Il ruolo primordiale del narratore.

“Grande era onirica”, di Marta Zura-Puntaroni (minimum fax). “Qualcosa, la dentro”, mi veniva questa battuta mentre leggevo, parafrasando – me ne perdoni – il titolo di un altro romanzo letto di recente, e che per molti versi mi sembra l’esatto opposto di questo. Che forse è anche l’esatto opposto di me stesso e di quanto potrei scrivere io, tanto mi è lontano, o è lontano dalla mia storia individuale o immaginaria, quella con cui di solito mi auto rappresento. Eppure la lettura mi ha interessato molto. Io non ho gli occhi per vedere la realtà da questa dimensione che mi è come aliena. E che è rappresentata con una scrittura bella, veloce, attorcigliata come il pensiero quando si presta attenzione e dunque è anche sciolta, anche se la sua è una leggerezza da rullo compressore, una specie di candid camera ma dell’attimo breve e ravvicinato, quello a cui normalmente non daresti credito, una sorta di attimo dell’epidermide, di un corpo che borbotta, borbotta e come, e di una mente che non da tregua e raccoglie come annusando ciò che le capita a tiro, dal suo isolamento sublime, nel contatto ravvicinato di un qualche tipo con altri esseri, o all’interno di una città che si completa con pochi riferimenti ma i cui vicoli ti catturano come i meandri di circonvoluzioni cerebrali, autoregolantesi come un corpo, da farti sentire dentro anche te che sei un ospite, ma senza esistervi, quando invece esisti e come.

La città e le persone, e poi se stessi. Lo status ignorato della vittima, questo sì che è un bel tema, e la penitenza e l’umiliazione che sì è vero ricorrono spesso, sembrano quasi meccanismi di relazione sociale, ma anche con le parti intime di sé, e vissuti lasciandosi attraversare senza mai tirarsi indietro, anzi quasi come un’affermazione. Leggendo li ho anche percepiti liberi da qualsiasi risucchio mistico o penitente, mi sono sembrati più simili a rappresentazioni pittoriche che arredano lo sfondo a cui siamo esposti, un qualcosa che ci accade realmente ma come se accadesse a un nostro diverso sé, stratificato in ere geologiche ed oniriche che non possono modellarci, tutt’al più scivolarci simbiotiche addosso, lasciando il nostro sé stratificato e senza la voglia di afferrarsi, ma soltanto guardarsi dalle sue stratificazioni, forse.

Una società, un corpo sociale – ecco l’ho detto, io è sempre qui che torno, allo sguardo sociale – dal punto di vista delle sue singole molecole, che non sempre trovano il modo di sedarsi e quando lo fanno o tentano di farlo o hanno il dubbio che sia stato fatto, si sentono un po’ come una casa terremotata messa in sicurezza, che da quel momento diventa, direbbe Augé, una sorta di non luogo. Le macerie che sopravvivono hanno sempre che non so di mediocre, che sopravvive.

C’è un modo per tirarsi fuori, o qualcosa che assomigli almeno a un tentativo? Forse: «Dovendo definire la mia esistenza in tre parole: narrazione non organica. Non riesco a percepire il senso che lega le cose. Il Grande Disegno. Lo Scopo. Però parlando di narrazione non organica non mi metto nel ruolo del personaggio ma in quello del narratore: curiosamente non riesco a dare a un’entità superiore le colpe dell’insignificanza della mia esistenza… Ogni avvenimento è parte di una specie di rebus: raccontando la vita nella giusta maniera la soluzione a questo ci verrà svelta. Sono io, narratore mediocre, che non riesco a dare un senso…»  Ma questa forse è anche una dichiarazione troppo esplicita, messa lì magari proprio per sviarci in qualche modo l’attenzione,  dovrebbe esserci ancora altro di più nascosto, là dentro, che non desta subito attenzione perché quasi non si sente, come un debole ma presente miagolio muto… ma allora esiste davvero il piccolo alieno?

Annunci
Pubblicato in LIBRI | Lascia un commento

Dove si trova il punto di non ritorno?

