I martiri del XX giugno ricordando Regeni

Le memorie di ieri per costruire le memorie di oggi. È una frase che mi capita di pronunciare abbastanza spesso, ultimamente, quando ho occasione di raccontare le storie delle lotte contadine di ieri per ricordare e porre meglio all’attenzione le lotte di oggi.

Ieri sera questo tipo di sguardo è stato proposto magistralmente da Luigi Manconi, con un discorso appassionato, lineare e coinvolgente, seguito da tutti con la massima attenzione, quando ha collocato sullo stesso piano emotivo e politico le torture subite dai 7 ragazzi martiri il 20 giugno ’44 a Jesi e le torture subite dal giovane Giulio Regeni, nato 44 anni dopo l’eccidio di Jesi, e torturato e ucciso all’età di 28 anni, un’età di poco superiore a quella dei ragazzi martiri, di fatto un loro coetaneo.
Non è una forzatura accostare questi episodi, ha specificato Manconi, ma esattamente il contrario, perché chi perde la memoria dei fatti di ieri è condannato a ripetere gli stessi errori, orrori e dolori del passato.  L’anno in cui è nato Giulio Regeni è lo stesso in cui il nostro Stato ratificava la convenzione internazionale contro la tortura, eppure dopo quasi trenta anni una legge non c’è e per di più quella che tra poco potrebbe essere approvata si presenterà snaturata e privata dei suoi connotati di significato. “Un paese che ancora non è stato in grado di produrre una legge degna di questo nome non ha nemmeno l’autorevolezza per ottenere dal governo egiziano che si renda giustizia e verità a Giulio Regeni” ha sottolineato Manconi. Se gli autori delle torture e dell’eccidio di Jesi del giugno ’44 sono rimasti impuniti, occorre che non restino impuniti anche i responsabili della crudele morte riservata a Giulio Regeni.

Questo è stato il filo conduttore dell’intervento di Luigi Manconi, per sottolineare come le memorie di ieri ci possono aiutare a unirci sui temi importanti di oggi, della convivenza democratica nel rispetto dei diritti umani, e dunque la Resistenza non sia affatto una memoria  divisiva e da superare, come  invece cercano di attaccare i revisionisti di sempre, i mestatori odierni di odio, gli stessi che voteranno contro la legge del reato di tortura non perché il testo sia stato snaturato dalle mediazioni e scambi politici al ribasso, ma perché invece quella pratica comunque non la disdegnano.

L’intervento di Luigi Manconi era stato preceduto da un altro oratore, Riccardo Ciampichetti, molto giovane, coetaneo dunque dei ragazzi che eravamo lì a ricordare, uno studente del liceo il quale, come ha detto lui stesso, ha conosciuto questa storia dei martiri del XX giugno solo lo scorso 24 aprile, alla vigilia dell’importante corteo che ogni anno si tiene in città, e allora in questi mesi ha fatto una sua ricerca, si è documentato e ieri sera è stato affidato a lui il compito di ricostruire quella storia, e lo ha fatto con un linguaggio asciutto preciso e già sicuro, e per questo ancora più efficace.

Entrambi gli oratori erano stati introdotti dal Sindaco di Jesi Massimo Bacci, che poco prima aveva deposto una corona in ricordo dei 7 ragazzi martiri, al termine del corteo che ogni anno percorre un tratto della campagna di via Montecappone fino al monumento realizzato sul luogo dell’eccidio. Come sempre, un folla numerosa con persone di tutte le età, insieme all’Anpi di Jesi.

(Alcune commemorazioni degli anni precedenti)

 

 

 

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Mille persone in meno tra i 26 e i 40 anni di età

Jesi: Tendenze anagrafiche, uno sguardo veloce ai dati delle iscrizioni anagrafiche raccolti dall’Istat: in cinque anni mille persone in meno tra i 26 e i 40 anni di età.

(Alcune curiosità guardando molto velocemente tra i dati delle iscrizioni anagrafiche, con tutte le cautele del caso e gli approfondimenti, verifiche e risontri ulteriori che sarebbero necessari per una valutazione più ponderata)

A Jesi nei cinque anni tra il 1 gennaio 2012 e il 1 gennaio 2016 la popolazione residente è aumentata di 200 unità, pari allo 0,5%: addirittura una leggera crescita. Ma che cosa c’è dentro questo totale? Intanto i residenti con cittadinanza italiana sono diminuiti di 610 unità, più che sostituiti da 810 residenti senza cittadinanza italiana, saliti dal 9.5% all’11,5% del totale; ma si tratta di un rimpiazzo solo apparente, o parziale.

