttore a guardare da un punto di vista più basso, dall’altezza di un bambino, così da poter vedere la realtà in modo diverso. Grazie a questo racconto, ogni lettore bambino capirà la Storia, si meraviglierà e rimarrà catturato dagli avvincenti colpi di scena. Mentre, contemporaneamente, ogni lettore adulto verrà spinto a riflettere su molti aspetti della vita umana e soprattutto sulla grandiosa potenza della vista e sull’importanza della prospettiva. Un libro completo, un libro per tutti…

(pubblicata sul blog Narrabilando il 30 gennaio 2017)

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“Cominciò la vita, cominciò la Resistenza”

“Cominciò la vita, cominciò la Resistenza” (ricordando Aurelio Ricciardelli. aurelioHo avuto l’occasione pochi giorni fa di presentare il mio ultimo libro L’erba dagli zoccoli (L’altra Resistenza, racconti di una lotta contadina) dedicato alle lotte contadine, in provincia di Ravenna, e ho colto l’occasione per dedicare il reading concerto al partigiano Aurelio Ricciardelli, per i motivi che ho ricordato nell’articolo pubblicato sul blog dedicato al libro, e che ripubblico anche qui, per aggiungerlo agli articoli dedicati a suo tempo alla Staffetta della Memoria, quando ebbi l’occasione di incontrare e conoscere Aurelio a Monte battaglia, sopra Casola Valsenio.

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“Una situazione che non potete immaginare voi giovani, nella quale ci siamo trovati noi all’età di diciotto o diciannove anni. Ci siamo trovati in una guerra, alla caduta del fascismo, l’8 settembre e l’armistizio; pensavamo che fosse tutto finito e invece cominciò la vita, cominciò la Resistenza” ci diceva il partigiano Aurelio Ricciardelli, quando l’abbiamo incontrato sul Monte Battaglia, sopra Casola Valsenio, provincia di Ravenna, quando siamo passati di lì in bicicletta con la Staffetta della memoria lungo la Linea Gotica.

Ho voluto iniziare così domenica 20, al Circolo Arci Casablanca di Villanova di Bagnacavallo (Ravenna), dedicando letture e canzoni al partigiano Aurelio Ricciarelli. Aurelio ci ha lasciati due anni fa ma ho avuto l’onore di conoscerlo; Aurelio è stato uno degli stimoli importanti che mi hanno spinto a scrivere questo libro che ho dedicato ai contadini, e ho maturato proprio durante quei viaggi alla riscoperta delle memorie sulla Linea Gotica. Aurelio infatti non raccontava di combattimenti, preferiva invece ricordare i contadini di quella zona, che si toglievano letteralmente il pane dalla bocca per aiutare quei ragazzi su quel monte a sopravvivere al freddo e alla fame. Raccontava di quella bella storia di solidarietà e di scambio tra quei ragazzi e quei contadini, la storia del grano e della farina raccolti per fare il pane per tutti, che poi fu ridistribuito, perché la Resistenza è innanzitutto solidarietà e relazioni sociali di vita, storie vissute dentro quei luoghi che siamo noi.

Così, già durante quell’incontro con Aurelio, e con le tante altre storie incontrate dentro quei viaggi in bicicletta – molto belli, peraltro, per noi immersi in luoghi di grande bellezza e che meritano di essere vissuti in pace e apprezzati – mi chiedevo cosa avessero fatto i contadini, e quei ragazzi scesi dalla montagna, una volta finita la Resistenza. Si può tornare ad essere quelli di prima come se niente fosse? Non credo, quelle esperienze ci aprono dentro altri occhi. E così, cercando, ho trovato quella che nel sottotitolo del libro ho chiamato l’Altra Resistenza, quella delle lotte contadine, già iniziate in Sicilia e Calabria nel ’43 appena sbarcati gli Alleati, e proseguite risalendo il paese, fino agli anni Cinquanta.

Il legame con la Resistenza era forte, sia diretto che indiretto, sia nelle singole persone, con i tanti ragazzi partigiani che tornavano a casa e trovavano un intero sistema sociale e di sfruttamento ancora da cambiare, e che non volevano più accettare. Perché la democrazia è questo, la possibilità lottare e di utilizzare gli strumenti per rendere la vita più equa. Nei racconti che ho inserito nel libro ne ho trovati tanti di questi ragazzi, come Vittorio Veronesi della zona di Porto Mantovano, Maria Margotti di Argenta e che diede il suo contributo anche come staffetta – Vittorio cadde ucciso il giorno del primo anniversario dell’uccisione di Maria. Oppure ho trovato Placido Rizzotto che fu partigiano in Carnia (Friuli), e poi tornò per fare il segretario della Camera del Lavoro a Corleone.  O ancora, lo scorso anno, dalle mie parti, partecipando a una bicicletta della memoria, ho scoperto tra i nomi su una lapide nel paese di Staffolo (Ancona) il nome di un ragazzo di Bisacquino, Alesci Antonio, il paese vicino Corleone dove i contadini andarono a occupare le terre guidati dal ventenne Pio la Torre, che nel frattempo era andato a sostituire Rizzato alla camera del Lavoro. Oppure, qui a Jesi, tra i sette martiri del XX giugno, c’era un ragazzo, Enzo Carboni anche lui ventenne, che veniva da Santa Eufemia di Aspromonte, un’altra terra, la Calabria, che ha dato molto alle lotte contadine, purtroppo anche in termini di vittime come a Calabricata e a Melissa.

Potrei continuare a lungo, tanto sono numerosi e forti questi legami e ce ne sono anche altri che cito nel libro, ad esempio tra le note del racconto dedicato alle occupazioni d’Arneo in Salento cito il partigiano Gianni Giannoccolo, che di recente ho avuto l’occasione e l’onore di conoscere.

Ma oltre alla continuità diretta, di tante singole persone che erano state in guerra o al confino, o nei campi di prigionia o in montagna, e avevano incrociato  le loro esistenze e scambiato conoscenze, e insieme alle esperienze individuali avevano maturato soprattutto nella lotta partigiana anche un’esperienza sociale, di partecipazione e di modalità organizzative che si dimostrarono pronte a veicolare quella domanda individuale e sociale di cambiamento. Non solo come stimolo e metodo nel momento della lotta, dell’occupazione della terra o dello sciopero, ma anche come sostegno organizzativo e solidale, perché quando si andava a occupare un latifondo o si organizzava uno sciopero a rovescio, come al Cormor in Friuli, o sul Fucino o a Lentella in Abruzzo, oppure a Melissa in Calabria nel ’46 che furono i primi a inventarlo, partivano migliaia di persone e c’era da organizzare la logistica, il trasporto, il mangiare, gli attrezzi, dividere la terra, prepararsi a ricevere la polizia e tutto. E anche dopo, nel momento del sostegno, dopo le dure repressioni, perché furono oltre centomila i contadini che passarono per le patrie galere in quegli anni e un centinaio le vittime, e spesso c’erano bambini che restavano senza genitori o famiglie senza nessun lavoro, e anche allora erano pronte le strutture organizzative della Resistenza,  come i Gruppi di difesa della donna nati nella lotta partigiana, prima che si organizzassero l’Udi o l’Anpi o i sindacati, per accogliere i bambini del meridione presso altre famiglie contadine, anche loro in lotta ma in condizioni un po’ meno drammatiche. I treni della felicità furono chiamati, un’esperienza già iniziata dopo i disastri dei grandi bombardamenti della guerra, nel ’45, anche per bambini di città come Milano o Roma. Tra il ’45 e il 52 furono 70 mila i bambini accolti presso altre famiglie. Tantissimi. Ho trovato queste esperienze di accoglienza anche nella zona di Ravenna, ad esempio a Lugo con Irma SiroliIda Cavallini; erano presenti in tutta l’Emilia Romagna e anche nelle regioni vicine, ne ho trovate anche nella mia regione, ad Ancona con i bambini di San Severo di Foggia e a Pesaro con i bambini di Montescaglioso. Alcuni di questi esempi li cito nei racconti del libro. Erano tutti più buoni allora? Non credo si possa ridurre tutto ad un’ideologica categoria della bontà, con il risultato magari di piangersi addosso per un tempo presente che ci appare assai meno solidale, credo piuttosto che era il risultato di una grande esperienza sociale, che era stato duro mettere in movimento e che non era affatto scontata nemmeno allora.

Però, mentre della Resistenza combattuta si è parlato sempre un po’ di più, degli anni immediatamente successivi tutti noi anche della nostra area culturale politica abbiamo sempre conosciuto assai meno, come se questo pezzo ulteriore di memoria non fosse stato il nostro. E proprio questo è il perché della dedica che ho voluto fare ad Aurelio Ricciarelli; anzi, penso che a lui stesso sarebbe piaciuta di più una dedica rivolta  direttamente ai contadini, perché lui stesso per prima cosa ricordava sempre il ruolo fondamentale di quei contadini, senza il cui aiuto non si sarebbe realizzato nulla.

Trovarmi un provincia di Ravenna mi ha stimolato questa dedica e queste riflessioni. Per il resto, una bella serata, di incontri e di storie, alternando le mie letture dal libro alle canzoni suonate e cantate da Silvano Staffolani e composte insieme ispirandoci alle stese storie del libro. Il primo brano letto è stato dedicato alle lotte mezzadrili del Centro Italia, seguito dalla storia di Maria Margotti, di Argenta, a pochi chilometri da qui, e poi due letture sui contadini senza terra ricordando le occupazioni dei latifondi a Melissa in Calabria e a Bisacquino in Sicilia. Le canzoni ispirate al libro e che sono state eseguite si possono ascoltare anche alla pagina Soundcloud
Questa volta siamo stati ospitati da un circolo Arci, il Casablanca di Villanova (Ra), e si trattava inoltre di una serata militante, una cena di autofinanziamento per le iniziative svolte durate la campagna referendaria dal Comitato per il No.

(Domenica 4 dicembre L’erba dagli zoccoli in lettura e musica sarà a Roma al Festival delle terre)

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«Vivo all’ombra di un sogno, in attesa di un raggio di sole»

4Vivo all’ombra di un sogno, in attesa di un raggio di sole, è la didascalia ad una delle foto di Marco Cardinali, in esposizione in questi giorni al Palazzo dei Convegni di Jesi. La foto ritrae un sorridente indigeno Papua, che sta lì in posa davanti alla macchina fotografica con la stessa naturalezza di una pausa tra amici, come se lui e Marco si fossero fermati un attimo lungo la strada, mentre insieme chiacchieravano e andavano a prendere un caffè. Lo sto immaginando ma non mi sorprenderei di scoprire che più o meno era questa la situazione.

L’isola di Papua si trova nell’Oceano Pacifico, e diversamente dalle nostre percezioni più frettolose, non è un’isoletta sperduta ma la seconda più grande isola al mondo dopo la Groenlandia, con una superficie che è più del doppio dell’intero territorio italiano. Papua politicamente è divisa in due. La parte est è uno stato indipendente dal 1975, con il nome Papua Nuova Guinea. La parte ovest fa parte dell’Indonesia, quarto paese al mondo per popolazione, dopo Cina, Inda e Usa. Mi piace richiamare le dimensioni, per ricordarci di come a confronto siamo piccolini, e mi piace dare uno sguardo alle carte geografiche per localizzare e provare a rendermi conto.

1Il confine politico tra le parti est e ovest dell’isola è costituito da una dritta linea che corre precisa da nord verso sud, sembra una zucca tagliata in due da un colpo di machete, durante una lite tra due contendenti. Non c’è nessuna storia, dietro, che ha tracciato nel tempo quei confini in equilibrio perenne, e dinamico, tra caratteristiche naturali e consuetudini sociali. Solo un colpo di machete, che la storia, piuttosto, la interrompe di colpo e ne cambia il corso. Uno dei tanti effetti del colonialismo, di scelte prese altrove. Nella parte ovest, West Papua, un territorio grande quanto l’Italia intera, da decenni si lotta per l’indipendenza dall’Indonesia, una delle innumerevoli guerre dimenticate, della quale si stimano dagli anni Settanta ad oggi, approssimativamente, circa 200 mila morti.

3Esattamente, combattono dal 1969, quando fu negata la possibilità dell’autodeterminazione. Il movimento indipendentista si chiama Organisasi Papua Merdeka (Organizzazione Papua Libera), in sigla OPM. Più che una guerra per l’indipendenza, ha il carattere di una guerra di liberazione, nel senso che il paese non è mai stato unito all’Indonesia se non sotto la forma della colonia olandese; quando l’Olanda concesse l’indipendenza all’Indonesia nel 1949, West Papua rimase sotto il controllo olandese ma poi il governo indonesiano, con la pressione e la forza, riuscì a ottenere l’annessione di West Papua, e quando ne negò definitivamente la possibilità dell’autodeterminazione, non restò che organizzare la guerriglia per Papua Libera – Papua Merdeka.

2Il movimento ha un largo appoggio da parte della composita popolazione, formata da molte diversi popoli.  Sullo sfondo degli interessi internazionali troviamo, come da copione, purtroppo, le solite cose, ad esempio la miniera Grasberg, la più grande miniera di rame e di oro del mondo (qui è tutto grande) che produce un utile di oltre un milione di dollari al giorno ed è di proprietà per l’80% della società americana Freeport McMoRan, mentre il secondo azionista con il 12% è la società inglese Rio Tinto, ex RTZ (insomma, un piccolo esempio del famoso “aiutiamoli a casa loro!”). Naturalmente, anche molti proprietari e politici indonesiani hanno interesse diretti nella miniera. Una scheda su questa situazione, si può trovare sul sito di Survival.

Tutte queste informazioni sono solo dei veloci flash, per chi volesse, c’è molto da approfondire. Lo stimolo a farlo viene dalle foto di Marco Cardinali, in esposizione da alcuni giorni al Palazzo dei Convegni di Jesi, con una mostra che resterà aperta tutta la prossima settimana , fino al 2 novembre.

5Marco è un viaggiatore difficile da descrivere, uno di quelli che ti scappano letteralmente via, prende e parte, come andare a prendere un caffè a Falconara o fare un salto dagli amici Papua, nel loro mondo libero, nonostante il tutto che gli accade. Un salto non solo antropologico, grazie alle sue foto, ma anche di nuovi sguardi che si tolgono dagli occhi tutto ciò che di solito ci ingombra e ci chiude, per allargarlo. Foto luminose, di cieli, di terra e di foreste e di acque, e di indigeni nella loro consuetudine quotidiana, foto di vita. Occorre farsi colpire da queste foto e poi lasciare che le loro emozioni inizino da sole a stimolarci dentro sensazioni e pensieri, instillare curiosità, spiazzare prospettive.
14469724_540668286124908_3787673104792937022_nHo già avuto modo di vedere altri lavori di Marco, sempre con lo stesso effetto, e anche di partecipare con lui qualche mese fa ad un incontro scolastico, dedicato a Thomas Sankarà, con ragazzi di terza media, e vedere quindi l’effetto di questo contatto. Viaggiare e fare foto è come prendere appunti. La foto è il mio block notes, mi pare che abbia scritto una volta un grande fotografo, ora nella fretta non sono in grado di ricordare l’autore della battuta, ma mi sembra adeguata anche in questo caso. Visitate la mostra, oltre alle foto trovate lì anche Marco, che sarà ben felice di raccontarvi i suoi viaggi.  Nel chiudere queste note, però, non posso non citare la foto più simpatica, che ho trovato sul suo profilo FB, con la scritta sovraimpressa di Toro vagabondo, che non ha bisogno di commenti.

 

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Dedicato a Predrag Matvejević

14457349_1014667721971518_7221347141520713896_nDomenica scorsa, il 25 settembre, mi hanno invitato qui nella mia città, Jesi, a una “festa balcanica”, che era già iniziata la sera prima, con diverse iniziative in luoghi vari. All’inizio mi avevano chiesto un discorso, un intervento, invitandomi a mettere insieme delle parole ma nonostante il forte legame emotivo, maturato oramai oltre venti anni fa verso queste terre e paesi, non mi sento né così esperto né così testimone da poter dire chissà che possa davvero interessare. Poi però ho pensato, spero a ragione, che poteva essere una buona occasione per leggere qualcosa scritto da altri, davvero figli di quelle terre e che invece spesso finiamo con il trascurare. Così ho portato un testo di Predrag Matvejević, per ricordarlo e rendergli omaggio, in questi giorni che si trova nel ritiro della sua casa tra pochi cari. Gli ho dedicato la serata e ho voluto ricordarlo o farlo conoscere a chi mi ascoltava, raccontando qualcosa di lui prima di iniziare a leggere.

Ho scelto come lettura l’inizio di un racconto che ci regalò, letteralmente, per un libro (Izbjeglice/Rifugiati) in cui avevamo raccolto testimonianze di profughi in fuga da quei paesi, o che in quei paesi magari stavano ritornando o cercando ancora di ritornare. Anche il racconto di Predrag Matvejević parlava di un ritorno, il suo, il primo dopo la guerra e dopo sette anni di esilio. Mi sembrava fosse questo, per quella serata, il modo migliore di introdurre alla Bosnia e agli altri paesi balcanici coloro che oggi sentono il desiderio o la curiosità di conoscerli meglio e di viaggiarvi. Non per rattristarli con spiacevoli ricordi ma perché credo che si viaggi meglio, e si apprezzino meglio le bellezze di un paese, quando si è ricchi di un po’ di consapevolezza in più della sua storia. Credo che così diventino un po’ più vere quelle bellezze.

E poi, subito a seguire, proprio come un viaggio che ha già preso il via, ho proseguito dopo quella prima lettura con altre tratte dal piacevole libro di Andrea Semplici e Mario Boccia, le storie di cibi e contadini di “Viaggio in Erzegovina“, i quali questa consapevolezza del viaggiare dentro l’essenza delle storie e la pienezza delle vite,  l’hanno maturata bene, nei viaggi di ieri tra la guerra o a ridosso della guerra, e poi dopo, soprattutto dopo, quando ne segui trepidante il ritorno ad una normalità che per darsi un senso deve essere qualcosa di più di quella che c’era prima. Letture molto piacevoli e divertenti ma per nulla leggere o banali, anzi un invito a guardare davvero quando si viaggia, e allora ho scelto degli spunti dalle ciliegie alica, i fagioli poljak, il cavolo raštika o la fenomenologia della rakija.

Ho fatto del mio meglio  nel leggere, non ho grande esperienza di queste cose, ma avevo ad accompagnarmi in sottofondo dei musicisti davvero bravi – Gafarov esemble quartet – ogni racconto commentato da un solo e diverso strumento. A sottolineare meglio il significato della lettura, che ho dedicato a Predrag Matvejević.  Una lettura introduttiva al concerto che poi è seguito, rendendo un vero omaggio musicale alle profondità dei paesi balcanici.

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Ecco la parte iniziale del racconto Ritorno al mio paese natale di Predrag Matvejević che nell’economia del tempo a disposizione e della situazione ho scelto di leggere:

Nell’autunno mi sono diretto alla volta del mio paese natale, pieno di speranza. Ne sono tornato con i brividi addosso. Sono stato a Mostar e Sarajevo, in Bosnia Erzegovina. Con me c’erano degli amici: una ventina di scrittori e giornalisti italiani collegati alla Fondazione Alberto Moravia, che insieme al “Circolo 99” di Sarajevo ha organizzato il viaggio.
mostarEravamo nel 1997: il dopoguerra sembrava altrettanto duro quanto la guerra stessa.
Ci siamo imbarcati ad Ancona, abbiamo attraversato l’Adriatico. Da Spalato con un pullman siamo andati verso Mostar. Erano giorni insolitamente chiari, come se l’estate li avesse conservati per donarli al primo autunno. Il mare in questa stagione è maturo, per essere stato a lungo esposto al sole. Sono passato molte volte per questi luoghi, mi sembra di conoscere ogni insenatura ai piedi del Mosor e di Biokovo, da Spalato fino a Dubrovnik. Ci siamo fermati a Makarska, davanti all’immagine del canale di Lesina: mi scopro a contemplare la lunga punta dell’isola di fronte; il blu molto forte fra le due rive; vecchie funi sommerse.
Dalmazia.
Perlustriamo l’estuario della Neretva, i piccoli e grandi rami del fiume dove ho remato nelle “trupce”, le barchette del luogo. Ci fermiamo dinanzi alle rocce di Pocitelj: paesino musulmano, la moschea senza minareto, l’ “hamam” orientale senza fontana. All’ingresso c’è un grande crocifisso nuovo, e ce n’è un altro, più piccolo in cima alla fortezza turca: segni che questo posto appartiene alla fede cristiana e non a quella islamica, alla “Herceg-Bosna” e non alla Bosnia Erzegovina. Incontriamo dei pellegrini venuti per inginocchiarsi davanti alla Madonna, nel santuario di Medjugorje, vicino a questi luoghi. Si troverà qualcuno che gli spieghi perché è stato distrutto il tempio musulmano e chi ha messo quel crocifisso all’entrata in Pocitelj? E chissà se vogliono sentirselo dire o possono capirlo.
Gli amici con cui viaggio chiedono spiegazioni e io cerco di dargliele nella forma più semplice, avvertendo che ogni mia risposta è insufficiente.
Nello spazio che stiamo attraversando lo scisma ha spaccato l’Europa e il Mediterraneo. Ha diviso i cristiani ortodossi dai cattolici. In questi luoghi il cristianesimo e l’islam si sono incontrati e scontrati. La diversità delle fedi si è andata trasformando in contrapposizione, la contrapposizione in intolleranza, l’intolleranza in odio. Questa guerra non è di religione, ma alle sue radici, oltre al resto, stanno anche differenze e contrapposizioni collegate alla fede. I più primitivi hanno ereditato l’intolleranza e l’odio.
E tuttavia la maggioranza degli abitanti di questo territorio non si odiavano fra loro. Vivevano e morivano gli uni accanto agli altri, per lo più in pace e comprensione. Siamo affini per origine, parliamo la stessa lingua, ci assomigliamo. Questa guerra l’hanno cominciata i “serbi ortodossi”, l’hanno continuata i “croati cattolici”. Metto gli uni e gli altri fra virgolette: non si tratta infatti né di serbi né di croati e ancora meno di ortodossi e cattolici.
Essi sono per me solo fascisti.
Siamo passati accanto a Zitomislici, dove è bruciato il vecchio monastero ortodosso. Era sopravvissuto alla prepotenza turca, non a quella odierna. Non c’è nessuno che sia in grado di dirmi se le icone contenute nella sua raccolta siano state messe al riparo prima dell’incendio. Neppure le chiese cattoliche sono state risparmiate. E le moschee musulmane sono state distrutte dai cristiani dell’una e dell’altra confessione.
Nei pressi di Metkovic passiamo il confine e la dogana (che prima in quel punto non c’era). 
(…) L’entrata a Mostar mi ha scosso. Non ci venivo più da sette anni. Sapevo che metà della città era distrutta, ma non potevo credere che fosse proprio così. Sollevo da terra schegge di pietra, sbriciolate e sparpagliate. Tasto muri, crepati e squarciati. Passo le dita su quelle superfici ruvide come fossero ferite, e non credo ai miei occhi. “Le immagini della realtà” che abbiamo guardato per tanto tempo hanno due dimensioni: la realtà stessa ne contiene molte di più. Nei quartieri più distrutti, sono scomparsi i segni e i connotati dei luoghi e degli spazi. Dove mi trovo, com’è questo, e qui prima c’era? Mi tradisce quella topografia interiore che ci formiamo nell’infanzia, ma forse sono io a tradirla.
O mia città, sei proprio tu?
C’era gente di ogni sorta qui come altrove, soprattutto nei dintorni, che non aveva saputo avvicinarsi alla città o per contro la città non aveva potuto attirare. Ma nonostante tutto non c’era ragione alcuna perché tutto questo dovesse accadere, e in questo modo: perché si distruggessero le case, i templi, i ponti, il Vecchio ponte sulla Neretva.
Ogni spiegazione mi appare sconveniente.
La guerra non ha bisogno di moventi particolari per cominciare e per giustificarsi (per tentare di giustificarsi). Ad un certo punto si nutre della propria insensatezza e malvagità. Le conseguenze diventano nuove motivazioni, e queste provocano a loro volta nuove conseguenze: il male si rafforza e si conferma col male. Un’alternanza di tale genere non si può arrestare. Simili guerre durano anche dopo che sono state deposte le armi.

 

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La tenda rossa

tendarossacoverwEh sì. Penserete che sono diventato un grafomane. Un po’ lo sono, lo confesso, ma ora vi racconto come è andata. È vero, è uscito un nuovo libro. In un periodo nel quale sono ben assorbito dalle presentazioni del mio ultimo, L’erba degli zoccoli,  con un fitto calendario di incontri  nei prossimi giorni, nonché la formula di viaggiare in coppia con un musicista, l’amico Silvano Staffolani, per offrire serate di racconti in parole lette e anche cantate.

È già assai impegnativo da solo tutto questo, anche se altrettanto divertente, e per di più alternato a diverse altre attività che mi vedono coinvolto, a iniziare dalla bella esperienza del circolo di lettura presso la Planettiana di Jesi, in questi giorni in partenza per la seconda annualità, dedicata alla Letteratura Medio orientale contemporanea, oppure il prossimo ciclo di incontri Le Marche in Biblioteca, sempre presso la Planettiana, il cui primo appuntamento sarà il 6 ottobre e la cui promozione non è ancora pronta, sta partendo in queste ore.

E in tutto questo, ecco che l’amico Alessandro Ramberti – Fara editore – riesce a infilarsi giusto giusto e far uscire il libro proprio in questi giorni, come una congiunzione di pianeti. Sto scherzando. Il lungo racconto pubblicato è in realtà un vecchio gioco, che risale addirittura a più di venti anni fa, ispirato al mondo della scuola quando i miei figli frequentavano le elementari, e io collaboravo con l’Arciragazzi, a costruire aquiloni o giocare con i libri.
Alcune di quelle attività poi riuscii anche a portarle in alcune scuole di Mostar, frequentate dai ragazzi delle famiglie sfollate da Stolac, a causa della guerra in Bosnia ed Erzegovina. Riuscimmo anche a realizzare un paio di numeri di un giornale scolastico bilingue tra quella scuola di Mostar e la scuola di Jesi frequentata dai miei figli. Il sottotitolo di quel giornalino era “BassoProfilo“, un concetto ripreso dall’Arciragazzi allora diretta da Carlo Pagliarini, che ebbi la fortuna di conoscere: il basso profilo è quello dei ragazzi, che stando più bassi riescono a vedere il mondo da un’altra prospettiva.
Il mio collega in quelle attività era un fotografo, l’amico Giacomo Scatolini, e questa idea gli piacque così che la utilizzò anche nel suo sito di fotografie: fotografie di basso profilo!
In quelle occasioni, qui a Jesi e là a Mostar, nascevano tante storie e una di queste storie prese corpo in un testo scritto, che poi col tempo però, esaurita quella fase di gioco, rimase lì, in qualche cassetto.

Infine, qualche mese fa, in una domenica di pioggia, di quelle che devi inventarti qualcosa, stimolato dalle iniziative che Alessandro con ammirevole costanza ripropone periodicamente, l’ho tirato fuori, l’ho ripulito un po’, ho aggiustato qualcosina qua e là e poi – soprattutto perché mi sono accorto che di nuovo mi divertiva questo giocare con le storie – l’ho mandato, senza preoccuparmi d’altro. E ora eccolo arrivato, tale e quale a una storia che ritorna. E di basso profilo, perché i protagonisti sono ragazzi.

Perché, poi, per giocare con le storie, in quell’occasione tirammo in ballo proprio un dirigibile? Forse lo stimolo nacque qui a casa, quando mio padre, già molto anziano, classe 1905, raccontò un giorno al suo nipotino di quando c’erano i dirigibili all’aeroporto di Jesi, finendo il suo racconto con un’immagine che aveva incantato anche me quando avevo avuto quell’età, e cioè la storia del contadino che quando vide per la prima volta in cielo quello strano coso cominciò a corrergli dietro, anzi sotto, in mezzo ai campi, per una decina di chilometri, fino al paese vicino. La tenda rossa è nata così. Per gioco, facendo spiccare in volo la fantasia, tentando di esplorare le dimensioni della vita guardandole da altre prospettive. Chissà, che non sia il caso di ritornare di nuovo a questo Basso Profilo.

