Ci vuole una musica per questa terra

Oramai mi sto convincendo che ci vuole una musica per questa terra. E non mi riferisco ai concerti di Risorgi Marche, ogni analogia è puramente casuale (ho partecipato anch’io a uno di questi concerti, scherzando ho sottolineato a chi me lo chiedeva che mi avevano recintato dentro e dunque non potevo scappare. Eravamo sui campi aperti sopra Rubbiano, avevano da poco falciato il grano, un balcone naturale aperto verso tutte le parti, tanto sole e cielo sulle pendici della Sibilla, poco più in là la Regina e nascosto in mezzo a loro l’Infernaccio, chiuso sotto le frane dei recenti terremoti. Mi sembrava questo il vero concerto, senza togliere nulla a chi con la sua presenza, reale e non di maniera, lo rendeva possibile questo altro concerto dei luoghi, capace di dare un senso all’arrivo di tanti).
Ci vuole una musica perché se è la poesia a estrarre le parole dalla nostra vita di ogni giorno, poi è la musica a farle volare nell’aria. Ripensando ai tamburelli suonati dalle fate discepole della Sibilla dei miti, o alle musiche delle nostre contrade più remote, remote come i meandri delle nostre vite, mi chiedo non soltanto come o cosa suonavano ma che cosa cantavano, a quali parole davano la forma delle ali per volare.
Chiacchierando con un amico musicista, affacciati ad un balcone di Balzo di Montegallo, con la montagna e le sue valli di verde davanti a noi e il paese silenzioso e vuoto alle nostre spalle, ho scoperto che la nostra musica popolare un tempo, forse un paio di secoli fa, era più ricca di suoni e strumenti, volavano nell’aria ad esempio i suoni delle corde dei violini, capaci di una continuità ed estensione che affonda forse proprio nei meandri di quelle valli simili ad una pelle del paesaggio. L’organetto arrivò dopo, ritrovandosi presto quasi da solo come un custode di echi più ampi, facendo del suo meglio per contenerli tutti.
Cerco quasi di rievocarli nella mente, quei suoni di corde che piangono e ridono, come se dovessi estrarli insieme alle parole che talvolta vado cercando per raccontare storie, ricercando sensi, ma la musica io fatico ad afferrarla.
La musica ho sempre immaginato che sia nelle mani del musicista prima che in altri spazi della mente. Ricordo un giorno mio padre, gli avevamo regalato a sorpresa per i suoi ottanta anni un mandolino. Da ragazzo, in quelle feste che si spargevano sulle terre delle nostre campagne, quando al riparo della notte  le fatiche del giorno si scioglievano in balli ritmati da stornelli, mio padre suonava il mandolino. Me lo hanno raccontato io non l’ho mai visto, e ascoltato, quando nacqui lui era già adulto di quasi mezzo secolo di vita. E il mandolino non lo toccava già più e non lo toccò mai fino al giorno della sorpresa. Lo prese in mano commosso e poi come forzando una specie di pudore – se avesse avuto un cappello in testa se lo sarebbe tolto come si usava entrando in un luogo importante, di rispetto, con il passo incerto – e quel giorno anche lui con il gesto incerto aveva preso in mano il mandolino e poi aveva mosso la mano a ripetere alcuni antichi accordi custoditi nella sua memoria. Una memoria che aveva custodito nelle mani, mi resi conto guardandolo.
La musica è nelle mani che danzano nell’aria e sulla superficie degli strumenti, dev’essere per questo che lo strumento o gli strumenti di un musicista sono spesso prolungamenti della sua persona, simbiosi di quelle memorie anche quando il musicista non c’è più.