I mutamenti sono ancora più significativi e preoccupanti se guardiamo la struttura per età. Le classi di età dai 26 ai 40 anni diminuiscono in soli 5 anni di quasi mille unità assolute, di cui 1.030 con cittadinanza italiana, sostituiti solo parzialmente da non italiani, appena 147 in più (tra l’altro, tra i cittadini italiani, sono compresi anche gli “ex stranieri” che nel frattemmpo hanno ottenuto la cittadinanza). Dove sono finite queste mille persone che non ci sono più? Occorre un’analisi più approfondita, per distinguere chi è andato letteralmente via per cercarsi magari un lavoro in un altro paese europeo, e quanto invece incide il fatto che a mano a mano che questa classe di età invecchia, viene sostituita dalle classi più giovani, meno numerose.

Il tasso di dipendenza, che misura il peso della popolazione non in età da lavoro (sotto i 14 anni e sopra i 65) su quella in età da lavoro (da 15 a 64) in soli cinque anni è cresciuto, calcolandolo solo sui residenti con cittadinanza italiana, di ben 4 punti, quasi un punto all’anno; se inseriamo anche i residenti senza cittadinanza, il tasso registra comunque sempre una crescita significativa, di 2,8 punti.

Insomma, il contributo dei residenti senza cittadinanza, se da un lato consente di mantenere più o meno stabile la popolazione totale, non è in ogni caso sufficiente per mantenere stabile il tasso di dipendenza, dato il veloce invecchiamento della popolazione.

Questo tipo di fenomeno è probabile che si aggravi ancora nei prossimi anni, a cusa sia di una progressiva minore iscrizione di nuovi residenzi stranieri, sia per la tendenza di giovani in età di lavoro di andare via, sia soprattutto per la minore numerosità delle classi di età più giovani che nei prossimi anni dovranno rimpiazzare quelle che nel frattempo invecchiano.

Per contrastare questo fenomeno occorre una maggiore capacità di attrarre nuovi residenti, con tutto ciò di complesso che questo concetto può contenere.

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Teatrando, il gioco del teatro

Venerdì 2 giugno ci siamo esibiti al Teatro Ferrari di San Marcello con una performance dal titolo “Una giornata normale”, giocando disinvolti con il titolo di un importante film, “Una giornata particolare” di Ettore Scola. Una semplice e bella citazione, che ci piaceva fare, niente di più, giocando, come era nel titolo del laboratorio organizzato dall’Arci nel corso dell’anno e condotto da Maria Grazia Tiberi, intitolato appunto “Il gioco del teatro”. E quando si gioca l’importante è divertirsi, senza mai dimenticare che il gioco per funzionare e divertire davvero attraverso le finzioni che si mettono in campo, deve essere vero e non finto. E quindi noi, pur non essendo attori e pur restando ben consapevoli che non basta certo questo per diventare attori, abbiamo giocato a costruire una performance vera, che si sarebbe conclusa su un vero palco teatrale.

Il gruppo si era già formato nel precedente anno, sempre all’Arci e sempre sotto la guida di Maria Grazia Tiberi, “la maestra” come scherzando l’abbiamo sempre chiamata, con un corso di dizione e sviluppo della voce che già lo scorso anno si era concluso con la performance di letture ed animazione “Parole e letture in metro”, sempre sul palco del Teatro Ferrari di San Marcello, seguita poi da una replica estiva a Jesi in piazza delle Monnighette.

A questo “debutto” sono seguiti nei mesi successivi anche diversi interventi di lettura: alla rassegna “Letti di notte” presso la libreria dei ragazzi; agli incontri letterari “Le Marche in Biblioteca” presso la Planettiana; alla Casa delle Culture insieme ad un gruppo di rifugiati nella giornata dedicata ai migranti il 20 dicembre scorso; alla Biblioteca La Fornace di Moie per la giornata “LeggoNoRogo” il 10 maggio, e altre occasioni ancora, tutte di impegno e di promozione culturale.

Intanto avevamo anche iniziato la seconda annualità del nostro laboratorio, aggiungendo qualcosa di nuovo alla dizione e alla lettura, mentre in Arci i laboratori addirittura raddoppiavano: mentre noi inziavamo il nostro secondo anno con “Il gioco del teatro”, in parallelo un secondo gruppo di aspiranti lettori iniziava il suo primo corso di dizione e sviluppo della voce, anche questo poi concluso con successo con una performance lo scorso mese di maggio qui a Jesi, a Palazzo Santoni, intitolata “Donne a casa”.