La tenda rossa – viaggio nell’altrove, di Tullio Bugari, Fara editore

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Narrare una vita (“Carmen che non vede l’ora” alla Nottenera)

12110042_10153775917163729_4948637312067159825_oNarrare una vita per narrarla tutta. Quando la vita diventa racconto, e il mondo attorno un palcoscenico che prova a raccoglierla con un solo sguardo, forse è proprio allora che la vita ritrova se stessa nella sua intima interezza. “Ho ritrovato il corpo di Carmen, me stessa” dice l’io narrante a un certo e preciso punto, ora che ha affidato la narrazione alle voci degli attori. “Facciamo che io sono Carmen e facciamo che tu sei..” è questo il mantra che Tamara Bartolini e Michele Baronio si rilanciano di continuo, come in quei giochi che inventavamo da piccoli, in un tempo oggi diventato mitico ma allora tutt’uno con noi, un tempo anteriore a ciò che avremmo incontrato, e ora possiamo ricondividere, e non perché ci ritroviamo qui come se ci fossimo arrivati per caso, ma proprio perché per farlo abbiamo attraversato davvero tutto questo.

12094924_10153775916513729_2943037719453880573_oCi sono anche Tamara e Michele dentro il racconto che ci propongono, perché quella vita è stata vissuta davvero e la sua storia è stata raccolta e condivisa da loro, attraverso la magia dell’incontro, e a un certo punto della narrazione possiamo ascoltare le loro voci, registrate, mentre dialogano con la vera Carmen, e così anche noi sentiamo come suona la  voce di Carmen. Li ascoltiamo mentre insieme commentano vecchie foto recuperate, chiamate a testimoniare, sollecitare un ricordo, fornire un pretesto per far partire l’immaginazione necessaria a far rivivere momenti e situazioni, luoghi e persone, il mondo che è stato e la vita che l’ha attraversato portandosi con sé significati che forse avevano bisogno proprio di questo palcoscenico, dove sono loro l’anima del racconto, il ritmo interno.

La vita che viviamo di solito è più ampia dei nostri gesti, incorpora anche l’immagine introiettata dei nostri genitori e nonni, come se noi stessi fossimo già con loro prima ancora della nostra nascita, e allora la storia di Carmen parte addirittura da prima della guerra e attraversa più terre, la Jugoslavia, l’Abissinia, la nave che circumnaviga l’Africa, e poi Napoli, la valle del Basento, Roma, si ritrova negli anni Sessanta e Settanta e oltre, si compone di più mondi e più consuetudini, e in tanta frastagliata ampiezza noi rischiamo di frammentarci, forse è per questo che ricerchiamo di continuo noi stessi, e che Carmen a un certo punto riesce a dire con soddisfazione “ho ritrovato me stessa, ho riunito tutti questi frammenti.

Questa mattina mentre scrivevo queste righe ho trovato su youtube la registrazione completa di Carmen che non vede l’ora, in una rappresentazione di un paio di anni fa, in un teatro di Roma. Potete trovarla QUI. Ieri sera, immersi nella NOTTENERA di Serra de Conti, lo scenario forse era ancora più adatto, intanto perché non eravamo soli ma tutto il paese era un pullulare di situazioni, nello stesso momento, con tante storie narrate in ogni angolo immerso nel buio della notte, e inoltre perché anche noi eravamo all’aperto, in una piazzetta Belvdedere che si apre nelle mura del paese, in una piazza vera insomma e sotto al cielo stellato, che sembrava prolungarsi sul palco con la scenografia scelta, piccole luci appese che scendevano e ondeggiavano sparse, e il cielo entrava talmente dentro la scena che anche il telo alle loro spalle non era bianco opaco ma di leggera tela trasparente, e quindi le immagini proiettate non ci si fermavano sopra ma l’attraversavano per andare a perdersi, come un’involontaria metafora di libertà, sullo sfondo dei tetti e delle colline: facciamo che siano ancora lì, mimetizzate e libere. “Facciamo che le foto si vedono lo stesso” diceva Tamara mentre ogni tanto sul palco tornava a commentarle insieme a Michele, per riprendere così di nuovo lo slancio per altri scorci della storia di Carmen.

(le foto non sono di ieri sera, le ho prese dal blog Culturalmente e sono del fotografo Matteo Nardone)

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“Singhiozzai con Leopardi”, ricordando Sacco e Vanzetti

thumb_book-non-piangete-la-mia-morte.330x330_q95Tra alcuni giorni, il 23 agosto, è l’anniversario dell’uccisione sulla sedia elettrica di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti; per ricordarli, ecco alcuni brani dal libro autobiografico di Vanzetti ‘Non piangete la mia morte’, che consiglio a chi non lo abbia ancora letto, per la bellezza delle sue parole e per l’attualità che la loro vicenda ha ancora oggi per noi.

«Dopo due giorni di treno attraverso la Francia e sette di navigazione attraverso l’oceano, giunsi a New York. Un compagno di viaggio mi condusse alla 25ª Strada all’angolo della 7th Avenue, ove abitava un mio concittadino. Alle otto di sera scendevo malinconicamente le scale. Solo, straniero, senza intendere né essere inteso, passeggiai a lungo per quel quartiere in cerca di un alloggio (…) Trovai un meschino alloggio in una casa equivoca. Dopo tre giorni dal mio arrivo, il mio concittadino, che lavorava da capo cuoco in un club alla 86ª Strada West in riva all’Hudson, mi portò con lui al lavoro in qualità di sguattero; vi rimasi tre mesi. L’orario era lungo; in soffitta, dove si dormiva, il caldo era soffocante e i parassiti non lasciavano chiudere occhio quant’era lunga la notte. Decisi di dormire sotto gli alberi. Lasciato quel posto trovai la stessa occupazione al ristorante Mauquin. La pantry era orribile. Nessuna finestra; se si spegneva la luce elettrica bisognava fermarsi, o muoversi a tastoni, per non urtarsi l’un l’altro o inciampare negli oggetti.  Il vapore dell’acqua bollente che saliva dalle vasche ove si lavavano le terriglie, casseruole e argenteria, formava grosse gocce d’acqua attaccate al soffitto dal quale cadevano a una a una sulle teste madide di sudore. Nelle ore di lavoro il caldo era orribile. I rifiuti delle mense, ammassati in appositi barili, emanavano esalazioni intossicanti. I sinks non avevano tubi di conduttura. Ogni sera sul buco si otturava, e l’acqua cadeva sul pavimento scivolando verso il centro ove si apriva un buco di conduttura. Ogni sera quel buco si otturava, e l’acqua saliva fin sopra gli appositi telai di legno posti sul pavimento per salvaguardarci dall’umidità. Allora si pattinava nel brago. Si lavorava un giorno dodici e uno quattordici ore; ogni due domeniche si avevano cinque ore di uscita. Vitto fradicio (per la canaglia), cinque  o sei scudi settimanali di paga. Dopo otto mesi me ne andai per non contrarre la tisi (…).

(…) Arrivato qui provai tutte le sofferenze, le disillusioni e gli affanni inevitabili per chi sbarca ventenne, ignaro della vita, un po’ sognatore. Qui vidi tutte le brutture della vita; tutte le ingiustizie, la corruzione, il traviamento in cui si agita tragicamente l’umanità. A onta di tutto riuscii a fortificarmi fisicamente e intellettualmente. Qui studiai le opere di Pietro Kropotkin, di Gori, di Merlino, di Malatesta, di Reclus. Lessi Il Capitale di Marx, i lavori di Leone, di Labriola, il testamento politico di Carlo Pisacane, i doveri dell’uomo di Mazzini e oltre altre opere di indole sociale. Qui lessi i libri di ogni frazione socialista, patriottici e religiosi, qui studiai la Bibbia, la Vita di Gesù di Renan e il Gesù Cristo non è mai esistito di Milesbo, qui lessi la storia greca e romana, le Crociate, due commenti di storia universale, la storia degli Stati Uniti, della rivoluzione francese e di quella italiana. Studiai Darwin, Spencer, Laplace e Flammarion, ritornai sulla Divina Commedia, sulle Gerusalemme Liberata, singhiozzai con Leopardi, lessi i lavori di Victor Hugo, di Leone Tolstoi, di Zola; le poesie del Giusti, di Guerrini, di Rapisardi, e del Carducci. Non credetemi un’arca di scienza, lettore mio; il granchio sarebbe madornale. La mia istruzione fondamentale fu troppo incompleta, e la mia forma mentale non è sufficiente per  sfruttare e assimilare totalmente sì vasto materiale. E poi devi considerare che studiai lavorando duramente, e senza comodità alcuna. Allo studio però aggiunsi una spietata, continua, inesorabile osservazione sugli uomini, sugli animali, le piante, su tutto ciò che – in una parola – circonda l’uomo. Il libro della vita: questo è il libro dei libri! Tutti gli altri non hanno per scopo che insegnare a leggere questo. Libri onesti, s’intende, che i disonesti hanno opposto fine. (…)

539w(…) Cercai la mia libertà nella libertà di tutti, la mia felicità nella felicità di tutti. Compresi che l’uguaglianza di fatto, nelle necessità umane, di diritti e di doveri, è l’unica base morale su cui può reggere l’umano consorzio. Strappai il mio pane con l’onesto sudore della mia fronte; non ho una goccia di sangue sulle mie mani, né sulla mia coscienza. Ora? A trentatré anni, sono candidato alla galera. Nè me ne meraviglierei, se così non fosse. Eppure se dovessi ricominciare “il cammin di nostra vita” ribatterei la medesima via, cercando però di diminuire la somma delle colpe e degli errori, e di moltiplicare quella del bene. Vada intanto ai compagni, agli amici, ai nuovi tutti il mio bacio fraterno, la profonda riconoscenza, l’amore e il saluto augurale. Bartolomeo Vanzetti.»

(brani tratti dal libro Non piangete la mia morte di Bartolomeo Vanzetti)
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti  furono uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown, a sette anni dal loro arresto; a nulla valse la confessione del detenuto portoghese Celestino Madeiros, che li scagionava. Solo cinquant’anni dopo, il 23 agosto 1977, il governatore dello Stato del Massachusetts riconobbe ufficialmente gli “errori” commessi nel processo.
Nel giorno della morte, Nicola Sacco  aveva 36 anni e Bartolomeo Vanzetti 39. Il loro processo si tenne in un clima di intolleranza e di razzismo e nell’ambito di una campagna persecutoria gestita dal procuratore generale degli Stati Uniti Alexander Mitchell Palmer, per evitare il contagio della rivoluzione russa; dal 7 novembre del ’19 la repressione colpì tutte le associazioni anarchiche, socialiste, comuniste e sindacaliste con arresti indiscriminati, processi sommari ed espulsioni forzate, spesso calpestando le più elementari libertà individuali e principi di giustizia. Si stima che furono circa diecimila le persone colpite in modo diretto da questi provvedimenti, passati alla storia come i Palmer Raids.

 

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… come se il cielo le fosse piombato addosso…

Il 2 agosto del 1980 eravamo al mare, dalle nostre parti, in comitiva, si chiacchierava della strage di Ustica e di tante altre cose di quel periodo, e io tenevo anche la radiolina a transistor accesa, come allora si usava, quei transistor sintonizzati in FM, quando mi giunse, ci giunse, la prima notizia da Bologna. Pensammo subito a tutti i nostri amici, e compagni – perché allora questa era una parola ancora usata normalmente – che vivevano a Bologna e alcuni in quel periodo lavoravano proprio al bar della stazione. Un’infinità di noi aveva un legame più o meno diretto con la stazione di Bologna di quel 2 agosto. Un enorme dolore, ma se la memoria non mi tradisce, la strage non fu seguita da panico isterico. Ci furono subito tante manifestazioni, a iniziare da quella tenuta a Bologna.
Riporto qui, a ricordo, una canzone dei Modena City Ramblers, anche per le foto che compongono il video, e poi un brano di un mio romanzo di una dozzina di anni fa, tuttora inedito per mancanza o anche sovrabbondanza di editori, e forse ancora incompleto.

1«Solo quattro giorni dopo l’omicidio di Amato c’era stato quello strano incidente aereo a Ustica. ‘Come otto anni fa sulla Montagna longa’ pensò Lui tra sé. Ora, a distanza di un mese, era chiara l’esistenza di un complotto per nascondere chissà quali segreti. Quell’aereo partito da Bologna…

“A Bologna è saltata in aria la stazione. L’ha detto la radio. Mezz’ora fa…”

“Ma che dici?”
“Un’esplosione: può essere solo una bomba!”
Rientrarono subito a Bologna. Alle due erano già davanti alla stazione. Prima

erano passati a casa e Alice aveva telefonato a tutte le amiche e conoscenti che temeva potessero trovarsi in stazione a quell’ora. Li aveva rintracciati quasi tutti. Di altri aveva avuto notizie dai familiari, anche loro sgomenti. Fino a quel momento tutte le persone del loro piccolo universo personale sembravano essere state risparmiate. Ma era un sollievo effimero, che svaniva subito, appena l’orizzonte del loro sguardo s’allargava e acquisiva maggiore consapevolezza, come se la stessa verità, una verità così indicibile, avesse avuto bisogno di tempo per insediarsi, trovare uno spazio, un contesto di significati razionalizzabili solo un poco alla volta. Correva già la voce di diverse decine di morti. Prima di uscire Alice aveva riempito una bottiglia d’acqua. Quando arrivarono la piazza era sbarrata, attraversata da un andirivieni convulso di ambulanze, auto di polizia, carabinieri, vigili urbani e del fuoco, sotto a un sole cocente che pareva lui stesso bruciato e sporco di polvere. Le macerie erano insanguinate e sparse ovunque, e la stazione la in fondo, sventrata e inaccessibile, come se il cielo le fosse piombato addosso e i suoi pezzi frantumati intralciassero il passo ai soccorritori.

Mostrarono i tesserini dei giornali con cui collaboravano e s’inoltrarono, attenti a ciò che calpestavano, guardandosi ogni tanto tra loro come per sincerarsi che la realtà era davvero questa e non la stavano immaginando. Alice gli fece un cenno e Lui capì che doveva scattare qualche foto, se voleva fissare quello strazio il più a lungo possibile nel tempo, affinché tutti potessero vederlo e ricordarlo.

Come se la memoria avesse bisogno di questi feticci e non bastasse da solo tutto quel dolore che non potrà più cancellarsi. Lo guidò Alice tra i sentieri di quello strazio, indicandogli ora una scarpa impolverata, una valigia strappata, un bimbo ancora stretto alla madre…

Lo guidò verso alcune adolescenti che piangevano chine a terra i resti d’una donna, la cui unica parte intatta era il viso. Aveva fatto bene Alice a portare con sé la bottiglia d’acqua. S’era chinata e aveva bagnato le loro labbra, poi le aveva aiutate a lavare quel viso, dopo averle chiuso gli occhi, e ad asciugarlo, soffiando insieme. Sembravano due ali di vento, quelle fanciulle dal volto evanescente, mentre le fotografava. Un carabiniere con la divisa sporca di polvere gli chiese d’aiutarlo a convincere quelle ragazze a salire sull’ambulanza, poi arrivarono alcuni medici o infermieri con delle barelle e poi… e poi basta, aiutarono ancora qualcuno qua e là e quando il rullino fu pieno si fecero indietro per non intralciare quell’andirivieni che reagiva come poteva, perché si reagisce sempre, non si può fare diversamente.

A metà pomeriggio era arrivato in elicottero il Presidente Pertini. Era andato subito all’obitorio dell’Ospedale Maggiore e poi a trovare i feriti. Ai giornalisti in cerca di una dichiarazione aveva risposto: Signori, non ho parole. Siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia.

Alla sera a casa Lui e Alice si alternarono davanti a televisione radio e telefono, per sapere e chiamare conoscenti e amici o rispondere a chi li cercava per avere notizie. Chiamarono anche Viola da Agrigento e sua figlia Agata da Genova. Angela che era in vacanza dai suoi in Abruzzo, e Amedeo da Roma, che si preparava a partire per Bologna. Chi chiamava voleva essere rassicurato e ascoltare la loro voce, portavoce delle voci che circolavano per la città. E loro a loro modo e in qualche modo cercavano di rassicurare. Era diverso quando erano loro a chiamare, come se temessero ciò che era possibile ascoltare. Mancava ancora all’appello una cugina di Alice che lavorava alla mensa della stazione. Dovevano contattare il gruppo di crisi, raccogliere informazioni più certe, tenersi a disposizioni per eventuali riconoscimenti, sì, riconoscimenti, e poi farsi dare l’elenco dei feriti nei vari ospedali. Alla fine l’avevano trovata, ferita ma viva.

Il giorno dopo, domenica, fu ancora peggio. La piazza della stazione era sempre bloccata, non si conosceva ancora il numero esatto delle vittime, continuavano a trovare cadaveri sotto le macerie, molti erano irriconoscibili. Di molti feriti in gravi condizioni e non in grado di parlare non si riusciva a conoscere l’identità. Cera gente che veniva da ogni parte d’Italia e d’Europa. Di ogni età. Bambini e anziani. Giovani, madri di famiglia, operai in ferie, tutti portati lì da un caso che non era venuto per caso, perché altri, da altri luoghi avevano predisposto quel risultato.

Il lunedì ci fu una grande manifestazione. I primi funerali il mercoledì, con il centro bloccato da decine di migliaia di persone. Malgrado tutto, andò in onda anche l’ennesima farsa della divisione politica. I compagni del movimento, o dei brandelli che ne restavano, avevano portato uno striscione: la strage è dei padroni, nessuna delega alle istituzioni. Alla fine avevano accettato, con le buone, di chiuderlo e unirsi anche loro al modo di reagire che la città e le sue istituzioni avevano scelto, quello della riaffermazione dello Stato contro il terrore che vuole minarlo.

Alice iniziò a risistemare le storie raccolte. C’era Marina Tirolese, sedici anni, ricoverata con gravissime ustioni. Era in partenza con la sorella minore per una vacanza in Inghilterra, le avevano accompagnate in stazione il fratello e la madre. La madre. Il suo corpo lo avevano ritrovato sepolto dalle macerie solo dopo molte ore. Marina aveva lottato ancora dieci giorni prima di morire.

Maria Fresu, una madre in partenza con la figlia di tre anni per il lago di Garda. Il corpicino senza vita della piccola Angela era stato ritrovato subito, i resti della madre furono riconosciuti solo cinque mesi dopo.

Lui intanto aveva stampato le foto scattate tra le macerie e solo ora, guardandole, iniziava davvero a metabolizzare ciò che in quel primo pomeriggio i suoi occhi credevano d’aver soltanto immaginato e non visto davvero. Erano foto di macerie e di cadaveri, accatastati su un autobus requisito dai vigili del fuoco, di brandine sparse a terra piene di feriti che attendevano impotenti il loro turno, in quell’ospedale da campo a cielo aperto, come il teatro sventrato di una battaglia. E poi tubi che reggevano flebo, bende insanguinate, scarpe spaiate, valigie accartocciate, persone piangenti, i volti evanescenti di quelle fanciulle che soffiavano via la polvere dal viso della loro madre e ancora… corpi frantumati come macerie. E da ultimi, accasciati sui binari, quei vagoni divelti che sembravano le carcasse di uccelli migratori abbattuti prima del viaggio. Per sopprimere così qualsiasi ritorno.

Alice non ce l’aveva fatta a terminare l’articolo da sola, l’aveva completato Lui. Lei l’aveva riletto in silenzio, aggiungendo una frase raccolta da una sopravvissuta: Occorrerà fare luce ma di fronte a questa necessità provo ugualmente un senso di sgomento, tanto più terribile quanto più mi appare chiara l’impossibilità di poter andare al di là di queste parole.»

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20 giugno 2016 – 20 giugno 1944

Un discorso umano, m’è venuto subito da pensare mentre ascoltavo Antonio Pizzinato nell’aula consiliare di Jesi, per la commemorazione dei martiri del xx giugno, nel 72° anniversario dell’eccidio. La cerimonia s’è svolta in due fasi. Prima al cippo dei martiri, in via Montecappone, per depositare la corona di fiori. Ma le condizioni del tempo erano incerte e così, diversamente dalle altre edizioni, s’era pensato fosse più prudente spostarsi per l’orazione e il resto della cerimonia presso l’aula consiliare. Tuttavia c’è stata una tregua alla pioggia e così al cippo non eravamo in pochi, e non si è trattato di un frettoloso deposito della corona ma di un vero momento collettivo di raccoglimento.1 2 3 4 5

Io ero arrivato al cippo qualche minuto prima e avevo trovato già lì Antonio Pizzinato insieme agli organizzatori dell’Anpi, e così attendendo con loro l’inizio della cerimonia della corona di fiori, avevamo avuto il tempo di scambiare un po’ di conversazione. L’avevo già conosciuto diversi anni fa in Cgil, nel periodo in cui alla fine degli anni Ottanta fu per alcuni anni il segretario generale del sindacato e mi ha fatto piacere incontrarlo di nuovo. Tante le cose che si potrebbero raccontare, non certo di noi direttamente ma delle vicende e delle storie a cui nel corso del tempo, in tanti modi diversi, si entra a far parte o comunque in contatto. E ne parlavamo proprio nel luogo del cippo, che è lo stesso dove 72 anni fa avvenne l’eccidio di quei sette ragazzi. Attualmente Antonio fa parte dell’Anpi ed è presidente onorario dell’Anpi Lombardia. Negli anni è stato anche Senatore, e la sua casa principale è stata la Cgil, di cui è stato anche Segretario Generale nazionale, e più ancora che con la Cgil il suo legame nasce con la Fiom, di cui nel prossimo anno festeggerà il 70° dal suo primo tesseramento, nell’immediato dopoguerra, quando da ragazzo dal suo Friuli si trasferì a Sesto San Giovanni per diventare operaio.

Nella sua orazione, più tardi nell’aula consiliare, ha rievocato la triste storia dei martiri del xx giugno, i sette ragazzi trucidati nel 1944 in via Montecappone presso Jesi, inserendola nel quadro complessivo di cosa stava accadendo in Italia in quel momento, sottolineandone sia l’enorme costo in termini di sacrificio sostenuto, sia alcuni momenti politici rilevanti. Ha ricordato il decreto luogotenenziale di quei giorni, chiesto dal CLN al governo unitario provvisorio, che sanciva l’impegno dopo la liberazione di chiamare il popolo nella sua sovranità a scegliere la forma di governo e l’assemblea che avrebbe dovuto definire il nuovo quadro di regole democratiche del paese, e fu così che il 2 giugno 1946 si tennero le prime elezioni a suffragio universale e la prima volta delle donne al voto, che si scelse la Repubblica e si elesse l’assemblea costituente, e che poi nel 1948 si approvasse la Costituzione.

Non poteva che essere forte, in questo odierno momento politico, il richiamo alla Costituzione, sulla quale Pizzinato poi si è soffermato ricordando due articoli in particolare. Il primo è l’articolo 1, a tutti ben noto, e poi l’articolo 3, che ora mi piace citare:
«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»
Due frasi che, mi sembra proprio, contengano ancora oggi forti indicazioni non solo per corrette iniziative politiche ma anche per un saldo riferimento etico e umano.

Accennavo prima ai ricordi e alle tante cose da raccontare. Antonio lo ha fatto, con pudore e chiedendo quasi scusa come se stesse andando oltre citando qualcosa di personale, ma dietro il suo ricordo diretto c’era il mondo di allora, ha così rievocato di quando era ancora un ragazzino, nel suo Friuli, a quelle giornate così dense tra il luglio e il settembre 1943 della libera repubblica partigiana del Cansiglio, commuovendosi lui stesso mentre rivedeva quei momenti attraverso i ricordi del ragazzo di allora, e trasmettendoci il contrasto che sempre si vive quando si è stretti tra l’ansia e l’entusiasmo di una libertà finalmente ritrovata e già quasi alla nostra portata, e insieme il costo che questa richiede, che è sempre un costo umano, e quindi va onorato. Ho percepito questo tipo di sentimenti mentre lo ascoltavo, e non credo d’essere stato il solo, per come tutti lo ascoltavano.
Una cerimonia per una memoria importante, la nostra, che dobbiamo far rivivere nel nostro impegno quotidiano di oggi.

Due dei ragazzi trucidati a Jesi erano del sud, di Santa Eufemia in Aspromonte e di Agrigento, portati qui dalla guerra; Antonio nella sua orazione ha ricordato la repubblica del Cansiglio tra Friuli, Veneto e Trentino, facendomi venire in mente Placido Rizzotto partigiano in Carnia, insomma, anche in questo un elemento in più per ricordarci di come la Resistenza e la Liberazione furono davvero una ricostruzione del paese dal basso, che coinvolse tutto il paese, da sud a nord.