Ci vorrebbe una musica per queste terre, pensavo, e poi vengo a scoprire che qualcuno ci aveva anche pensato davvero, senza girarci sopra con le parole come faccio io ma ‘musicando’ direttamente, e con un progetto di agrimusicismo che in questo istante sembra tristemente spezzato, ma chissà…. chissà.
La poesia estrae le parole e la musica le fa volare, dicevo. Sì, mi sto convincendo che ci vuole una musica per questa terra, per far tornare a volare le parole e dare una nuova consistenza al silenzio che ho ascoltato passandoci dentro in questi giorni.
Io al mio solito sono passato di qui per pochi giorni e come un turista distratto, anche se ho già abbastanza età per avere sperimentato più volte che mai nulla avviene davvero per caso. Ma sempre distratto resto, perché non è qui che si sono formate le mie esperienze quindi tutto ciò che di nuovo mi sembra di sperimentare è soggetto a chissà quali mie suggestioni nascoste dentro di me. Lo so, o credo di saperlo.
La sensazione maggiore che ho di questi giorni trascorsi qui, ora che alle sei di mattina un gallo canta a squarciagola anche se soltanto a me e pochi altri in questo luogo di campagna sulle pendici della Sibilla dove mi sono fermato, la sensazione maggiore che ho di questi giorni è proprio il silenzio.
Bisogna camminarci dentro il silenzio, invidio chi è capace di farlo.
Il silenzio delle tante frazioni, borghi o paesi vuoti che ho attraversato, case messe in sicurezza e persone portate al sicuro altrove, strade spesso deserte, qua è là qualche cane che si è abituato a dormire sull’asfalto, e ti guarda passare restando in silenzio. Ieri sera dalle parti dei prati di Ragnolo all’ora del tramonto, c’era un falchetto a terra sull’asfalto, che mi fissava senza muoversi. La mattina prima un falchetto mi aveva osservato immobile dal cielo mentre fotografavo i ruderi silenziosi della chiesa di Santa Maria in Pantano: mi auguro che le lascino lì per sempre quelle macerie, senza toccarle più, patrimonio dell’umanità, testimoni esemplari di quella che in molti ora chiamano strategia dell’abbandono (la chiesa è venuta giù definitivamente con la neve e le scosse di gennaio, e da agosto era stato chiesto più volte di metterla per tempo in sicurezza).
Il silenzio è importante e ha una sua forza che dobbiamo imparare a conoscere, l’ho capito l’altra sera mentre fotografavo il simbolo della vita sulla parete esterna della chiesa di Santa Maria in Casalicchio, lungo la strada per Foce di Montemonaco, con la facciata rivolta su verso la corona della Sibilla, che domina anche questa valle. Nel momento in cui scattavo la foto ricevo un messaggio, mi dicono che tra gli artisti selezionati per Land Art 2017 alla gola del Furlo – una bellissima Gola, qui l’analogia c’è ed è reale – c’è un’ artista che si è ispirata per la sua “custode della sassaia” al verso di una delle canzoni che ho scritto per il mio libro di racconti contadini: “la memoria è come un sasso, quando ti colpisce non puoi trattenerla, con gli altri tu devi dividerla, se vuoi usarne la forza”.
Il silenzio è importante, dice più di mille parole, di queste parole che occorre tornare a estrarre con cura dalla vita quotidiana, è un silenzio che contiene già la sua musica, ci vuole una musica per questa terra, per far volare di nuovo le parole.