Insomma, la cornice della nostra performance “Una giornata normale” è questa, per nulla improvvisata o casuale, tanto per riempire il tempo, ma inserita in un progetto che ha richiesto costanza e continuità e impegno dei partecipanti, e la scoperta graduale giorno dopo giorno che il senso di ciò che si fa siamo noi stessi a costruirlo giorno dopo giorno, non esiste prima di noi come una ricetta da applicare ma lo ritroviamo invece dentro il risultato che insieme abbiamo realizzato. Sempre giocando, mai dimenticare questo, perché poi l’impegno è impegno e non sempre tutto fila liscio via tranquillo, ci sono sempre come in tutte le cose momenti più critici, impasse, piccoli incidenti da risolvere o riassorbire, e il gioco aiuta, non è futile, crea interazione, si dice appunto “mettersi in gioco.”

All’inizio abbiamo individuato l’idea da sviluppare, e con questa in testa ci siamo misurati con la costruzione dei personaggi, scegliendoli collettivamente, quasi un gioco da debuttanti allo sbaraglio nel quale ciascuno è stato messo in mezzo e gli altri attorno gli affibbiano caratteristiche, tic, difetti, si gioca perfino ad aggredirlo. Ce n’è per tutti ed è un modo molto democratico di ricavarsi un ruolo, tutti alla pari senza nessuno che prevarichi o si trinceri nelle sue difese, come avviene di solito nella realtà, ma sviluppando poi nelle interazioni con gli altri il modo di ciascuno di entrare nel proprio personaggio. È un’esperienza interessante.

Le interazioni da sperimentare si sono ispirate all’idea iniziale della situazione che volevamo costruire, e così improvvisando è nato un canovaccio da seguire, di cui poi mi è stato assegnato – io sono “lo scrittore” del gruppo – il compito di fissarlo in un copione. Ma è nato con questo ordine, in modo del tutto collettivo, e ha continuato anche ad arricchirsi nel corso delle prove con tutte quelle piccole variazioni che ciascuno vi ha introdotto, qualcuna addirittura mentre eravamo sul palco con il nostro pubblico, composto da amici, parenti, un po’ di curiosi, quanto basta per ritrovarsi con una platea che ha partecipato bene al nostro divertirci sul palco. Si sentiva.

L’idea che abbiamo sviluppato, suggerita da Maria Grazia Tiberi, che ci ha guidato in questo percorso mentre costruivamo il tutto insieme a lei, poteva essere anche banale: si susseguono alcuni quadri, prima una scolaresca assai vivace e particolare e un bisbetico professore che vorrebbe far bere i libri con l’imbuto, poi dei tranquilli, ma fino ad un certo punto, giochi di mimo citando film, infine una “Tribuna illetterale dove nulla deve essere preso alla lettera” con assai improbabili rappresentanti del popolo che si lanciano in discorsi che sembrano incomprensibili, mentre in realtà sono citazioni di famosi testi filosofici e letterari o di veri politici, il tutto tra gag, sorprese e giochi prima di ritrovarli alla fine tutti con un bel camice bianco in fila per ricevere la dose giornaliera di tranquillante. Insomma, si trattava soltanto della solita giornata normale, ricca soltanto delle cose eccezionali che ha saputo mettere in campo.

Personalmente avevo iniziato questo percorso, nel primo anno, interessato soltanto alla dizione e allo sviluppo della voce, perché avevo scoperto il piacere della lettura ad alta voce e volevo approfondire, e forse resterà questa, la lettura, l’attività principale  del nostro gruppo che nel frattempo abbiamo chiamato ArciVoce, ma non è detto che ci si fermi qui; in realtà non conosco ancora le aspettative di ciascuno perché tra di noi non abbiamo mai discusso davvero di questo, ma ora credo che siamo pronti per farlo.
Ma forse non si tratta nemmeno di scegliere tra “leggendo” o “teatrando” in un modo rigido; mi rendo conto, infatti, dopo averli sperimentati entrambi, che “leggere” e “recitare” sono due linguaggi ben distinti, con regole e potenzialità diverse, che però si arricchiscono reciprocamente se si ha consapevolezza di entrambe le possibilità.

Mi sono reso conto che leggere non è più facile perché non devi impararare il testo a memoria, perché ti resta sempre da interpretare il modo di relazionare tu che leggi al testo che leggi, e mi sono reso conto che recitare consente anche delle libertà in più, o di tipo diverso, che non hai leggendo ma nascono dalla interazione con gli altri sul palco, o forse soprattutto dal calarsi dentro il personaggio, che non è mai uguale ma ti riserva sempre qualcosa in più. Qando provi, sì, lo fai per rafforzare la memoria, assimilare i tempi, metterti a tuo agio, ma in realtà anche per acquisire la consapevolezza che ciò che ripeti non è mai esattamente uguale, c’è sempre qualcos’altro, nell’emozione, nel tono e nel senso.

