“Cominciò la vita, cominciò la Resistenza”

“Cominciò la vita, cominciò la Resistenza” (ricordando Aurelio Ricciardelli. aurelioHo avuto l’occasione pochi giorni fa di presentare il mio ultimo libro L’erba dagli zoccoli (L’altra Resistenza, racconti di una lotta contadina) dedicato alle lotte contadine, in provincia di Ravenna, e ho colto l’occasione per dedicare il reading concerto al partigiano Aurelio Ricciardelli, per i motivi che ho ricordato nell’articolo pubblicato sul blog dedicato al libro, e che ripubblico anche qui, per aggiungerlo agli articoli dedicati a suo tempo alla Staffetta della Memoria, quando ebbi l’occasione di incontrare e conoscere Aurelio a Monte battaglia, sopra Casola Valsenio.

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“Una situazione che non potete immaginare voi giovani, nella quale ci siamo trovati noi all’età di diciotto o diciannove anni. Ci siamo trovati in una guerra, alla caduta del fascismo, l’8 settembre e l’armistizio; pensavamo che fosse tutto finito e invece cominciò la vita, cominciò la Resistenza” ci diceva il partigiano Aurelio Ricciardelli, quando l’abbiamo incontrato sul Monte Battaglia, sopra Casola Valsenio, provincia di Ravenna, quando siamo passati di lì in bicicletta con la Staffetta della memoria lungo la Linea Gotica.

1Ho voluto iniziare così domenica 20, al Circolo Arci Casablanca di Villanova di Bagnacavallo (Ravenna), dedicando letture e canzoni al partigiano Aurelio Ricciarelli. Aurelio ci ha lasciati due anni fa ma ho avuto l’onore di conoscerlo; Aurelio è stato uno degli stimoli importanti che mi hanno spinto a scrivere questo libro che ho dedicato ai contadini, e ho maturato proprio durante quei viaggi alla riscoperta delle memorie sulla Linea Gotica. Aurelio infatti non raccontava di combattimenti, preferiva invece ricordare i contadini di quella zona, che si toglievano letteralmente il pane dalla bocca per aiutare quei ragazzi su quel monte a sopravvivere al freddo e alla fame. Raccontava di quella bella storia di solidarietà e di scambio tra quei ragazzi e quei contadini, la storia del grano e della farina raccolti per fare il pane per tutti, che poi fu ridistribuito, perché la Resistenza è innanzitutto solidarietà e relazioni sociali di vita, storie vissute dentro quei luoghi che siamo noi.

Così, già durante quell’incontro con Aurelio, e con le tante altre storie incontrate dentro quei viaggi in bicicletta – molto belli, peraltro, per noi immersi in luoghi di grande bellezza e che meritano di essere vissuti in pace e apprezzati – mi chiedevo cosa avessero fatto i contadini, e quei ragazzi scesi dalla montagna, una volta finita la Resistenza. Si può tornare ad essere quelli di prima come se niente fosse? Non credo, quelle esperienze ci aprono dentro altri occhi. E così, cercando, ho trovato quella che nel sottotitolo del libro ho chiamato l’Altra Resistenza, quella delle lotte contadine, già iniziate in Sicilia e Calabria nel ’43 appena sbarcati gli Alleati, e proseguite risalendo il paese, fino agli anni Cinquanta.

2Il legame con la Resistenza era forte, sia diretto che indiretto, sia nelle singole persone, con i tanti ragazzi partigiani che tornavano a casa e trovavano un intero sistema sociale e di sfruttamento ancora da cambiare, e che non volevano più accettare. Perché la democrazia è questo, la possibilità lottare e di utilizzare gli strumenti per rendere la vita più equa. Nei racconti che ho inserito nel libro ne ho trovati tanti di questi ragazzi, come Vittorio Veronesi della zona di Porto Mantovano, Maria Margotti di Argenta e che diede il suo contributo anche come staffetta – Vittorio cadde ucciso il giorno del primo anniversario dell’uccisione di Maria. Oppure ho trovato Placido Rizzotto che fu partigiano in Carnia (Friuli), e poi tornò per fare il segretario della Camera del Lavoro a Corleone.  O ancora, lo scorso anno, dalle mie parti, partecipando a una bicicletta della memoria, ho scoperto tra i nomi su una lapide nel paese di Staffolo (Ancona) il nome di un ragazzo di Bisacquino, Alesci Antonio, il paese vicino Corleone dove i contadini andarono a occupare le terre guidati dal ventenne Pio la Torre, che nel frattempo era andato a sostituire Rizzato alla camera del Lavoro. Oppure, qui a Jesi, tra i sette martiri del XX giugno, c’era un ragazzo, Enzo Carboni anche lui ventenne, che veniva da Santa Eufemia di Aspromonte, un’altra terra, la Calabria, che ha dato molto alle lotte contadine, purtroppo anche in termini di vittime come a Calabricata e a Melissa.

Potrei continuare a lungo, tanto sono numerosi e forti questi legami e ce ne sono anche altri che cito nel libro, ad esempio tra le note del racconto dedicato alle occupazioni d’Arneo in Salento cito il partigiano Gianni Giannoccolo, che di recente ho avuto l’occasione e l’onore di conoscere.