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Siamo tutti neri

Il 5 luglio “Fermi contro il razzismo”, ad un anno dall’uccisione del richiedente asilo Emmanuel Chidi Namdi.
Ventotto anni fa, ottobre 1989, ero a Roma alla prima grande manifestazione contro il razzismo, un corteo enorme, delegazioni da tutta Italia, presenti anche tantissimi gonfaloni dei Comuni portati da vigili urbani dalle mille divise e accompagnati da tante bande musicali dai tanti paesi di cui è ricca l’Italia. Allora a Villa Literno era stato assassinato Jerry Essan Masslo, un sudafricano scappato dall’apartheid per ritrovare il razzismo in Italia. I segnali del razzismo c’erano già tutti, e anche le connessioni con il caporalato e lo sfruttamento. Eppure l’abbiamo sottovalutato o comunque non affrontato in modo adeguato. E la situazione progressivamente è degenerata, sembra quasi che oramai ci stia sfuggendo di mano, da merce da usare strumentalmente sul piano della politica per ottenere facili consensi pare che stia diventando un vero e proprio bottino di guerra  verso cui correre per appropriarsene.

Il razzismo, leggevo molti anni fa in un testo di sociologia, è insito in modo naturale in ciascuno di noi, bisogna rendersene conto per controllarlo.
Mi sono occupato di intercultura e accoglienza per una ventina di anni, iniziando allora non solo da buoni propositi umanitari, di cui certe volte sottovalutiamo il lato retorico e il velo di razzismo potenziale che vi si nasconde, ma mi accostai a queste tematiche spinto da eventi di guerra, alla fine degli ottanta con la prima intifada palestinese, un conflitto con molti aspetti tragici, e qualche anno dopo con l’inizio del conflitto nella guerra di ex-Jugoslavia, come allora chiamavamo questo paese senza distinzioni, anche per una incapacità diffusa a coglierne differenze e ricchezze interne.
Un’intercultura, la mia, che si interrogava sul conflitto e sull’odio, e dell’accoglienza cercava di intravedere le complicazioni concrete al di là delle buone parole, e di queste buone parole tentava una lettura meno ovvia, districandosi tra i duplici significati di integrazione, tolleranza, diversità e così via.
Ricordo che al mio primo seminario di  formazione con un gruppo di insegnanti in una scuola elementare, mi presentati con il dizionario di lingua italiana.

Il razzismo, dicevo sopra, è insito naturalmente in ciascuno di noi, come una diffidenza individuale; il confronto con il prossimo non è mai scontato e va riguadagnato ogni giorno con un’attenzione continua.
Il razzismo inizia a diventare pericoloso, cioè a innescare odio, quando da individuale diventa sociale, si iniziano a condividere stereotipi ai danni di minoranze, convinzioni basate su percezioni distorte della realtà.
Il razzismo inizia ad accrescere ancora di più la sua pericolosità sociale, cioè a promuovere odio, quando dei gruppi organizzati iniziano ad assumere come bandiera questi stereotipi ai danni di minoranze amplificandoli di proposito, costruendo narrazioni distorte della realtà, cercando di assumere queste narrazioni distorte come il modo comune di guardare e interpretare i messaggi, a loro volta già distorti, che ci raggiungono. Come nella schizofrenia, ci giungono messaggi distorti, semplificanti e sbrigativi, soprattutto contraddittori, che saltano passaggi logici, non ci aiutano a districarci nella complessità sociale che ci circonda.
Diminuiscono anche le parole a nostra disposizione. Dal linguaggio degli ultimi decenni è scomparso tutto ciò che aveva a che fare con il conflitto sociale e il suo ruolo di mediazione e ricomposizione degli interessi  per raggiungere equilibri sociali più avanzati; è scomparso il concetto della solidarietà tra gli esclusi, la partecipazione intesa come osservazione critica è annullata dal consenso, le crisi economiche sono raccontate come se scaturissero da chissà quali complicati algoritmi tecnici che una mano più malvagia delle altre ha alterato, oppure vendute come opportunità che a loro volta nella nostra esperienza quotidiana non esistono. Come nella schizofrenia reagiamo dissociandoci.

Il razzismo diventa davvero pericoloso, cioè inizia a normalizzare l’odio, quando da sociale diventa politico e tenta di farsi sistema, entra nel linguaggio della politica, si infiltra nei comportamenti istituzionali o nelle interpretazioni di normative e leggi, cerca giustificazioni in nome di un realismo frutto di una percezione distorta della realtà, improvvisa ogni giorno soluzioni presentate ogni volta come la soluzione di tutto, accusa gli altri di essere “buonisti”, ingenui o addirittura compartecipi di chissà quali traffici occulti e  pronti a svendere il proprio paese. Argomentazioni che sempre meno cercano il dialogo e sempre più spazzano via o mettono al bando chi la pensa diversamente.  Quando mi occupavo ancora in modo attivo di intercultura, uno dei testi che tornavo a consultare più spesso era Cassandra di Christa Wolf, la sua rilettura del mito antico che più mi affascina. Un po’ come gli artisti, che diventano veggenti loro malgrado, solo perché sono resilienti ad una percezione distorta dei segnali che vengono dalla realtà: la nostra resilienza individuale è fondamentale.

Raccontare in modo corretto la realtà, e soprattutto raccontarla dialogando altrimenti a chi la raccontiamo: a noi stessi? Sembrerebbe una battaglia persa già in partenza nell’odierno mondo dei social e dei media pigliatutto, ma anche qui forse più che da astrusi algoritmi dipende da questioni di potere o di stereotipi sempre più consolidati. La resilienza individuale di tanti deve essere però sostenuta e non ostacolata, deve essere valorizzata e presa ad esempio,  la realtà deve essere raccontata per quello che veramente è, nella sua complessità, per aiutarci a capirla e non a confonderci, per tornare a ridurre la differenza tra una percezione distorta e ciò che realmente accade.