(Sul palco, seguendo l’ordine della foto in alto: Rosella Canari, Agnese Cesaroni, Manuela Carotti, la coach Maria Grazia Tiberi, Cristina Corsini, Lori Barboni, Tullio Bugari, Matteo Tiranti).

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“Che volete che sia, non avete mai visto un dirigibile?”

Sabato scorso, 11 marzo, ho partecipato come finalista della sezione editi, una delle quattro  previste, al Premio Letterario “Prunola” a Castelfranco Veneto.  Il mio libro – un racconto per ragazzi dal titolo «La tenda rossa, viaggio nell’altrove» pubblicato nel settembre scorso da Fara Editore – si è classificato terzo; di seguito ecco il breve brano che è stato letto, in un bel teatro affollato, con i posti esauriti.

«… Qualcosa d’insolito stava però accadendo in quella pausa nel mezzo di una giornata qualunque. Una grande ombra stava oscurando il cielo. Tutti i ragazzi si erano precipitati alla finestra, giusto in tempo per scorgere la sagoma di un immenso dirigibile che sorvolava il tetto della scuola, prima di sparire via verso il lato opposto. Per un attimo aveva lasciato dietro di sé il debole rumore del piccolo motore dell’elica, che sottile come un trapano bucava l’aria leggera nella quale sembrava volersi aggrappare. Imponente.
Poi lo rividero laggiù, lontano e piccolino, che continuava a navigare al centro di quella landa, dritto verso la sua meta.
Si trattava senza dubbio di una novità, era fin troppo evidente. Dopo alcuni secondi anche il sole sparì e iniziò a fioccare la neve. Una vera tempesta. Un vorticoso turbinio di fiocchi che tutto nascondeva e racchiudeva come dentro un soffice e candido guscio. I ragazzi avevano smesso di mangiare le merende e da dietro i vetri osservavano incantati quella nuova magia. Erano allegri e si davano spintoni. Si appoggiavano gli uni sulle spalle degli altri, scambiandosi scherzi. Qualcuno cercava di spiegare qualcosa a qualche suo amico, ma più per capire lui stesso, dato che nessuno poteva saperne più degli altri.
Tutto rischiava di assumere un andamento inconsueto per quei ragazzi e quindi la maestra intervenne per richiamarli alle più collaudate abitudini: dopo tutto era l’ora della merenda e dovevano sbrigarsi a mangiare, andare al bagno, fare ricreazione, riposarsi, essere pronti a riprendere il compito non appena il bidello avesse suonato la campanella:
“Su, non attardatevi.”
E poi, con l’aria di chi la sa lunga:
“Che volete che sia, non avete mai visto un dirigibile?”
Dentro di sé però era preoccupata, anche lei si rendeva conto che stava accadendo qualcosa di non proprio normale, seppure la sua mente vi resisteva grazie a quel sano scetticismo collaudato in tanti anni di paziente e regolare insegnamento quotidiano. Si chiedeva:
“Non sarà mica uno di quei nuovi progetti che s’inventano al Ministero?”
I ragazzi, con un fare noncurante, simulavano soltanto una scettica adesione al richiamo della maestra e tardavano ancora a mangiare o giocare, come si pensa che dovrebbero fare normalmente i ragazzi di tutto il mondo, divertirsi spensierati durante la ricreazione, in modo che nessuno si senta obbligato a capire cosa gli passi davvero per la testa.
Non era così. Loro continuavano a lanciare furtive occhiate fuori dalla finestra. Qualcosa era cambiato, non era possibile negarlo. Il turbinio di neve s’era dapprima diradato e poi, come accade alla nebbia quando l’aria si fa limpida, anche il guscio bianco di nevischio che li aveva avvolti era svanito. Davanti alla scuola ora si scorgeva una grande distesa bianca, profonda come l’orizzonte, e laggiù, poco prima della linea ultima dove lo sguardo arriva appena, s’intravedeva un puntino rosso. Sembrava quasi di udire delle voci che chiamavano… e la campanella ancora non suonava…»