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Gnaoua, festival d’Essaouira, musiques du monde

hEssaouira. Appunti molto vari di viaggio. Andavamo soltanto a un festival musicale, e invece… Gnaoua, come leggo da un articolo che dovrebbe mettermi in guardia da pigrizie turistiche, si riferisce tanto alla musica quanto alle confraternite maghrebine custodi di una tradizione che ha origine nell’Africa centrale e occidentale, e arriva qui rivissuta dai discendenti di differenti gruppi etnici – Haussa, Fulani Bambara e altri – che hanno condiviso la condizione dell’esilio e l’esperienza della schiavitù. Il Marocco era l’ultima tappa di un viaggio che avrebbe dovuto condurli, come tanti altri, in Europa o nel nuovo mondo come schiavi, e schiavi lo erano già diventati prima ancora di arrivare qui.
È questo che leggo da alcuni articoli trovati curiosando in rete, tra testi di musica e di antropologia, mentre inizio a immergermi nella vivacità del festival, e anche di questa cittadina, Essaouira, posta in faccia all’Atlantico come una sfida. Antichissima, fu fondata, mi pare, addirittura dai fenici, e in epoca moderna i primi europei che vi arrivarono furono i portoghesi. Viaggiatori di mare. Abitata a lungo da una consistente comunità ebraica, che pochi decenni fa costituiva la maggioranza. Tanti volti diversi fusi insieme.
Ci siamo avvicinati (quando parlo al plurale intendo il nostro gruppo di otto persone, assortite e intergenerazionali, riusciamo a coprire una gamma ampia di età, e varie curiosità) passando da Marrakech la rossa, colorata di materia e densa come le sue calde terre, e quindi il frastuono delle percezioni era già innescato dentro di noi prima ancora dell’arrivo qui.
Essaouira ci appare subito come avvolta nei suoi stessi vicoli, con una freschezza che sa di immediato, battuta dal mare e dal vento, e i colori bianchi azzurri o blu quasi provenzali o greci, come di un’idea di Mediterraneo che si prolunga, o di un Africa che è già un ponte oltre se stessa.
Essaouira la bianca, o la blu, satura di cielo, di vento e di mare, dai mille angoli e volti, incubatrice di tante piccole storie se solo si avesse il tempo, o il modo, di coglierne davvero qualcuna.

gfEssaouira la città degli alisei ci accoglie ventosa, anche troppo in questi giorni, il vento è davvero eccessivo ci dicono anche gli abitanti di qui, come animato da una qualche eccitazione particolare, o dispettosa, a tratti addirittura freddo o fastidioso, ma nessuno si scoraggia o rinuncia a farsi colpire la pelle da questa aria lanciata attraverso i deserti e i monti, pronta a tuffarsi nell’oceano, mentre i vicoli ci proteggono e ci conducono in angoli che sanno di calma e di piccole cose.
Essaouira è anche la città dei gatti, come il titolo di un libro dell’antropologa Anna Maria Rivera, una che le ha trovate le piccole storie a cui alludevo, perché è andata a cercarle, e poi nel suo libro le racconta nella forma di un’antropologia animalista della città, restituendoci di queste storie il ritratto del rapporto di tolleranza e compassione che i suoi cittadini, come scrive lei stessa parlando soprattutto dei più poveri e disagiati, instaurano con i tantissimi gatti (ma anche cani e gabbiani) che abitano tra questi vicoli, concedendosi il lusso di un maternage verso questi altri viventi che sono gli animali. E così, continua la Rivera, le persone più povere si sottraggono alla ragione economica e utilitaria che le ha condannate, e spezzano la catena dell’obbligata dipendenza dal bisogno cui la società le ha legate e le immagina schiave. Riconquistano il loro spazio di autonomia e dignità. Anche questo è il contesto del festival che ci accoglie. Sono davvero tanti i gatti che vivono in simbiosi con l’anima della città. Li vedi ovunque, tranquilli e sonnacchiosi, un po’ ruffiani come sanno fare soltanto loro, che entrano nei negozi, si coricano in un angolo, si strusciano, mentre attorno da ogni angolo ti arriva il suono forte o soffuso di questa musica altrettanto immediata e fresca, di cui non riesci a indovinare il confine tra tradizione e innovazione.
cbLa musica Gnaoua si è anche modernizzata, come viene detto usando questa parola forse in un modo che la fa sembrare capace di snaturare un delicato equilibrio. Che vorrà dire modernizzarsi? Non riesco a comprenderlo del tutto, conosco poco di ciò che ho davanti, mi arrampico quasi sugli specchi con le poche nozioni che ho raccattato e con quel poco che afferro guardando o ascoltando.
Mi viene in mente, in Italia, la musica Salentina, e la pizzica, con la sua origine ancestrale che affonda forse addirittura nella Magna Grecia, o nella religiosità popolare, nel senso non di esclusivo del popolo ma di tutti i giorni, e nel senso della sua capacità di guarigione dal rimorso che riemerge, purché la musica sia eseguita all’interno di un rituale consolidato e socialmente condiviso, deve essere coreutica, con i suoi canti e controcanti, e mirata, ciascuna capace del linguaggio specifico adatto a ogni singola situazione, accompagnandosi al suo colore.
Gli ultimi residui resistenti li ha studiati l’antropologo Ernesto De Martino alla fine degli anni Cinquanta, gli stessi anni delle occupazioni delle terre, capaci di sconfinare nel mito come le occupazioni d’Arneo, quando si consumavano una a fianco dell’altra le ultime resistenze di una civiltà contadina che si voleva giunta al capolinea, accerchiata e allo stremo. Contadini costretti da lì a poco a emigrare, loro malgrado. Resistenti non per un attaccamento particolare alla tradizione, anzi, credo che anche quei contadini avessero voluto la modernità, purché più equa dell’iniqua tradizione che a loro era toccata in sorte. Dopo De Martino in pochi si avventurano ancora, ma non mancano, sulle tracce della religiosità popolare nostrana, e insieme a questa delle nuove fatiche di oggi, dei nuovi braccianti giunti proprio dall’Africa a riempire i vuoti lasciati da quelli andati via ieri.
E la musica? La musica è come una memoria che ha raccolto, incubato e traghettato oltre, oltre un rimorso che ci sembra soltanto di avere addomesticato e invece dev’essere ancora vivo in noi, da qualche parte. Oggi è diventata la musica di quello che viene chiamato anche neo tarantismo, la nuova musica che ad ascoltarla talvolta sembra ancora una magia, e che intanto ha conquistato il mondo, la pizzica di oggi che sembra oramai affrancata del tutto da qualsiasi residuo di arcaica religiosità e di bisogno di guarigione, e dunque sembra altro, possiamo farne anche consumo, tutto si misura oramai sul mercato. Chissà? Penso che mai nulla del sentimento umano possa essere davvero del tutto controllato o dimenticato, ma non so nemmeno cosa traspare e in che modo, o tutto magari dipende soltanto dalle capacità di scavo dei nostri sguardi odierni, che non sempre reggono il passo. Dobbiamo continuare a imparare, questo è certo, o imparare di nuovo come ci si orienta.
deAnche qui a Essaoira con gli Gnaoua, che vengono identificati anche come etnia, così come è avvenuto per i Bambara, i Dogon e altre popolazioni più a sud, non sono mancate le attenzioni degli antropologi, venuti qui forse proprio nel momento dell’ultimo cambiamento, per porre in tempo le basi dell’etnopsichiatria e di una nuova attenzione alle forme di guarigione sciamaniche, che si basano su dispositivi diversi da quelli elaborati dal pensiero e dalla medicina europea. Dispositivi terapeutici che insistono di più sulle relazioni sociali della collettività e del gruppo, che non sull’individuo isolato. Se lo isoli lo spezzetti e lo metti sotto cura, se lo reintegri nella comunità è la comunità che cura se stessa e l’individuo lo rendi di nuovo intero. Più o meno. Sono un profano e ho in testa nozioni approssimative, che derivano da vecchie letture di Tobie Nathan o dei nostri Piero Coppo o Roberto Beneduce, quando anni fa iniziai a interessarmi non proprio di terapie della guarigione ma di intercultura, che forse può essere definita una terapia di guarigione sociale, per non disintegrarci, ma alla quale in molti ottusamente resistono. Tutto qui. Ma forse anche questi studi antropologici a cui accenno hanno avuto la loro evoluzione, non ne conosco gli eventuali aggiornamenti. La tradizione e la modernità.
Anche la musica Gnaoua a partire dagli Settanta, mi pare, si è modernizzata e in seguito ha conquistato il mondo, e il mondo oggi è qui, dentro questo festival internazionale arrivato alla edizione numero 19. La sua fondatrice, leggo, è una donna, aspetta a lei questo mito delle origini del festival, si chiama Neila Tazi. Leggo una sua intervista di pochi giorni fa. Quando gli chiedono: “Come avete sperimentato lo sviluppo del Festival? Potevi immaginare tale successo 20 anni fa?”, lei risponde: “Uno scienziato francese una volta ha dichiarato: l’evoluzione è un evento-based, è l’evento che causa l’evoluzione a verificarsi e l’evento porta alla trasformazione. Sapevamo che era una idea di alto profilo, anche se in via preliminare pochissimi ci credevano. E ha richiesto un sacco di lavoro, una visione vera e trasmessa da media marocchini e stranieri, un impatto economico indiscutibile e ultimo, un enorme entusiasmo popolare che ha fatto diventare il Festival uno sforzo serio.” E più avanti, rispondendo a un altra domanda, aggiunge: “Essaouira, una città lontana dai riflettori, come lo erano gli Gnaoua dei quali abbiamo avuto un’immagine riduttiva. Soprattutto perché per un tempo troppo lungo l’azione culturale non è stata presa in considerazione come una vera e propria leva di sviluppo e di potere…. Oggi possiamo vedere che la cultura nell’azione pubblica di piccole città può essere un catalizzatore di politiche urbane e della ristrutturazione territoriale. La cultura è un progetto politico vero e proprio! Deve essere profondamente integrato e in modo trasversale, svolge un ruolo nella formazione, il turismo, la diplomazia e la comunicazione!”
Forse anche la modernizzazione ha mille volti, da scrutare e anche apprezzare ogni tanto, senza essere sbrigativi? Qual è il suo rapporto con la tradizione? La cultura non si mangia diceva invece qualcuno da noi.
Continua Neila Tazi: “Per evolversi è necessario cercare di realizzare qualcosa che va al di là di ciò che è già stato raggiunto. È proprio quello stato d’animo che governa il nostro modo di gestire e pensiamo di questo festival. Ogni edizione deve essere più intensa che la precedente, dobbiamo perseverare la nostra capacità di sorprendere e stimolare la curiosità del pubblico, al fine di ottenere la sua fedeltà. Non è più difficile, ma, preferisco dire che è altrettanto difficile. Alcune cose si muovono in avanti, all’indietro altre … Noi continueremo a combattere (…) è uno sforzo che richiede investimenti, professionalità e una pianificazione efficace. Troppe persone pensano ancora che la cultura è una questione semplice che può essere improvvisata… mentre richiede visione e la necessità di finalizzare il progetto da molto tempo in anticipo se vogliamo fornire un lavoro di qualità.”
La cultura, se non si mangia, nemmeno si improvvisa. Penso a noi nel nostro paese, dove cresce sempre di più il numero delle persone che non sanno più improvvisare nemmeno se stesse. Neila Tazi si sta impegnando per registrare Gnaoua e la sua musica sulla lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO.
La musica e i suoi strumenti. Il guenbrì, i crotali e i tamburi. La musicalità del guenbrì, tesa ed elegante come una carezza che si insinua, penetra e si ripete, ripete i suoi cicli, li rivive; i crotali, sonagli di ferro e legno che scandiscono una vibrazione ritmica che sale su dalla terra e ti entra nella testa; i tamburi che ti guidano il passo, e forse noi stessi siamo casse di risonanza che palpitiamo in questo cammino. Il guembrì è al tempo stesso strumento a corda e a percussione, è della famiglia dei liuti, con una forma particolare, un manico che sembra un bastone e una cassa armonica che sembra una scatola allungata, di sessanta per venti per quindici. Dovrebbe essere di legno di pioppo, mi pare, e non deve essere mai lasciato incustodito o in luoghi non adatti per non far infuriare i mlūk, gli spiriti.
aLeggo così, in fretta, avido di pormi domande e curiosità che se vorrò poi davvero soddisfare, dovrò lasciarmi guidare dalla pazienza e dalla calma. L’origine della musica, degli strumenti, dei suoni, rinvia alla particolare e complessa ritualità sciamanica Gnaoua, di cui è parte integrante. I rituali di possessione e guarigione, la lunga notte, la Lila, che fa da incubatrice, dove tutto avviene, riemerge insieme e insieme i partecipanti si compenetrano. Non so quasi nulla di queste cose, cerco di registrare indizi che mi spieghino e mi portino oltre i luoghi comuni, nei quali invece tutto si mescola e nulla si distingue, e non è affatto in una mescolanza indistinta che avviene la fusione e compenetrazione della Lila, la sofferenza del passato che viene rivissuta dev’essere qualcosa di reale, che esiste ancora e basta solo evocare, e che va controllata affinché non si ripeta o non sfugga al controllo. C’è tanto da esplorare.
Il festival dedica anche ampio spazio alla riflessione e all’analisi, alla conoscenza e al confronto. L’edizione di quest’anno dedica un forum specifico al tema della diaspora africana. Il titolo è Radici, mobilità, ancoraggi. Tutti i viaggiatori hanno bisogno di ancoraggi, soprattutto quando il viaggio è obbligato e necessario e non è scelto come un sogno di vacanza, come per noi, o come anni fa degli amici tedeschi con cui collaborai ad un bel progetto di intercultura intitolarono un’interessante attività. E poi la musica, questa musica che si lancia alla conquista del mondo, di un mondo da decifrare di nuovo e che ogni giorno è qualcosa d’altro, e porta qualcosa d’altro, da altre tradizioni e storie. Tra gli artisti l’americano Christian Scott accanto al marocchino Maalem Hamid el Kasri, Rachida Talal e tanti altri. Sono diversi i palchi allestiti, il principale nella piazza Moulay Hassan, e poi un altro sulla spiaggia, battuta dal vento ma non disertata, e altri ancora, su un torrione o in altre piazzette. Fiumi di gente che fa la spola avanti e indietro, tra i palchi e i vicoli della città.
Il festival forse va oltre la stessa tradizione da cui nasce, e va oltre la sua città, Essaouira. Ed Essaouira va oltre il suo festival, lo incorpora. La musica la incontri in ogni locale, la città vive in simbiosi con questa musica, in diversi laboratori puoi vedere artigiani che fabbricano strumenti musicali, scaldano le pelli dei tamburi, ci disegnano mani o altri elementi usando l’hennè. Nelle piazzette che si alternano ai vicoli incontri gruppi di musicisti, di 4 o 5 persone, con i grenbì e i crotali, ma anche altri, più numerosi, delle vere compagnie, come confraternite che girano, oppure suonatori ambulanti da soli o più spesso a coppie.
Essaouira sembra una fiera, è un mercato diffuso ovunque, un bazar all’aperto, con i suoi multiformi oggetti, le borse di pelle, i tessuti di lino, i prodotti dell’argan, gli anelli e i bracciali, gli strumenti musicali della tradizione, gli oggetti dell’artigianato, antichi o ripetuti o anche imitati oggi per il consumo dei turisti, tanti ma non così numerosi. Oggetti dell’artigianato  attraverso cui guardare, come oltre uno specchio, storie più lontane, se ancora si riesce a intravederle, o a decifrarle. I mercati sono contenitori di ricordi da valutare e barattare, tracce di memoria in cui ritrovarsi e da ricercare ovunque nell’intrico dei vicoli, veri corridoi aperti sotto l’azzurro denso del cielo.
Azrak, è in Salento che ho trovato questa parola, che mi dicevano di origine araba, per indicare l’intensità del cielo. Sono di nuovo qui e per orientarmi cerco di aiutarmi con quelli che credo siano i miei riferimenti, per gustarmi meglio, credo, questa fiera in cui ci aggiriamo. Ovviamente, sono molti anche i ristoranti, di cui apprezziamo i sapori e le atmosfere, senza perderci nessuna delle variazioni possibili del tajine. Sempre piacevolmente immersi dentro un’umanità assai multiforme, diffusa anche nelle tarde ore della notte. La Lila, un’incubatrice che non taglia ponti ma rievoca antiche sofferenze, per controllarle, tutti insieme, e non subirle ancora. Da quanto tempo, mi chiedo, le strade delle nostre città si sono svuotate, e ciascuno è solo? Se lo isoli lo metti sotto cura, dicevo più sopra, lo disarmi. Le strade qui sono un via vai continuo di gente del posto, e anche di tanti altri da diversi paesi lontani, tra i tanti anche noi turisti, che fingiamo d’essere viaggiatori mentre raccattiamo qua e là impressioni da riutilizzare, comunque, al meglio.
zRitorniamo indietro passando di nuovo da Marrakech, un altro iperspazio, ancora più totalizzante. Qui forse, scusate il gioco di parole, è un’antropologia massimalista quella che ci servirebbe: chissà quali stratificazioni sociali vi sono sedimentate sotto, e in quali forme, quali configurazioni di potere? Al centro c’è la piazza, nella sua variegata vivacità di voci e suoni che si sovrappongono. Anche qui tra i tanti strumenti ci sono grenbì e crotali. C’è un ragazzo con il suo cerchio di persone attorno, che suona tutto da solo, nel senso che da solo suona la chitarra, una sua batteria, canta e quando non canta suona anche l’armonica. Ha addirittura un intero set di armoniche, che cambia a seconda della canzone. Scopriamo che è italo marocchino, ha la madre italiana ed è cresciuto in Italia, poi è partito per il nord Europa, prima di venire in Marocco. Radici, mobilità e ancoraggi, in chiave moderna. È un nostro concittadino, insomma. Dialoga con noi attraverso il microfono, pubblicamente, e poi traduce in arabo per i presenti, quasi una piccola conferenza. Ci canta e suona alcune canzoni italiane. È bravo, non è improvvisato il suo spettacolo. Ci fa ascoltare anche un meticciato musicale italo marocchino arrangiato da lui, chissà come gli è venuto in mente, l’arrangiamento è nuovo e la canzone sembra un’altra, si tratta di “io sono un italiano” di Toto Cotugno: dove è qui il confine tra tradizione e modernità? Mi arrendo, siamo davvero in un altro iperspazio. Chiude la serie di canzoni per noi con una sua composizione, non è solo compositore è anche autore, qui oltre alle musiche ha riarrangiato anche il testo. Le parole cantano di un’Italia corrotta e di parlamentari che pensano solo a se stessi e di giovani italiani che partono per altri paesi d’Europa. La mia battuta è: toh, porta l’Italia nel mondo! Nel ritornello ricorre una domanda “chi ci rappresenterà?” Tutto questo dopo il festival di Essaouira e appena la sera prima del rientro vero a casa, in una piazza Jāmiʿ el-Fnā gremita di gente. Siamo davvero internazionali.

(Guarda QUI le foto dell’amico Giacomo Scattolini)

 

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Bobby Sands, 5 maggio 1981

Trentacinque anni fa, il 5 maggio del 1981, moriva Bobby Sands, dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere di Long Kesh, il famigerato Blocco H. Si disse che quello sciopero smosse in profondità coscienze e sensi di colpa, eppure fu affrontato con estrema durezza dal premier di allora, Margaret Thatcher, e dopo di Bobby Sands ne morirono altri 9  in quel carcere – gli Hunger Strike – e per gli accordi di pace si dovette attendere ancora una quindicina di anni.
DSCN0054DSCN0053Bobby Sands nei primi giorni di sciopero, prima del ricovero in infermeria, tenne un diario segreto sui suoi pensieri. Fu pubblicato in Italia con il titolo Un giorno della mia vita. Lo ricordo come una delle letture più intense e coinvolgenti: “Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra. Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Questa è la ragione per cui sono carcerato, denudato, torturato.” 
Perché scioperavano? Per mettere fine alle torture e al regime di carcere duro. Chiedevano il riconoscimento di detenzione politica. Con i prigionieri dell’Ira furono sperimentati nuovi sistemi avanzati di tortura. Avevano già iniziato a protestare con altre forme di lotta ma in assenza di dialogo e sottoposti a continui pestaggi avevano deciso lo sciopero della fame, a turno, iniziando uno alla volta. Bobby Sands fu il primo, morirà dopo 66 giorni, dopo di lui ne moriranno altri nove.
Un po’ di anni fa, all’inizio di gennaio, facemmo (con l’amico Giacomo Scattolini) un giro turistico politico da quelle parti, sulle strade della trouble nord irlandese e scrivemmo qualcosa per il settimanale Avvenimenti. Riportai a casa anche un voluminoso diario di appunti, che però utilizzai solo in poche occasioni (per ricordare il Bloody Sunday di Derry). Poco dopo uscì un film su quella storia, Hunger, di Steve McQueen, distribuito Italia solo quattro anni dopo. La prima tappa del nostro viaggio la facemmo a Belfast, diretti proprio alla tomba di Bobby Sands, al cimitero degli eroi, come lo chiamano ancora oggi.
Per ricordare ora quella giornata, e la figura di Bobby Sands come la percepii durante quella visita, riprendo i miei appunti dal diario, solo un po’ riordinati, lasciando le stesse ingenue emozioni del momento:
DSCN0047DSCN0057DSCN0049«È una bella giornata, il sole in cielo non riesce mai ad alzarsi più di tanto dall’orizzonte e così taglia le luci e le ombre in modo forte, saturo di contrasti vivaci anche a mezzogiorno. Il cielo di Belfast, invece, è di un azzurro slavato, ampio, quasi bagnato e leggero, come l’iride di un occhio che vola. Abbiamo camminato e gironzolato 5 o 6 ore, fotografando murals e chiacchierando qua e là lungo la strada, prima di arrivare al Miltown cemetery, dove Fall Road diventa Andersontown e da lì si sviluppa un altro grande quartiere repubblicano, più in periferia, dove sappiamo che ci sono ancora altri murals. L’ultimo tratto di strada lo percorriamo accompagnati da un signore a cui abbiamo chiesto dove si trova la tomba di Bobby Sands. Lui ci ascolta, ci pensa e decide di accompagnarci, approfittandone per raccontarci un po’ di sé e un po’ del luogo verso cui stiamo andando. Non è molto facile intendersi, parla un inglese troppo difficile per noi, e probabilmente anche il nostro inglese è un po’ difficile per lui. Non ci scoraggiamo, bene o male riusciamo a comunicare. Si chiama Peirce, è vestito con un giubbetto leggero, sembra a noi, ha i capelli tra il biondo e il bianco, l’aspetto proletario, gli occhi la stessa iride azzurra degli sguardi leggeri. Scopriremo che allora doveva aver fatto parte di una formazione politico – militare di orientamento socialista, alleata dell’IRA. Entriamo a Miltown. Notiamo che ci sono seppelliti molti italiani, con cognomi in parte oramai in disuso in Italia, morti a Belfast molti anni fa. Ne annoto uno per tutti, ancora molto diffuso nel nostro Sud: Fusco, un cognome che ricorre su più tombe, scopriremo un Fusco anche tra i dirigenti dell’Ira. Il nostro amico ci spiega che alla fine dell’Ottocento vennero qui molti italiani, scultori, artisti, artigiani, scalpellini, soprattutto per lavorare alla costruzione della City Hall, e poi molti di loro sono rimasti a vivere a Belfast. Il cimitero è grandissimo, diverso dai nostri, le tombe e le lapidi sono a terra, molte da quasi un secolo, tante oramai dimenticate, non è più venuto nessuno a rassettare fiori e prato, e così vasti settori somigliano a dei campi incolti, con l’erba alta e malandata, come ricordi rimasti da soli in mezzo al tempo che scorre.
DSCN0063DSCN0060Il cimitero è ampio come il cielo d’Irlanda che lo sovrasta, è posto su una debole collina, di quelle che non stancano il passo, quanto basta per vedere in lontananza la città appena un po’ più in basso, laggiù, e ammirarne l’ampiezza. È tutto un intrico di viottoli, alcuni soltanto di terra battuta o sentieri con erba alta. Sulle lapidi, spesso oltre al nome e alle date di nascita e morte, ci sono anche brevi estratti delle storie o una sorta di referenze, i nomi di persone importanti che hanno avuto una qualche relazione di parentela o collegamento con il defunto. Tra queste cosiddette referenze ci capita più volte di leggere il nome di John Kennedy. Ogni tanto c’è una tomba più nuova in mezzo alle altre più antiche, e così spicca una piccola chiazza di fiori freschi e dai colori vivaci. Anche i colori dei fiori sono diversi da quelli dei nostri cimiteri, riflettono il diverso gusto dei vivi. Da noi prevalgono di più le sfumature, qui la vivacità dei contrasti sembra più decisa, e forse più fresca. Ma c’è sotto un’intenzione che va ancora oltre e così mi accorgo anche della prevalenza di fiori arancioni, che ben accostati con il bianco e il verde tendono, tra le lapidi, a ricreare i colori della bandiera irlandese. Gli stessi colori che abbiamo già visto durante la mattina utilizzati spesso nei murales, nei graffiti, nelle scritte sui muri. I colori della parte cattolica e repubblicana.  Anche la tomba di Bobby Sands è a terra come le altre. Sulla stessa lapide ci sono tre nomi, Bobby Sands, Terence O’Neill e Joe Mc Donnell. Sono loro gli eroi. Sono tutti ragazzi. Vicino c’è la tomba di Kieran Doherty e attorno a loro quelle di molti altri volontari repubblicani, oltre agli  hunger strike anche altri  morti in azione, come è inciso e ricordato sulle lapidi lucide e nere. Bobby Sands aveva quasi la mia età, DSCN0066DSCN0067DSCN0065era appena due anni più giovane. Come me, anche lui inizia la sua vita politica all’età di 18 anni ma a differenza di me incontra sulla sua strada un paese tagliato in due. Oddio, non è che da noi a quel tempo ci facessero comunque mancare le bombe nelle banche, nelle piazze, sui treni o nelle stazioni, ma era pur sempre un’altra situazione. La prima volta che lo arrestano è perché è in possesso di armi, lo tengono dentro fino al 1976, nel carcere di Long Kesh, meglio conosciuto come il blocco H. Non vede l’ora di uscire per riprendere il suo posto nei gruppi repubblicani. Lo catturano soltanto sei mesi dopo, durante uno scontro a fuoco. Sua moglie si chiama Geraldine ed è incinta di quattro mesi. Lo condannano a 15 anni e lo riportano al Blocco H. Inizia a scrivere poesie.
Nel 1980, all’età di 26 anni,  viene nominato ufficiale dei prigionieri dell’Ira nel Blocco H e il primo marzo 1981 da inizio ad un nuovo sciopero della fame. Nel suo diario scrive: “Poi l’alba arrivò. A poco a poco dalle ombre della notte il mio incubo giornaliero cominciò a prender forma. La sporcizia, i muri sfregiati, gli angoli più nascosti della mia tomba maleodorante mi diedero di nuovo il buongiorno. Restai disteso ad ascoltare il mio respiro leggero e il gracchiare dei corvi. Fuori nel cortile la neve era alta. Lo sapevo fin troppo bene. Avevo passato metà della notte raggomitolato in un angolo, mentre la neve, entrando tra una sbarra e l’altra della finestra, si posava sopra il mio materasso. La noia cominciò a prendermi con le prime luci del mattino. Di lì a poco la giornata che avevo davanti mi sarebbe sembrata interminabile e presto la depressione sarebbe divenuta di nuovo la mia compagna..”
Lo sciopero della fame sarà l’inizio della sua fama, e della discesa verso il mito. L’impatto sull’opinione pubblica, non solo irlandese ma internazionale, sarà notevole. Si interessa a lui anche il nuovo papa polacco di Roma ma il primo ministro britannico, la Lady di ferro Margareth Thatcher, rifiuta il dialogo. Ai primi di aprile si tengono delle elezioni suppletive per sostituire il rappresentante della contea di Farmanagh, Bobby Sands viene candidato come anti Blocco H e il 9 aprile viene eletto con circa 30 mila voti al Parlamento di Westminster, battendo per una manciata di voti il candidato del partito unionista. Sarà parlamentare solo per 25 giorni, morirà in prigione il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame. Moriranno altri nove detenuti: il 12 maggio Francis Hughes, il 21 Raymond McResh e Patsy O’Hara, l’8 luglio Joe McDonnel, il 1° agosto Martin Hurson, e Kevin Lynch membro dell’INLA, il giorno dopo Kieran Doherty, l’8 agosto Thomas McElwee, il 20 dello stesso mese Micky Devine. Muoiono in 10.
Lo sciopero cessa soltanto il 3 ottobre, dopo 7 mesi. Al funerale di Bobby Sands partecipano più di 100 mila persone. Ci sono manifestazioni in tutto il mondo, anche in Italia. Alla regina Elisabetta riescono a tirare un palloncino riempito di salsa di pomodoro. A Theran cambiarono il nome ad una strada intitolata a Churchil e la dedicarono a Bobby Sands.»

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Il 25 aprile 2016 a Jesi

1234Il 25 aprile ortodosso, che arriva un po’ dopo, mi veniva da scherzare questa mattina, perché a causa delle condizioni incerte del tempo il corteo è partito da un diverso punto del corso cittadino e con un po’ di anticipo, mentre molte persone non informate a tempo erano ancora in attesa di partire, con tanto di bandiere e striscioni, da un altro luogo. Niente male, ne è venuto fuori un corteo doppio, o in due parti, entrambe affollate, a cinque minuti di distanza una dall’altra, che poi si sono ricongiunte davanti alla sede comunale, nel cui atrio era prevista l’orazione ufficiale, introdotta da un intervento non di circostanza ma ampio e articolato del Vice Sindaco. Ancora più ampia, articolata e puntuale l’orazione di Ero Giuliodori, di largo respiro storico e civile, capace di rievocare  e sottolineare la coralità popolare attorno alle vicende e alla storia di allora, e non solo di allora, anche attraverso la citazione di tanti concittadini, di diversa area politica antifascista, che combatterono e morirono durante la Resistenza sui nostri monti, o che conobbero il confino o la galera fascista oppure parteciparono alle prime impegnative fasi della ricostruzione. Molti i temi toccati nell’orazione, con una sottolineatura specifica al valore morale e civile, al ruolo allora e alla attualità ancora oggi della Resistenza, contro qualsiasi sbavatura che periodicamente si affaccia per annacquarne o distorcerne il significato. Il tutto espresso con un linguaggio asciutto ed essenziale, appassionato, incisivo e al tempo stesso sobrio, sempre estremamente chiaro. Pochissimi gli accenni ai problemi dell’attualità immediata di oggi – non nominati o elencati esplicitamente ma che sembravano ugualmente presenti e sottintesi dentro all’impegno civile richiamato – con una chiusura finale dedicata però a ricordare e rendere onore a Giulio Regeni.

Le incertezze del tempo non hanno impedito lo svolgersi nemmeno della manifestazione La memoria va in bici, con i ragazzi delle scuole medie di Jesi e di Moie, un appuntamento importante e già in svolgimento qui in città nel giorno del 25 aprile da alcuni anni. Il programma iniziale mi pare che sia stato ridotto, mantenendo però la visita in bici ai cippi e altri luoghi importanti per la memoria del territorio, spostandosi poi in auto al luogo del pranzo e del concerto.

Il tutto, compreso in un calendario di iniziative più ampio, sviluppato in queste giornate, pubblicizzato e promosso anche con uno specifico appello lanciato nei giorni scorsi in occasione di un’assemblea di associazioni e singoli cittadini per discutere di alcuni avvenimenti di stampo fascista e xenofobo verificatisi a Jesi, e conclusa con l’impegno di “lavorare per creare una rete antifascista tra associazioni, forze politiche, sindacati, movimenti e singoli cittadini allo scopo di progettare iniziative a livello cittadino che coinvolgano, tra gli altri le scuole e i migranti, e che contribuiscano a ricostituire un tessuto sociale sui valori che sono a fondamento della nostra Costituzione.”

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Ha vinto il marchese del Grillo

1Sulle dichiarazioni del Presidente del Consiglio, che rivendica tutto per sé il successo della vittoria dell’astensionismo, si potrebbe obiettargli che il 30% circa su 51 milioni di aventi diritto significa 15,3 milioni di votanti, e quindi se circa l’80% di questi ha votato Sì, sarebbero oltre 12 milioni le “poche” persone, secondo Renzi, che avrebbero votato contro di lui. Quindi, circa 1 milione di più del tanto vantato 40% ottenuto dal suo partito alle ultime elezioni europee (pari a 11, 3 milioni di voti). Qualcuno potrebbe obiettare che tra gli elettori votanti ci sono anche destre e lega, ma altri potrebbero contro-obiettare che è sufficiente fermarsi a chi ha votato sì, eccetera eccetera.