Emmanuel con la sua compagna Chinyery

 

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I martiri del XX giugno ricordando Regeni

Le memorie di ieri per costruire le memorie di oggi. È una frase che mi capita di pronunciare abbastanza spesso, ultimamente, quando ho occasione di raccontare le storie delle lotte contadine di ieri per ricordare e porre meglio all’attenzione le lotte di oggi.

Ieri sera questo tipo di sguardo è stato proposto magistralmente da Luigi Manconi, con un discorso appassionato, lineare e coinvolgente, seguito da tutti con la massima attenzione, quando ha collocato sullo stesso piano emotivo e politico le torture subite dai 7 ragazzi martiri il 20 giugno ’44 a Jesi e le torture subite dal giovane Giulio Regeni, nato 44 anni dopo l’eccidio di Jesi, e torturato e ucciso all’età di 28 anni, un’età di poco superiore a quella dei ragazzi martiri, di fatto un loro coetaneo.
Non è una forzatura accostare questi episodi, ha specificato Manconi, ma esattamente il contrario, perché chi perde la memoria dei fatti di ieri è condannato a ripetere gli stessi errori, orrori e dolori del passato.  L’anno in cui è nato Giulio Regeni è lo stesso in cui il nostro Stato ratificava la convenzione internazionale contro la tortura, eppure dopo quasi trenta anni una legge non c’è e per di più quella che tra poco potrebbe essere approvata si presenterà snaturata e privata dei suoi connotati di significato. “Un paese che ancora non è stato in grado di produrre una legge degna di questo nome non ha nemmeno l’autorevolezza per ottenere dal governo egiziano che si renda giustizia e verità a Giulio Regeni” ha sottolineato Manconi. Se gli autori delle torture e dell’eccidio di Jesi del giugno ’44 sono rimasti impuniti, occorre che non restino impuniti anche i responsabili della crudele morte riservata a Giulio Regeni.

Questo è stato il filo conduttore dell’intervento di Luigi Manconi, per sottolineare come le memorie di ieri ci possono aiutare a unirci sui temi importanti di oggi, della convivenza democratica nel rispetto dei diritti umani, e dunque la Resistenza non sia affatto una memoria  divisiva e da superare, come  invece cercano di attaccare i revisionisti di sempre, i mestatori odierni di odio, gli stessi che voteranno contro la legge del reato di tortura non perché il testo sia stato snaturato dalle mediazioni e scambi politici al ribasso, ma perché invece quella pratica comunque non la disdegnano.

L’intervento di Luigi Manconi era stato preceduto da un altro oratore, Riccardo Ciampichetti, molto giovane, coetaneo dunque dei ragazzi che eravamo lì a ricordare, uno studente del liceo il quale, come ha detto lui stesso, ha conosciuto questa storia dei martiri del XX giugno solo lo scorso 24 aprile, alla vigilia dell’importante corteo che ogni anno si tiene in città, e allora in questi mesi ha fatto una sua ricerca, si è documentato e ieri sera è stato affidato a lui il compito di ricostruire quella storia, e lo ha fatto con un linguaggio asciutto preciso e già sicuro, e per questo ancora più efficace.

Entrambi gli oratori erano stati introdotti dal Sindaco di Jesi Massimo Bacci, che poco prima aveva deposto una corona in ricordo dei 7 ragazzi martiri, al termine del corteo che ogni anno percorre un tratto della campagna di via Montecappone fino al monumento realizzato sul luogo dell’eccidio. Come sempre, un folla numerosa con persone di tutte le età, insieme all’Anpi di Jesi.

(Alcune commemorazioni degli anni precedenti)

 

 

 

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Mille persone in meno tra i 26 e i 40 anni di età

Jesi: Tendenze anagrafiche, uno sguardo veloce ai dati delle iscrizioni anagrafiche raccolti dall’Istat: in cinque anni mille persone in meno tra i 26 e i 40 anni di età.

(Alcune curiosità guardando molto velocemente tra i dati delle iscrizioni anagrafiche, con tutte le cautele del caso e gli approfondimenti, verifiche e risontri ulteriori che sarebbero necessari per una valutazione più ponderata)

A Jesi nei cinque anni tra il 1 gennaio 2012 e il 1 gennaio 2016 la popolazione residente è aumentata di 200 unità, pari allo 0,5%: addirittura una leggera crescita. Ma che cosa c’è dentro questo totale? Intanto i residenti con cittadinanza italiana sono diminuiti di 610 unità, più che sostituiti da 810 residenti senza cittadinanza italiana, saliti dal 9.5% all’11,5% del totale; ma si tratta di un rimpiazzo solo apparente, o parziale.