3Ma oltre alla continuità diretta, di tante singole persone che erano state in guerra o al confino, o nei campi di prigionia o in montagna, e avevano incrociato  le loro esistenze e scambiato conoscenze, e insieme alle esperienze individuali avevano maturato soprattutto nella lotta partigiana anche un’esperienza sociale, di partecipazione e di modalità organizzative che si dimostrarono pronte a veicolare quella domanda individuale e sociale di cambiamento. Non solo come stimolo e metodo nel momento della lotta, dell’occupazione della terra o dello sciopero, ma anche come sostegno organizzativo e solidale, perché quando si andava a occupare un latifondo o si organizzava uno sciopero a rovescio, come al Cormor in Friuli, o sul Fucino o a Lentella in Abruzzo, oppure a Melissa in Calabria nel ’46 che furono i primi a inventarlo, partivano migliaia di persone e c’era da organizzare la logistica, il trasporto, il mangiare, gli attrezzi, dividere la terra, prepararsi a ricevere la polizia e tutto. E anche dopo, nel momento del sostegno, dopo le dure repressioni, perché furono oltre centomila i contadini che passarono per le patrie galere in quegli anni e un centinaio le vittime, e spesso c’erano bambini che restavano senza genitori o famiglie senza nessun lavoro, e anche allora erano pronte le strutture organizzative della Resistenza,  come i Gruppi di difesa della donna nati nella lotta partigiana, prima che si organizzassero l’Udi o l’Anpi o i sindacati, per accogliere i bambini del meridione presso altre famiglie contadine, anche loro in lotta ma in condizioni un po’ meno drammatiche. I treni della felicità furono chiamati, un’esperienza già iniziata dopo i disastri dei grandi bombardamenti della guerra, nel ’45, anche per bambini di città come Milano o Roma. Tra il ’45 e il 52 furono 70 mila i bambini accolti presso altre famiglie. Tantissimi. Ho trovato queste esperienze di accoglienza anche nella zona di Ravenna, ad esempio a Lugo con Irma SiroliIda Cavallini; erano presenti in tutta l’Emilia Romagna e anche nelle regioni vicine, ne ho trovate anche nella mia regione, ad Ancona con i bambini di San Severo di Foggia e a Pesaro con i bambini di Montescaglioso. Alcuni di questi esempi li cito nei racconti del libro. Erano tutti più buoni allora? Non credo si possa ridurre tutto ad un’ideologica categoria della bontà, con il risultato magari di piangersi addosso per un tempo presente che ci appare assai meno solidale, credo piuttosto che era il risultato di una grande esperienza sociale, che era stato duro mettere in movimento e che non era affatto scontata nemmeno allora.

Però, mentre della Resistenza combattuta si è parlato sempre un po’ di più, degli anni immediatamente successivi tutti noi anche della nostra area culturale politica abbiamo sempre conosciuto assai meno, come se questo pezzo ulteriore di memoria non fosse stato il nostro. E proprio questo è il perché della dedica che ho voluto fare ad Aurelio Ricciarelli; anzi, penso che a lui stesso sarebbe piaciuta di più una dedica rivolta  direttamente ai contadini, perché lui stesso per prima cosa ricordava sempre il ruolo fondamentale di quei contadini, senza il cui aiuto non si sarebbe realizzato nulla.

4Trovarmi un provincia di Ravenna mi ha stimolato questa dedica e queste riflessioni. Per il resto, una bella serata, di incontri e di storie, alternando le mie letture dal libro alle canzoni suonate e cantate da Silvano Staffolani e composte insieme ispirandoci alle stese storie del libro. Il primo brano letto è stato dedicato alle lotte mezzadrili del Centro Italia, seguito dalla storia di Maria Margotti, di Argenta, a pochi chilometri da qui, e poi due letture sui contadini senza terra ricordando le occupazioni dei latifondi a Melissa in Calabria e a Bisacquino in Sicilia. Le canzoni ispirate al libro e che sono state eseguite si possono ascoltare anche alla pagina Soundcloud
Questa volta siamo stati ospitati da un circolo Arci, il Casablanca di Villanova (Ra), e si trattava inoltre di una serata militante, una cena di autofinanziamento per le iniziative svolte durate la campagna referendaria dal Comitato per il No.

(Domenica 4 dicembre L’erba dagli zoccoli in lettura e musica sarà a Roma al Festival delle terre)

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«Vivo all’ombra di un sogno, in attesa di un raggio di sole»

4Vivo all’ombra di un sogno, in attesa di un raggio di sole, è la didascalia ad una delle foto di Marco Cardinali, in esposizione in questi giorni al Palazzo dei Convegni di Jesi. La foto ritrae un sorridente indigeno Papua, che sta lì in posa davanti alla macchina fotografica con la stessa naturalezza di una pausa tra amici, come se lui e Marco si fossero fermati un attimo lungo la strada, mentre insieme chiacchieravano e andavano a prendere un caffè. Lo sto immaginando ma non mi sorprenderei di scoprire che più o meno era questa la situazione.

L’isola di Papua si trova nell’Oceano Pacifico, e diversamente dalle nostre percezioni più frettolose, non è un’isoletta sperduta ma la seconda più grande isola al mondo dopo la Groenlandia, con una superficie che è più del doppio dell’intero territorio italiano. Papua politicamente è divisa in due. La parte est è uno stato indipendente dal 1975, con il nome Papua Nuova Guinea. La parte ovest fa parte dell’Indonesia, quarto paese al mondo per popolazione, dopo Cina, Inda e Usa. Mi piace richiamare le dimensioni, per ricordarci di come a confronto siamo piccolini, e mi piace dare uno sguardo alle carte geografiche per localizzare e provare a rendermi conto.

1Il confine politico tra le parti est e ovest dell’isola è costituito da una dritta linea che corre precisa da nord verso sud, sembra una zucca tagliata in due da un colpo di machete, durante una lite tra due contendenti. Non c’è nessuna storia, dietro, che ha tracciato nel tempo quei confini in equilibrio perenne, e dinamico, tra caratteristiche naturali e consuetudini sociali. Solo un colpo di machete, che la storia, piuttosto, la interrompe di colpo e ne cambia il corso. Uno dei tanti effetti del colonialismo, di scelte prese altrove. Nella parte ovest, West Papua, un territorio grande quanto l’Italia intera, da decenni si lotta per l’indipendenza dall’Indonesia, una delle innumerevoli guerre dimenticate, della quale si stimano dagli anni Settanta ad oggi, approssimativamente, circa 200 mila morti.

3Esattamente, combattono dal 1969, quando fu negata la possibilità dell’autodeterminazione. Il movimento indipendentista si chiama Organisasi Papua Merdeka (Organizzazione Papua Libera), in sigla OPM. Più che una guerra per l’indipendenza, ha il carattere di una guerra di liberazione, nel senso che il paese non è mai stato unito all’Indonesia se non sotto la forma della colonia olandese; quando l’Olanda concesse l’indipendenza all’Indonesia nel 1949, West Papua rimase sotto il controllo olandese ma poi il governo indonesiano, con la pressione e la forza, riuscì a ottenere l’annessione di West Papua, e quando ne negò definitivamente la possibilità dell’autodeterminazione, non restò che organizzare la guerriglia per Papua Libera – Papua Merdeka.