Intanto, a me verrebbe comunque da sottolineare la stessa cosa che mi venne in mente proprio in quelle elezioni europee, e cioè che il vero vincitore era il “partito dell’astensione”, che in quell’occasione era cresciuto di 6,7 milioni rispetto alle elezioni politiche dell’anno precedente. Con l’aggravante, questa volta, che Renzi si appropria di entrambe, anche dell’astensione. Non è una mia interpretazione, l’ha proprio detto lui. Ha detto che si è avvalso di un diritto della costituzione. Di quale articolo parla? Mi sfugge. Quando l’ho visto in televisione che comiziava subito dopo le 11 di sera, m’è venuta subito in mente quella scena del film “Il marchese del Grillo”, quando dice “Perché io sono io e voi..!”, con la differenza che Sordi riesce comunque a mantenersi simpatico anche nella presa per i fondelli.

Si è trattato – il referendum – di un quesito quasi risibile, soft si potrebbe dire, promosso addirittura da giunte e consiglieri regionali in dissenso con il partito che li ha eletti – una parte dunque di quei milioni di elettori dello stesso 40% di Renzi. Insomma, un fronte referendario assai eterogeneo e anche moderato e tranquillo, nei toni e nei modi, in una campagna elettorale condotta con disparità di mezzi e bruciata in poche battute. “È stata così veloce che quasi non ce ne siamo accorti” m’è venuto da dire introducendo venerdì scorso un dibattito pubblico nella mia città. Con quale spirito ora dovremmo fidarci del novello marchese del Grillo, quando dice che ci penserà lui a risolvere i problemi dell’energia? Noi ne sapevamo poco prima, ma la breve campagna elettorale ci ha comunque  stimolato ad approfondire, perché più che di campagna elettorale m’è sembrato che le persone ci chiedessero d’essere informate e di capire, ma evidentemente sarebbe meglio, secondo lui e secondo gli astensionisti, che riprendiamo di nuovo a saperne poco. Come se l’informazione da sola fosse già di per sé qualcosa di politico e dunque pericoloso: limitiamola magari alle comunicazioni sugli orari di limitazione al traffico per combattere le polveri sottili, tanto per citare un esempio.

M’è sembrata, piuttosto, di una prova generale di abolizione del voto, ma non del voto in quanto tale, bensì soltanto quando non è il marchese del grillo a proporlo, per avere il ritorno di legittimità che lui chiede, ma solo quando lo dice lui e su ciò che vuole lui. Il voto a comando. O anche, si potrebbe dire, a telecomando, parafrasando il sistema di voto delle giurie popolari al festival di Sanremo, o i tanti sondaggi “premi il tasto verde” che ci fanno sorbire tante televisioni ogni giorno.

Abbiamo perso un referendum soltanto perché l’avversario si è rifiutato di lottare, e questo è un paradosso, è come se nel calcio la vittoria a tavolino venisse assegnata alla squadra che si rifiuta di scendere in campo.  È davvero interessante questa nuova democrazia che s’avanza.

Un po’ come mi chiedevo soltanto ieri, in alcune riflessioni scritte su questo stesso blog , ripescando però un lavoro sociologico di diversi anni fa: con quali forme e modalità di partecipazione dovremo confrontarci?  È importante darsi una risposta giusta, cioè che funzioni, nella lunga stagione referendaria che si sta aprendo. Forse non ci sono di mezzo solo i punti individuati al centro dei nuovi quesiti, forse c’è anche un modello culturale di società.

P.S. I risultati definitivi: Hanno votato Sì 13,3 milioni di persone (85,8% dei votanti). Se il numero dei votanti fosse stato più alto, fino alla soglia del quorum, al 50,1%, e tutti i votanti “aggiuntivi” avessero comunque votato No, i Sì sarebbero restati ancora maggioranza, al 52,5%.
Interessante, è davvero il nuovo modello di democrazia, vince chi non partecipa? Sarà così anche al prossimo appuntamento, quello sulla Costituzione? E poi i referendum sociali? Vedremo.
Una curiosità aggiuntiva: nel mio comune ha votato il 38,77% e i Sì hanno raggiunto l’84,5%; in voti assoluti noto che i Sì sono stati circa 1.700 di più dei voti che quattro anni fa furono necessari all’attuale Sindaco per vincere il ballottaggio.

 

 

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La politica (ieri, oggi e …)

2«Nessuno degli intervistati partecipa alla vita politica attiva, neanche quei sette o otto che si dichiarano di sinistra e neanche gli unici due – entrambi iscritti al sindacato – che sono iscritti ad un partito di sinistra, i quali si limitano a partecipare più o meno occasionalmente a iniziative pubbliche. Uno dei due, una ragazza, auspica però una maggiore attenzione del suo partito a “pensare spazi per i giovani e iniziative culturali o sociali, come la presentazione di un libro o di un film, dei dibattiti, degli spettacoli, aperti anche a chi non ha maturato ancora una sua scelta politica, perché non si può pretendere che un giovane maturi da solo un interesse per la politica e poi partecipi direttamente alle riunioni di partito sui temi più strettamente politici”, ed infine spiega che anche a lei sarebbe così più facile partecipare a tali attività.»

Inizia così il capitolo 6, “La politica”, dell’articolo “I giovani, il lavoro e la partecipazione”, che scrissi al termine di un’articolato lavoro di ricerca sui giovani durato un paio di anni, che avevo poi concluso con venti interviste dirette o chiacchierate libere di novanta minuti ciascuna. Mi tornava in mente, questo articolo, un paio di sere fa, al termine di una riunione durante la quale ci ponevamo di nuovo il tema di come rivolgerci ai giovani, e non solo, sui valori di partecipazione, solidarietà, accoglienza, antifascismo, in un periodo in cui le spinte alla chiusura e all’indifferenza – e le tentazioni di strumentalizzazione di chi vuole approfittarne – sembrano sempre più prepotenti (anche se non mancano in giro anche esempi positivi, ma magari sono meno visibili, o meno percepiti perfino da noi stessi).

Dopo aver detto la mia, stavo lì all’incontro ad ascoltare gli altri e mi chiedevo, ripensando alle mie stesse parole, quale sia oggi effettivamente lo scarto tra le nostre percezioni e ciò che davvero sta cambiando nella realtà, concludendo, con autoironia: “sì, dev’esserci qualcosa che continua a sfuggirci!”  Così mi tornava in mente questo vecchio lavoro di ricerca sociale, immaginando che forse ogni tanto varrebbe la pena di continuare ad aggiornarci.
Dimenticavo: il lavoro sopra citato risale a ben 21 anni fa, era il 1995, e i giovani con cui allora chiacchieravo, oggi dovrebbero avere tutti attorno ai 45 – 47 anni; allora, dopo due anni tra questionari e statistiche, avevo deciso di liberarmi scegliendo di dialogare liberamente con appena venti giovani, tutti definibili in modo generico di area di sinistra, anche se tra loro molto diversi, di cui più della metà impegnati o comunque vicini al sindacato, sul loro luogo di lavoro.

Era un’altra era, non si era diffuso ancora nemmeno internet: lo ricordate? Come si comunicava e ci si informava? O forse non era poi così diverso da ora? Ecco un altro passaggio dell’articolo: «Nel totale solo due o tre intervistati -sono tutti delegati sindacali – affermano di leggere i quotidiani tutti i giorni, soltanto un delegato segnala un quotidiano di partito; altri intervistati, tra cui alcuni delegati, leggono i quotidiani soltanto saltuariamente (“non ho tempo, cerco di rifarmi leggendo i settimanali”).
Inoltre, di tutti questi lettori più o meno abituali, solo alcuni preferiscono i quotidiani nazionali, altri i quotidiani locali oppure quelli sportivi. Il mezzo di informazione principale resta la televisione, con i notiziari seguiti spesso assieme alla famiglia (“Sono più informato di ciò che accade tramite la televisione; tanto le notizie che riportano i giornali sono le stesse ascoltate la sera prima in televisione”).
Qualche altro al contrario, a proposito dei mezzi di informazione in genere specifica: “ogni tanto leggo qualche settimanale, i quotidiani poco, mi informo soprattutto ascoltando il telegiornale, ma anche questo saltuariamente, la cronaca non mi interessa molto, gli argomenti principali li seguo, la politica poco”; ed un altro aggiunge: “io non guardo molto la televisione e quindi ho del tempo libero per leggere libri”; ed un altro ancora: “non ho una buona opinione dei giornali, non li leggo, non mi danno niente, leggo solo qualche rivista…».

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«L’aiuto deve aiutare a eliminare l’aiuto», incontro su Thomas Sankara

12345678«L’aiuto deve aiutare a eliminare l’aiuto». È molto semplice e chiara, e molto potente, questa frase di Thomas Sankara, che nel suo discorso per la cancellazione del debito, il 29 luglio 1987 ad Addis Abeba, specificò anche: «Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzati, sono gli stessi che hanno per tanto tempo gestito le nostre economie. Sono i colonizzatori che hanno indebitato l’Africa presso i finanziatori, i loro fratelli e i loro cugini. Noi siamo estranei a questo debito, dunque non possiamo pagarlo. (…) Il debito nella sua forma attuale è una riconquista saggiamente organizzata dell’Africa, affinché la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a regole che ci sono del tutto estranee, facendo in modo che ciascuno di noi diventi finanziariamente schiavo. (…) Il debito non può essere rimborsato, prima di tutto perché, se non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno. Possiamo esserne certi. Al contrario, se paghiamo saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi.»

L’incontro è stato organizzato presso l’Istituto Scolastico Federico II di Jesi, da Elena Rondina, Nicoletta Cionna e altre insegnanti, il dirigente e dal Presidente dell’Istituto Giorgio Pittori, i veri  protagonisti però sono stati ragazze e ragazzi delle classi terze, che nei giorni scorsi hanno lavorato con le loro insegnanti e poi questa mattina hanno presentato il risultato della loro ricerca: la biografia del “Presidente ribelle” e alcune delle sue realizzazioni nei quattro anni in cui governò tra il 1983 e il 1987, come la costruzione della ferrovia del Sahel per unire Burkina Faso e Niger, la riforma agraria, il divieto dell’infibulazione, il nuovo codice di famiglia, incoraggiando le donne a ribellarsi al maschilismo, e soprattutto la lotta per la cancellazione del debito. Poi i ragazzi hanno concluso facendoci ascoltare, e cantandola anche loro, la canzone di Jovanotti al festival di Sanremo nel 2000 “Cancella il debito”. Un tema, quello del debito, ancora attuale, e in forme ancora nuove e non solo nei “tradizionali paesi debitori”.

Lo stimolo  per organizzare questa giornata era venuto nei giorni scorsi dalle foto che Marco Cardinali, viaggiatore, ha scattato tre anni fa durante un suo viaggio in Burkina Faso, riportando insieme alle foto anche storie, amicizie e sentimenti da condividere con noi. Le sue foto, già esposte lo scorso ottobre a Jesi in occasione dell’anniversario della morte di Sankara, in questi giorni sono esposte all’interno della scuola e vi resteranno fino al 25 aprile. Oltre a Marco Cardinali, hanno partecipato anche Mahamadi Dabre, Presidente della Federazione delle Associazioni dei Burkinabè in Italia – il quale ha raccontato di aver sentito per la prima volta parlare di Sankara al suo paese quando aveva la stessa età dei ragazzi che oggi lo ascoltavano a scuola, e che proprio grazie alle riforme di Sankara riuscì a  proseguire gli studi – e poi Mariella Pellegrini Kaboré, una jesina che oltre a unire insieme i due cognomi unisce anche le due cittadinanze italiana e burkinabè, e ha parlato ai ragazzi della produzione – indossandone lei uno – dei vestiti di cotone utilizzando il cotone prodotto in Burkina Faso, avviata allora proprio da Sankara. La mattinata è poi terminata bevendo insieme come aperitivo lo ZOOM-KOM, la bevanda burkinabe di zenzero, farina di miglio, limone e zucchero, sempre presente quando ci si ritrova insieme per parlare, condividere storie e stare in compagnia.

Ho avuto anch’io il piacere di far parte  del gruppo di persone che ha incontrato i ragazzi della scuola ed è stato un doppio piacere perché proprio nell’aula in cui eravamo, ben diciassette anni fa, nel mese di aprile come ora, tenemmo un’importante corso di formazione interculturale, nell’ambito di un progetto Comenius, dal quale derivarono poi molte delle attività  di intercultura svolte negli anni successivi, non solo a Jesi ma in tutta la zona, incontrandosi anche con il progetto Agorà (esiste ancora qualcosa in rete, disperso su vecchi siti, riguardo quella esperienza).

Thomas Sankara durante la sua presidenza cambiò il nome del paese da “Alto Volta”, di origine coloniale, in Burkina Faso, che significa la terra delle donne e degli uomini integri. Sankara è una figura purtroppo poco conosciuta in Europa e da noi, ma molto conosciuta invece in Africa e nel centro e sud America, come Patrice Lumumba, Frantz Fanon, Che Guevara, oppure José Martì che Thomas Sankara citò all’inizio del suo discorso alle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1984, un discorso giudicato scandaloso dai potenti di allora tanto che il presidente Reagan lo escluse dalla lista degli invitati alla Casa Bianca, ma lui non si perse d’animo e si recò ad Harlem dove venne accolto in modo memorabile e pronunciò la celebre frase: “La nostra casa Bianca è l’Harlem nero.”

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21 marzo 1950, Lentella

cop2L’erba dagli zoccoli, Tullio Bugari, Vydia editore

Il 21 marzo è l’anniversario dell’eccidio di Lentella, avvenuto nel 1950, durante l’ultima stagione delle grandi lotte contadine del nostro paese. Uno sciopero alla rovescia, per costruire una strada, che si concluse tragicamente: nel momento di massima tensione i carabinieri, armati di moschetto, aprirono il fuoco sulla folla uccidendo Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco, di 41 e 26 anni, ferendo anche molte altre persone. La Cgil proclamò in segno di protesta uno sciopero generale nazionale di 48 ore, la più grande manifestazione fino ad allora convocata.

Le vicende di quei giorni sono raccontate nel primo racconto che apre il mio libro L’erba dagli zoccoli, una cronaca di sentimento prima ancora che storica, per ricordare una delle tante pagine importanti di quegli anni duri del dopoguerra, quando in tanti, contadini senza terra, braccianti, mezzadri, e poi disoccupati, operai, giovani, donne e uomini, hanno davvero tentato di ricostruire l’unità del paese dal basso, da sud a nord e da nord a sud in tutte le regioni, esponendosi in prima persona per una società più equa e una vita più dignitosa.

Ho conosciuto questa storia grazie agli amici dell’Arci di Vasto, quando due anni fa sono sceso con il mio precedente libro In bicicletta lungo la Linea Gotica. «La mattina dopo  – scrissi allora sul mio blog –  ho avuto l’occasione di visitare Lentella. Racconterò questo viaggio e degli eventi che accaddero qui il 21 marzo 1950, con più calma, perché fa parte di un altro lavoro che richiederà ancora del tempo.»  Avevo già deciso, appena rientrato da quella visita, di sviluppare l’argomento ma ancora non avevo capito nemmeno io che da lì, da quella storia, sarei partito per trovarne anche altre, simili e accadute nello stesso periodo, che poi avrei raccolto in questo libro, il cui titolo è estratto dal monologo di Carmine Donatelli Crocco, dallo spettacolo La storia bandita.

I tempi “tecnici” di editore e tipografia hanno fatto sì che il libro fosse fresco di stampa proprio per la vigilia di questo anniversario, e dunque fosse possibile presentarlo per la prima volta proprio a Lentella, domenica prossima 20 marzo 2016, alle ore 17.30, nell’ambito della manifestazione che come ogni anno in questa occasione il Comune di Lentella organizza. Non poteva esserci occasione più adatta e più gradita per me che essere reso partecipe di questa importante serata.

(Immagine di copertina da un disegno di Ezio Bartocci della serie “Entroterra”)

(per informazioni sul libro: lerbadaglizoccoli.wordpress.com/)

 

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Quanto ci riguarda “la feccia”? Note etnopsichiatriche sulla cultura e sui suoi sembianti

NewsExtra_163150Ritengo utile riproporre la lettura di un interessante articolo di Simona Taliani pubblicato sul sito dell’Associazione Frantz Fanon, che mi piace dunque “archiviare” qui in questo blog, insieme ad alcune altre mie riflessioni, assai più estemporanee di queste, che nel corso dell’anno mi è capitato di fare  (It was a dark and stormy night…) ma poi non ho ripreso per approfondirle, anche se avevo iniziato a “prendere appunti” ( “In piedi, dannati della terra”); aggiungo ora a questo articolo e queste note anche un accenno al libro “I giorni ebbri” dello scrittore siriano Sa‘dallah Wannus, una riflessione letteraria molto interessante e piacevole da leggere, e che mi riporta a questi temi, di cui è disponibile in rete l’introduzione di Eleonora Catalli .
(la foto inserita l’ho ripresa da un articolo sulla rivolta delle banlieus pubblicato su globalist)

QUANTO CI RIGUARDA “LA FECCIA”?
Note etnopsichiatriche sulla cultura e sui suoi sembianti
di Simona Taliani
Abbiamo atteso qualche giorno, subito dopo Parigi, nel tentativo di pensare a quanto ciò che era accaduto ci riguardasse da vicino. Gli eventi ci hanno incalzato. In Nigeria, in Iraq e ora di nuovo in Mali, nella tranquilla Bamako, e poi ancora ieri nel nord del Camerun (pochi giornali riportano la notizia dei dieci morti a Nigue, sobborgo di Fotokol, nell’estremo Nord del Paese), a Tunisi. Ancora.

L’esplosione c’è dunque stata. Ora, tutto ci riguarda e, se possibile, con ancora maggior violenza.

Se ci fossimo fermati alla cronaca di mercoledì 18 novembre cioè di quanto accaduto a Saint Denis, avremmo scritto che quel dipartimento non era un quartiere tra gli altri per chi si occupa di etnopsichiatria. Proviamo a seguire quel filo anche ora, anche dopo quanto accaduto a Bamakoe a Tunisi o a quanto sta accadendo in questo momento o accadrà domani, in qualche mercato, strada, vicolo di città nota o di cui potevamo un tempo ignorare il nome e la posizione sulla mappa geografica. Proviamo a tenere insieme la “feccia” (“la racaille”) della banlieu parigina – come veniva ribattezzata dall’allora ministro degli interni, Nicolas Sarkozy, la giovane generazione che aveva messo a ferro e fuoco proprio il 93esimo dipartimento dopo la morte di due adolescenti francesi, le cui famiglie erano certamente di origine straniera – con la feccia che circola in Mali dal 2011, subito dopo l’invasione della Libia, in Nigeria, in Siria, in Somalia. Con la feccia che va oggi a piede libero ovunque, nel Mediterraneo e oltre.

Bobigny, Aubervilliers, Saint Denis sono i luoghi dove negli anni ’90 prese forma quel laboratorio di etnopsichiatria che ha fatto tanto discutere in Francia. Lì c’era, infatti, il Centre Georges Devereux (oggi spostatosi nel cuore di Parigi, così vicino ai luoghi degli attentati del 13 novembre). Qui, il tasso di criminalità è il più alto della Francia e ormai abitare nel 93 è un marchio sociale.
Il sindaco di Saint Denis, Didier Paillard, ricordava che nella cittadina abitano persone che hanno 130 nazionalità diverse: un agglomerato, dunque, tutt’altro che monocromatico né tantomeno omogeneo. “Qui manca il lavoro, oggi come nel 2005, qui c’è la povertà e ci sono meno servizi che a Parigi. A settembre scorso 150 bambini erano senza insegnanti. Come può essere ancora possibile tutto questo?”. Qui sono nati Cherif e Said Kouachy, i due fratelli protagonisti dell’attentato a Charlie Hebdo; qui è cresciuto il loro complice, Ahmedi Koulibaly; e da Drancy viene Samy Amimour, una delle persone che si è fatta esplodere al Bataclan il 13 novembre.

Il 93esimo dipartimento non è un ghetto nei termini pensati da Tobie Nathan che, da francese la cui famiglia era di origine ebrea e aveva vissuto per qualche anno in Egitto, forse aveva sempre avuto in mente più quei ghetti che non le nuove forme di esclusione sociale dello Stato neoliberale. Riprendiamo, per esteso e con calma, il passaggio che fece gridare allo scandalo (dell’etnopsichiatria) non pochi antropologi e psicanalisti alla fine degli anni ’90, quando Tobie Nathan forte e chiaro proponeva la soluzione del ghetto per le famiglie straniere immigrate in Francia.

“Quale pazzo demiurgo, quale alchimista delirante ha immaginato che una famiglia avrebbe potuto, nello spazio di qualche anno, abbandonare un sistema che ha assicurato la sua omeostasi psichica da generazioni, come si dice “adattandosi” o “integrandosi”? Lo so per esperienza che ciò è impossibile! Nelle società a forte emigrazione, bisogna favorire i ghetti – sì, lo dico forte e chiaro – favorire i ghetti perché nessuna famiglia sia obbligata ad abbandonare il suo sistema culturale. Non per ragioni morali, ma per il costo sociale che questa rottura scatena nella seconda generazione. Bisogna permettere alle famiglie di stare a lungo, e per tutto il tempo necessario, nelle loro logiche culturali. Solo in questo modo i bambini una volta adulti, essendo stati immersi in un mondo coerente, si avvieranno così sostenuti verso la società d’accoglienza, per amore – sono generalmente le passioni amorose che fanno abbandonare la propria cultura – e con l’unica preoccupazione di creare. Risparmieremo così alle seconde generazioni, molto più di quanto non siamo capaci di farlo oggi, di cadere nella delinquenza, nella tossicomania o peggio ancora nell’ideologia: che sono tutte e tre dei sembianti di cultura più accessibili perché semplificati e piatti. Certo, perderemo oggi qualche cittadino ma guadagneremo domani dei figli che verranno alla nuova cultura per arricchirla, e non abitati da una rabbia di annientamento”, scriveva in L’influence qui guérit (2004, pp. 216-217; i corsivi sono nostri).

Non c’è tempo ora per dire qualcosa di quello che sembra a tutti gli effetti un lapsus calami, dal momento che la Francia di quegli anni era una società a forte immigrazione, non emigrazione. E sarebbe fuori luogo, ora, mettersi a commentare le ragioni della critica alla sua posizione, sul rendere cioè la banlieue parigina o lionese dei ghetti monoculturali contro ogni forma di multiculturalismo spicciolo (che poi in effetti è quello che si è effettivamente realizzato). Sono note le aspre parole di Didier Fassin, che di quel lungo passaggio prende solo ben poche righe, scagliandosi contro le politiche dell’etnopsichiatria à la Nathan (“Classica misura di protezionismo culturale”, anticamera dell’apartheid, concludeva ne L’influence qui grandit, 1999, p. 153).

Certamente il 93esimo dipartimento è un ghetto nella misura in cui è una zona d’iniquità e di non-diritto; un territorio di privazione e derelizione, dove abitano “minoranze disonorate e immigrati indesiderabili”(Loïc Wacquant, Pariasurbains, Ghetto, Banlieu, État, 2005). Questo era chiaro anche a Nathan quando scriveva dei pazienti e delle loro famiglie di Saint Denis e dintorni: non si può onestamente sostenere che non vedesse cosa accadeva fuori dal Centro, nelle strade di questa periferia urbana (Dieu-dope. Un solo Dio, la droga – uno dei suoi primi romanzi – non è poi così lontano nella rappresentazione che dà della vita dei banlieusards da quanto ha fatto Kassovitz con La Haine, pellicola che esce per altro nello stesso anno del libro). Perché allora abbia insistito tanto sul peso della cultura nell’impostare una cura resta per certi aspetti e per molti studiosi un rompicapo (a cui fa per altro eco quello affrontato qualche decennio prima da Michele Risso e Wolfang Böker nelle periferie e nei grandi capannoni di Berna, dove si ammassavano lavoratori italiani immigrati nella Svizzera del dopoguerra). Nessuno di questi colleghi ignorava la dimensione sociale della sofferenza, eppure da terapeuti tentavano di guardare a come curare chi soffriva non restando intrappolati nell’unica interpretazione socio-economica possibile, quella di classe.

Forse, però, se partiamo dall’idea che questi spazi sono attraversati da minoranze disonorate e non solo indesiderate … l’espressione di Wacquant non va affatto lasciata cadere.
Senza voler in alcun modo comprendere i Cherif e gli Ahmedi che non hanno smesso di odiare il luogo dove sono cresciuti né attribuire ogni “colpa” all’Occidente imperialista nella sua espansione e dominio sul mondo, il disonore vissuto da coloro che crescono in queste periferie di degrado ambientale e dissoluzione sociale deve continuare a interrogarci. Non a caso, forse, Nathan parlava nel 1994 di “atti di guerra” da parte delle Istituzioni e dello Stato contro quei quartieri e questi “figli di Francia” a cui si chiedeva di mettere nel dimenticatoio degli attrezzi ormai inutili poetiche e politiche della “cultura”dei loro genitori (come intendere la “cultura” se non, molto semplicemente, il processo di costruzione della realtà interna ed esterna: ciò che permette a ciascuno di interpretare il mondo ed agire in esso?). Assistiamo dunque ad una infame forma di “violenza di ritorno”? L’esplosione alla fine c’è dunque stata.

Questi agglomerati pericolosi, ricettacoli di violenza (di “foyers de violence” parla Wacquant), sono dentro la città, pensati fin dall’inizio come parte esclusa della città, ma mai per davvero fuori di essa. Non nascono come spazi di eccezione; non proliferano arbitrariamente né casualmente. Ve ne sono molti anche in Italia, in queste stesse ore. Ve ne sono a Torino, e crescono rapidamente. Sono il prodotto di una certa visione del mondo e di precise politiche delle amministrazioni pubbliche.
La responsabilità rispetto a che cosa sia curare attraverso le poetiche e le politiche delle culture, di cui l’individuo si nutre e con cui nutre i suoi sogni e i suoi peggiori incubi, si sente addosso con maggiore forza. Ci incalza e ci spinge a uscire dagli sterili posizionamenti accademici. Ci obbliga a reinterrogare le politiche dell’etnopsichiatria, e l’atto di cura che si esercita su un soggetto che, seppur ai margini della Storia, è pur sempre un bagliore, che tentiamo di non far diventare agonizzante. Curare il “male africano” (come un giovane nominava solo la settimana scorsa la malattia di cui soffre da mesi) o il susto richiede la consapevolezza storica del terapeuta, prima ancora che del paziente, perché non ci si senta autorizzati (ancora di più oggi) a proporre la cura come forma di abdicazione: incorporazione lacerante di alienazioni su alienazioni.

La feccia che ha invece già deciso di uccidere, quella, è l’irrecuperabile della Storia e benché essa sia un prodotto storico – le cui origini possono trovare ragion d’essere anche nelle politiche occidentali o nello smembramento di istituzioni familiari, ormai allo stremo – resta il fatto che ci sono uomini e donne che decidono di entrare in quadri prestabiliti, iperdeterminati dalla Storia e dalle sue perversioni.
Questi uomini e queste donne stanno dall’una come dall’altra parte, le politiche criminali e “terroriste” non sono appannaggio di un solo schieramento. Ci sono. Vanno riconosciuti. Vanno nominati. Se possibile fermati, portati a giudizio, impossibilitati ad agire ancora. Il timore è che non ci sia nessuno dei potenti all’altezza del compito storico a cui siamo obbligati a rispondere.

Non è mai stato urgente quanto adesso un pensiero sull’alterità che sia capace di guardare lontano: che sia capace di non appiattirsi sulla retorica del meticciato. La parola “alterità” è guardata con sospetto da alcuni, con incomprensibile repulsione da tanti. Vogliamo poterla assaporare in tutte le sue promesse, verso un futuro dove non ci sia più bisogno di disonorare, umiliare, ridicolizzare lo scarto, il residuo, il resto che rimane dopo le letture sociali, politiche, economiche. Nell’intimo di una stanza, fino a quando ci sarà permesso, questo è il compito che ci accingiamo a risolvere, di qui ai prossimi mesi.