I mutamenti sono ancora più significativi e preoccupanti se guardiamo la struttura per età. Le classi di età dai 26 ai 40 anni diminuiscono in soli 5 anni di quasi mille unità assolute, di cui 1.030 con cittadinanza italiana, sostituiti solo parzialmente da non italiani, appena 147 in più (tra l’altro, tra i cittadini italiani, sono compresi anche gli “ex stranieri” che nel frattemmpo hanno ottenuto la cittadinanza). Dove sono finite queste mille persone che non ci sono più? Occorre un’analisi più approfondita, per distinguere chi è andato letteralmente via per cercarsi magari un lavoro in un altro paese europeo, e quanto invece incide il fatto che a mano a mano che questa classe di età invecchia, viene sostituita dalle classi più giovani, meno numerose.

Il tasso di dipendenza, che misura il peso della popolazione non in età da lavoro (sotto i 14 anni e sopra i 65) su quella in età da lavoro (da 15 a 64) in soli cinque anni è cresciuto, calcolandolo solo sui residenti con cittadinanza italiana, di ben 4 punti, quasi un punto all’anno; se inseriamo anche i residenti senza cittadinanza, il tasso registra comunque sempre una crescita significativa, di 2,8 punti.

Insomma, il contributo dei residenti senza cittadinanza, se da un lato consente di mantenere più o meno stabile la popolazione totale, non è in ogni caso sufficiente per mantenere stabile il tasso di dipendenza, dato il veloce invecchiamento della popolazione.

Questo tipo di fenomeno è probabile che si aggravi ancora nei prossimi anni, a cusa sia di una progressiva minore iscrizione di nuovi residenzi stranieri, sia per la tendenza di giovani in età di lavoro di andare via, sia soprattutto per la minore numerosità delle classi di età più giovani che nei prossimi anni dovranno rimpiazzare quelle che nel frattempo invecchiano.

Per contrastare questo fenomeno occorre una maggiore capacità di attrarre nuovi residenti, con tutto ciò di complesso che questo concetto può contenere.

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Teatrando, il gioco del teatro

Venerdì 2 giugno ci siamo esibiti al Teatro Ferrari di San Marcello con una performance dal titolo “Una giornata normale”, giocando disinvolti con il titolo di un importante film, “Una giornata particolare” di Ettore Scola. Una semplice e bella citazione, che ci piaceva fare, niente di più, giocando, come era nel titolo del laboratorio organizzato dall’Arci nel corso dell’anno e condotto da Maria Grazia Tiberi, intitolato appunto “Il gioco del teatro”. E quando si gioca l’importante è divertirsi, senza mai dimenticare che il gioco per funzionare e divertire davvero attraverso le finzioni che si mettono in campo, deve essere vero e non finto. E quindi noi, pur non essendo attori e pur restando ben consapevoli che non basta certo questo per diventare attori, abbiamo giocato a costruire una performance vera, che si sarebbe conclusa su un vero palco teatrale.

Il gruppo si era già formato nel precedente anno, sempre all’Arci e sempre sotto la guida di Maria Grazia Tiberi, “la maestra” come scherzando l’abbiamo sempre chiamata, con un corso di dizione e sviluppo della voce che già lo scorso anno si era concluso con la performance di letture ed animazione “Parole e letture in metro”, sempre sul palco del Teatro Ferrari di San Marcello, seguita poi da una replica estiva a Jesi in piazza delle Monnighette.

A questo “debutto” sono seguiti nei mesi successivi anche diversi interventi di lettura: alla rassegna “Letti di notte” presso la libreria dei ragazzi; agli incontri letterari “Le Marche in Biblioteca” presso la Planettiana; alla Casa delle Culture insieme ad un gruppo di rifugiati nella giornata dedicata ai migranti il 20 dicembre scorso; alla Biblioteca La Fornace di Moie per la giornata “LeggoNoRogo” il 10 maggio, e altre occasioni ancora, tutte di impegno e di promozione culturale.