2Il movimento ha un largo appoggio da parte della composita popolazione, formata da molte diversi popoli.  Sullo sfondo degli interessi internazionali troviamo, come da copione, purtroppo, le solite cose, ad esempio la miniera Grasberg, la più grande miniera di rame e di oro del mondo (qui è tutto grande) che produce un utile di oltre un milione di dollari al giorno ed è di proprietà per l’80% della società americana Freeport McMoRan, mentre il secondo azionista con il 12% è la società inglese Rio Tinto, ex RTZ (insomma, un piccolo esempio del famoso “aiutiamoli a casa loro!”). Naturalmente, anche molti proprietari e politici indonesiani hanno interesse diretti nella miniera. Una scheda su questa situazione, si può trovare sul sito di Survival.

Tutte queste informazioni sono solo dei veloci flash, per chi volesse, c’è molto da approfondire. Lo stimolo a farlo viene dalle foto di Marco Cardinali, in esposizione da alcuni giorni al Palazzo dei Convegni di Jesi, con una mostra che resterà aperta tutta la prossima settimana , fino al 2 novembre.

5Marco è un viaggiatore difficile da descrivere, uno di quelli che ti scappano letteralmente via, prende e parte, come andare a prendere un caffè a Falconara o fare un salto dagli amici Papua, nel loro mondo libero, nonostante il tutto che gli accade. Un salto non solo antropologico, grazie alle sue foto, ma anche di nuovi sguardi che si tolgono dagli occhi tutto ciò che di solito ci ingombra e ci chiude, per allargarlo. Foto luminose, di cieli, di terra e di foreste e di acque, e di indigeni nella loro consuetudine quotidiana, foto di vita. Occorre farsi colpire da queste foto e poi lasciare che le loro emozioni inizino da sole a stimolarci dentro sensazioni e pensieri, instillare curiosità, spiazzare prospettive.
14469724_540668286124908_3787673104792937022_nHo già avuto modo di vedere altri lavori di Marco, sempre con lo stesso effetto, e anche di partecipare con lui qualche mese fa ad un incontro scolastico, dedicato a Thomas Sankarà, con ragazzi di terza media, e vedere quindi l’effetto di questo contatto. Viaggiare e fare foto è come prendere appunti. La foto è il mio block notes, mi pare che abbia scritto una volta un grande fotografo, ora nella fretta non sono in grado di ricordare l’autore della battuta, ma mi sembra adeguata anche in questo caso. Visitate la mostra, oltre alle foto trovate lì anche Marco, che sarà ben felice di raccontarvi i suoi viaggi.  Nel chiudere queste note, però, non posso non citare la foto più simpatica, che ho trovato sul suo profilo FB, con la scritta sovraimpressa di Toro vagabondo, che non ha bisogno di commenti.

 

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Dedicato a Predrag Matvejević

14457349_1014667721971518_7221347141520713896_nDomenica scorsa, il 25 settembre, mi hanno invitato qui nella mia città, Jesi, a una “festa balcanica”, che era già iniziata la sera prima, con diverse iniziative in luoghi vari. All’inizio mi avevano chiesto un discorso, un intervento, invitandomi a mettere insieme delle parole ma nonostante il forte legame emotivo, maturato oramai oltre venti anni fa verso queste terre e paesi, non mi sento né così esperto né così testimone da poter dire chissà che possa davvero interessare. Poi però ho pensato, spero a ragione, che poteva essere una buona occasione per leggere qualcosa scritto da altri, davvero figli di quelle terre e che invece spesso finiamo con il trascurare. Così ho portato un testo di Predrag Matvejević, per ricordarlo e rendergli omaggio, in questi giorni che si trova nel ritiro della sua casa tra pochi cari. Gli ho dedicato la serata e ho voluto ricordarlo o farlo conoscere a chi mi ascoltava, raccontando qualcosa di lui prima di iniziare a leggere.

Ho scelto come lettura l’inizio di un racconto che ci regalò, letteralmente, per un libro (Izbjeglice/Rifugiati) in cui avevamo raccolto testimonianze di profughi in fuga da quei paesi, o che in quei paesi magari stavano ritornando o cercando ancora di ritornare. Anche il racconto di Predrag Matvejević parlava di un ritorno, il suo, il primo dopo la guerra e dopo sette anni di esilio. Mi sembrava fosse questo, per quella serata, il modo migliore di introdurre alla Bosnia e agli altri paesi balcanici coloro che oggi sentono il desiderio o la curiosità di conoscerli meglio e di viaggiarvi. Non per rattristarli con spiacevoli ricordi ma perché credo che si viaggi meglio, e si apprezzino meglio le bellezze di un paese, quando si è ricchi di un po’ di consapevolezza in più della sua storia. Credo che così diventino un po’ più vere quelle bellezze.

E poi, subito a seguire, proprio come un viaggio che ha già preso il via, ho proseguito dopo quella prima lettura con altre tratte dal piacevole libro di Andrea Semplici e Mario Boccia, le storie di cibi e contadini di “Viaggio in Erzegovina“, i quali questa consapevolezza del viaggiare dentro l’essenza delle storie e la pienezza delle vite,  l’hanno maturata bene, nei viaggi di ieri tra la guerra o a ridosso della guerra, e poi dopo, soprattutto dopo, quando ne segui trepidante il ritorno ad una normalità che per darsi un senso deve essere qualcosa di più di quella che c’era prima. Letture molto piacevoli e divertenti ma per nulla leggere o banali, anzi un invito a guardare davvero quando si viaggia, e allora ho scelto degli spunti dalle ciliegie alica, i fagioli poljak, il cavolo raštika o la fenomenologia della rakija.