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Contadini e fotografi, ricordando Melissa (1949)

973_me_n_a01_b185_05 “Io devo l’ispirazione più profonda al mio lavoro di pittore alla consuetudine di vita, dei contadini della Calabria in particolare e di quel piccolo paese dell’antico marchesato di Crotone che ha il nome Melissa. In questo paese, voi ricordate, sono ormai quasi vent’anni, caddero sul feudo di Fragalà due contadini poveri e una giovane donna, in quel grande movimento di occupazione delle terre incolte, guidato dal Partito comunista, dal Partito socialista, dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori”.
cd1072Sono parole del pittore e fotografo Ernesto Treccani, dal saggio Arte per amore, del 1973.  Una delle località a cui Treccani si è maggiormente legato è Melissa, nel marchesato di Crotone, nota alle cronache, per chi è attento a questo tipo di storie d’Italia sempre più dimenticate, dell’eccidio del 29 ottobre 1949, durante un’occupazione di terre non coltivati dei tanti latifondi della zona. Muoino tre persone: Angelina Mauro, Giovanni Zito e Francesco Nigro. La violenza e il clamore di questo eccidio fa quasi dimenticarne un altro, accaduto appena il giorno prima a pochi chilometri da qui, a Isola di Capo Rizzuto, dove è rimasto ucciso il sindacalista Matteo Aceto.
In questi giorni cade il 66° anniversario: sembra tantissimo, come se parlassimo di un’Italia precedente. Fu una delle tante occupazioni e delle tante lotte contadine degli anni del dopoguerra, e anche purtroppo uno dei tanti eccidi e fatti di repressione di quelle lotte, che coinvolsero ogni regione d’Italia, ciascuna con le sue specificità, dai grandiosi scioperi dei braccianti alle mobilitazioni per il superamento della mezzadria, agli scioperi a rovescio per far applicare l’imponibile di manodopera e avviare lavori di miglioria di utilità pubblica.
Furono molti anche i fotografi, e non solo i fotografi, che in quegli anni seguirono e documentarono questa Italia battagliera, che faceva di tutto per non rassegnarsi, e anche Italia di “passaggio”, nel senso che di lì a poco fu comunque obbligata a prendere la via delle grandi migrazioni verso le miniere e le fabbriche del nord Europa e del nord Italia, o verso le città in genere, con l’abbandono delle campagna e il venir meno di un intero mondo.
Cercando in rete le foto e le immagini di Ernesto Treccani mi sono imbattuto per caso nel blog di un fotografo di oggi, Federico Barattini, che non conoscevo, e nella sua documentazione di una nuova realtà agricola odierna, quella di Mondeggi nel centro Italia, che ugualmente non conoso ma che mi sembra di buon auspicio legare insieme a questi ricordi; così come sono legati nel blog citato, dove alla galleria fotografia di “oggi” segue una galleria fotografica di “ieri”, nella quale la prima di queste foto è un ritratto di Rocco Scotellaro, seguito da una foto dei braccianti di Montescaglioso (Matera) e poi di un manifesto della Cgil per commemorare l’uccisione di Giuseppe Novello: apertura più che giusta per una galleria fotografica sull’argomento; seguono poi numerose foto di Ernesto Treccani su Melissa e alcune altre, di altri fotografi da altre zone d’Italia, sempre negli stessi anni.

È sempre importante ricordare il passato? All’eccidio di Melissa dedicò una canzone anche Lucio Dalla, nel 1973, ventiquattro anni dopo i fatti, intitolata Passato Presente: “Il passato è un fuoco che brucia i pensieri”, recita uno dei versi, a cui risponde: “il presente è un aratro che scava dentro il cuore”. Sono trascorsi più di quaranta anni dalla canzone, sembra ancora di oggi.

La foto riportata in alto è appunto di Ernesto Treccani, con i contadini di Melissa nel 1950, così come il quadro “La lunga strada”, del 1951.

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Thomas Sankara, il Presidente ribelle

«Burkina Faso significa “terra degli uomini integri” e fu questo il nuovo nome dato al paese dal Presidente Thomas Sankara il 4 agosto del 1984, al posto del vecchio nome neocoloniale “Repubblica dell’Alto Volta”, che aveva ricevuto dopo l’indipendenza dalla 24 3Francia nel 1960.»  Mi ricorda queste cose Marco Cardinali, viaggiatore fai da te, dalle innumerevoli e altrettanto appassionate mete, che nel suo girovagare ha voluto legarsi anche alla storia del Presidente Thomas Sankara, ucciso all’età di 38 anni, il 15 ottobre 1987.
In questi giorni, in occasione dell’anniversario, Marco ha voluto ricordarlo esponendo al palazzo dei Convegni di Jesi le foto da lui scattate in Burkina Faso negli ultimi anni. Persone, volti, curiosità naturali, case e villaggi, colori e tanti ritratti, davvero tanti primi piano, a rispecchiare, credo, il suo modo di viaggiare e entrare in contatto diretto con chiunque. E poi pannelli informativi sul Presidente Sankara, poco conosciuto da noi eppure molto importante per le lotte dei paesi del sud del mondo, o forse oggi giorno è più pertinente chiamarle le periferie del mondo. Un personaggio invece da conoscere e ricordare, come Che Guevara, Franz Fanon, Ken Saro-Wiwa, Chico Mendes e tanti altri.
Una iniziativa forse poco notata in città, e una mostra forse semplice nella sua fattura eppure efficace quella che Marco ha proposto qui al Palazzo dei Convegni, nel senso dell’immediatezza e della spontaneità, senza chiedersi tanto se fare o non fare e come e quando e con chi e perché, intanto facciamola, che richiede già molto impegno e passione, per valorizzare questo paese e attraverso il suo paese ricordare questo uomo importante, e le storie e le lotte da lui sostenute, per l’azzeramento dei debiti dei paesi africani nei confronti degli Stati Uniti e dei paesi europei.
Thomas Sankara fu ucciso il 15 ottobre 1987, insieme ad altri suoi collaboratori, durante un colpo di stato militare appoggiato da Francia e Stati Uniti. Tutte le foto sono esposte con brevi didascalie, frasi di Thomas Sankara o altri pensieri sull’argomento e sul paese, raccolte da Marco e firmate “Associazione culturale Sun Human Family”, il titolo del progetto, per un percorso e un interesse che continua.

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“Più di quel che avanza”

Piudiquel“Più di quel che avanza” di Francesca Romana Capone. Mi ha incuriosito molto la lettura di questo romanzo che mi viene da definire “pittorico” o “materico”. L’io narrante è una restauratrice che a sua volta, all’improvviso, si ritrova nella condizione di un quadro da restaurare, e il restauro è presente non solo o non tanto come metafora della sua condizione ma vero filo conduttore, tessuto e trama sottostante l’intera narrazione, e anche oltre ciò che appare direttamente dalla narrazione.

E non è nemmeno un quadro qualunque quello da restaurare, nel senso di una tecnica ripetitiva e da applicare meccanicamente sempre allo stesso modo, bensì è la somma di tanti quadri ciascuno con una sua storia e un suo sistema semantico, di relazioni e nuove prospettive con cui il restauratore entra in relazione.
E tra i tanti quadri che la protagonista richiama alla memoria, mentre rovista tra i propri pensieri, in particolare colpisce la mia attenzione un”gobbo” di Burri, cioè qualcosa di unico che va oltre il quadro: “Ho rotto un sistema di spinte e controspinte che non potrà più ricostituirsi, perché la sua forza era tutta nella fragilità di quel bilanciamento”.

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La casa di Ghilarza

cameraLa casa di Ghilarza era della madre Giuseppina; Antonio Gramsci – Nino, come era chiamato in famiglia – aveva circa sette anni quando vi si trasferirono. Non è esattamente la sua casa natale ma è qui che visse gli anni della maturazione. Quando si trasferì a Torino per frequentare l’Università, grazie ad una borsa di studio, era già socialista e già giornalista. In questa casa ritornò, qualche volta, per far visita alla madre. Ora il luogo è una casa museo, per onorarne la memoria. Provo sempre una strana emozione quando ho l’occasione di trovarmi in luoghi che testimoniano questi passaggi di vita, ove sono custoditi alcuni oggetti e mobili,  le sue lettere, alcuni dei libri da lui letti allora, documenti della sua vita. In uno di questi, leggiamo che Nino scriveva a casa da Torino, nel periodo universitario, e chiedeva di controllare sul posto la traduzione e il significato di alcune espressioni in sardo logudorese: doveva consegnare una tesina e voleva essere sicuro di evitare imperdonabili imprecisioni. L’attenzione per la vita attraverso le sue parole. La caparbietà di un’intera vita. Tra gli oggetti esposti nella casa occhialidi Ghilarza, mi ha emozionato in particolare un astuccio con degli occhiali da vista. E poi un modellino di legno di un carretto sardo, che Nino aveva costruito per mostrare a suo figlio Delio i carri della sua terra. Nella sua breve vita colma di impegno, trovava anche pause di tempo come queste, a costruire giocattoli, ed era anche un bravo artigiano, oltre alla testa sapeva usare bene anche le mani. E poi le lettere, carissima Giulia…  carissima mamma… e altre anccora. Qualche tempo fa avevo avuto modo di apprezzare il Gramsci privato, ricostruito da Lucia Tancredi attraverso lo sguardo della moglie, nel bel romanzo “La vita privata di Giulia Schucht”.  Nella casa c’è anche una camera da letto, ricostruita con l’essenziale recuperato anni dopo, ma è un microcosmo quell’essenziale, con una finestra che dal primo piano si affaccia sul cortile interno , dove allora c’era al piano terra, se ho ben capito, una cucina o il luogo dove impastare il pane. Di fronte, guardando dalla finestra, un tappeto di foglie sull’interno del muro che chiude il cortile. Nella sua biografia è scritto che da ragazzo facesse vita molto appartata, immerso nella lettura e nello studio. Poi andò a Torino, all’università e nel caldo dei consigli di fabbrica, e a Mosca, e deputato a Roma… e poi i lunghi anni di carcere, di nuovo chiuso ma esposto e nudo di fronte alle durezze del mondo perché separato dagli affetti della sua casa, non isolato però ma legato al mondo attraverso i suoi studi e i suoi scritti. L’attenzione per la vita attraverso le sue parole. Tra le poche cose che ho letto della sua vita, una di quelle che più mi ha colpito, ancora più dell’ampiezza degli argomenti a cui si applicava, è quando parla del suo metodo di lavoro. Non smise mai di pensare, e di dare una direzione umana ai suoi pensieri. Il giorno prima della sua morte, avvenuta il 27 aprile 1937, nel nord della Spagna nei paesi Baschi era stata bombardata la città di Guernica, un colpo molto duro alla giovane repubblica spagnola e al movimento proletario internazionale. Credo che Gramsci non abbia avuto notizia di questo doloroso fatto, perché era già entrato in coma il giorno precedente per un’emorragia cerebrale, il 25 aprile. Aveva 46 anni. Lo avevano arrestato all’età di 35 anni, poco prima che nascesse il suo secondo figlio, che non vide mai.  Quando morì, era ricoverato in clinica e agli arresti domiciliari già da qualche anno, per le gravi condizioni di salute, aveva però continuato a studiare, seguitare le sue ricerche, e a scrivere, fino all’ultimo momento in cui gli era stato possibile.

 

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Il sentiero della transizione

Schermata-2015-06-22-alle-10.25.34Note a margine personali, sfogliando il libro “Verde Cortina, da Lubecca a Trieste sui confini della guerra fredda”, di Matteo Tacconi e Ingazio Maria Coccia, Capponi Editore, chiedendomi: dove “la cortina di ferro” incrocia “la rotta balcanica”?

“Sankt Margarathen im Burgenland Non è solo cave e lirica. C’è una dote storica più recente. che merita di essere raccontata. Tra la fine dell’estate e la prima parte dell’autunno del 1989 questo centro urbano vide transitare molti tedeschi dell’est. Erano in vacanza in Ungheria (la gente dell’est villeggiava nei paesi comunisti fratelli) e proprio in quei mesi s’aprì ilconfine con l’Austria. In tantissimi si riversarono dall’altra parte e trovarono, passando anche da Sankt Margarethen e risalendo in treno fino a Vienna, la via della Germania Occidentale. La molla che fece scattare quell’esodo fu il “pic nic paneuropeo”, iniziativa lanciata il 19 agosto di quell’anno dall’opposizione ungherese, ma appoggiata dai comunisti riformisti al potere a Budapest, decisi a percorrere il sentiero della transizione e a sbarazzarsi della cortina di ferro.”

Scrive così Matteo Tacconi in  “Verde Cortina”.  Un reportage giornalistico e fotografico viaggiando lenti e dentro ai territori, per condividirli, dove ai testi di Matteo Tacconi si alternano, viaggiando insieme,  le foto di Ignacio Maria Coccia. Testi e foto che si guardano attorno insieme, senza commentarsi tra loro ma procedendo autonomi come due sguardi che esprimono  ciò che scrutano, e scoprono, usando ciascuno il proprio linguaggio. E probabilmente c’è ancora molto da scoprire: m’immagino sempre che chi compie esperienze come queste continui a scoprire cose nuove anche dopo, per anni, ogni volta che qualcosa gli offre la possibilità di tornare a quel viaggio, a ciò che si è scritto, visto, fotografato, e non solo perché non mai è possibile esaurire tutto in una volta sola ma anche perché quei luoghi, quelle ampiezze nello spazio e nel tempo, nel frattempo non stanno lì ferme ma continuano a muoversi. Di alcuni di questi significati, delle scelte del viaggio e all’interno del viaggio, delle foto scattate da Coccia, della storia di ciascuna e dietro ciascuna, dell’insieme del lavoro e del progetto, se ne è parlato qualche sera fa alla Biblioteca La Fornace di Moie, in una serata organizzata dal locale Fotoclub. O ne parlano nelle due introduzioni al libro Mara Gergolet e Renata Ferri.

A me stesso è venuto da chiedere, durante l’incontro in biblioteca, se durante il loro viaggio avessero percepito di più la sensazione del confine o della centralità. Mi sembrava una domanda perfino retorica e invece dalla risposta ho scoperto che queste due dimensioni dialogano tuttora fortemente tra loro.

Già prima dell’incontro, chiacchierando, ci era venuto da chiederci: dove “la cortina di ferro” incontra “la rotta balcanica”? E allora io stesso ci sono ritornato dopo, a casa, sfogliando di nuovo il libro, andando a cercare proprio il brano che ho citato sopra, e che qualche riga più avanti prosegue:
“Nei giorni successivi, migliaia di tedesco-orientali, molti dei quali accampati sulle rive del lago di balaton, furono raggiunti dalla notizia della fuga e accorsero nel distretto di Sopron. Tentarono di passare in Austria, ma vennero respinti. La situazione si fece abbastanza tesa. Finché Budapest, l’11 settembre, capì che tutta quella gente non poteva essere fermata.”

Sopron, se si guarda una mappa sembra quasi un’enclave, una lingua di terra ungherese che si aggancia dentro l’Austria, come se quei confini non dovessero mai sganciarsi. È sempre da qui che in questi giorni stanno passando e stanno tentando di passare migliaia di siriani, sotto gli sguardi delle telecamere di tutto il mondo (“Quel maledetto treno per Sopron” scriveva qualcuno), una spettacolarizzazione della fuga che nell’89 raggiunse la stessa intensità mediatica soltanto quando due mesi più tardi venne abbattuto il muro a Berlino. Allora uno spettacolo di festa, oggi il festeggiamento lo abbiamo visto solo chilometri dopo, all’ingresso dei fuggitivi alla stazione di Monaco. Magari applauditi dagli stessi tedeschi che ventisei anni prima erano riusciti a fuggire proprio dalla stessa via, lungo il sentiero della transizione.

Ecco dunque che confine e centralità, quando ci pareva di poterli distinguere, capita che invece si mescolino ancora, in questo momento, sotto i nostri occhi, e dunque abbiamo ancora molto da scrutare, esprimere, cercare da vedere. Ecco dunque che quella domanda: dove  “la cortina di ferro” incrocia “la rotta balcanica” non è poi così retorica o da giocarsi con una battuta ma si apre a significati che non è facile fronteggiare, richiedono tempo, di immergersi dentro come i due autori hanno fatto percorrendo la ex cortina di ferro. Non voglio aggiungere altro, se non una breve citazione dall’introduzione che Renata Ferri dedica in particolare alle foto: “Si osservano carri armati abbandonati sul ciglio di strade deserte, militi ignoti che sorgono dalle nebbie, stazioni e incroci ferroviari dove sembra che nessun treno sia più passato da anni. Dove siamo? Che anno è?”

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Una serata sull’aia, con la luna piena (2 Ruote di Resistenza)

Senza titolo2 Ruote di Resistenza. Alla fine, dopo tanta indecisione sullo spazio da utilizzare – se il fienile ristrutturato, più raccolto e più suggestivo, o il palco, che del resto era anche già pronto – abbiamo scelto l’aia di fronte alla casa, per la serata con Nica Mammì e Daniele Contardo, “2 Ruote di Resistenza, alla ricerca del popolo che manca”, perché in fin dei conti è proprio l’aia dove si riunivano le nostre generazioni precedenti – veniamo tutti dalla campagna – per le feste più importanti o per la raccolta dei prodotti nei vari momenti del ciclo annuale. Era l’aia il cuore della vita in campagna, il luogo dove tutto confluiva o da dove tutto partiva.

3Il luogo era reso ancora più suggestivo, l’altra sera (sabato 29 agosto), da una bella luna piena sorta al momento giusto proprio davanti alla casa: Nica e Daniele, lanciati come due cantastorie, alternando l’oralità alla musica dell’organetto, con le loro biciclette appoggiate un poco più in là, potevano vederla alta di fronte come a chiudere l’aia, e le tante persone raccolte attorno a loro per ascoltarli potevano sentirla rassicurante alle proprie spalle.

“Alla ricerca del popolo che manca”: fin dalle prime battute, il racconto del loro viaggio in bicicletta attraverso l’Italia, da Bussoleno in Valsusa fino a Diamante in Calabria, si è intrecciato con le tante storie raccolte anche da altri prima di loro, a iniziare da Nuto Revelli, con diverse citazioni dai suoi libri e dalle sue Langhe. E poi altre storie, tratte dal tempo e dai tempi che ci hanno preceduti, quelli delle nostre origini, e tratte dai diversi luoghi attraversati nel viaggio, tutti partecipi, ciascuno con la sua unicità di esperienze di vita, della stessa cornice storica e popolare. Come le lotte dei contadini nel dopoguerra, ricordando in particolare quelle dei contadini siciliani, calabresi, lucani e pugliesi, con gli eccidi di Melissa, Torremaggiore, o il ruolo condiviso anche dalle donne, sempre in prima fila in quelle lotte, come ad esempio Angelina Mauro, uccisa a Melissa nel ’49 o Giuditta Levato, uccisa a Calabricata nel ’46. È stata letta la poesia che il poeta e sindaco contadino Rocco Scotellaro dedicò a Giuseppe Novello, ucciso a Montescaglioso nel ’49.

1“Alla ricerca del popolo che manca” più che un progetto sembra quasi una sperimentazione in continuo divenire, nel senso di ricercare, viaggiando lenti, alla velocità di crociera di un ciclista che non deve vincere trofei di un giorno, e quindi può fermarsi, ascoltare, guardare un po’ più da vicino, lungo l’Italia dei paesi e delle contrade, gli echi non solo delle storie di ieri – da ricordare, ricomprendere e valorizzare, evitando anche i miti frettolosi che dimenticano le fatiche di quel mondo e la condizione di sfruttamento, ma evidenziando che quella marginalità poteva essere superata seguendo altre strade rispetto a quelle imposte da una logica di sviluppo che ci crea anche oggi continuamente nuovi problemi, rispingendoci indietro – ma ponendo attenzione anche agli echi di oggi, dalle tante esperienze di ritorno all’agricoltura, mai banali e nemmeno queste da mitizzare in base alle mode di un giorno ma che richiedono come sempre la concretezza del lavoro e la tenacia dell’impegno 2quotidiano, fino a prestare un’attenzione maggiore e più rispettosa alle tante Resistenze, che ancora ci sono, come quelle contro le grandi opere in tutte le loro infinite gamme, a cui si oppongono “i comitati”. Ecco che il viaggio allora ha inizio proprio dalla Valsusa, con la sua storia antica, e poi attraversa tante altre realtà nel paese: dal NoTav al No Triv, si diceva, per condensare questo mondo in una battuta.Una sperimentazione aperta, dunque, e un cammino che prosegue, in cerca di altre storie e di sempre nuove contaminazioni, sperimentazioni.

Ho parlato qui solo di alcuni aspetti di questo viaggio, la cui stessa documentazione raccolta nel sito bikepartisans è tuttora in elaborazione, così come lo sono i viaggi tuttora in corso, e non ho detto nulla della musica, che non è certo un semplice accompagnamento ma è l’anima stessa del raccontare giullaresco, raccogliendo i rumori di fondo e le voci dal basso per restituirle sotto forma di emozioni, echi, sonorità, vibrazioni che ancora oggi sentiamo e continuiamo a creare. Ne parla Daniele nella pagina di Abesibe.

11951603_420963551430050_4916066567871015303_oPersonalmente, ho avuto il piacere di introdurre Nica e Daniele con una lettura, dal mio libro L’erba dagli zoccoli in corso di stampa, di un brano sulla storia di Rocco Scotellaro e le lotte contadine in Lucania, dedicandola a Giuseppe Novello, e ho avuto il piacere anch’io di sperimentare qualcosa di nuovo, grazie all’accompagnamento grafico di Andrea Silicati, che mentre io leggevo disegnava in una tavola unica – un po’ come quelle dei cantastorie, per restare in tema – il profilo delle colline lucane che alla fine inglobavano il volto di Scotellaro dietro le sbarre, e insieme le ombre della notte tragica di Montescaglioso. Ho voluto fare un’introduzione vera al racconto di Nica e Daniele sul popolo che manca, che avrebbe poi riempito la nostra serata di luna piena.

La serata è stata organizzata da Musica Distesa, Altrovïaggio e NotteNera, con la partecipazione di Arci, Anpi, Libera , Shambhala e Fuori dalle vie Maestre.

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“Il canale” di Salvatore Paolo

phpThumb_generated_thumbnailjpgLettura interessante, immersa all’interno del mondo contadino: “… erano d’accordo che valesse la pena di sfidare i carabinieri per quelle terre. A giudizio di coloro che le conoscevano, esse erano una specie di terra promessa. Solo bisognava smacchiare, ripulire, scassare, dissodare. «È per questo che ci andiamo – diceva Renato, e dopo ci dovranno ringraziare.»
Si giunse così alla notte dell’occupazione. Partirono tutti dalla Camera del Lavoro. Andavano in bicicletta. Chi non l’aveva se l’era procurata. Benito l’ebbe dai figli di Giovanni Tenta, siccome loro ne avevano due e di essi vi andava solo il più grande.
Il tempo era umido e freddo. Nel cielo passavano delle nubi nere come corvi. Per tutte le strade c’era un via vai di gente. Si udivano voci bisbigliate o richiami da una casa all’altra. «Fernando, sei sveglio?». Qualcuno si era messo a riposare prima della partenza. «Pronto, ci sono».   Ed era una lunga coda di biciclette che si avviava per la via del mare. Andavano senza luci per non dare sull’occhio. Ma cantavano Bandiera Rossa, come se il canto non desse sospetto.”

Ad un certo punto della storia c’è anche questa occupazione delle terre, con un chiaro riferimento alle occupazioni dell’Arneo, con le biciclette dei contadini bruciate dai carabinieri, nel feudo di Nardò in Salento, e siamo infatti anche negli stessi anni, subito dopo la guerra.
L’ambiente sociale è lo stesso, con le stesse fatiche e durezze della vita. Il romanzo, però, non è una ricostruzione storica bensì ambientale e sociale, quasi antropologica, molto precisa e ricca di dettagli, che a tratti ricorda i Malavoglia di Giovanni Verga, ma per altri aspetti offre anche uno sguardo più individuale e introspettivo, psicologico, attraverso l’io narrante che è Assuntina, una ragazza e poi donna, che racconta – ricordandolo dopo, con il tono di chi è riuscito, almeno un poco, a distaccarsi dal duro ambiente in cui è cresciuta – la storia sua e della sua famiglia, i Mangialerba, caprai, con la loro casa umida e povera vicino al canale. Il padre e la madre, con i loro caratteri diversi e ben delineati dall’autore, poi i due fratelli, il maggiore e il minore – il più grande partirà soldato nel ’39 per finire poi in Russia -, la vita del paese, le gerarchie e anche le prepotenze, l’oppressione sociale. E nel mezzo i sogni infranti, come quello di Assuntina di poter studiare e diventare “dottoressa di polso”, cioè medico, oppure quello del padre di riscattarsi tentando la coltivazione del tabacco, ma si risolverà in una batosta, non solo per la stagione difficile e il gelo di primavera che brucia le piantine, ma anche perché il prezzo del raccolto lo stabilisce il potente del paese, e la vendita diventa così quasi un furto, naturale come le stagioni, e come se non bastasse acquista a novembre ma a Natale ancora non ha pagato una lira – struggenti le pagine sul pranzo di Natale, senza nulla, e del presepio senza pupi -, mentre il tabacco il padrone l’ha già lavorato e rivenduto, incassando subito, se non in anticipo, i suoi soldi e le sovvenzioni pubbliche. Nel racconto c’è anche il mondo delle tabacchine, lavoro che per un po’ Assuntina svolge. Anche i qui i paradossi dell’iniquità, con Assuntina che non ha i soldi per comperarsi un cappotto, anche vecchio, e la colletta a cui gli tocca partecipare per il regalo di natale alla mestra, per comperargli una radio.

Il linguaggio usato dall’autore è incisivo e sintetico e al tempo stesso capace di restituire la vivacità e la pienezza del modo di esprimersi popolare, nelle espressioni e ancora di più nella costruzione dei dialoghi, mantendosi al tempo stesso asciutto ed essenziale, permeato da un pessimismo costante, quasi fatalistico eppure capace di rivelare una resistenza d’animo – la famosa “resilienza” – che sorprende, sempre pronti a sognare possibili o impossibili riscatti. Molto spesso ingenui, ancora più spesso avversati in tanti modi diversi. Ma l’accento del racconto sembra posto sulla possibilità di un riscatto più esistenziale che sociale, come si percepisce dal tono stesso con cui l’io narrante, Assuntina, racconta a noi non risparmiandoci nulla, ma dopo che è riuscita a tirarsi, anche se solo per poco, un po’ fuori.

Interessanti anche le descrizioni del pesaggio. Anzi, più che paesaggio, potrebbe essere definito direttamente ambiente o natura, una natura dura e difficile, anch’essa essenziale e dura come uno stato d’animo, ma capace anche di destarsi senza riguardi. Un paesaggio ancora da “smacchiare”, per citare una delle espressioni usate nell’episodio dell’occupazione delle terre:
“Era luglio e non pioveva da oltre cinque mesi. Le piante appassivano e il canale s’era coperto di terra. Non c’era soffio di vento, eppure la polvere delle strade penetrava nelle gole col respiro. Dal sole era come se piovessero fiammate: ogni tramonto era la fine di una lotta per un po’ d’aria, per un po’ di vita. Anche la terra era stanca, prostrata, silenziosa. Intorno casa venivano a morire, nella ricerca disperata dsi una pozzanghera, tutte le rane del fossato consumato dall’arsura (…) Appena due giorni dopo soffiò il vento. Da ponente salirono le nuvole. Si levò la tramontana, improvvisa, turbinosa, e il sole si oscurò. S’impennarono i mulinelli di polbere inseguendosi per la campagna. I contadini, incalzati dal rombo dei tuooni, misero alriparo i fichi e il tabacco che seccavano al sole. Io mi affacciai allap porta: il vento mi portava via. L’orizzonte, nero come un carbone, era squarciato da contonui lampi nervosi. Vidi volare in un turbine stracci, foglie secche e pezzi di legno. Il cielo si abbassava sempre di più e incombeva su di noi. La grandine venne giù secca come una sassaiola, poi si diradò e divenne pioggia scrosciante. Il canale si gonfiava a vista d’occhio: l’acqua sopravanzò le rive e si riversò verso casa. Lambiva la soglia, invadeva la stanza, mentre la pioggia si faceva rabbiosa.”
Quasi per ricordarci che nemmeno la natura è uguale per tutti ma è capace di discriminare e colpire chi è restato più esposto ai suoi colpi.
Il romanzo fu scritto dall’autore nel 1956 ma poi pubblicato nel 1962, da Nuova Accademia Editrice, dopo essere già stato premiato come inedito al “Città di Bari”.