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Prospettive diverse

«La tenda rossa, viaggio nell’altrove» di Tullio Bugari
recensione di Giovanni Antonini

tendarossacoverwLa storia sta alla base della vita. Non si può pensare all’oggi senza aver chiaro da dove veniamo. Sempre più spesso si sente parlare della storia come testimonianza del passato, come verità da ascoltare, da seguire, per far sì che l’uomo non commetta più le orribili gesta remote, affinché invece possa riproporre ciò che è stato amato e considerato giusto. Un passato come fondamento del presente, un passato come istruttore di vita, un passato come condottiero di verità. Un passato dal quale anche i bambini devono trovare gli spunti, capire il senso, sempre e comunque guardando dalla loro prospettiva. Una prospettiva diversa, più “bassa”, che vede con occhi speciali il mondo. La chiave di volta per avvicinare il bambino alla scoperta del passato è stuzzicarlo, trovare qualcosa per la quale lui sia disposto a mettersi in gioco. Tullio Bugari con il suo racconto riesce in questo intento. Riesce a far scoprire il passato a suo figlio. Ci riesce grazie alle sue abilità creative, fantasiose, innovative. Ha il potere di intrappolare il lettore nel suo racconto così come ha fatto con il suo bambino. Ha spiegato la scoperta del Polo Nord da parte degli italiani con il dirigibile Italia attraverso una favola nella quale però non mancano in alcun modo riferimenti reali, storici. Robinson è un bambino che si ritrova immerso nell’avventura dell’italiano Umberto Nobile, accompagnato dall’esploratore norvegese Roald Amundsen e dal finanziere statunitense Lincoln Ellsworth, avventura del 1928 sul dirigibile Italia, che si schiantò durante il viaggio di ritorno sulla banchisa polare. E a causa di questo terribile incidente per la prima volta partì una missione internazionale di soccorso. In questa storia si immerge una scuola elementare: i bambini si ritrovano protagonisti del soccorso dei naufraghi del dirigibile Italia. Storia nella storia; storia fantastica nella storia vera. Tullio Bugari riesce a creare un racconto di immensa creatività, unicità e coesione tra la realtà e la fantasia. Basandosi su questo modello si può insegnare ai bambini e ai ragazzi la Storia senza dover essere noiosi, immergendoli nel loro habitat, quello delle favole, dei racconti, così da renderli partecipi di un mondo ancora troppo grande per loro.
Ritengo che nella storia raccontata da Tullio Bugari sia presente anche un’altra verità: non solamente i grandi insegnano ai piccoli, ma anche i piccoli insegnano ai grandi. L’ombelico è un esempio puntuale. Certamente viene raccontata in modo giocoso la vicenda del periscopio, ma al suo interno è presente una straordinaria verità. Robin Williams insegnava ai suoi studenti nel film L’attimo fuggente di fermarsi un attimo, guardare il mondo da un’altra prospettiva, non limitarsi a vedere solo dal proprio punto di vista. Robinson fa lo stesso: insegna al suo Direttore a guardare da un punto di vista più basso, dall’altezza di un bambino, così da poter vedere la realtà in modo diverso. Grazie a questo racconto, ogni lettore bambino capirà la Storia, si meraviglierà e rimarrà catturato dagli avvincenti colpi di scena. Mentre, contemporaneamente, ogni lettore adulto verrà spinto a riflettere su molti aspetti della vita umana e soprattutto sulla grandiosa potenza della vista e sull’importanza della prospettiva. Un libro completo, un libro per tutti…

(pubblicata sul blog Narrabilando il 30 gennaio 2017)

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“Cominciò la vita, cominciò la Resistenza”

“Cominciò la vita, cominciò la Resistenza” (ricordando Aurelio Ricciardelli. aurelioHo avuto l’occasione pochi giorni fa di presentare il mio ultimo libro L’erba dagli zoccoli (L’altra Resistenza, racconti di una lotta contadina) dedicato alle lotte contadine, in provincia di Ravenna, e ho colto l’occasione per dedicare il reading concerto al partigiano Aurelio Ricciardelli, per i motivi che ho ricordato nell’articolo pubblicato sul blog dedicato al libro, e che ripubblico anche qui, per aggiungerlo agli articoli dedicati a suo tempo alla Staffetta della Memoria, quando ebbi l’occasione di incontrare e conoscere Aurelio a Monte battaglia, sopra Casola Valsenio.

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“Una situazione che non potete immaginare voi giovani, nella quale ci siamo trovati noi all’età di diciotto o diciannove anni. Ci siamo trovati in una guerra, alla caduta del fascismo, l’8 settembre e l’armistizio; pensavamo che fosse tutto finito e invece cominciò la vita, cominciò la Resistenza” ci diceva il partigiano Aurelio Ricciardelli, quando l’abbiamo incontrato sul Monte Battaglia, sopra Casola Valsenio, provincia di Ravenna, quando siamo passati di lì in bicicletta con la Staffetta della memoria lungo la Linea Gotica.