Ho fatto del mio meglio  nel leggere, non ho grande esperienza di queste cose, ma avevo ad accompagnarmi in sottofondo dei musicisti davvero bravi – Gafarov esemble quartet – ogni racconto commentato da un solo e diverso strumento. A sottolineare meglio il significato della lettura, che ho dedicato a Predrag Matvejević.  Una lettura introduttiva al concerto che poi è seguito, rendendo un vero omaggio musicale alle profondità dei paesi balcanici.

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Ecco la parte iniziale del racconto Ritorno al mio paese natale di Predrag Matvejević che nell’economia del tempo a disposizione e della situazione ho scelto di leggere:

Nell’autunno mi sono diretto alla volta del mio paese natale, pieno di speranza. Ne sono tornato con i brividi addosso. Sono stato a Mostar e Sarajevo, in Bosnia Erzegovina. Con me c’erano degli amici: una ventina di scrittori e giornalisti italiani collegati alla Fondazione Alberto Moravia, che insieme al “Circolo 99” di Sarajevo ha organizzato il viaggio.
mostarEravamo nel 1997: il dopoguerra sembrava altrettanto duro quanto la guerra stessa.
Ci siamo imbarcati ad Ancona, abbiamo attraversato l’Adriatico. Da Spalato con un pullman siamo andati verso Mostar. Erano giorni insolitamente chiari, come se l’estate li avesse conservati per donarli al primo autunno. Il mare in questa stagione è maturo, per essere stato a lungo esposto al sole. Sono passato molte volte per questi luoghi, mi sembra di conoscere ogni insenatura ai piedi del Mosor e di Biokovo, da Spalato fino a Dubrovnik. Ci siamo fermati a Makarska, davanti all’immagine del canale di Lesina: mi scopro a contemplare la lunga punta dell’isola di fronte; il blu molto forte fra le due rive; vecchie funi sommerse.
Dalmazia.
Perlustriamo l’estuario della Neretva, i piccoli e grandi rami del fiume dove ho remato nelle “trupce”, le barchette del luogo. Ci fermiamo dinanzi alle rocce di Pocitelj: paesino musulmano, la moschea senza minareto, l’ “hamam” orientale senza fontana. All’ingresso c’è un grande crocifisso nuovo, e ce n’è un altro, più piccolo in cima alla fortezza turca: segni che questo posto appartiene alla fede cristiana e non a quella islamica, alla “Herceg-Bosna” e non alla Bosnia Erzegovina. Incontriamo dei pellegrini venuti per inginocchiarsi davanti alla Madonna, nel santuario di Medjugorje, vicino a questi luoghi. Si troverà qualcuno che gli spieghi perché è stato distrutto il tempio musulmano e chi ha messo quel crocifisso all’entrata in Pocitelj? E chissà se vogliono sentirselo dire o possono capirlo.
Gli amici con cui viaggio chiedono spiegazioni e io cerco di dargliele nella forma più semplice, avvertendo che ogni mia risposta è insufficiente.
Nello spazio che stiamo attraversando lo scisma ha spaccato l’Europa e il Mediterraneo. Ha diviso i cristiani ortodossi dai cattolici. In questi luoghi il cristianesimo e l’islam si sono incontrati e scontrati. La diversità delle fedi si è andata trasformando in contrapposizione, la contrapposizione in intolleranza, l’intolleranza in odio. Questa guerra non è di religione, ma alle sue radici, oltre al resto, stanno anche differenze e contrapposizioni collegate alla fede. I più primitivi hanno ereditato l’intolleranza e l’odio.
E tuttavia la maggioranza degli abitanti di questo territorio non si odiavano fra loro. Vivevano e morivano gli uni accanto agli altri, per lo più in pace e comprensione. Siamo affini per origine, parliamo la stessa lingua, ci assomigliamo. Questa guerra l’hanno cominciata i “serbi ortodossi”, l’hanno continuata i “croati cattolici”. Metto gli uni e gli altri fra virgolette: non si tratta infatti né di serbi né di croati e ancora meno di ortodossi e cattolici.
Essi sono per me solo fascisti.
Siamo passati accanto a Zitomislici, dove è bruciato il vecchio monastero ortodosso. Era sopravvissuto alla prepotenza turca, non a quella odierna. Non c’è nessuno che sia in grado di dirmi se le icone contenute nella sua raccolta siano state messe al riparo prima dell’incendio. Neppure le chiese cattoliche sono state risparmiate. E le moschee musulmane sono state distrutte dai cristiani dell’una e dell’altra confessione.
Nei pressi di Metkovic passiamo il confine e la dogana (che prima in quel punto non c’era). 
(…) L’entrata a Mostar mi ha scosso. Non ci venivo più da sette anni. Sapevo che metà della città era distrutta, ma non potevo credere che fosse proprio così. Sollevo da terra schegge di pietra, sbriciolate e sparpagliate. Tasto muri, crepati e squarciati. Passo le dita su quelle superfici ruvide come fossero ferite, e non credo ai miei occhi. “Le immagini della realtà” che abbiamo guardato per tanto tempo hanno due dimensioni: la realtà stessa ne contiene molte di più. Nei quartieri più distrutti, sono scomparsi i segni e i connotati dei luoghi e degli spazi. Dove mi trovo, com’è questo, e qui prima c’era? Mi tradisce quella topografia interiore che ci formiamo nell’infanzia, ma forse sono io a tradirla.
O mia città, sei proprio tu?
C’era gente di ogni sorta qui come altrove, soprattutto nei dintorni, che non aveva saputo avvicinarsi alla città o per contro la città non aveva potuto attirare. Ma nonostante tutto non c’era ragione alcuna perché tutto questo dovesse accadere, e in questo modo: perché si distruggessero le case, i templi, i ponti, il Vecchio ponte sulla Neretva.
Ogni spiegazione mi appare sconveniente.
La guerra non ha bisogno di moventi particolari per cominciare e per giustificarsi (per tentare di giustificarsi). Ad un certo punto si nutre della propria insensatezza e malvagità. Le conseguenze diventano nuove motivazioni, e queste provocano a loro volta nuove conseguenze: il male si rafforza e si conferma col male. Un’alternanza di tale genere non si può arrestare. Simili guerre durano anche dopo che sono state deposte le armi.