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Nottenera e tonalità di nero, appunti personali a margine

introNottenera. Non ho trovato molti titoli simili in rete: una notte africana, che richiama il colore della pelle, e poco altro. Di solito si usa “notte bianca”, che rinvia a qualcosa che riguarda l’insonnia. La Nottenera dev’essere altro; il 22 agosto si svolge la quinta edizione. Confesso che per una mia debolezza mi accosto sempre con cautela agli eventi culturali basati su una molteplicità di proposte. Mi prendo sempre un po’ di tempo prima di orientarmi. Ho costruito negli anni un mito assai personale sulle mie origini campagnole e così la città, o anche solo il piccolo paese, mi creano un senso di frastorno. Ma ugualmente mi attirano, un po’ come le fiere, dove anche le antiche comunità si riversavano per ritrovarsi e fare provviste, oltre che di cose anche di storie, immagini, suoni e parole. Sto leggendo il programma di quest’anno e quindi ne parlo solo nell’attesa e per ciò che ora leggo. E un po’ anche per le poche suggestioni che mi legano al paese inventore di questo appuntamento. Serra de’ Conti. Il museo delle arti monastiche, che per l’occasione resterà aperto durante la notte, evento tra gli eventi, occasione da cogliere per chi non l’ha già visitato. “Le stanze del tempo sospeso” è il bel titolo del percorso di visita, che ho avuto modo di apprezzare alcuni anni anni fa. Il manifesto, dell’amico Ezio Bartocci, realizzato allora per l’apertura, lo si incontra, come una vera porta, anche nella pagina d’ingresso del sito web del museo.

Raccontava Ezio, qualche settimana fa alla presentazione della sua mostra “Manifesti, fogli di strada”, all’Accademia di Macerata, le difficoltà incontrate nel riprodurre la stessa identica tonalità di nero della veste della monaca. Sembra banale ma non lo è affatto, occorre plasmare con cura le terre e le materie o risalire alle materie originali per riprodurre non solo i colori ma anche i riflessi e le tonalità che li rende vivi, come la sensazione di una presenza reale. Riprodurre il nero. Ecco, filtrata così, anche la Nottenera già mi intriga in modo diverso, mi stuzzica a pensare che anche gli organizzatori di questo evento siano alla prese con la ricerca delle giuste tonalità.  Leggo dal sito del Comune, nella pagina dedicata all’evento“che l’illuminazione pubblica verrà sospesa per fare del buio il primo elemento di relazione autentica con se stessi, gli altri e l’ambiente, per un’esperienza di superamento delle abitudini percettive”. Gli eventi si svolgeranno a partire dalle 19.30, poco prima del tramonto, e poi proseguiranno fino a Notte fonda. Notte fonda, mi piace questa espressione. Nel suo libro “Participio futuro” Massimo Angelini, ruralista e fabbricante di lunari, ci spiega che: “Dopo l’ultima luce inizia la notte e delle cose non si distingue più il colore né la forma. Fino alla vera mezzanotte, che nell’orologio invernale corrisponde a pochi minuti dopo la mezzanotte e mezza, diciamo che è SERA; poi, dalla mezzanotte vera fino al primo chiarore, diciamo che è NOTTE profonda. E nella notte profonda il momento più buio è sempre quello che precede il ritorno della luce, e la luce ritorna e ritornerà sempre fino alla fine dei tempi.” La mezzanotte vera, mi intriga questa idea o questo momento, come si fa a coglierla davvero? Certo, non credo che Angelini pensasse a questa specifica nottenera, ma al tempo remoto, o del participio futuro?, di quel mondo contadino che costituisce il nostro ampio, profondo e comune retroterra temporale che siamo noi.

Gli appuntamenti previsti durante la notte sono tanti e diversi, offerti nei vari punti del paese, immersi nel buio, sperimentando, leggo sempre dal sito del comune, “l’incontro tra i linguaggi creativi contemporanei, le comunità e il territorio”. Il territorio, già, è questo alla fine l’elemento centrale attorno cui ruotiamo, sperimentiamo, ci domandiamo. Abbiamo bisogno di sperimentare e domandarci, soprattutto in questi tempi attuali, davvero sospesi.

Tra gli eventi previsti elencati nel programma mi stuzzica (non solo questa, ma in particolare per un mio interesse più diretto) una performance teatrale, di Glen Çaçi, un artista albanese che presenta “KK (Reduxe)”: “una riflessione politico-performativa sulla proprietà territoriale e sull’identità culturale, filtrata da un’ironia cruda e pungente; una traduzione coreografica contemporanea dell’estetica di un’infanzia post-comunista”. Una storia, o più storie, di sradicamenti e ricerche di radicamenti, tra esili, itinerari, accoglienze, esclusioni, identità che non è mai semplice afferrare. Insomma, storie di oggi. Che il nero profondo della notte, dunque, sia propizio anche a noi invitati a partecipare, con le nostre identità certe volte un po’ troppo scontate, e che dunque dimentichiamo quasi perfino di averle. Che sia anche questo, in qualche modo, il senso dell’incontro tra i linguaggi? Sperimentiamolo. Intanto, mi viene alla mente la storia della “Moretta”, che conosco solo approssimativamente ma riguarda questo paese. A cavallo tra Ottocento e Novecento arrivò al monastero di Santa Maria Maddalena una suora sudanese, liberata dalla schiavitù da un sacerdote, che si inserì qui e divenne anche Abbadessa. Pare che fosse musicista e anche brava, una suonatrice di organo, conosciuta e apprezzata anche fuori dal convento. Che la notte dunque sia propizia agli incontri, alle storie, agli esperimenti.

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Praga, pensieri sparsi

kafkaQuella descritta da Kafka mi sembra una realtà sospinta dall’irrealtà, e la sua scrittura ne è il punto di contatto, dove i due piani si riuniscono ma come in un sogno capovolto. Quale dei due piani sia più reale dell’altro, non è affatto scontato, non si può conoscerne uno senza prestare una precisa attenzione anche all’altro. La sua scrittura non è un sospingersi attraverso la notte nei panni di un doppelgänger, per poi ritrarsi all’alba e tornare a sé; il doppelgänger è dentro di noi ed è un tutt’uno con noi, non esiste altrove o separato, è la nostra stessa sintesi, lo sguardo che va oltre o sotto, e rovescia i punti di vista. Nel 1916, mentre Kafka scriveva i racconti raccolti sotto il titolo Il medico di campagna, l’Europa era una contorta e infinita trincea dove l’umanità si stuprava o usciva di senno. Mi pare che Kafka scrisse che la guerra aveva trascinato tutti dentro una labirinto di specchi deformanti. “Botte da orbi” scrive il suo contemporaneo Hašek, nel romanzo antimilitarista Il buon soldato Sc’vèik. In quel periodo Kafka si recava, per scrivere, nella minuscola abitazione del vicolo d’oro, o degli alchimisti, incastrata tra le strette mura del Castello. Aveva bisogno di un luogo congeniale, lontano dal frastuono della città o dal disordinato vociare rumoroso dei vicini. Visitare Praga oggi, dopo cento anni, è più che un paradosso, trascinati nei gorghi delle fiumane turistiche; è assai più placida la corrente della Moldava, maestosa, possente e profonda.  Era una casa piccolissima e nascosta quella al vicolo d’oro, come le casette della barbie, o dei modellini giocattolo. Mi pare che Kafka vi andasse solo per scrivere. Arrivava alla sera, si chiudeva dentro a chiave, mi pare che avesse solo un tavolo e lo stretto necessario, poi nel cuore della notte o al mattino presto, se ne usciva e tornava giù in città, nell’altra abitazione, o al suo lavoro presso l’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro (in proposito, mi pare anche che disse, degli operai: “Che modestia, vengono qui e chiedono a noi, invece di entrare e fracassare tutto”).  Una vita doppelgänger, in quei vicoli incontrava se stesso, e raggiungeva le bassure dello scrivere, come diceva, perché si può scrivere solo così, solo in un contesto simile, con una tale apertura completa del corpo e dell’anima. Io non sono sceso giù al vicolo, troppa era la calca dei turisti, mi sono limitato a osservarlo dall’alto, dalle finestre del museo del gioco, mentre ero accanto, appunto, alle casette in miniatura per i giochi dei bambini delle famiglie alto borghesi di inizio novecento. Quelli delle classi proletarie, vi abitavano, in ambienti più spogli però, solo la dimensione era analoga. Il museo sorge in quella che nei secoli passati era la torre dei supplizi e delle torture, e delle esecuzioni. Tutto qui, a stretto contatto, come un altro tipo di doppelgänger. Le casette nel vicolo di sotto sono da lillipuziani, immagino che Kafka, di statura alta, arrivasse al soffitto. Durò meno di un anno l’idillio di Kafka con questo luogo ma fu un anno fecondo, come se un gorgo imprevisto, oppure programmato, avesse rimescolato tutto. Il suo sentirsi nel mondo e il sentire stesso di quel mondo. Nel vicolo d’oro, o degli alchimisti, a scrivere e scrivere,  cercando tra le pieghe dell’anima le reazioni chimiche capaci di aprire a chissà quali metamorfosi. Troppo grande per me, oggi, la fiumana di gente turistizzata fatta affluire nel vicolo, come una diga quando cedono le paratie, ma la città è ampia, assai ampia, e profonda, piena di angoli e anfratti, sotterfugi, sorprese, forse è capace di lasciarsi invadere, esserne all’altezza, in fondo l’ha già fatto più volte, rinascendo. Altre città immagino che sopporterebbero più rassegnate, come Venezia ad esempio, nel suo lento e inesorabile affondamento. Qui si respira una magia più solida, annidata in tanti punti nascosti, puoi tentare o fingere di esserne all’altezza solo se non vai di fretta, e comprendi che tanto non riuscirai a toccarla davvero. È già molto il solo sfiorarla, e poi ripassarci di nuovo. Sai che qui non bastano pochi giorni. Nemmeno una vita, direbbe l’autore di Praga magica, Angelo Maria Ripellino, anche perché nel frattempo la città non se ne sta ferma ad aspettarti, è in perenne metamorfosi, la sua storia ti circonda con gli stucchi barocco e rococò disseminati in ogni palazzo di ogni angolo. La cultura è una parola che sintetizza ciò che sfugge, e vive a strati, come specchi che si rimandano tra loro gli sguardi, spostando gli oggetti, le prospettive, gli avvenimenti. E di avvenimenti questa città ne ha avuti tanti, molti già turistizzati dalla nostra epoca, come gli stessi percorsi di Kafka, presenti su tutte le guide, citati anche frettolosamente, per il piede svelto del turista, appena il tempo di una foto e via. Miliardi di foto e triliardi di selfie ovunque, davanti alle sinagoghe, sui ponti, sotto al monumento a Kafka nei pressi della sinagoga spagnola, ma anche in una galleria commerciale o sulle scale mobili della metro, ogni posto è buono, si cerca un senso anche dove non c’è e se c’è è sicuramente un altro ma non importa, non è quello che si cerca. A Terezin, un’ora di corriera fuori Praga, ne ho visti perfino che si scattavano selfie davanti alle celle degli ebrei deportati, anche loro ridotti a selfie, senza nemmeno un doppelgänger. Terezin, o il suo senso, in realtà, doveva già essere nell’aria quando Kafka scriveva venti anni prima: lui morirà nel ’24 di tisi, le sue tre sorelle moriranno tutte e tre in un campo di sterminio. Terezin era un campo di transito ma vi morirono ugualmente a decine di migliaia, molti i bambini. Chi non moriva lì, di stenti o malattie, lo inoltravano ai campi di sterminio veri e propri. Anche la data di morte di molti artisti ebrei di Praga, tanti, è bloccata a quegli anni. Il macellaio di Praga, o di Hitler, così era chiamato già al suo tempo il governatore nazista Reinhard Heydrich, fu ucciso in un attentato dai partigiani cecoslovacchi con il supporto di incursori inglesi nel ’42. Era il numero due dopo Himmler, il più alto in grado ucciso in un attentato durante tutta la guerra. Grazie a una spia il commando fu poi braccato e preso, o forse si uccisero per non essere presi, nei pressi di una chiesa dedicata a Cirillo e Metodio. C’è una lapide con dei fiori ancora oggi. Qui nessun selfie in agguato, anzi, ho faticato un po’ a scovare la lapide. I nazisti per vendicare il macellaio sterminarono un intero paese, Lidice, alla periferia di Praga, e poi per ricordarlo gli dedicarono l’Operazione Reinhard, il piano per la costruzione dei primi tre campi di sterminio di Treblinka, Sobibór e Bełżec. Terezin era già stata una fortezza e una prigione, era morto lì in una cella, nel ’18, Gavrilo Princip, che nel ’14 davanti alla Vijećnica di Sarajevo aveva ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie. Non ho visto scattare selfie nemmeno davanti alle lapidi che ricordano Jan Palach e Jan Zajíc in piazza San Venceslao. Forse perché le due lapidi sono a terra, troppo in basso per un selfie, o magari ero io a essere distratto e qualche selfie me lo sono perso. Anche queste lapidi ho faticato un po’ a trovarle ma la città è grande e profonda, capace di conservarle insieme al loro ricordo, di conservare tutto questo e tanto, tanto altro, che si può scoprire procedendo adagio, ai margini delle fiumane, attardandosi, fermandosi, o nelle ore insolite, aspettando pazienti che i suoi angoli si aprano da soli, o anche soltanto i loro echi. Scegliendo tranquilli tra la miriade dei suoi musei, gallerie d’arte, concerti musicali, i tanti teatri, librerie, le esposizioni di tutto dove nessun particolare è a caso, le porcellane, i cristalli, minuterie, marionette e giù giù fino alle cianfrusaglie, non ne ho mai viste di tanta varietà, accatastate in angoli o in fondo a vicoli impensabili, e poi caffè di tutti i tipi, gallerie, ritrovi, birrerie, piazze, parchi, isole, ponti, la Praga in alto e la Praga in basso ce n’è per tutti i gusti, i tanti giovani presso gli ostelli, la Praga a strati, a grovigli, luminosa e misteriosa, alle prese con la sua invasione turistizzata, che la sorvola, ci scivola dentro, fa il pieno di selfie, e chissà di che altro.

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“In piedi, dannati della terra”, appunti dalla rilettura di Fanon

Fanon “Inconsciamente, forse (…), non potendo far l’amore con la storia presente del popolo oppresso, non potendosi stupire della storia delle loro barbarie attuali, hanno deciso di andare oltre, di scendere più in basso ed è, non abbiamo dubbi, in eccezionale giubilo che hanno scoperto che il passato non era affatto di vergogna, ma di dignità, di gloria e di solennità.”

È con grande una emozione che ho riletto, a distanza di tantissimi anni, “I dannati della terra” di Frantz Fanon. Un’emozione complessa, somma di più emozioni. Perché ha risvegliato il ricordo di allora, e le emozioni suscitate allora. Era l’inizio degli anni Settanta, avevo venti anni e partecipai per caso – non era del mio corso di studi – a un seminario sulla rivoluzione algerina. Così la chiamavamo, dopo aver visto al Farnese “La battaglia di Algeri“. Erano gli anni delle “vittoriose” lotte di liberazione, della lotta in corso dei vietkong, c’era stata in quei giorni a Belfast “la domenica insanguinata”, il “bloody sunday”, e nella mia camera di ventenne avevo un manifesto di Angela Davis. Un bel cocktail. Certe mattine ci alzavamo alle quattro per andare nei quartieri di Roma dove era atteso l’arrivo della polizia, sempre in orario nel tentativo eseguire gli sfratti e cacciare i baraccati che avevano occupato gli appartamenti vuoti delle grandi società immobiliari.

“I dannati della terra” l’avevo letto come un libro immediatamente politico, allo stesso modo del diario del Che, di “Stato e rivoluzione” di Lenin o di “Stato e anarchia” di Bakunin, tanto per rendere l’idea – “in piedi, dannati della terra” recitano le prime strofe de l’Internazionale – ma non leggevo solo questi a quel tempo, il coktail delle letture era altrettanto variegato. Tendevo però a privilegiare, leggendo questo libro, – mi pare di ricordare ma occorre anche saper diffidare dei propri ricordi – la “tattica”: ci sono nel libro descrizioni mirabili sulle dinamiche politiche, sociali e culturali, complesse, dialettiche – “I dispositivi del potere” – che un popolo affronta nel suo processo di liberazione. Dinamiche mai descritte da Fanon in modo sbrigativo ma ritornandoci più volte, da diverse angolazioni. Mi pare anche di ricordare che allora il capitolo più letto da tanti fosse il primo, sulla violenza, e che l’analisi dell’alienazione la dessimo un po’ troppo per scontata, come uno slogan anziché come un’emozione darivivere sulla propria pelle. Nella lettura attuale, messe da parte “le tattiche” della lotta “quotidiana”, – e che comunque non vanno mai disgiunte dalla “strategia” e dalla visione del proprio futuro – mi sono immerso di più in quelle dinamiche complesse, come se oggi sapessi in che modo è andata a finire e ho bisogno di ricomprenderlo meglio, osservandolo con uno sguardo d’insieme.

Il soggetto della frase citata all’inizio è “l’intellettuale colonizzato”. Probabilmente parlava di se stesso, Fanon. È con questa figura che ora mi sono identificato. Non tanto per l’essere un intellettuale: anche se talvolta attorno a me tendono a darmi questa etichetta, io non sono mai riuscito a sentirmi tale, attribuendo quella parola all’accademico, o al professionista o notabile di classi sociali con una storia ben definita. Io sono figlio diretto di contadini, espressione di una diversa classe, e questa matrice di fondo l’ho sempre rivendicata. L’altro lato del termine, il “colonizzato”, non so bene perché ma riesco a sentirlo più vicino.

Scrive Carlo Levi nel suo “Cristo s’è fermato a Eboli”: “I contadini non si appassionavano alla conquista dell’Abissinia, non si ricordavano più della guerra mondiale e non parlavano dei suoi morti: ma una guerra era in cima ai cuori di tutti, e su tutte le bocche, trasformata già in leggenda, in fiaba, in racconto epico, in mito: il brigantaggio. La guerra dei briganti è praticamente finita nel 1865; erano dunque passati settant’anni, e soltanto pochi vecchissimi potevano esserci stati, partecipi o testimoni, e in grado di ricordare personalmente quelle imprese. Ma tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, ne parlavano come di cosa di ieri, com una passione presente e viva (…) Parlavo con i contadini, e ne guardavo i visi, e le forme (…) non avevano nulla dei romani, né degli etruschi, né dei normanni, né degli altri popoli conquistatori passati sulla loro terra, ma mi ricordavano le figure italiche antichissime. Pensavo che la loro vita, nelle identiche forme di oggi, si svolgeva uguale dai tempi più remoti, e che tutta la storia era passata su di loro senza toccarli. Delle due Italie che vivono insieme sulla stessa terra, questa dei contadini è certamente quella più antica, che non si sa donde sia venuta, che forse c’è stata sempre (…) E pensavo che si dovrebbe scrivere una storia di quello che non si svolge nel tempo: la sola storia di quello che è eterno e immutabile, una mitologia. Questa Italia si è svolta nel suo nero silenzio, come la terra, in un susseguirsi di stagioni uguali e di uguali sventure, e quello che di eterno è passato su di lei, non ha lasciato traccia e non conta. Soltanto alcune volte essa si è levata per difendersi da un pericolo mortale, e queste sole, e naturalmente fallite, sono state le sue guerre nazionali.”

978880618547GRASo che non dovrei fare paragoni sbrigativi, eppure le analogie sono suggestive.
Una dozzina di pagine dopo la citazione che ho riportato all’inizio, Fanon torna su quel pensiero e lo amplia ancora, lo “attualizza”: “non basta raggiungere il popolo in questo passato che non è più, ma in quel movimento ribaltato che esso ha appena abbozzato e a partir dal quale, improvvisamente, tutto sarà messo in discussione. È in quel luogo di squilibrio occulto in cui sta il popolo che dobbiamo portarci, poiché, non dubitiamone, è lì che si accende la sua anima e s’illumina la sua percezione e il suo respiro”. Fanon sta, appunto, parlando del dovere del poeta colonizzato, in questo secondo passo che ho citato. “Siamo entrati in giuoco anche noi” scriveva, qualche anno prima di Fanon, il poeta Rocco Scotellaro, anche lui un po’ intellettuale colonizzato e immerso pienamente tra il suo popolo.

Mi chiedo quanta parte della nostra stessa storia dovremmo rileggerla con uno sguardo più antropologico, la disciplina sociale che forse più di altre somiglia alla poesia e consente di lanciare occhiate più interne. Le lotte contadine, ad esempio, nel dopoguerra, negli stessi anni della decolonizzazione dell’Africa. I meccanismi sociali, psicologici, culturali. La metamorfosi delle coscienze, la consapevolezza di se stessi e della propria storia, il tentativo di cambiare la società e la “società” che trova altre strade per cambiarti ancora una volta, in modi inaspettati.

Ci chiedevamo, una sera chiacchierando quasi per caso – ma il caso non avviene mai per caso – presso la sede dei lucani a Torino, – avuta in prestito per avere un luogo d’incontro tra amici “vecchi e nuovi” provenienti da diverse strade – della solidarietà, riferendoci a un esempio concreto e storicamente dato, quello dei” treni della felicità”. Durante le occupazioni delle terre, capitava che finissero in galera famiglie intere, moglie e marito, o qualcuno restasse ucciso nelle cariche delle forze dell’ordine. Accadde in molti luoghi, purtroppo. Si stima che i contadini passati nelle patrie galere in quegli anni siano stati circa centomila, e i morti o gli invalidi a vita non furono pochi. Allora, per sostenere i figli rimasti soli, si organizzava l’accoglienza, presso altre famiglie di contadini, mezzadri o braccianti del centro e nord Italia, in lotta anche loro e non solo spettatori o filantropi. Li chiamarono i “treni della felicità”. Anche dalle mie parti, ad esempio, furono accolti molti bambini, ho trovato le tracce di quelli di San Severo dalle parti di Ancona o di un gruppo di Montescaglioso dalle parti di Pesaro.  Ci chiedevamo se quel tipo di solidarietà oggi possa essere replicabile, e il nostro pensiero andava alle difficoltà dell’accoglienza di oggi, dei tanti richiedenti asilo in fuga dalle guerre di Africa, di nuovo, o da altri luoghi ancora, sempre da guerre.

Certo, situazioni e contesti storici niente affatto paragonabili, ma il “nucleo” da porre all’attenzione forse va cercato altrove. Quella solidarietà di allora era “congenita” a quel processo di lotta e di ripresa di coscienza di sé, nell’attualità dei propri tempi. La lotta come processo, è questa la dimensione. Forse è più facile che siano gli operai di qualche fabbrica occupata ad accogliere bene i rifugiati, che non la popolazione frantumata di qualche anonimo quartiere di periferia di una città qualunque. Oppure gli abitanti di qualche piccolo borgo “ai margini”, geografici e degli stili di vita, come qualche giorno fa la cena dell’amicizia nel piccolo borgo di Bellissimi, o il più noto esempio di Lampedusa.

Forse, è come dice Fanon quando parla del ruolo del poeta: non basta raggiungere il popolo nel suo passato ma in questo movimento ribaltato che ha appena abbozzato. Qual è il popolo, oggi, e quale il “movimento ribaltato”?

“Soltanto oggi avverto con pienezza il senso drammatico della frattura che quelle generazioni hanno vissuto“, cito questa volta da me stesso. Di solito non si dovrebbe mai citare se stessi, ma non potevo fare diversamente, perché da poco ho portato a termine un lavoro, che dovrebbe essere pubblicato a breve, sulle lotte contadine nel nostro paese. Un ritorno al passato, come scrive Fanon. Un passato prima represso e poi diluito nel benessere, in cambio dell’abbandono della campagna per accettare il lavoro in miniera o alla catena di montaggio, e poi dei figli all’università. Un lusso concesso e che oggi, oggi che lo stesso termine lotta di classe è sparito e si appresta a essere “criminalizzato”, ci stanno togliendo di nuovo. Perché abbiamo la colpa di aver vissuto al di sopra dei nostri mezzi, dicono. “Anche l’operaio vuole il figlio dottore” si cantava un tempo: è forse ora che il figlio del figlio torni a fare l’operaio, o il suo equivalente di oggi? Sembra essere scomparso “il popolo”, ma forse basta guardare un po’ meglio, per vederlo ovunque, pur nella sua diaspora, che reagisce come può, alla ricerca del suo “movimento ribaltato”.

L’antropologo e il poeta, appunto, ricordando, come sottolinea bene Fanon, che “la cultura non è, tutto sommato, che un aspetto” e che “il primo dovere del poeta colonizzato è di determinare chiaramente il soggetto popolo della sua creazione. Non si può avanzare risolutamente se non si prende per intanto coscienza della propria alienazione. Tutto abbiamo preso dall’altra parte. Ora l’altra parte non ci da niente senza, con mille raggiri, piegarci nella sua direzione, senza, con mille artifizi, centomila stratagemmi, attrarci, sedurci, imprigionarci.” Forse, dovremmo decolonizzare la nostra stessa Storia!

In questa epoca presente in cui il personaggio numero uno dei telegiornali è lo spread, insieme agli indici di borsa, alle troike, agli indici di bilancio e ai rating, c’è un passaggio del libro in cui Fanon parla del linguaggio: “il ricorso a un linguaggio tecnico significa che si è decisi a considerare le masse come profani. Questo linguaggio dissimula male il desiderio dei conferenzieri di ingannare il popolo, di escluderlo. L’impresa di oscuramento del linguaggio è una maschera dietro la quale si profila una più vasta impresa di spoliazione. Si vuole al tempo stesso togliere al popolo i suoi beni e la sua sovranità. Si può spiegare tutto al popolo, a patto tuttavia che si voglia davvero che egli capisca.”

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Partizanska bolnica Franja

Ho visitato, qualche giorno fa, il Partizanska bolnica Franja, l’ospedale costruito dai partigiani sloveni e italiani nella gola di Pasica, nel dicembre 1943 e attivo fino a maggio 1945. L’entrata era nascosta nella foresta, e l’ospedale poteva essere raggiunto soltanto attraverso passerelle sul torrente che venivano tolte quando c’era pericolo. I pazienti venivano bendati durante il trasporto verso l’edificio; l’ospedale era protetto da campi minati e postazioni di mitragliatrici, gli alberi e gli edifici camuffati impedivano agli aerei di passaggio di vedere l’ospedale. Era stato progettato per fornire cure e assistenza necessarie per un massimo di 120 pazienti alla volta, ma arrivò ad ospitarne fino a dieci volte tanto. Tra i materiali appesi alle pareti di legno delle varie baracche, .per ricreare il clima di allora, ho visto anche un manifesto della razza, di propaganda fascista, in lingua italiana: giusto per ricordarci che anche propagande odierne in tal senso non nascono dal nulla ma hanno radici lontane, strumentali e sempre organizzate. Si dice che il razzismo nasca dalla paura, e invece nasce di più da chi la paura la inventa e poi la alimenta. Ci voglione sempre delle regie a indirizzare e sostenere le campagna xenofobe o le pulizie etniche.

Visitare l’ospedale è stata una vera emozione: costruito nel mezzo di una guerra feroce che insanguinava tutta Europa, condotta da governi che per fortuna furono sconfitti, vedere questo luogo ricorda la capacità infinita di reazione e ricostruzione, di resistenza anche delle intelligenze, che è possibile mettere in campo.  È quasi impossibile immaginare davvero cosa significhi trovarsi lì, immersi in un contesto storico che sembra sempre sul punto di sovrastarti. Tra le tante cose scritte su questo episodio della Storia, c’è anche un romanzo, che ho avuto occasione di leggere qualche anno fa: “Come la foresta ama il fiume“, di Anna Laura Biagini.

(le altre foto)

  

  

 

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Il filo dei dettagli che unisce la Storia (da Bisacquino a Staffolo)

Il filo dei dettagli che unisce la Storia. Riflessioni a margine, dalla commemorazione dell’eccidio della Valle del Musone. Non so, ma ogni volta che partecipo a qualche 1cerimonia di commemorazione per onorare delle vittime, mi sorprendo sempre a riflettere sul carattere non “episodico” dell’agire storico ma piuttosto della sua sistematicità. Ciò che sembra un caso fortuito, lo è molto spesso soltanto per la sua vittima, che aveva altre “temporalità” da seguire: ad esempio, se ne stava lì sul suo campo a falciare il grano, perché era la stagione, la fine di giugno, e invece un drappello di soldati tedeschi lo preleva, se lo porta in giro per un po’ e poi, venendogli a mancare altre persone da fucilare, fucilano lui, sulla piazza del paese, tanto uno vale l’altro e la vita di entrambi non vale nulla.
È tutto sistematico, dietro ci sono le grandi strategie e le grandi guerre che le vite dei singoli non le vedono; ci sono gli stati maggiori che segnano croci sui simboli di città e contrade, ci sono capitali che investono e industrie che sfornano quantità enormi di esplosivi poi da smaltire. Nessuno può sfuggire davvero a questa “sistematicità”.