Ho voluto iniziare così domenica 20, al Circolo Arci Casablanca di Villanova di Bagnacavallo (Ravenna), dedicando letture e canzoni al partigiano Aurelio Ricciarelli. Aurelio ci ha lasciati due anni fa ma ho avuto l’onore di conoscerlo; Aurelio è stato uno degli stimoli importanti che mi hanno spinto a scrivere questo libro che ho dedicato ai contadini, e ho maturato proprio durante quei viaggi alla riscoperta delle memorie sulla Linea Gotica. Aurelio infatti non raccontava di combattimenti, preferiva invece ricordare i contadini di quella zona, che si toglievano letteralmente il pane dalla bocca per aiutare quei ragazzi su quel monte a sopravvivere al freddo e alla fame. Raccontava di quella bella storia di solidarietà e di scambio tra quei ragazzi e quei contadini, la storia del grano e della farina raccolti per fare il pane per tutti, che poi fu ridistribuito, perché la Resistenza è innanzitutto solidarietà e relazioni sociali di vita, storie vissute dentro quei luoghi che siamo noi.

Così, già durante quell’incontro con Aurelio, e con le tante altre storie incontrate dentro quei viaggi in bicicletta – molto belli, peraltro, per noi immersi in luoghi di grande bellezza e che meritano di essere vissuti in pace e apprezzati – mi chiedevo cosa avessero fatto i contadini, e quei ragazzi scesi dalla montagna, una volta finita la Resistenza. Si può tornare ad essere quelli di prima come se niente fosse? Non credo, quelle esperienze ci aprono dentro altri occhi. E così, cercando, ho trovato quella che nel sottotitolo del libro ho chiamato l’Altra Resistenza, quella delle lotte contadine, già iniziate in Sicilia e Calabria nel ’43 appena sbarcati gli Alleati, e proseguite risalendo il paese, fino agli anni Cinquanta.

Il legame con la Resistenza era forte, sia diretto che indiretto, sia nelle singole persone, con i tanti ragazzi partigiani che tornavano a casa e trovavano un intero sistema sociale e di sfruttamento ancora da cambiare, e che non volevano più accettare. Perché la democrazia è questo, la possibilità lottare e di utilizzare gli strumenti per rendere la vita più equa. Nei racconti che ho inserito nel libro ne ho trovati tanti di questi ragazzi, come Vittorio Veronesi della zona di Porto Mantovano, Maria Margotti di Argenta e che diede il suo contributo anche come staffetta – Vittorio cadde ucciso il giorno del primo anniversario dell’uccisione di Maria. Oppure ho trovato Placido Rizzotto che fu partigiano in Carnia (Friuli), e poi tornò per fare il segretario della Camera del Lavoro a Corleone.  O ancora, lo scorso anno, dalle mie parti, partecipando a una bicicletta della memoria, ho scoperto tra i nomi su una lapide nel paese di Staffolo (Ancona) il nome di un ragazzo di Bisacquino, Alesci Antonio, il paese vicino Corleone dove i contadini andarono a occupare le terre guidati dal ventenne Pio la Torre, che nel frattempo era andato a sostituire Rizzato alla camera del Lavoro. Oppure, qui a Jesi, tra i sette martiri del XX giugno, c’era un ragazzo, Enzo Carboni anche lui ventenne, che veniva da Santa Eufemia di Aspromonte, un’altra terra, la Calabria, che ha dato molto alle lotte contadine, purtroppo anche in termini di vittime come a Calabricata e a Melissa.

Potrei continuare a lungo, tanto sono numerosi e forti questi legami e ce ne sono anche altri che cito nel libro, ad esempio tra le note del racconto dedicato alle occupazioni d’Arneo in Salento cito il partigiano Gianni Giannoccolo, che di recente ho avuto l’occasione e l’onore di conoscere.