 

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La tenda rossa

tendarossacoverwEh sì. Penserete che sono diventato un grafomane. Un po’ lo sono, lo confesso, ma ora vi racconto come è andata. È vero, è uscito un nuovo libro. In un periodo nel quale sono ben assorbito dalle presentazioni del mio ultimo, L’erba degli zoccoli,  con un fitto calendario di incontri  nei prossimi giorni, nonché la formula di viaggiare in coppia con un musicista, l’amico Silvano Staffolani, per offrire serate di racconti in parole lette e anche cantate.

È già assai impegnativo da solo tutto questo, anche se altrettanto divertente, e per di più alternato a diverse altre attività che mi vedono coinvolto, a iniziare dalla bella esperienza del circolo di lettura presso la Planettiana di Jesi, in questi giorni in partenza per la seconda annualità, dedicata alla Letteratura Medio orientale contemporanea, oppure il prossimo ciclo di incontri Le Marche in Biblioteca, sempre presso la Planettiana, il cui primo appuntamento sarà il 6 ottobre e la cui promozione non è ancora pronta, sta partendo in queste ore.

E in tutto questo, ecco che l’amico Alessandro Ramberti – Fara editore – riesce a infilarsi giusto giusto e far uscire il libro proprio in questi giorni, come una congiunzione di pianeti. Sto scherzando. Il lungo racconto pubblicato è in realtà un vecchio gioco, che risale addirittura a più di venti anni fa, ispirato al mondo della scuola quando i miei figli frequentavano le elementari, e io collaboravo con l’Arciragazzi, a costruire aquiloni o giocare con i libri.
Alcune di quelle attività poi riuscii anche a portarle in alcune scuole di Mostar, frequentate dai ragazzi delle famiglie sfollate da Stolac, a causa della guerra in Bosnia ed Erzegovina. Riuscimmo anche a realizzare un paio di numeri di un giornale scolastico bilingue tra quella scuola di Mostar e la scuola di Jesi frequentata dai miei figli. Il sottotitolo di quel giornalino era “BassoProfilo“, un concetto ripreso dall’Arciragazzi allora diretta da Carlo Pagliarini, che ebbi la fortuna di conoscere: il basso profilo è quello dei ragazzi, che stando più bassi riescono a vedere il mondo da un’altra prospettiva.
Il mio collega in quelle attività era un fotografo, l’amico Giacomo Scatolini, e questa idea gli piacque così che la utilizzò anche nel suo sito di fotografie: fotografie di basso profilo!
In quelle occasioni, qui a Jesi e là a Mostar, nascevano tante storie e una di queste storie prese corpo in un testo scritto, che poi col tempo però, esaurita quella fase di gioco, rimase lì, in qualche cassetto.

Infine, qualche mese fa, in una domenica di pioggia, di quelle che devi inventarti qualcosa, stimolato dalle iniziative che Alessandro con ammirevole costanza ripropone periodicamente, l’ho tirato fuori, l’ho ripulito un po’, ho aggiustato qualcosina qua e là e poi – soprattutto perché mi sono accorto che di nuovo mi divertiva questo giocare con le storie – l’ho mandato, senza preoccuparmi d’altro. E ora eccolo arrivato, tale e quale a una storia che ritorna. E di basso profilo, perché i protagonisti sono ragazzi.

Perché, poi, per giocare con le storie, in quell’occasione tirammo in ballo proprio un dirigibile? Forse lo stimolo nacque qui a casa, quando mio padre, già molto anziano, classe 1905, raccontò un giorno al suo nipotino di quando c’erano i dirigibili all’aeroporto di Jesi, finendo il suo racconto con un’immagine che aveva incantato anche me quando avevo avuto quell’età, e cioè la storia del contadino che quando vide per la prima volta in cielo quello strano coso cominciò a corrergli dietro, anzi sotto, in mezzo ai campi, per una decina di chilometri, fino al paese vicino. La tenda rossa è nata così. Per gioco, facendo spiccare in volo la fantasia, tentando di esplorare le dimensioni della vita guardandole da altre prospettive. Chissà, che non sia il caso di ritornare di nuovo a questo Basso Profilo.

La tenda rossa – viaggio nell’altrove, di Tullio Bugari, Fara editore

 

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Narrare una vita (“Carmen che non vede l’ora” alla Nottenera)

12110042_10153775917163729_4948637312067159825_oNarrare una vita per narrarla tutta. Quando la vita diventa racconto, e il mondo attorno un palcoscenico che prova a raccoglierla con un solo sguardo, forse è proprio allora che la vita ritrova se stessa nella sua intima interezza. “Ho ritrovato il corpo di Carmen, me stessa” dice l’io narrante a un certo e preciso punto, ora che ha affidato la narrazione alle voci degli attori. “Facciamo che io sono Carmen e facciamo che tu sei..” è questo il mantra che Tamara Bartolini e Michele Baronio si rilanciano di continuo, come in quei giochi che inventavamo da piccoli, in un tempo oggi diventato mitico ma allora tutt’uno con noi, un tempo anteriore a ciò che avremmo incontrato, e ora possiamo ricondividere, e non perché ci ritroviamo qui come se ci fossimo arrivati per caso, ma proprio perché per farlo abbiamo attraversato davvero tutto questo.

12094924_10153775916513729_2943037719453880573_oCi sono anche Tamara e Michele dentro il racconto che ci propongono, perché quella vita è stata vissuta davvero e la sua storia è stata raccolta e condivisa da loro, attraverso la magia dell’incontro, e a un certo punto della narrazione possiamo ascoltare le loro voci, registrate, mentre dialogano con la vera Carmen, e così anche noi sentiamo come suona la  voce di Carmen. Li ascoltiamo mentre insieme commentano vecchie foto recuperate, chiamate a testimoniare, sollecitare un ricordo, fornire un pretesto per far partire l’immaginazione necessaria a far rivivere momenti e situazioni, luoghi e persone, il mondo che è stato e la vita che l’ha attraversato portandosi con sé significati che forse avevano bisogno proprio di questo palcoscenico, dove sono loro l’anima del racconto, il ritmo interno.