Durante la seconda guerra mondiale, non c’è un solo angolo del nostro paese, fino alla più remota contrada, che sia rimasto davvero escluso. Tutti coinvolti sotto il tritacarne, e tutti mescolati insieme, strappati dai propri luoghi e sbattuti su e giù per il mondo di allora. Che alla fine doveva sembrare piccolo, perché vi si incontravano genti di tutti i paesi e di tutti i destini.
Dalle nostri parti, il corpo di liberazione del comando alleato era rappresentato dall’armata polacca. Basta già la sola citazione per rendere l’idea. Ma anche per i civili è la stessa cosa. Le vittime civili sono diverse decine di migliaia. Molte finite nelle “rappresaglie”. Rappresaglia, parola ingannevole, e mistificante. Volta a gettare discredito sulla vittima e non sul carnefice. Il dizionario Treccani la definisce così: “Azione o misura punitiva violenta e disumana, indiscriminata, adottata dalla potenza occupante nei confronti della popolazione del territorio occupato”. Azione violenta e disumana, appunto. In realtà, usata quasi sempre in funzione “preventiva” dalle truppe di occupazione. E in quanto tale, “sistematica”, congenita alle guerre, soprattutto quelle moderne, che più di altri si accaniscono sui civili (basti pensare ai 50 milioni di profughi attuali stimati nel mondo).

11539069_1854876974736713_5903802838971992363_oLe commemorazioni, come quelle di parte Anpi a cui ogni tanto partecipo, si concentrano dunque sugli episodi e sulle date più significative, raggruppando insieme le vittime. Se dovessimo cercarle tutte, le vittime, dovremmo fare una commemorazione ogni giorno, probabilmente, ma non ce la faremmo anche perché di solito si è in pochi a commemorare – probabilmente siamo anche ridicoli, agli occhi “degli altri” – e quindi non basteremmo. O forse, occorre trovare altri modi? Domenica scorsa ci siamo andati in bicicletta (vedi foto di Anna Rita, di Roberta e di Matteo ), sfidando il caldo implacabile di questi giorni, per tre soste in altrettanti punti dell’eccidio. È già qualcosa, significa “recarsi dentro”, purché non comporti il cadere in un’altra retorica, pericolo sempre incombente, da cui guardarsi. Nessuno è mai davvero immune.

È il senso profondo della Storia quello che forse dobbiamo imparare a riconquistare, della Storia fatta però dei tanti dettagli che siamo noi, le nostri genti che l’hanno “attraversata da dentro”. L’epoca attuale purtroppo è sempre più appiattita sul presente e il senso della Storia vi si disperde. Sto scoprendo, invece, partecipando qualche volta a queste cerimonie – tra le ultime, quella per i martiri del 20 giugno a Jesi, o in maggio sulle montagne della Valsusa a Maffiotto di Condove – anche il senso dei luoghi. I luoghi dove gli avvenimenti accadono e i destini delle persone s’incontrano, i luoghi anche così diversi e lontani da dove quelle persone sono venute, e quelli dove i loro discendenti s’incontreranno di nuovo.

La Storia è anche Geografia, si potrebbe banalmente dire. Mi soffermo così a leggere le date e i luoghi di nascita, per immaginarmi quella persona con la sua età e il suo viaggio alle spalle. Domenica scorsa mi ha colpito Antonio Alesci, ventiquattro anni, di Bisacquino. È un paese vicino Corleone, un nome che evoca subito padrini e clan mafiosi, luoghi perduti e fuori dalle vicende storiche. Non è mai così. Di Corleone era anche Placido Rizzotto, che nel ’44 era partigiano in Carnia e quando tornò in paese per diventare segretario della Camera del Lavoro, lo chiamavano “il vento del nord”, e lui aiutò quei contadini a organizzarsil per occupare le terre, e così li chiamarono “il vento del sud”. Chissà quanti altri ragazzi della zona di Corleone dopo l’8 settembre si trovarono sbandati come gli altri, lontani da casa, e si aggregarono alle brigate partigiane? Oppure finirono nei campi di concentramento? Come toccò ad Antonio, chiuso in quello di Sforzacosta, vicino Macerata, e prelevato per essere poi fucilato sulla piazza di Staffolo.

Rizzotto fu ucciso il 10 marzo del’48, comandava i carabinieri della zona un giovane ufficiale di nome Carlo Alberto della Chiesa, che individuò subito i veri colpevoli, ma non bastava questo perché la giustizia facesse davvero il suo corso fino in fondo. Alla camera del lavoro arrivò, a sostituire Rizzotto, un giovane ventenne di nome Pio La Torre. Fu in quel contesto che i due, il futuro onorevole e segretario del Partito in Sicilia e il futuro generale, divennero amici. Per essere poi uccisi nel 1982, ad appena quattro mesi di distanza uno dall’altro, nel periodo in cui in Sicilia si costruivano le bassi missilistiche a Comiso.

Il 10 marzo del ’50, nel secondo anniversario dell’assassinio di Rizzotto – il cadavere sarà ritrovato solo sessanta anni dopo – i contadini di mezza Sicilia, e di mezza Italia, stanno occupando le terre; Pio La Torre é a Bisacquino, uno dei feudi che al tempo dei fasci siciliani, finiti nel 1894 sotto la sanguinosa repressione dell’esercito, era stato risparmiato dalle occupazioni: immaturità di alcuni settori del movimento, che si erano lasciati infiltrare e deviare. Nel ’50 c’è un’altra maturità, molti giovani sono stati militari, hanno visto il mondo duro della guerra, alcuni sono stati con i partigiani, non si lasciano ingannare. Quel giorno, il 10 marzo, la polizia spara, per fortuna non muore nessuno, ci sono però feriti e molti arrestati, tra cui Pio La Torre, che verrà trattenuto per più di un anno all’Ucciardone.

Ecco, dal semplice nome su quella lapide, che abbiamo onorato depositando una corona, il filo degli avvenimenti che si dipana e riporta al senso di “sistematicità” della Storia. E per fare questo, ho seguito un solo nome, il più “forestiero” qui al centro delle Marche; gli altri sono della regione, ma nessuno del luogo, tutti portati da fuori sbattuti qua e là, e sono sicuro che scavando, troveremo ugualmente un intrico di storie. La stessa dinamica dell’eccidio del Musone, il nome con cui vengono ricordate le uccisioni di quei giorni, è già tale, un eccidio diffuso nella zona, a tappe, itinerante, a ridosso delle linee del fronte che arretrano e dei corpi alleati che avanzano. Rimando, per una documentazione più generale, a quanto disponibile sul web nel sito dell’Istituto di storia delle Marche nel Novecento.

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Addio a Luca Rastello (“saltellando come un eschimese sui ghiacci”)

195102111-c85959af-66cd-489b-b014-a1c01fb332ecHo conosciuto Luca Rastello innanzitutto attraverso il suo libro “La guerra in casa” (Einaudi) del 1998, quando insieme all’amico Giacomo Scattolini dovevo rimettere in ordine gli appunti di alcune storie raccolte in Bosnia e poi pubblicate, l’anno dopo, nel libro Izbjeglice; poi l’ho incontrato nel 2011, per una lunga chiacchierata con il registratore acceso, da cui poi è nato il capitolo “Il fallimento virtuoso”, inserito nel libro Jugoschegge (Infinito edizioni, del 2011), curato di nuovo insieme da me e Giacomo Scattolini.
Ogni tanto ci scambiavamo qualche email di saluto, l’ultimo poco più di un mese fa: era in giro, a presentare il suo ultimo libro, “I BUONI”, il cui tema è già presente anche nel capitolo “Il fallimento virtuoso”, di cui riporto un breve passaggio:

“… a poco a poco il modello organizzativo si struttura su una logica di marketing, si lanciano messaggi emotivi che catturino l’emotività dei donatori, allontanandosi sempre più sia dalla società su cui si interviene, sia dalla società a cui si chiede la solidarietà per intervenire.
Alla fine si crea un meccanismo di finzione, riproducendo anche un secondo mercato del lavoro sfruttato, simile al modello d’impresa che si cerca di criticare. Si arriva ad accettare una logica conciliatoria del tipo: “Ci siamo noi che siamo Buoni e quindi questa società è sopportabile”. E invece non è sopportabile per niente. Dobbiamo affrontare questo paradosso, altrimenti restiamo nell’accettazione del mondo così com’è, limitandoci a correre ogni volta dietro all’ultima emergenza.
Come se ne esce fuori? Non lo so! Innanzitutto non concedendosi mai alla retorica dell’identità soddisfatta, che sopravanza sempre l’intervento e diventa il fine.
Forse se ne esce fuori lentamente, saltellando. A me piace l’immagine dell’eschimese sorpreso dalla primavera sui ghiacci, che si salva saltellando di continuo da un pezzo di ghiaccio all’altro.
Ogni volta che un’azione politica si ossifica su un’identità virtuosa è ora di abbandonarla, perché limita la possibilità di azione e chiede di difendere se stessa, immobilizzando il proprio target nell’immagine che ha di sé, evitando di porlo di fronte a contraddizioni. Occorre lusingarlo perché si creda migliore solo per il fatto di sostenerti. Tutto questo crea appartenenza a tribù di consumo – in questo caso di pace, bellezza, virtù politica – che consumano invece di creare cambiamento.
È un cammino lungo, per affrontarlo occorre saper accettare di essere minoranza, etica e non politica, che è una maggioranza travestita da minoranza. Occorre non cercare di essere rappresentati ma agire direttamente, con un continuo sguardo critico su ciò che si sta facendo, sempre disposti ad abbandonare una cosa e partire per un’altra. Non è detto che ciò sia sufficiente, però è necessario, per non ripetere gli stessi errori.”

Luca era giornalista di Repubblica, di seguito l’articolo uscito poche ore fa su repubblica on line:

Luca Rastello non c’è più. Lo scrittore e giornalista di Repubblica è morto attorno alle 19, per colpa del cancro contro cui lottava da anni. Si è spento nella sua casa di San Salvario, a Torino. Lascia la compagna Serena, la moglie Monica e le figlie Elena e Olga. Giovedì avrebbe compiuto 54 anni.
Originario di Pont Canavese, laureato in filosofia, è arrivato al giornalismo dopo aver attraversato negli anni 70 e 80 i movimenti e la passione politica, mai abbandonata. E’ stato inviato di Diario, ha diretto “Narcomafie”, prima di approdare nel gruppo Espresso, in cui ha lavorato per l’Espresso, per “D” e per le redazioni di Repubblica di Milano e di Torino. E’ stato anche a capo dell'”Indice”.
Negli anni 90 ha vissuto sulla sua pelle come reporter e come cooperativista il conflitto in Jugoslavia, da cui ha tratto il suo primo libro “La guerra in casa”. Da allora il suo rapporto con i Balcani è stato sempre molto stretto, anche grazie alle tante persone che aveva contribuito a salvare dal conflitto portandole in Italia e, in particolare nel Canavese. Ma Luca Rastello era un ottimo conoscitore anche del narcotraffico, tema su cui scrisse “Io sono il mercato”, e dei diritti dei rifugiati, su cui incentrò “La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani”. Ma Luca, “esploratore” instancabile aveva viaggiato anche nel Caucaso, in Asia Centrale, in Africa e in Sudamerica e nemmeno al malattia che lo aveva colpito dieci anni fa era mai riuscita a fermarlo.
In “Piove all’insù”, il suo primo romanzo, aveva invece descritto forse meglio di chiunque altro gli anni 70 italiani e torinesi e il clima che si respirava in quei tempi.
Negli ultimi anni aveva dedicato parte dei suoi sforzi alla Torino-Lione e all’alta velocità ferroviaria, di cui contestò l’utilità in “Binario Morto”, reportage scritto assieme a Andrea De Benedetti. Nel suo ultimo romanzo, “I Buoni”, Luca Rastello ha invece raccontato i tanti compromessi cui vengono costretti i “professionisti” del bene.

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“I foreign fighters che non vengono mai dal nulla” (articolo di Mario Boccia)

(Articolo pubblicato il 27 giugno 2015 sulla pagina FB di Mario Boccia).
L’inchiesta dei colleghi greci sulla presenza di combattenti dell’estrema destra greca nella guerra in Bosnia, in particolare nella caccia all’uomo dopo la caduta di Srebrenica, è molto interessante: http://ilmanifesto.info/strage-di-srebrenica-cera-alba-dor…/
Per quanto mi riguarda posso testimoniare di avere incontrato volontari greci anche a Sarajevo, nel quartiere di Grbavica, ma non c’erano solo greci nelle recenti guerre balcaniche.
11219130_1616913018577948_5190127843027115892_n11012192_1616913298577920_5666460536811611345_n11667423_1616913841911199_5685431906602748959_n11060934_1616914105244506_5017079297519173082_n1896945_1616914498577800_5880564151224948133_nRiassumo brevemente una storia già raccontata. Nella foto il primo da destra, con la maglietta bianca a strisce azzurre è un volontario greco. Quello accanto a lui, in nero, con il crocefisso al collo, è un cittadino americano. Nato a New York da famiglia di “cetnici” esuli dopo la seconda guerra mondiale. E’ venuto in Bosnia per combattere “in nome di Dio e per la Patria” (l’antico motto dei guerrieri cetnici).

Sulla parete è appeso il ritratto di Draza Mihailovic, comandante delle formazioni cetniche (“Armata Jugoslava in madrepatria”) nella seconda guerra mondiale.
Monarchici, anticomunisti e nazionalisti grandi-serbi, i cetnici sono stati responsabili di crimini di guerra e pulizia etnica contro cattolici e musulmani, oltre che acerrimi nemici dei partigiani comunisti di Tito. Per combattere i partigiani Mihailovic collaborò spregiudicatamente sia con i fascisti italiani che con i nazisti tedeschi, che avevano occupato il regno di Jugoslavia. Inizialmente i cetnici avevano l’appoggio del re jugoslavo Pietro II Karadjordjevic (in esilio a Londra) e le simpatie di Churchill e degli americani per il loro anticomunismo. Solo dopo il 1944 (appello del re Pietro II alla unità contro gli invasori, riconoscendo la leadership di Tito nella resistenza) gli alleati scaricarono Mihailovic, che ormai combatteva solo contro l’esercito di liberazione jugoslavo. Fu catturato dai partigiani a Ravna Gora, processato e fucilato nel 1946.

Il 14 maggio 2015, Draza Mihailovic è stato riabilitato dall’alta corte di Belgrado che ha annullato la sentenza del processo del 1946 che lo condannò a morte per tradimento. Gli americani hanno preceduto di 67 anni la sua riabilitazione. Il presidente Truman gli concesse la “legion of merit” già nel 1948. Nel 2005 (amministrazione George Bush) quell’onorificienza è stata consegnata nelle mani di sua nipote Gordana Mihailovic.
L’americano nipote di cetnici nella foto del 1993 aveva quindi ragione a non sentirsi fuori posto, sparando sulla gente di Sarajevo. La sua presenza era nel segno di una continuità storica.
Il greco mi accompagnò in prima linea, accanto al cimitero ebraico, dove mi raccontò che si esercitava la mira sparando alle croci di David incise sulle lapidi. Mi parlò anche di una sua teoria: i codici a barre impressi sulle merci erano la prova di un complotto giudaico-imperialista di controllo dell’economia mondiale (non provai nemmeno a contraddirlo).
Nella caserma di Lukavica (appena fuori Sarajevo) incontrai un ufficiale di collegamento russo, che si occupava di coordinare l’arrivo dei volontari sul fronte (aveva un suo ufficio a Mosca). Tramite lui riuscimmo ad incontrare un gruppo di volontari russi che combattevano a settembre del 1993 contro i musulmani nella zona di Praca. Queste sono alcune delle foto che feci. Sulla tomba di uno di loro caduto in combattimento si può leggere il nome. Altre sono scattate in prima linea o in caserma. Le loro storie erano interessanti. Mi colpì la naturalezza con la quale uno di loro disse che non sentiva contraddizione nell’aver combattuto nell’armata rossa in Afghanistan e seguitare a combattere in Bosnia, dopo la conversione alla religione ortodossa. “Vengo da una famiglia di militari” – disse ai giornalisti presenti – “e sono orgoglioso di aver combattuto nell’esercito più forte del mondo”. “Ora il comunismo è finito e seguito a combattere contro i musulmani in nome di Dio, della mia patria Russa e della mia fede”. Amen.

Il fenomeno dei foreign fighters, non è nato con l’ISIS. Rimanendo nei Balcani, ne ho incontrati molti già nel 1991 in Croazia, sia sul fronte croato (i volontari della brigata internazionale di Eduardo Rosza Flores) che su quello serbo (i cetnici australiani di Sydney a Novi Grad), tutti di estrema destra, anche se potevano trovarsi a combattere su fronti opposti. Non solo l’ideologia, ma anche gli slogan erano identici. Dio, Patria e Famiglia, le parole più abusate (i miei amici credenti direbbero “bestemmiate”). E’ sui confini da attribuire alle diverse “Patrie” che salta la solidarietà ideologica e ci si spara addosso tra fascisti. Questo sarebbe il male minore se poi, da una parte e dall’altra, non si dedicassero soprattutto agli omicidi agli stupri e alle razzie dei beni di civili disarmati.
Poi c’erano i volontari islamici, superiori di numero agli altri gruppi appena citati. Ma questa è un’altra storia. Per ora limitiamoci a quelli che uccidevano con la croce al collo.

(pubblicato il 27 giugno 2015 sulla pagina FB di Mario Boccia)

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I martiri del XX giugno (1944-2015)

20 giugno 1944 – 20 giugno 2015, 71° anniversario dell’eccidio di via Montecappone, che costò la vita a Armando e Luigi Angeloni (fratelli, 25 e 18 anni), Mario Saveri (23 anni), Alfredo Santinelli (18 anni), Francesco Cecchi (18 anni). Enzo Carboni (20 anni, di S. Eufemia d’Aspromonte) e Calogero Graceffo (carabiniere, di Agrigento).
Anche quest’anno una partecipata cerimonia.  L’intervento commemorativo ufficiale di Daniele Fancello si può leggere per intero sul sito dell’ANPI di Jesi; un discorso ampio e articolato, con la ricostruzione storica di quei 1 2 3 4 5 6 7 8tragici avvenimenti, il ricordo degli altri jesini che hanno perso la vita in quelle settimane, e il significato di quelle battaglie e dell’impegno di quelle vite, visto dai problemi e dalla situazione di oggi:

“Spesso ci chiediamo: perché bisogna essere, ancora oggi, antifascisti? Perché, a distanza di 71 anni da quei fatti dolorosi, bisogna ancora ricordare la Resistenza? Tutti gli oratori che mi hanno preceduto negli anni scorsi hanno affrontato questi quesiti, trovando, ognuno, un senso alla nostra presenza qui, oggi. Le risposte sono state diverse, legate a motivazioni storiche, sociali, emozionali. La Resistenza ci ha insegnato la solidarietà, a non dover odiare per forza, a cercare di poter vivere tutti rispettando le regole della Democrazia che lasciano spazio a tutti, anche a chi combatteva contro di essa”.

L’anniversario dell’eccidio coincide con la giornata mondiale del rifugiato, e una parte ampia della relazione di Daniele è stata dedicata proprio a questo tema: “La questione dei migranti ne è l’esempio più evidente. I profughi e gli emigranti sono sempre esistiti nella storia dell’umanità, ma quanto sta accadendo in questi ultimi anni è un fenomeno assolutamente nuovo, per quantità e qualità, ma è certo che quanti oggi abbandonano il proprio Paese, lo fanno spinti dall’idea che sia l’unica possibilità per sopravvivere. La disperazione, la fame, la speranza di vivere meglio non conoscono frontiere e non rispettano i confini degli stati ed ecco i barconi che attraversano lo stretto di Sicilia carichi di disperati che si sono messi nelle mani di gente senza scrupoli, che ha trovato negli espatri clandestini una nuova e ricca fonte di guadagno. E questa è la conseguenza della politica coloniale prima, e neocoloniale oggi dei Paesi europei che considerano l’Africa soltanto come un serbatoio inesauribile di materie prime, i cui prezzi vengono fissati a Londra o a New York.”

Come ogni anno, in chiusura i presenti hanno intonato spontaneamente Bella ciao, accompagnati da un bel suono di tromba, per sottolineare anche la dimensione di condivisione corale di un importante momento identitario della nostra città.

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L’imbroglio nascosto

Il testo che segue è la parte conclusiva del testo di Paolo Rumiz, che a sua volta conclude gli interventi elaborati e raccolti nel libro Jugoschegge (Infinito edizioni) del 2011; mi è capitato di leggere questo brano un paio di mesi fa, in un incontro pubblico dedicato a riflessioni sulla pace, non commemorative di qualcosa oramai andato ma “attualizzate” ai nostri giorni. Quando più di quattro anni fa ebbi occasione di dialogare con Paolo Rumiz  e decidemmo poi di pubblicare il testo in questa forma, temevamo un po’ che fossero riflessioni troppo legate all’attualità di quello specifico momento (le 3“primavere arabe” e l’intervento militare occidentale in Libia), e quindi destinate ad essere superate da altre eventi, come accade purtroppo di questi tempi, e invece, un paio di mesi fa, quando cercai da Jugoschegge il testo più adatto da leggere in quell’occasione, trovai queste riflessioni ancora, purtroppo, tremendamente attuali (tra le stragi in mare, i profughi respinti a Ventimiglia, il muro che l’Ungheria vorrebbe ai confini con la Serbia, il default a cui l’UE sta spingendo la Grecia, ecc.). Come i versi dal suo La cotogna di Istanbul, che Rumiz mi aveva citato per condensare meglio il senso di quelle riflessioni. La frase in chiusura – dopo il 38 c’è il 39 – veniva invece dalla nuova introduzione alla ristampa nel 2011 al suo libro Maschere per un massacro; 0038 era il prefisso telefonico della Jugoslavia, 0039 è quello dell’Italia.

(da “L’imbroglio nascosto” di Paolo Rumiz):
A proposito di Europa e Balcani, mi viene in mente il discorso pronunciato dal generale dei Caschi blu Philippe Morillon alla gente di Srebrenica sotto assedio serbo bosniaco, quando nel marzo del 1993 fu letteralmente preso in ostaggio dalla popolazione come pegno della loro salvezza. Il generale contribuì all’accordo che portò alla consegna delle armi da parte degli assediati, e alla risoluzione 819 dell’Onu che dichiarava Srebrenica “area protetta”. Due anni dopo si concluse con l’eccidio di oltre 8.000 bosniaci musulmani. Morillon in quel mese di marzo disse agli assediati, “Tranquilli, sarete protetti”, e quando gli offrono il loro pane miserabile fatto di corteccia di nocciolo, decise di fingere ancora. “Salubre, ottimo per la digestione”. Questo è un grande monumento alla nostra ipocrisia europea.

Nel mio libro La cotogna di Istanbul (Feltrinelli), una ballata in versi ambientata tra Istan-bul, Sarajevo e Vienna, c’è un personaggio di nome Afan, un pittore pazzo, dozzinale, strano. Mentre si ubriaca in compagnia del personaggio principale della storia a un certo punto, per rica-pitolare un po’ la situazione bosniaca, gli faccio dire che non ne può più di questa parola vuota – l’Europa – che invece di capire la lezione si balcanizzava:

E poi, sì, c’era un’altra cosa ancora:
quella parola pomposa, “Europa”,
l’Occidente, che invece di capire
l’imbroglio nascosto dietro la guerra
a vista d’occhio si balcanizzava.

Oggi lo scenario non comprende più soltanto l’Europa e i Balcani ma l’intero Mediterraneo, con i Paesi del Nord Africa che ci stanno dando una lezione incredibile, con la loro capacità di ribellarsi a un potere corrotto. Come ho detto si tratta di territori che face-vano parte di un unico impero e questo aspetto lo ritengo molto interessante.

Credo però che le società nate dalla dissoluzione jugoslava non abbiano la forza e l’energia per potersi permettere una rivolta simile a quella dei Paesi del Nord Africa. Anche perché in vent’anni, in particolare durante la guerra, sono state depauperate delle risorse locali oltre che delle migliori intelligenze finite a creare una diaspora enorme.

Semmai, c’è da domandarsi che cosa potrà accadere da noi in Italia, soprattutto nelle regioni del meridione, dove molte persone dicono: “Avessimo noi il coraggio di fare come a Tunisi, al Cairo o a Damasco”. Provano una grande ammirazione verso la capacità che ha avuto la gente del Nord Africa di ribellarsi a quello stesso potere corrotto e malavitoso che tiene in ostaggio anche le loro regioni e che ha un grande peso in tutto il Paese.

Non è detto che non accada una rivolta simile, perché l’Italia del sud si sta avviando a uno stato di disperazione totale. Sono arrivati al capolinea dal punto vista economico e della semplice sopravvivenza, con gente costretta a rovistare nell’immondizia. E quando la gente non ha più nulla da perdere non ha più paura nemmeno della ‘Ndrangheta. Penso potrebbe accadere e sarebbe come rompere una diga.

Occorre far capire che il problema attuale non è quello dei migranti che arrivano a Lam- pedusa ma il fatto che l’Italia è un Paese tangentizio. Dove una grossa minoranza di evasori e sfruttatori vive a spese della maggioranza e che a causa loro il Paese – nel suo insieme – vive al di sopra delle sue possibilità.

È questa la vera crisi da affrontare, con aspetti simili alle crisi dei Balcani o del Nord Africa. Appunto, dopo il 38 c’è il 39.

(“L’imbroglio nascosto” di Paolo Rumiz è pubblicato in “Jugoschegge, storie e scatti di guerra e di pace” di Tullio Bugari e Giacomo Scattolini”, Infinito edizioni.)

(nella foto, l’università di Tunisi nel marzo 2013, durante il Forum Sociale Mondiale: il lungo lenzuolo steso sulla barca e oltre la barca, contiene in ordine cronologico i nomi delle vittime della strage continua nel Mediterraneo; in questi due anni quel lenzuolo ha continuato ad allungarsi)

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I “migranti forzati” (qualche numero)

Intanto, le prime basi, qualche numero per capire di che stiamo parlando. Leggo dal “Global trend 2013” dell Unhcrr e dal “Rapporto sulla protezione internazionale in Italia“che i “migranti forzati” nel mondo nel 2013 hanno raggiunto la cifra record di 51,2 milioni, un numero che è triplicato negli ultimi dieci anni e che in passato è stato raggiunto soltanto alla fine della seconda guerra mondiale; di questi 16,7 mln erano rifugiati, 1, 1 mln richiedenti asilo e il resto sfollati.
185021737-a679b472-7288-4991-96f9-50429dac36a0 tiburtina 3 tiburtina 2Tra i paesi di partenza dei rifugiati, i primi tre, nel 2013, erano Afghanistan (oltre 2,5 mln), la Siria (2,4 mln) e la Somalia (1,1 mln).
I primi tre paesi di accoglienza erano a quella data il Pakistan (1,6 mln), l’Iran (860 mila) e il Libenao (850 mila). Nessun paese europeo figurava tra i primi dieci. Come rapporto % sul PIl, tra i primi tre paesi vi è sempre il Pakistan, seguito da Etiopia e Kenia; invece, in % sulla popolazione, i primi tre paesi di accoglienza erano Libano, Giordania e Ciad. Gli sfollati all’interno del proprio paese sono oltre trenta milioni; tra i primi tre paesi troviamo di nuovo la Siria (con oltre 6 milioni di persone) seguita da Colombia (oltre 5 mln) e Congo (quasi 3 mln).

Nel corso del 2013 sono state presentate ai governi o all’Unhcr almeno 1.067.500 richieste individuali per ottenere l’asilo o lo status di rifugiato, in ben 167 paesi e territori diversi; si tratta del livello più alto degli ultimi 10 anni, in aumento del 15% rispetto all’anno precedente; un dato, inoltre, che ha continuato a crescere nel periodo più recente. I rapporti indicano anche quali sono nel mondo le direzioni principali dei flussi, da quale paese a quale paese; quelli che interessano l’Italia hanno origine in primo luogo dalla Somalia, e dall’Eritrea, due ex-colonie.