Intanto avevamo anche iniziato la seconda annualità del nostro laboratorio, aggiungendo qualcosa di nuovo alla dizione e alla lettura, mentre in Arci i laboratori addirittura raddoppiavano: mentre noi inziavamo il nostro secondo anno con “Il gioco del teatro”, in parallelo un secondo gruppo di aspiranti lettori iniziava il suo primo corso di dizione e sviluppo della voce, anche questo poi concluso con successo con una performance lo scorso mese di maggio qui a Jesi, a Palazzo Santoni, intitolata “Donne a casa”.

Insomma, la cornice della nostra performance “Una giornata normale” è questa, per nulla improvvisata o casuale, tanto per riempire il tempo, ma inserita in un progetto che ha richiesto costanza e continuità e impegno dei partecipanti, e la scoperta graduale giorno dopo giorno che il senso di ciò che si fa siamo noi stessi a costruirlo giorno dopo giorno, non esiste prima di noi come una ricetta da applicare ma lo ritroviamo invece dentro il risultato che insieme abbiamo realizzato. Sempre giocando, mai dimenticare questo, perché poi l’impegno è impegno e non sempre tutto fila liscio via tranquillo, ci sono sempre come in tutte le cose momenti più critici, impasse, piccoli incidenti da risolvere o riassorbire, e il gioco aiuta, non è futile, crea interazione, si dice appunto “mettersi in gioco.”

All’inizio abbiamo individuato l’idea da sviluppare, e con questa in testa ci siamo misurati con la costruzione dei personaggi, scegliendoli collettivamente, quasi un gioco da debuttanti allo sbaraglio nel quale ciascuno è stato messo in mezzo e gli altri attorno gli affibbiano caratteristiche, tic, difetti, si gioca perfino ad aggredirlo. Ce n’è per tutti ed è un modo molto democratico di ricavarsi un ruolo, tutti alla pari senza nessuno che prevarichi o si trinceri nelle sue difese, come avviene di solito nella realtà, ma sviluppando poi nelle interazioni con gli altri il modo di ciascuno di entrare nel proprio personaggio. È un’esperienza interessante.

Le interazioni da sperimentare si sono ispirate all’idea iniziale della situazione che volevamo costruire, e così improvvisando è nato un canovaccio da seguire, di cui poi mi è stato assegnato – io sono “lo scrittore” del gruppo – il compito di fissarlo in un copione. Ma è nato con questo ordine, in modo del tutto collettivo, e ha continuato anche ad arricchirsi nel corso delle prove con tutte quelle piccole variazioni che ciascuno vi ha introdotto, qualcuna addirittura mentre eravamo sul palco con il nostro pubblico, composto da amici, parenti, un po’ di curiosi, quanto basta per ritrovarsi con una platea che ha partecipato bene al nostro divertirci sul palco. Si sentiva.

L’idea che abbiamo sviluppato, suggerita da Maria Grazia Tiberi, che ci ha guidato in questo percorso mentre costruivamo il tutto insieme a lei, poteva essere anche banale: si susseguono alcuni quadri, prima una scolaresca assai vivace e particolare e un bisbetico professore che vorrebbe far bere i libri con l’imbuto, poi dei tranquilli, ma fino ad un certo punto, giochi di mimo citando film, infine una “Tribuna illetterale dove nulla deve essere preso alla lettera” con assai improbabili rappresentanti del popolo che si lanciano in discorsi che sembrano incomprensibili, mentre in realtà sono citazioni di famosi testi filosofici e letterari o di veri politici, il tutto tra gag, sorprese e giochi prima di ritrovarli alla fine tutti con un bel camice bianco in fila per ricevere la dose giornaliera di tranquillante. Insomma, si trattava soltanto della solita giornata normale, ricca soltanto delle cose eccezionali che ha saputo mettere in campo.

Personalmente avevo iniziato questo percorso, nel primo anno, interessato soltanto alla dizione e allo sviluppo della voce, perché avevo scoperto il piacere della lettura ad alta voce e volevo approfondire, e forse resterà questa, la lettura, l’attività principale  del nostro gruppo che nel frattempo abbiamo chiamato ArciVoce, ma non è detto che ci si fermi qui; in realtà non conosco ancora le aspettative di ciascuno perché tra di noi non abbiamo mai discusso davvero di questo, ma ora credo che siamo pronti per farlo.
Ma forse non si tratta nemmeno di scegliere tra “leggendo” o “teatrando” in un modo rigido; mi rendo conto, infatti, dopo averli sperimentati entrambi, che “leggere” e “recitare” sono due linguaggi ben distinti, con regole e potenzialità diverse, che però si arricchiscono reciprocamente se si ha consapevolezza di entrambe le possibilità.