La vita che viviamo di solito è più ampia dei nostri gesti, incorpora anche l’immagine introiettata dei nostri genitori e nonni, come se noi stessi fossimo già con loro prima ancora della nostra nascita, e allora la storia di Carmen parte addirittura da prima della guerra e attraversa più terre, la Jugoslavia, l’Abissinia, la nave che circumnaviga l’Africa, e poi Napoli, la valle del Basento, Roma, si ritrova negli anni Sessanta e Settanta e oltre, si compone di più mondi e più consuetudini, e in tanta frastagliata ampiezza noi rischiamo di frammentarci, forse è per questo che ricerchiamo di continuo noi stessi, e che Carmen a un certo punto riesce a dire con soddisfazione “ho ritrovato me stessa, ho riunito tutti questi frammenti.

Questa mattina mentre scrivevo queste righe ho trovato su youtube la registrazione completa di Carmen che non vede l’ora, in una rappresentazione di un paio di anni fa, in un teatro di Roma. Potete trovarla QUI. Ieri sera, immersi nella NOTTENERA di Serra de Conti, lo scenario forse era ancora più adatto, intanto perché non eravamo soli ma tutto il paese era un pullulare di situazioni, nello stesso momento, con tante storie narrate in ogni angolo immerso nel buio della notte, e inoltre perché anche noi eravamo all’aperto, in una piazzetta Belvdedere che si apre nelle mura del paese, in una piazza vera insomma e sotto al cielo stellato, che sembrava prolungarsi sul palco con la scenografia scelta, piccole luci appese che scendevano e ondeggiavano sparse, e il cielo entrava talmente dentro la scena che anche il telo alle loro spalle non era bianco opaco ma di leggera tela trasparente, e quindi le immagini proiettate non ci si fermavano sopra ma l’attraversavano per andare a perdersi, come un’involontaria metafora di libertà, sullo sfondo dei tetti e delle colline: facciamo che siano ancora lì, mimetizzate e libere. “Facciamo che le foto si vedono lo stesso” diceva Tamara mentre ogni tanto sul palco tornava a commentarle insieme a Michele, per riprendere così di nuovo lo slancio per altri scorci della storia di Carmen.

(le foto non sono di ieri sera, le ho prese dal blog Culturalmente e sono del fotografo Matteo Nardone)

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“Singhiozzai con Leopardi”, ricordando Sacco e Vanzetti

thumb_book-non-piangete-la-mia-morte.330x330_q95Tra alcuni giorni, il 23 agosto, è l’anniversario dell’uccisione sulla sedia elettrica di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti; per ricordarli, ecco alcuni brani dal libro autobiografico di Vanzetti ‘Non piangete la mia morte’, che consiglio a chi non lo abbia ancora letto, per la bellezza delle sue parole e per l’attualità che la loro vicenda ha ancora oggi per noi.

«Dopo due giorni di treno attraverso la Francia e sette di navigazione attraverso l’oceano, giunsi a New York. Un compagno di viaggio mi condusse alla 25ª Strada all’angolo della 7th Avenue, ove abitava un mio concittadino. Alle otto di sera scendevo malinconicamente le scale. Solo, straniero, senza intendere né essere inteso, passeggiai a lungo per quel quartiere in cerca di un alloggio (…) Trovai un meschino alloggio in una casa equivoca. Dopo tre giorni dal mio arrivo, il mio concittadino, che lavorava da capo cuoco in un club alla 86ª Strada West in riva all’Hudson, mi portò con lui al lavoro in qualità di sguattero; vi rimasi tre mesi. L’orario era lungo; in soffitta, dove si dormiva, il caldo era soffocante e i parassiti non lasciavano chiudere occhio quant’era lunga la notte. Decisi di dormire sotto gli alberi. Lasciato quel posto trovai la stessa occupazione al ristorante Mauquin. La pantry era orribile. Nessuna finestra; se si spegneva la luce elettrica bisognava fermarsi, o muoversi a tastoni, per non urtarsi l’un l’altro o inciampare negli oggetti.  Il vapore dell’acqua bollente che saliva dalle vasche ove si lavavano le terriglie, casseruole e argenteria, formava grosse gocce d’acqua attaccate al soffitto dal quale cadevano a una a una sulle teste madide di sudore. Nelle ore di lavoro il caldo era orribile. I rifiuti delle mense, ammassati in appositi barili, emanavano esalazioni intossicanti. I sinks non avevano tubi di conduttura. Ogni sera sul buco si otturava, e l’acqua cadeva sul pavimento scivolando verso il centro ove si apriva un buco di conduttura. Ogni sera quel buco si otturava, e l’acqua saliva fin sopra gli appositi telai di legno posti sul pavimento per salvaguardarci dall’umidità. Allora si pattinava nel brago. Si lavorava un giorno dodici e uno quattordici ore; ogni due domeniche si avevano cinque ore di uscita. Vitto fradicio (per la canaglia), cinque  o sei scudi settimanali di paga. Dopo otto mesi me ne andai per non contrarre la tisi (…).