Ma oltre alla continuità diretta, di tante singole persone che erano state in guerra o al confino, o nei campi di prigionia o in montagna, e avevano incrociato  le loro esistenze e scambiato conoscenze, e insieme alle esperienze individuali avevano maturato soprattutto nella lotta partigiana anche un’esperienza sociale, di partecipazione e di modalità organizzative che si dimostrarono pronte a veicolare quella domanda individuale e sociale di cambiamento. Non solo come stimolo e metodo nel momento della lotta, dell’occupazione della terra o dello sciopero, ma anche come sostegno organizzativo e solidale, perché quando si andava a occupare un latifondo o si organizzava uno sciopero a rovescio, come al Cormor in Friuli, o sul Fucino o a Lentella in Abruzzo, oppure a Melissa in Calabria nel ’46 che furono i primi a inventarlo, partivano migliaia di persone e c’era da organizzare la logistica, il trasporto, il mangiare, gli attrezzi, dividere la terra, prepararsi a ricevere la polizia e tutto. E anche dopo, nel momento del sostegno, dopo le dure repressioni, perché furono oltre centomila i contadini che passarono per le patrie galere in quegli anni e un centinaio le vittime, e spesso c’erano bambini che restavano senza genitori o famiglie senza nessun lavoro, e anche allora erano pronte le strutture organizzative della Resistenza,  come i Gruppi di difesa della donna nati nella lotta partigiana, prima che si organizzassero l’Udi o l’Anpi o i sindacati, per accogliere i bambini del meridione presso altre famiglie contadine, anche loro in lotta ma in condizioni un po’ meno drammatiche. I treni della felicità furono chiamati, un’esperienza già iniziata dopo i disastri dei grandi bombardamenti della guerra, nel ’45, anche per bambini di città come Milano o Roma. Tra il ’45 e il 52 furono 70 mila i bambini accolti presso altre famiglie. Tantissimi. Ho trovato queste esperienze di accoglienza anche nella zona di Ravenna, ad esempio a Lugo con Irma SiroliIda Cavallini; erano presenti in tutta l’Emilia Romagna e anche nelle regioni vicine, ne ho trovate anche nella mia regione, ad Ancona con i bambini di San Severo di Foggia e a Pesaro con i bambini di Montescaglioso. Alcuni di questi esempi li cito nei racconti del libro. Erano tutti più buoni allora? Non credo si possa ridurre tutto ad un’ideologica categoria della bontà, con il risultato magari di piangersi addosso per un tempo presente che ci appare assai meno solidale, credo piuttosto che era il risultato di una grande esperienza sociale, che era stato duro mettere in movimento e che non era affatto scontata nemmeno allora.

Però, mentre della Resistenza combattuta si è parlato sempre un po’ di più, degli anni immediatamente successivi tutti noi anche della nostra area culturale politica abbiamo sempre conosciuto assai meno, come se questo pezzo ulteriore di memoria non fosse stato il nostro. E proprio questo è il perché della dedica che ho voluto fare ad Aurelio Ricciarelli; anzi, penso che a lui stesso sarebbe piaciuta di più una dedica rivolta  direttamente ai contadini, perché lui stesso per prima cosa ricordava sempre il ruolo fondamentale di quei contadini, senza il cui aiuto non si sarebbe realizzato nulla.

Trovarmi un provincia di Ravenna mi ha stimolato questa dedica e queste riflessioni. Per il resto, una bella serata, di incontri e di storie, alternando le mie letture dal libro alle canzoni suonate e cantate da Silvano Staffolani e composte insieme ispirandoci alle stese storie del libro. Il primo brano letto è stato dedicato alle lotte mezzadrili del Centro Italia, seguito dalla storia di Maria Margotti, di Argenta, a pochi chilometri da qui, e poi due letture sui contadini senza terra ricordando le occupazioni dei latifondi a Melissa in Calabria e a Bisacquino in Sicilia. Le canzoni ispirate al libro e che sono state eseguite si possono ascoltare anche alla pagina Soundcloud
Questa volta siamo stati ospitati da un circolo Arci, il Casablanca di Villanova (Ra), e si trattava inoltre di una serata militante, una cena di autofinanziamento per le iniziative svolte durate la campagna referendaria dal Comitato per il No.

(Domenica 4 dicembre L’erba dagli zoccoli in lettura e musica sarà a Roma al Festival delle terre)

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«Vivo all’ombra di un sogno, in attesa di un raggio di sole»

4Vivo all’ombra di un sogno, in attesa di un raggio di sole, è la didascalia ad una delle foto di Marco Cardinali, in esposizione in questi giorni al Palazzo dei Convegni di Jesi. La foto ritrae un sorridente indigeno Papua, che sta lì in posa davanti alla macchina fotografica con la stessa naturalezza di una pausa tra amici, come se lui e Marco si fossero fermati un attimo lungo la strada, mentre insieme chiacchieravano e andavano a prendere un caffè. Lo sto immaginando ma non mi sorprenderei di scoprire che più o meno era questa la situazione.

L’isola di Papua si trova nell’Oceano Pacifico, e diversamente dalle nostre percezioni più frettolose, non è un’isoletta sperduta ma la seconda più grande isola al mondo dopo la Groenlandia, con una superficie che è più del doppio dell’intero territorio italiano. Papua politicamente è divisa in due. La parte est è uno stato indipendente dal 1975, con il nome Papua Nuova Guinea. La parte ovest fa parte dell’Indonesia, quarto paese al mondo per popolazione, dopo Cina, Inda e Usa. Mi piace richiamare le dimensioni, per ricordarci di come a confronto siamo piccolini, e mi piace dare uno sguardo alle carte geografiche per localizzare e provare a rendermi conto.