Tra le domande registrate per la prima volta nel 2013 presso l’Unhcr o negli stati a livello mondiale, 64.300 sono state presentate da cittadini siriani – ovvero, in media, una domanda ogni 14. Ci sono stati nuovi richiedenti asilo siriani in più di 100 paesi e territori, a dimostrazione della portata globale del fenomeno.
Tuttavia, se si esclude il Medio Oriente, dove i siriani godono di una forma di protezione temporanea, il maggior numero di richieste di asilo da parte di siriani si è concentrato in Europa, in particolare Svezia (16.300), Germania (11.900), Bulgaria (4.500) e nei Paesi Bassi (2.700).I richiedenti asilo provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo si sono classificati secondi per numero di nuove domande (60.400), seguiti dai cittadini provenienti da Myanmar (57.400), Afghanistan (49.100), Iraq (45.700), Federazione Russa (39.800), Somalia (35.300), Eritrea (35.000), Serbia e Kosovo (34.700) e Pakistan (33.600). Tra i primi dieci paesi di provenienza per le domande di asilo, otto stanno attualmente attraversando condizioni di guerra, conflitto, o di gravi violazioni dei diritti umani. Tuttavia, queste cifre dovrebbero essere considerate come indicative, perché talvolta il paese d’origine di alcuni richiedenti asilo è sconosciuto o non reso noto da parte di alcuni membri.

Al primo posto per domande di asilo registrate nel 2013 troviamo la Germania (109.600), quasi il doppio rispetto all’anno precedente e in aumento continuo negli ultimi 6 anni. Seguono nell’ordine gli Stati Uniti (circa 85 mila), il Sud Africa (ca 70 mila), la Francia (ca 60 mila), la Svezia e la Malesia (ca 55 mila ciascuno), la Turchia (ca 40 mila) il Regno Unito (ca 30 mila) e l’Italia (poco meno di 30 mila). Certo sarebbe assai interessante confrontarli con i dati aggiornati alla data attuale, si può tuttavia già constatare come si tratti di un fenomeno mondiale, sia riguardo ai paesi di fuga che a riguardo a quelli di arrivo finale.
I rifugiati presenti in Europa al 2013 sono poco meno di 1 mln; i primi quattro paesi sono nell’ordine: la Francia (ca 230 mila), la Germania (ca 190 mila), il Regno Unito )ca 125 mila) e la Svezia (ca 115 mila); l’Italia a quella data era al quinto posto (ca 80 mila).
Idem per le richieste di protezione internazionale, che sono state ca 400 mila, quasi il 30% in più sugli anni precedenti: i paesi che accolgono le domande sono nell’ordine Germania, Francia, Svezia, regno Unito e Italia al quinto posto.

Si tratta, certo, di una situazione statica, dati al 2013; ciò che è importante per la capacità di accoglienza è anche la dinamica; nel solo 2014 si è avuto un aumento negli arrivi dal mare, attraverso il Mediterraneo: in totale circa 220 mila arrivi, di cui 170 mila in Italia e 45 mila in Grecia; anche in questo caso si tratta però di valutare in modo corretto i dati e le dinamiche registrabili di momento in momento, comprendendone la cause originarie che mettono in moto tali “migrazioni forzate”: cause sulle quali nessuno si sofferma mai a ragionare, preferendo lasciare il fenomeno ingovernato, cioè abbandonando al proprio destino chi scappa,  o strumentalizzandolo per fini particolari.

(nelle foto, lo sgombero nei pressi della stazione Tiburtina di Roma l’11 giugno)
(altri miei interventi sullo stesso argomento)

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L’innesco pericoloso

(L’innesco pericoloso, articolo di Chiara Saraceno pubblicato su la Repubblica del 13 giugno 2015.)
Fenomeno largamente ingovernato e lasciato a soluzioni trovate sul momento, il continuo flusso di arrivi di migranti rischia di trasformarsi nell’innesco di un processo di frantumazione sociale.
130813770-67709c06-860c-4467-8549-2372b1476482-1Ma anche di sfiducia prima ancora che di de-solidarizzazione, di grandi proporzioni, con esiti imprevedibili per la coesione sociale. Tanto più che i vari populismi soffiano sul fuoco di legittime paure, enfatizzano i rischi (oggi la scabbia, ogni giorno la criminalità e la violenza), chiamano alla rivolta contro gli invasori e contro un governo indicato come imbelle. La cautela con cui si muovono, i distinguo che operano, anche gli amministratori di sinistra e i candidati al ballottaggio di domani testimoniano di come i politici più vicini ai territori siano consapevoli di stare su una polveriera su cui hanno scarso controllo. Il fatto è che tutti sanno che la miccia è accesa. Mancano però i pompieri e l’acqua.
Manca una organizzazione, una regia, che indichi una strada praticabile non solo nel giorno per giorno, che non si comporti come se l’emergenza di questi giorni non fosse prevedibile e perciò non ci si potesse attrezzare per tempo, sia per accogliere chi arriva, sia per convincere i partner europei a fare la loro parte. Dopo l’ennesima tragedia di Lampedusa sembrava che il governo italiano e l’Alto commissario europeo agli affari esteri fossero riusciti a imporre all’Unione europea una assunzione piena di corresponsabilità. Ma poi l’accordo dato per raggiunto si è via via ridotto, prima nei numeri (e tempi) dei richiedenti asilo che gli altri paesi erano disposti ad accogliere, poi nella trasformazione di un impegno vincolante in pura discrezionalità volontaria, senza che dal governo italiano si sia sentita una protesta, forse per timore di perdere quel po’ di flessibilità sul bilancio faticosamente ottenuta. Come se il contraccolpo di una crisi forte della coesione sociale e della vittoria dei populismi non rappresentasse un pericolo più grave, anche per le finanze. Quanto all’Alto commissario Morgherini, se ne è persa traccia. In compenso, diversi paesi hanno sospeso Schengen, ritornando ai controlli alle frontiere per tutti. La Lega si è affrettata ad applaudire, chiedendo che sia sospeso anche in Italia, come se ci fossero migranti che premono ai confini francese o austriaco per entrare nel nostro paese e non, invece, per lasciarlo.
Chiudere le frontiere interne avrà poco effetto sia sugli arrivi in Italia, sia sui tentativi di chi arriva di lasciare il più presto possibile il nostro paese, non lasciandosi identificare, per andare in altri, dove si trovano già parenti. Persone che hanno passato mesi e talvolta anni per arrivare in Europa, non si faranno facilmente dissuadere da controlli, respingimenti alle frontiere, condizioni di vita miserabili, come quelle di chi si accampa nelle stazioni. Avrà invece l’effetto di esasperare ulteriormente il rapporto tra autoctoni e migranti.
È compito del governo e delle sue articolazioni territoriali agire con fermezza perché la responsabilità sia condivisa da tutte le realtà territoriali, garantire i sostegni, economici e organizzativi e non lasciare che si creino condizioni di vita incivili dentro e fuori i centri di accoglienza. Condizioni che oltre a essere inaccettabili in un paese che si vuole civile e democratico, non fanno che attizzare il fuoco del malcontento e della insicurezza nella popolazione autoctona, specie in quella che per forza di cose vi è più a contatto, esattamente come avviene per i campi rom lasciati nel degrado nelle periferie più povere. Il lassismo con cui si lascia che la stazione metropolitana di Milano sia colonizzata da venditori abusivi è simile a quello per cui si lascia che migranti alla ricerca di un passaggio fuori Italia si ammassino alla stazione di Milano e Roma fino a quando diventano troppo visibili e allora arriva o un presidio medico o una carica della polizia. Monitorare per tempo questi fenomeni aiuterebbe a contenerne l’inaccettabilità per i cittadini. Ma è compito del governo anche far sentire la propria voce anche in Europa e all’Onu, rifiutando scelte unilaterali, magari proponendo una visione meno disumanizzante di quella che vede i profughi e richiedenti asilo come oggetti da spostare da un posto all’altro a prescindere dalla meta che loro desiderano raggiungere.
Se questa azione non è possibile, se l’Italia e ancor più la Grecia sono chiamate a Bruxelles solo per rispondere dei compiti loro assegnati da chi veramente comanda nella UE e non anche per chiedere che i confini non siano permeabili solo alla concorrenza, ma anche agli esseri umani, e che la solidarietà non riguardi solo la salvaguardia degli interessi forti, il rischio per l’Europa appare più grande di quello costituito dall’uscita della Grecia dall’euro. Se l’Europa, infatti, è solo quella della austerità imposta ai più deboli e della solidarietà non condivisa, davvero non si capisce a che cosa serva ed è sempre più difficile difenderla anche agli europeisti.

(La foto è tratta dalla pagina “Siria, migliaia di rifugiati a piedi verso l’Iraq”)

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Verso est, oltre l’est

Raccontare la guerra ai bambini. È più facile o più difficile? Mi chiedevo questo ieri sera mentre osservavo Matthias seduto di fronte a un bel gruppo di bambini di 6, 7 anni o poco più, a mostrare le sue foto scattate in Siria, Ucraina e altri luoghi sulle cronache di questi tempi. Eravamo al campo di rugby di Falconara, questo il titolo dell’incontro: “Verso Est, mini laboratorio di disegno narrativo con Matthias Canapini; il giovane rugbista, esploratore, scrittore coinvolgerà i mini atleti in un epico racconto di paesi lontani”.

5 4 3 2 1Verso Est, come il titolo del suo primo libro, autoprodotto per essere più veloci, perché Matthias già riparte, dopo domani, questa volta si spingerà ancora più a est, attraverserà Croazia, Bosnia e Serbia, poi Romania, Ucraina e ancora, fino all’India e al Nepal. Conta di rientrare verso ottobre o novembre.

È arrivato “il viaggione”, quello grosso, che progettava già da un paio di anni, me ne aveva parlato una sera mentre eravamo su alla veglia notturna alla diga del Vajont, nel 50° anniversario di quella strage. Per prepararsi “al viaggione” non si è limitato a studiare carte geografiche, linee ferroviarie, modalità di ingresso nei vari paesi, ma si è documentato sulle situazioni politiche, ha cercato di individuare dove operano ong, ha socializzato il suo progetto con gli amici e con la sua città,  e soprattutto si è allenato a viaggiare, viaggiando già per i Balcani, la Siria, l’Ucraina, la Georgia, la Turchia e altri paesi ancora. “Verso Est”, il suo libro, da richiedere direttamente a lui, raccoglie questi primi “appunti di viaggio”, a contatto con tante realtà diverse, di quelle che si incontrano quando il viaggio è sì preparato ma non è ingabbiato da una rigida programmazione, si muove invece libero attorno ad un canovaccio che lascia spazio agli incontri con i singoli.

Matthias è anche un giocatore di rugby, ha sperimentato la mischia e il contatto e come destreggiarsi nelle situazioni di gioco; il rugby è uno sport unico; Marco Paolini gli dedica uno spettacolo intero. Matthias è anche molto giovane, 22 o 23 anni o giù di lì; tra lui e i mini atleti (per i quali qualche tempo fa ha realizzato anche un video:  il rugby visto dal basso) che ieri sera aveva davanti c’erano appena 15 anni di differenza, quasi un niente e magari tra loro ne esce fuori tra pochi anni un  altro pronto a viaggiare così.

Vedere Matthias con le sue foto in mano, o con i libretti dei suoi disegni e dei disegni di altri ragazzini incontrati in viaggio, come un cantastorie che disponga di pannelli mobili, e dialogare fittamente con i ragazzi, mi faceva tornare in mente quando una venticinquina di anni fa frequentavano le classi elementari per parlare dell’intifada insieme ad alcuni amici palestinesi, e poi della guerra in quella che ancora chiamavamo Jugoslavia, e qualcuno di quei ragazzi l’ho incontrato di nuovo, più maturo negli anni, che mi invitava nel suo Liceo, organizzatore e narratore a sua volta. L’essenza del viaggiare probabilmente è in questa voglia di afferrare racconti che ci parlino di questo nostro mondo, cercare di comprenderli, e poi condividerli per provare a comprenderli ancora meglio. Non lo so se è più facile o più difficile raccontare la guerra ai bambini, certamente è più interessante e vale la pena provarci.
Intanto buon viaggio, per” il viaggione” in partenza (e a chi vuole seguirlo, occhio alla pagina FB).

VERSO EST, Appunti di viaggio, di Matthias Canapini
richiedere il formato cartaceo direttamente a Matthias: canapini.matthias@gmail.com 
oppure, scaricare il formato ebook sul blog di Altrovïaggio.

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“Simone delle colline”, di Catherine Cipolat

11076728_853036678120587_3468654546447562327_oTitolo: Simone dalle colline. Biografia immaginaria di Simone Massi
Autori: Catherine Cipolat
Casa editrice: Ventura edizioni

(Intervista all’autrice Catherine Cipolat, a cura dell’editore, pubblicata in data 5 maggio 2015).
Da dove spunta l’idea di dedicare un racconto a Simone Massi?
Lo spunto è casuale, e solo successivamente si trasforma in un progetto e in un esperimento narrativo consapevole.
Alla fine del 2012 contatto Simone per porgli domande in merito alla sua attività artistica. Per il personaggio di un nuovo romanzo, un artista contemporaneo, giovane e maschio, cerco informazioni di prima mano, tecniche ma anche private.
Simone risponde subito ed è disponibile.
L’impulso a scrivere scatta quando mi racconta l’episodio che rivela il suo talento precoce, l’episodio della riproduzione fedele dell’asso di denari.
Scrivo quel capitolo inventando il contesto, il momento, i personaggi.
Seguono due constatazioni: Simone non è l’uomo giusto per il personaggio del romanzo, ma l’esperimento che si sta profilando merita attenzione. È colmo di promesse. Invio il capitolo a Simone con la proposta di raccontare la sua storia secondo questa modalità.
Simone accetta il gioco della finzione.

Come hai affrontato i problemi di realismo e invenzione, tenendo conto che parti da una biografia reale per trasformarla in “biografia immaginaria”?
Il sottotitolo “biografia immaginaria” racchiude il piccolo segreto di questo esperimento. Si suppone solitamente che una biografia tracci un quadro chiaro della vita e delle opere di un personaggio, mentre definirla immaginaria rimanda all’invenzione, alla fantasia.
In realtà esistono molte biografie, biografie meticolose, scientifiche, romanzate, ma anche biografie non autorizzate, a volte tendenziose, ecc.
Il tentativo di comporre tra reale e irreale, tra vero e non vero è stato un gioco sperimentale. TengoLaPosizioneIl racconto segue esclusivamente il filo dei ricordi di Simone, mia unica fonte raccontata da lui per iscritto, per poi contestualizzare, elaborare, inventare, narrare, interpretare.
Questo esperimento è stato possibile perché Simone è persona ironica e distaccata che accetta di leggere la propria storia raccontata in modo diverso. L’ha definita una seconda vita.
Torna alla mente la riflessione di Calvino che diceva: “io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò i dati biografici non li do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura.”
Il meccanismo di questa collaborazione ha funzionato subito e senza intoppi nei due mesi in cui, parallelamente allo scambio di email, è stato scritto il racconto. Il non conoscerci ha lasciato maggiore libertà. Ognuno ha rispettato le regole non dette, Simone non è mai intervenuto nel merito della narrazione, ha solo a volte corretto dettagli che potevano snaturare la realtà. Lui deponeva la materia prima al centro di un foglio bianco e io, attorno, nello spazio vuoto, elaboravo il racconto.

Quanto sono importanti i dettagli, i particolari, nella elaborazione di una storia?
Sono fondamentali. È spesso un dettaglio riferito, intravisto, vissuto che fa luce su un tema e dà inizio alla narrazione.
I dettagli danno consistenza a ciò che si vuole dire, sono il lato palpabile dell’idea. Sono i dettagli, spesso allusivi, indiretti che affiorano e hanno il compito di rivelare una tesi generale rimasta sottotraccia.

Ci puoi spiegare il termine “flangetta” che nel libro assume quasi una funzione magica?
È un oggetto minuscolo, misterioso e sovraccarico di senso. Racchiude in sé il prima e il dopo nel racconto di formazione di Simone Massi, unendo i due periodi. È una lamina di metallo lunga e larga come un dito mignolo che segna le giornate del giovane operaio metalmeccanico e ricompare nel metodo di lavoro dell’artista. Ha una funzione strutturale. Serve, nei due casi, a vivisezionare il tempo che, credo, sia la chiave di lettura dell’opera di Simone Massi.

Come si inserisce questo racconto nel tuo percorso di scrittura?
È la domanda più difficile, perché è difficile avere uno sguardo critico che abbracci la propria sm015-stefano-massi-470x470scrittura, alla ricerca di un significato generale. Potrebbe essere “prima scrivo e poi rifletto” oppure “parlo sopra le mie stesse parole”. Un raddoppio.
Il racconto assume la forma di una favola (storica, politica, sociale, umana, artistica) divisa in capitoli, ognuno con un titolo e i disegni di Simone che sembrano fuoriuscire dalle parole stampate. In questo caso la trama era già pronta e c’era pure il lieto fine. Si trattava di andare a cercare la materia viva (il lungo tempo contatto in flangette, le mani ferite, l’orizzonte oscurato, i sogni inverosimili, la vita interiore compressa) per filtrarla tramite la narrazione. È la stessa storia raccontata altre volte, con sembianze diverse.

Come è nata la conoscenza del lavoro di Simone Massi?
Circa quindici o forse vent’anni fa passavo davanti al televisore acceso che nessuno guardava, c’era un servizio del TG3. Sullo schermo scorrevano immagini che mi hanno inchiodata: tragiche, oniriche, cupe. Erano opera di un tizio di Pergola. Poi mi sono allontanata pensando a quanti tesori e quanta ricchezza nascondeva una regione discreta e appartata come le Marche.

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Biografia immaginaria, dove ‘immaginaria’ non significa invenzione gratuita ma trasfigurazione nell’immaginazione, reinterpretazione del senso, e della poetica che traccia il cammino che l’autore attraversa; un cammino niente affatto banale, dove ogni dettaglio concorre ad un tutto che non è mai definitivo; invenzione nel senso che la realtà a volte tocca un po’ inventarla per comprenderla davvero. Un po’ come fanno i meccanismi della nostra memoria, che rielaborano di continuo la nostra storia, mantenendone vivo il senso, come una manutenzione continua del nostro essere nel tempo. Ho seguito sabato scorso a Macerata, alla Fiera editoria Marche libri, la presentazione del libro; l’autrice sottolineava l’importanza del TEMPO nel lavoro di Massi, dove il tempo non è più un concetto ma una dimensione, un modo del raccontare, un luogo, uno spazio che siamo noi stessi, ricordando l’artigianalità del lavoro di Massi e come  da settecento disegni, eseguiti ciascuno con rigorosità nella sua completezza – il dettaglio – nasca un minuto di animazione, e in quel minuto, mi viene da aggiungere, la realtà dei disegni vive ma al livello della sua immaginazione. Le settanta pagine della biografia immaginaria di Simone Massi mi sono apparse allora, mentre le leggevo, come quel minuto di animazione, con lo stesso tocco di magia.
Personalmente, ho avuto occasione per la prima volta di apprezzare il lavoro di Simone Massi ad una serata dedicata all’eccidio di Monte Sant’Angelo, nel corso della quale fu proiettato il suo “Animo Resistente”: “A ridosso del maggio ’44 sul Monte Sant’Angelo una casa s’addormenta e prende a sognare”.

La copertina e la grafica del libro sono di Simone Massi; il libro contiene anche dei disegni di Simone; i due disegni riportati in questa pagina sono tratti invece dal sito di Simone Massi e dal sito Tricromia; l’immagine che ho usato per la copertina del libro, è tratta dalla pagina FB di Simone Massi.

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pubblicato anche su ALTROVÏAGGIO

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“Maledetta la Repubblica fondata sul lavoro”, di Alessandro Pertosa e Lucilio Santoni


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Titolo: Maledetta la Repubblica fondata sul lavoro
Autori: Alessandro Pertosa, Lucilio Santoni
Casa editrice: Gwynplaine edizioni

«La Repubblica è fondata sul lavoro. Viva il lavoro. Non importa quale. Non importa dove. Non importa come, con chi e perché».  Inizia con questa citazione del cantautore Enzo Del Re, sul lavoro inteso come un fine, o sul lavoro come ci viene proposto normalmente, il lungo dialogo tra i due autori, che hanno preferito alla modalità del saggio, distaccato e scientifico, la forma più amichevole, appunto, del dialogo. Un po’ come i dialoghi pedagogico filosofici dei momenti cruciali, tipo il “Fra Contadini” di Errico Malatesta, o il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” di Galileo Galilei, o il “Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere” di Giacomo Leopardi.

Li sparo troppo forti i paragoni, scomodando questi classici? È un’esagerata adulazione nei confronti dei due autori? Non mi pare proprio che aspirino all’adulazione. Li ho incontrati una sera per chiacchierare sul libro, in uno di questi posti che Marc Augé definirebbe “non luoghi”, ma che ai giorni nostri stanno diventando la maggioranza: un bar all’ingresso di un centro commerciale a sud di Ancona non ricordo più nemmeno quale, tra gente che andava e veniva e una musica non proprio di sottofondo, comodo però per essere raggiunto facilmente in auto da diverse direzioni. Continua a leggere

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La linea sottile del disagio (tra 25 aprile e 1 maggio, in bicicletta sulla Linea Gotica)

Dove sottile non sta per leggero o effimero, ma per insinuante, penetrante, inafferrabile. L’insostenibile leggerezza del disagio, potrei dire, parafrasando Kundera.
imageTento di trarre un mio bilancio personale dalla pedalata nel mezzo dell’Italia che abbiamo appena concluso, cercando di scovare dentro e far venire alla luce quel sottile filo di disagio che mi ha accompagnato, e che si era insinuato in me già nei giorni precedenti la partenza (“Le memorie in senso lato”).
Non ha nulla a che fare con la Staffetta, il cui bilancio mi sembra invece assai positivo, per il senso di vitalità che ancora prevale, e di cui, in ogni caso, aspetta agli organizzatori trarre le conclusioni, e individuarne gli stimoli per ulteriori sviluppi – che sono già presenti, e non solo quelli “potenziali”, per i nuovi interessi e apporti esterni che si sono aggiunti quest’anno, come la partecipazione di Letteratura Rinnovabile e i contributi degli scrittori protagonisti delle serate a Scarperia, Casola Valsenio e Castagno d’Andrea, o come l’intervento di “Land Art”- il secondo consecutivo in due anni – dell’artista Ivano Cappelli,  ma anche quelle “reali”, per le attività già in sviluppo direttamente dall’interno della Staffetta, che sono tante e ora organizzate anche nella nuova associazione “Fuori dalle vie maestre”.

Quello che tento di fare qui è un discorso personale e del tutto “a margine”, e riguarda di più ciò che accade fuori di noi. Ancora prima della grande strage del Mediterraneo, avevo scritto “Dedichiamo il nostro 25 aprile a chi fugge dalle guerre”; poi il 23 aprile ho 10360338_10205238702301028_8344178257369899212_npartecipato al presidio in piazza ad Ancona, organizzato insieme ai sindacati, per fermare le stragi in mare – riporto sotto, in allegato, l’intervento che ho letto quelle sera, e che a causa della partenza per la Staffetta, non avevo avuto tempo di pubblicare (durante le serate della Staffetta, comunque, è stata cantata da Francesco anche una canzone, musicata da lui e scritta da Doriano, dal titolo Parto, dedicata proprio a chi attraversa il mare fuggendo dalle guerre).
Nel mio intervento, citavo l’articolo 10 della Costituzione (“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”), di questa Costituzione che due anni fa la neo Presidente della Camera definiva la più bella del mondo, e che ora invece rischia d’essere manomessa, nell’indifferenza dei più.
Mentre noi pedalavamo – per carità, eravamo lì non per un dovere faticoso da assolvere ma anche per nostro diretto divertimento, immersi in paesaggi magnifici e a nostro agio nei luoghi della memoria –  in Parlamento si discuteva di riforma elettorale e di voti di fiducia. Chi rappresenta chi? Qual è il valore delle Memorie, rispetto a tutto questo?

Ho sempre pensato che le memorie appartengono al presente, siamo noi qui oggi le nostre memorie,  ma “questo oggi” ora mi sfugge un po’ di mano. Le memorie appartengono al presente come noi apparteniamo alla Storia, ma forse è “questo oggi” che sta sfuggendo un po’ alla Storia. Come un legame che si spezza.
“La Resistenza è un processo storico”, diceva Simona Baldanzi nella serata della Staffetta a Scarperia. Un processo che si compone di tante realtà, e persone, e che nasce molto prima che i partigiani salgano in montagna, e coinvolge e ha coinvolto anche tante persone che non hanno mai avuto nessuna notorietà per la loro testimonianza, e spesso non hanno visto neanche i risultati, perché sono scomparse prima. È al processo che dobbiamo pensare e non solo ai singoli eventi. Un processo che dura anche oggi e ha una sua continuità nei problemi di ogni giorno. Simona faceva riferimento al Mugello, la sua terra e la terra ove in quel momento eravamo, con gli sfasci e i colpi che ha subito. Un processo storico, però, che è fatto non di eroi ma di persone normali, come noi. “È importante sottolineare gli aspetti di normalità, – diceva Simona, – non per sminuire ciò che di eroico quelle persone hanno fatto, quando le vicende storiche le ha costrette in questa strettoia, ma perché comunque loro non si percepivano come eroi. I toni delle lettere dei condannati a morte, rivelano un linguaggio preciso, chiaro e forte, ma mai al di sopra delle righe”.

Condivido. È in questo senso che dico che le nostre Memorie siamo noi, nella nostra normalità. La retorica ce lo fa dimenticare, e se lo dimentichiamo non avvertiamo più lo strappo che c’è tra la Storia e “questo oggi”. Che cosa è diventato oggi l’articolo 1 della Costituzione? Il lavoro è un diritto, ma se è un diritto in cosa deve consistere la sua sostanza? Perché se si tratta solo della fatica, dell’alienazione di cui parlava Marx o dello sfruttamento, allora diventa una condanna. Oppure si svuota, diventa un lavoro senza retribuzione e riconoscimento, come avviene troppo spesso in “questo oggi”.

E arriviamo al 1 maggio, in questa moderna sovrapposizione di date (mi pare ci sia stata anche una manifestazione dei sindacati aPozzallo, per ricordare i rifugiati, ma lo so perché me lo hanno detto di persona, non ne ho trovato traccia sui giornali). Quest’anno il 1 Maggio ha coinciso addirittura con l’apertura dell’Expo sponsorizzato da Mc Donald e Coca Cola. Il movimento No Expo è stato bruciato nel giro di due ore, così come tre anni fa, il 15 ottobre, fu bruciato il movimento degli Indignati a Piazza San Giovanni – la stessa piazza del concerto del 1 maggio. È stato bruciato o si è bruciato? I black block di allora e i Riot di oggi, come vengono definiti, non vengono da Marte, vivono tra i buchi della società di “questo oggi”: non saremo mica noi a diventare un poco alla volta anacronistici, nel riproporci sempre negli stessi modi? Cosa finisce dentro questi buchi che si aprono?

La mattina del 30, durante una sosta della Staffetta in un bar di Poppi – appena scesi dal monte Falterona, costeggiando, tra gli altri luoghi, la località di Vallucciole, la strage di cui fu testimone Carlo Levi – discutevo con Francesco, mentre su una tv scorreva un telegiornale, sulla manifestazione, in corso in quel momento, degli studenti a Milano, e mi era venuto da commentare: “Perché ogni tema serio, in questo caso il complesso degli interessi di potere dietro l’Expo, anziché diventare un processo politico da costruire nel tempo, è destinato a bruciarsi nell’immediato, diventando subito un simbolo. Tutto diventa simbolo e la realtà non la raggiungi più. Una lotta che si trasforma immediatamente in un simbolo, prima ancora di prender corpo, e quindi è già bruciata?”
Era ancora la mattina del 30, il corteo dei trentamila doveva ancora mettersi in viaggio dai diversi luoghi d’Italia.  Mi fermo qui, tenendomi il mio disagio, che, mi accorgo, non è soltanto mio. Fori dalle vie maestre, è il nome dell’associazione proposta dagli “inventori della Staffetta”, Andrea e Doriano, per strutturare ancora meglio lo sviluppo del loro progetto; forse può essere usata anche come metafora per indicare il bisogno di percorrere strade nuove (le quali tra l’altro non escludono affatto i vecchi sentieri, anzi, li cercano per riscoprirli).

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Intervento al presidio per fermare le stragi in mare, Ancona, 23 aprile Continua a leggere

Pubblicato in Indignatevi, STAFFETTA 2015 | 1 commento