Mi sono reso conto che leggere non è più facile perché non devi impararare il testo a memoria, perché ti resta sempre da interpretare il modo di relazionare tu che leggi al testo che leggi, e mi sono reso conto che recitare consente anche delle libertà in più, o di tipo diverso, che non hai leggendo ma nascono dalla interazione con gli altri sul palco, o forse soprattutto dal calarsi dentro il personaggio, che non è mai uguale ma ti riserva sempre qualcosa in più. Qando provi, sì, lo fai per rafforzare la memoria, assimilare i tempi, metterti a tuo agio, ma in realtà anche per acquisire la consapevolezza che ciò che ripeti non è mai esattamente uguale, c’è sempre qualcos’altro, nell’emozione, nel tono e nel senso.

(Sul palco, seguendo l’ordine della foto in alto: Rosella Canari, Agnese Cesaroni, Manuela Carotti, la coach Maria Grazia Tiberi, Cristina Corsini, Lori Barboni, Tullio Bugari, Matteo Tiranti).

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“Che volete che sia, non avete mai visto un dirigibile?”

Sabato scorso, 11 marzo, ho partecipato come finalista della sezione editi, una delle quattro  previste, al Premio Letterario “Prunola” a Castelfranco Veneto.  Il mio libro – un racconto per ragazzi dal titolo «La tenda rossa, viaggio nell’altrove» pubblicato nel settembre scorso da Fara Editore – si è classificato terzo; di seguito ecco il breve brano che è stato letto, in un bel teatro affollato, con i posti esauriti.

«… Qualcosa d’insolito stava però accadendo in quella pausa nel mezzo di una giornata qualunque. Una grande ombra stava oscurando il cielo. Tutti i ragazzi si erano precipitati alla finestra, giusto in tempo per scorgere la sagoma di un immenso dirigibile che sorvolava il tetto della scuola, prima di sparire via verso il lato opposto. Per un attimo aveva lasciato dietro di sé il debole rumore del piccolo motore dell’elica, che sottile come un trapano bucava l’aria leggera nella quale sembrava volersi aggrappare. Imponente.
Poi lo rividero laggiù, lontano e piccolino, che continuava a navigare al centro di quella landa, dritto verso la sua meta.
Si trattava senza dubbio di una novità, era fin troppo evidente. Dopo alcuni secondi anche il sole sparì e iniziò a fioccare la neve. Una vera tempesta. Un vorticoso turbinio di fiocchi che tutto nascondeva e racchiudeva come dentro un soffice e candido guscio. I ragazzi avevano smesso di mangiare le merende e da dietro i vetri osservavano incantati quella nuova magia. Erano allegri e si davano spintoni. Si appoggiavano gli uni sulle spalle degli altri, scambiandosi scherzi. Qualcuno cercava di spiegare qualcosa a qualche suo amico, ma più per capire lui stesso, dato che nessuno poteva saperne più degli altri.
Tutto rischiava di assumere un andamento inconsueto per quei ragazzi e quindi la maestra intervenne per richiamarli alle più collaudate abitudini: dopo tutto era l’ora della merenda e dovevano sbrigarsi a mangiare, andare al bagno, fare ricreazione, riposarsi, essere pronti a riprendere il compito non appena il bidello avesse suonato la campanella:
“Su, non attardatevi.”
E poi, con l’aria di chi la sa lunga:
“Che volete che sia, non avete mai visto un dirigibile?”
Dentro di sé però era preoccupata, anche lei si rendeva conto che stava accadendo qualcosa di non proprio normale, seppure la sua mente vi resisteva grazie a quel sano scetticismo collaudato in tanti anni di paziente e regolare insegnamento quotidiano. Si chiedeva:
“Non sarà mica uno di quei nuovi progetti che s’inventano al Ministero?”
I ragazzi, con un fare noncurante, simulavano soltanto una scettica adesione al richiamo della maestra e tardavano ancora a mangiare o giocare, come si pensa che dovrebbero fare normalmente i ragazzi di tutto il mondo, divertirsi spensierati durante la ricreazione, in modo che nessuno si senta obbligato a capire cosa gli passi davvero per la testa.
Non era così. Loro continuavano a lanciare furtive occhiate fuori dalla finestra. Qualcosa era cambiato, non era possibile negarlo. Il turbinio di neve s’era dapprima diradato e poi, come accade alla nebbia quando l’aria si fa limpida, anche il guscio bianco di nevischio che li aveva avvolti era svanito. Davanti alla scuola ora si scorgeva una grande distesa bianca, profonda come l’orizzonte, e laggiù, poco prima della linea ultima dove lo sguardo arriva appena, s’intravedeva un puntino rosso. Sembrava quasi di udire delle voci che chiamavano… e la campanella ancora non suonava…»