(…) Arrivato qui provai tutte le sofferenze, le disillusioni e gli affanni inevitabili per chi sbarca ventenne, ignaro della vita, un po’ sognatore. Qui vidi tutte le brutture della vita; tutte le ingiustizie, la corruzione, il traviamento in cui si agita tragicamente l’umanità. A onta di tutto riuscii a fortificarmi fisicamente e intellettualmente. Qui studiai le opere di Pietro Kropotkin, di Gori, di Merlino, di Malatesta, di Reclus. Lessi Il Capitale di Marx, i lavori di Leone, di Labriola, il testamento politico di Carlo Pisacane, i doveri dell’uomo di Mazzini e oltre altre opere di indole sociale. Qui lessi i libri di ogni frazione socialista, patriottici e religiosi, qui studiai la Bibbia, la Vita di Gesù di Renan e il Gesù Cristo non è mai esistito di Milesbo, qui lessi la storia greca e romana, le Crociate, due commenti di storia universale, la storia degli Stati Uniti, della rivoluzione francese e di quella italiana. Studiai Darwin, Spencer, Laplace e Flammarion, ritornai sulla Divina Commedia, sulle Gerusalemme Liberata, singhiozzai con Leopardi, lessi i lavori di Victor Hugo, di Leone Tolstoi, di Zola; le poesie del Giusti, di Guerrini, di Rapisardi, e del Carducci. Non credetemi un’arca di scienza, lettore mio; il granchio sarebbe madornale. La mia istruzione fondamentale fu troppo incompleta, e la mia forma mentale non è sufficiente per  sfruttare e assimilare totalmente sì vasto materiale. E poi devi considerare che studiai lavorando duramente, e senza comodità alcuna. Allo studio però aggiunsi una spietata, continua, inesorabile osservazione sugli uomini, sugli animali, le piante, su tutto ciò che – in una parola – circonda l’uomo. Il libro della vita: questo è il libro dei libri! Tutti gli altri non hanno per scopo che insegnare a leggere questo. Libri onesti, s’intende, che i disonesti hanno opposto fine. (…)

539w(…) Cercai la mia libertà nella libertà di tutti, la mia felicità nella felicità di tutti. Compresi che l’uguaglianza di fatto, nelle necessità umane, di diritti e di doveri, è l’unica base morale su cui può reggere l’umano consorzio. Strappai il mio pane con l’onesto sudore della mia fronte; non ho una goccia di sangue sulle mie mani, né sulla mia coscienza. Ora? A trentatré anni, sono candidato alla galera. Nè me ne meraviglierei, se così non fosse. Eppure se dovessi ricominciare “il cammin di nostra vita” ribatterei la medesima via, cercando però di diminuire la somma delle colpe e degli errori, e di moltiplicare quella del bene. Vada intanto ai compagni, agli amici, ai nuovi tutti il mio bacio fraterno, la profonda riconoscenza, l’amore e il saluto augurale. Bartolomeo Vanzetti.»

(brani tratti dal libro Non piangete la mia morte di Bartolomeo Vanzetti)
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti  furono uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown, a sette anni dal loro arresto; a nulla valse la confessione del detenuto portoghese Celestino Madeiros, che li scagionava. Solo cinquant’anni dopo, il 23 agosto 1977, il governatore dello Stato del Massachusetts riconobbe ufficialmente gli “errori” commessi nel processo.
Nel giorno della morte, Nicola Sacco  aveva 36 anni e Bartolomeo Vanzetti 39. Il loro processo si tenne in un clima di intolleranza e di razzismo e nell’ambito di una campagna persecutoria gestita dal procuratore generale degli Stati Uniti Alexander Mitchell Palmer, per evitare il contagio della rivoluzione russa; dal 7 novembre del ’19 la repressione colpì tutte le associazioni anarchiche, socialiste, comuniste e sindacaliste con arresti indiscriminati, processi sommari ed espulsioni forzate, spesso calpestando le più elementari libertà individuali e principi di giustizia. Si stima che furono circa diecimila le persone colpite in modo diretto da questi provvedimenti, passati alla storia come i Palmer Raids.

 

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… come se il cielo le fosse piombato addosso…

Il 2 agosto del 1980 eravamo al mare, dalle nostre parti, in comitiva, si chiacchierava della strage di Ustica e di tante altre cose di quel periodo, e io tenevo anche la radiolina a transistor accesa, come allora si usava, quei transistor sintonizzati in FM, quando mi giunse, ci giunse, la prima notizia da Bologna. Pensammo subito a tutti i nostri amici, e compagni – perché allora questa era una parola ancora usata normalmente – che vivevano a Bologna e alcuni in quel periodo lavoravano proprio al bar della stazione. Un’infinità di noi aveva un legame più o meno diretto con la stazione di Bologna di quel 2 agosto. Un enorme dolore, ma se la memoria non mi tradisce, la strage non fu seguita da panico isterico. Ci furono subito tante manifestazioni, a iniziare da quella tenuta a Bologna.
Riporto qui, a ricordo, una canzone dei Modena City Ramblers, anche per le foto che compongono il video, e poi un brano di un mio romanzo di una dozzina di anni fa, tuttora inedito per mancanza o anche sovrabbondanza di editori, e forse ancora incompleto.

1«Solo quattro giorni dopo l’omicidio di Amato c’era stato quello strano incidente aereo a Ustica. ‘Come otto anni fa sulla Montagna longa’ pensò Lui tra sé. Ora, a distanza di un mese, era chiara l’esistenza di un complotto per nascondere chissà quali segreti. Quell’aereo partito da Bologna…

“A Bologna è saltata in aria la stazione. L’ha detto la radio. Mezz’ora fa…”

“Ma che dici?”
“Un’esplosione: può essere solo una bomba!”
Rientrarono subito a Bologna. Alle due erano già davanti alla stazione. Prima

erano passati a casa e Alice aveva telefonato a tutte le amiche e conoscenti che temeva potessero trovarsi in stazione a quell’ora. Li aveva rintracciati quasi tutti. Di altri aveva avuto notizie dai familiari, anche loro sgomenti. Fino a quel momento tutte le persone del loro piccolo universo personale sembravano essere state risparmiate. Ma era un sollievo effimero, che svaniva subito, appena l’orizzonte del loro sguardo s’allargava e acquisiva maggiore consapevolezza, come se la stessa verità, una verità così indicibile, avesse avuto bisogno di tempo per insediarsi, trovare uno spazio, un contesto di significati razionalizzabili solo un poco alla volta. Correva già la voce di diverse decine di morti. Prima di uscire Alice aveva riempito una bottiglia d’acqua. Quando arrivarono la piazza era sbarrata, attraversata da un andirivieni convulso di ambulanze, auto di polizia, carabinieri, vigili urbani e del fuoco, sotto a un sole cocente che pareva lui stesso bruciato e sporco di polvere. Le macerie erano insanguinate e sparse ovunque, e la stazione la in fondo, sventrata e inaccessibile, come se il cielo le fosse piombato addosso e i suoi pezzi frantumati intralciassero il passo ai soccorritori.