1Il confine politico tra le parti est e ovest dell’isola è costituito da una dritta linea che corre precisa da nord verso sud, sembra una zucca tagliata in due da un colpo di machete, durante una lite tra due contendenti. Non c’è nessuna storia, dietro, che ha tracciato nel tempo quei confini in equilibrio perenne, e dinamico, tra caratteristiche naturali e consuetudini sociali. Solo un colpo di machete, che la storia, piuttosto, la interrompe di colpo e ne cambia il corso. Uno dei tanti effetti del colonialismo, di scelte prese altrove. Nella parte ovest, West Papua, un territorio grande quanto l’Italia intera, da decenni si lotta per l’indipendenza dall’Indonesia, una delle innumerevoli guerre dimenticate, della quale si stimano dagli anni Settanta ad oggi, approssimativamente, circa 200 mila morti.

3Esattamente, combattono dal 1969, quando fu negata la possibilità dell’autodeterminazione. Il movimento indipendentista si chiama Organisasi Papua Merdeka (Organizzazione Papua Libera), in sigla OPM. Più che una guerra per l’indipendenza, ha il carattere di una guerra di liberazione, nel senso che il paese non è mai stato unito all’Indonesia se non sotto la forma della colonia olandese; quando l’Olanda concesse l’indipendenza all’Indonesia nel 1949, West Papua rimase sotto il controllo olandese ma poi il governo indonesiano, con la pressione e la forza, riuscì a ottenere l’annessione di West Papua, e quando ne negò definitivamente la possibilità dell’autodeterminazione, non restò che organizzare la guerriglia per Papua Libera – Papua Merdeka.

2Il movimento ha un largo appoggio da parte della composita popolazione, formata da molte diversi popoli.  Sullo sfondo degli interessi internazionali troviamo, come da copione, purtroppo, le solite cose, ad esempio la miniera Grasberg, la più grande miniera di rame e di oro del mondo (qui è tutto grande) che produce un utile di oltre un milione di dollari al giorno ed è di proprietà per l’80% della società americana Freeport McMoRan, mentre il secondo azionista con il 12% è la società inglese Rio Tinto, ex RTZ (insomma, un piccolo esempio del famoso “aiutiamoli a casa loro!”). Naturalmente, anche molti proprietari e politici indonesiani hanno interesse diretti nella miniera. Una scheda su questa situazione, si può trovare sul sito di Survival.

Tutte queste informazioni sono solo dei veloci flash, per chi volesse, c’è molto da approfondire. Lo stimolo a farlo viene dalle foto di Marco Cardinali, in esposizione da alcuni giorni al Palazzo dei Convegni di Jesi, con una mostra che resterà aperta tutta la prossima settimana , fino al 2 novembre.

5Marco è un viaggiatore difficile da descrivere, uno di quelli che ti scappano letteralmente via, prende e parte, come andare a prendere un caffè a Falconara o fare un salto dagli amici Papua, nel loro mondo libero, nonostante il tutto che gli accade. Un salto non solo antropologico, grazie alle sue foto, ma anche di nuovi sguardi che si tolgono dagli occhi tutto ciò che di solito ci ingombra e ci chiude, per allargarlo. Foto luminose, di cieli, di terra e di foreste e di acque, e di indigeni nella loro consuetudine quotidiana, foto di vita. Occorre farsi colpire da queste foto e poi lasciare che le loro emozioni inizino da sole a stimolarci dentro sensazioni e pensieri, instillare curiosità, spiazzare prospettive.
14469724_540668286124908_3787673104792937022_nHo già avuto modo di vedere altri lavori di Marco, sempre con lo stesso effetto, e anche di partecipare con lui qualche mese fa ad un incontro scolastico, dedicato a Thomas Sankarà, con ragazzi di terza media, e vedere quindi l’effetto di questo contatto. Viaggiare e fare foto è come prendere appunti. La foto è il mio block notes, mi pare che abbia scritto una volta un grande fotografo, ora nella fretta non sono in grado di ricordare l’autore della battuta, ma mi sembra adeguata anche in questo caso. Visitate la mostra, oltre alle foto trovate lì anche Marco, che sarà ben felice di raccontarvi i suoi viaggi.  Nel chiudere queste note, però, non posso non citare la foto più simpatica, che ho trovato sul suo profilo FB, con la scritta sovraimpressa di Toro vagabondo, che non ha bisogno di commenti.

 

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