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Prospettive diverse

«La tenda rossa, viaggio nell’altrove» di Tullio Bugari
recensione di Giovanni Antonini

tendarossacoverwLa storia sta alla base della vita. Non si può pensare all’oggi senza aver chiaro da dove veniamo. Sempre più spesso si sente parlare della storia come testimonianza del passato, come verità da ascoltare, da seguire, per far sì che l’uomo non commetta più le orribili gesta remote, affinché invece possa riproporre ciò che è stato amato e considerato giusto. Un passato come fondamento del presente, un passato come istruttore di vita, un passato come condottiero di verità. Un passato dal quale anche i bambini devono trovare gli spunti, capire il senso, sempre e comunque guardando dalla loro prospettiva. Una prospettiva diversa, più “bassa”, che vede con occhi speciali il mondo. La chiave di volta per avvicinare il bambino alla scoperta del passato è stuzzicarlo, trovare qualcosa per la quale lui sia disposto a mettersi in gioco. Tullio Bugari con il suo racconto riesce in questo intento. Riesce a far scoprire il passato a suo figlio. Ci riesce grazie alle sue abilità creative, fantasiose, innovative. Ha il potere di intrappolare il lettore nel suo racconto così come ha fatto con il suo bambino. Ha spiegato la scoperta del Polo Nord da parte degli italiani con il dirigibile Italia attraverso una favola nella quale però non mancano in alcun modo riferimenti reali, storici. Robinson è un bambino che si ritrova immerso nell’avventura dell’italiano Umberto Nobile, accompagnato dall’esploratore norvegese Roald Amundsen e dal finanziere statunitense Lincoln Ellsworth, avventura del 1928 sul dirigibile Italia, che si schiantò durante il viaggio di ritorno sulla banchisa polare. E a causa di questo terribile incidente per la prima volta partì una missione internazionale di soccorso. In questa storia si immerge una scuola elementare: i bambini si ritrovano protagonisti del soccorso dei naufraghi del dirigibile Italia. Storia nella storia; storia fantastica nella storia vera. Tullio Bugari riesce a creare un racconto di immensa creatività, unicità e coesione tra la realtà e la fantasia. Basandosi su questo modello si può insegnare ai bambini e ai ragazzi la Storia senza dover essere noiosi, immergendoli nel loro habitat, quello delle favole, dei racconti, così da renderli partecipi di un mondo ancora troppo grande per loro.
Ritengo che nella storia raccontata da Tullio Bugari sia presente anche un’altra verità: non solamente i grandi insegnano ai piccoli, ma anche i piccoli insegnano ai grandi. L’ombelico è un esempio puntuale. Certamente viene raccontata in modo giocoso la vicenda del periscopio, ma al suo interno è presente una straordinaria verità. Robin Williams insegnava ai suoi studenti nel film L’attimo fuggente di fermarsi un attimo, guardare il mondo da un’altra prospettiva, non limitarsi a vedere solo dal proprio punto di vista. Robinson fa lo stesso: insegna al suo Direttore a guardare da un punto di vista più basso, dall’altezza di un bambino, così da poter vedere la realtà in modo diverso. Grazie a questo racconto, ogni lettore bambino capirà la Storia, si meraviglierà e rimarrà catturato dagli avvincenti colpi di scena. Mentre, contemporaneamente, ogni lettore adulto verrà spinto a riflettere su molti aspetti della vita umana e soprattutto sulla grandiosa potenza della vista e sull’importanza della prospettiva. Un libro completo, un libro per tutti…

(pubblicata sul blog Narrabilando il 30 gennaio 2017)

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