Mostrarono i tesserini dei giornali con cui collaboravano e s’inoltrarono, attenti a ciò che calpestavano, guardandosi ogni tanto tra loro come per sincerarsi che la realtà era davvero questa e non la stavano immaginando. Alice gli fece un cenno e Lui capì che doveva scattare qualche foto, se voleva fissare quello strazio il più a lungo possibile nel tempo, affinché tutti potessero vederlo e ricordarlo.

Come se la memoria avesse bisogno di questi feticci e non bastasse da solo tutto quel dolore che non potrà più cancellarsi. Lo guidò Alice tra i sentieri di quello strazio, indicandogli ora una scarpa impolverata, una valigia strappata, un bimbo ancora stretto alla madre…

Lo guidò verso alcune adolescenti che piangevano chine a terra i resti d’una donna, la cui unica parte intatta era il viso. Aveva fatto bene Alice a portare con sé la bottiglia d’acqua. S’era chinata e aveva bagnato le loro labbra, poi le aveva aiutate a lavare quel viso, dopo averle chiuso gli occhi, e ad asciugarlo, soffiando insieme. Sembravano due ali di vento, quelle fanciulle dal volto evanescente, mentre le fotografava. Un carabiniere con la divisa sporca di polvere gli chiese d’aiutarlo a convincere quelle ragazze a salire sull’ambulanza, poi arrivarono alcuni medici o infermieri con delle barelle e poi… e poi basta, aiutarono ancora qualcuno qua e là e quando il rullino fu pieno si fecero indietro per non intralciare quell’andirivieni che reagiva come poteva, perché si reagisce sempre, non si può fare diversamente.

A metà pomeriggio era arrivato in elicottero il Presidente Pertini. Era andato subito all’obitorio dell’Ospedale Maggiore e poi a trovare i feriti. Ai giornalisti in cerca di una dichiarazione aveva risposto: Signori, non ho parole. Siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia.

Alla sera a casa Lui e Alice si alternarono davanti a televisione radio e telefono, per sapere e chiamare conoscenti e amici o rispondere a chi li cercava per avere notizie. Chiamarono anche Viola da Agrigento e sua figlia Agata da Genova. Angela che era in vacanza dai suoi in Abruzzo, e Amedeo da Roma, che si preparava a partire per Bologna. Chi chiamava voleva essere rassicurato e ascoltare la loro voce, portavoce delle voci che circolavano per la città. E loro a loro modo e in qualche modo cercavano di rassicurare. Era diverso quando erano loro a chiamare, come se temessero ciò che era possibile ascoltare. Mancava ancora all’appello una cugina di Alice che lavorava alla mensa della stazione. Dovevano contattare il gruppo di crisi, raccogliere informazioni più certe, tenersi a disposizioni per eventuali riconoscimenti, sì, riconoscimenti, e poi farsi dare l’elenco dei feriti nei vari ospedali. Alla fine l’avevano trovata, ferita ma viva.

Il giorno dopo, domenica, fu ancora peggio. La piazza della stazione era sempre bloccata, non si conosceva ancora il numero esatto delle vittime, continuavano a trovare cadaveri sotto le macerie, molti erano irriconoscibili. Di molti feriti in gravi condizioni e non in grado di parlare non si riusciva a conoscere l’identità. Cera gente che veniva da ogni parte d’Italia e d’Europa. Di ogni età. Bambini e anziani. Giovani, madri di famiglia, operai in ferie, tutti portati lì da un caso che non era venuto per caso, perché altri, da altri luoghi avevano predisposto quel risultato.

Il lunedì ci fu una grande manifestazione. I primi funerali il mercoledì, con il centro bloccato da decine di migliaia di persone. Malgrado tutto, andò in onda anche l’ennesima farsa della divisione politica. I compagni del movimento, o dei brandelli che ne restavano, avevano portato uno striscione: la strage è dei padroni, nessuna delega alle istituzioni. Alla fine avevano accettato, con le buone, di chiuderlo e unirsi anche loro al modo di reagire che la città e le sue istituzioni avevano scelto, quello della riaffermazione dello Stato contro il terrore che vuole minarlo.

Alice iniziò a risistemare le storie raccolte. C’era Marina Tirolese, sedici anni, ricoverata con gravissime ustioni. Era in partenza con la sorella minore per una vacanza in Inghilterra, le avevano accompagnate in stazione il fratello e la madre. La madre. Il suo corpo lo avevano ritrovato sepolto dalle macerie solo dopo molte ore. Marina aveva lottato ancora dieci giorni prima di morire.

Maria Fresu, una madre in partenza con la figlia di tre anni per il lago di Garda. Il corpicino senza vita della piccola Angela era stato ritrovato subito, i resti della madre furono riconosciuti solo cinque mesi dopo.

Lui intanto aveva stampato le foto scattate tra le macerie e solo ora, guardandole, iniziava davvero a metabolizzare ciò che in quel primo pomeriggio i suoi occhi credevano d’aver soltanto immaginato e non visto davvero. Erano foto di macerie e di cadaveri, accatastati su un autobus requisito dai vigili del fuoco, di brandine sparse a terra piene di feriti che attendevano impotenti il loro turno, in quell’ospedale da campo a cielo aperto, come il teatro sventrato di una battaglia. E poi tubi che reggevano flebo, bende insanguinate, scarpe spaiate, valigie accartocciate, persone piangenti, i volti evanescenti di quelle fanciulle che soffiavano via la polvere dal viso della loro madre e ancora… corpi frantumati come macerie. E da ultimi, accasciati sui binari, quei vagoni divelti che sembravano le carcasse di uccelli migratori abbattuti prima del viaggio. Per sopprimere così qualsiasi ritorno.

Alice non ce l’aveva fatta a terminare l’articolo da sola, l’aveva completato Lui. Lei l’aveva riletto in silenzio, aggiungendo una frase raccolta da una sopravvissuta: Occorrerà fare luce ma di fronte a questa necessità provo ugualmente un senso di sgomento, tanto più terribile quanto più mi appare chiara l’impossibilità di poter andare al di là di queste parole.»

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