“Qualcosa, là fuori” di Bruno Arpaia, Guanda. (non una recensione ma un po’ di pensieri sparsi).
Romanzo distopico o reportage in anteprima? Ad una certa epoca della storia, mi pare nell’anno 2038, un certo capitano dell’incrociatore Ardito “… era diventato famoso perché era stato il primo a dover eseguire l’ordine di sparare a vista sui barconi degli immigranti. Il numero dei morti non era mai stato accertato.”
Quando questo evento – sparare a vista – accadrà per davvero per la prima volta, mi veniva da chiedermi mentre leggevo, ora nell’estate 2017, nella quale mi pare siamo entrati nell’era dei “respingimenti umanitari”?

È ottimista o pessimista Arpaia a immaginare che occorreranno ancora altri venti anni circa per un evento del genere? Sono oramai diversi anni che è stata coniata l’espressione “migranti climatici” e che vari rapporti ci offrono previsioni di 300 o 500 milioni di persone direttamente coinvolte entro il 2050. Bruno Arpaia nel suo romanzo si spinge ancora oltre di circa una ventina di anni.

M’è venuto in mente più volte, mentre leggevo, il Furore di Steinbeck. In quel caso il romanzo nasceva davvero dai reportages scritti, un paio di anni prima per un giornale americano, sulla grande fuga o espulsione dei contadini dalle campagne del Midwest verso la California, terra promessa che non mantiene le sue promesse ma erige barriere, anche senza ricorrere alla scusa del colore della pelle, della fede religiosa o della diversità di lingua. Furore è una grande anticipazione di tanti temi odierni, che viviamo in altre forme e non ne cogliamo o non vogliamo coglierne i nessi nelle nostre percezioni quotidiane, o perfino nelle nostre analisi sulle origini dell’odio, e del razzismo, che sembrano crescere sempre più e ci chiediamo quasi increduli da dove nascano. “Prima gli italiani” e “aiutiamoli a casa loro” sono i mantra sempre più diffusi dei “respingimenti umanitari”, sembrano essere proprio questi pensieri, portati alle estreme conseguenze, in azione nel romanzo, ma qualsiasi gruppo che si rinserra e si chiude lungo il suo cammino troverà sempre anche al suo interno altri da dover lasciare indietro, per non pregiudicare la salvezza di tutti: “…diceva di radunare soltanto i feriti in grado di camminare e di partire subito.”

“In che razza di società vivremo” scriveva già una decina di anni fa Laura Balbo in un’analisi sul nuovo razzismo incipiente, ed ebbi poi l’occasione anche di ascoltarla direttamente, allora, durante “I dialoghi mediterranei”, giornate di confronto sulla nostra epoca, immersi in un atmosfera molto piacevole, nel caldo moderato del sole di settembre, dentro il bianco Castello di Trani, dove gli incontri erano stati organizzati. Leggo nel romanzo di Arpaia: “Il periodo più felice della loro vita era passato, ma naturalmente non se ne accorsero subito. Nessuno si accorge mai dei punti di svolta della propria esistenza, nessuno li avvisa in tempo e ci si prepara, ammesso che sia possibile prepararsi, ammesso che la vita non sia sempre una battaglia persa.”

Il reportage di Bruno Arpaia, che ha preceduto e accompagnato la stesura del suo romanzo, è raccontato da lui stesso, oltre che direttamente nelle pagine del romanzo, nella nota di avvertenze alla fine, in cui cita i report che ha studiato ed elenca la bibliografia consultata come si fa nella stesura di un saggio, ma poi da narratore non si limita agli studi scientifici, vi include anche i romanzi che dice di avere anche citato, e la lingua che usa è appunto quella della narrativa e del racconto, l’unica che consente di non limitarsi alla descrizione, seppur puntuale, dello scenario ma di entrarci dentro.

Mi viene sempre in mente, in questi casi, di quando da piccolo fingevo di entrare dentro i quadri e inoltrarmi lungo le stradine dei paesaggi sullo sfondo, che sparivano dietro curve alberate, per camminarci dentro e vedere e ascoltare dall’interno, immaginarne anche i suoni e i ritmi, l’aria, e può essere anche faticoso, come deve essere stato in questo caso torcere l’immaginazione per riportarla con i piedi a terra: “… allargò le narici incredulo: era una brezza, un movimento d’aria quello che sentiva? Rimasero tutti pietrificati a fissare le nubi che sembravano avvicinarsi veloci. Nel cielo si scarabocchiò una linea frastagliata, il graffio di un fulmine lontano, pieno di screziature viola. Sentirono un odore di ozono, sentirono l’eco flebile dei tuoni…”

Sono tanti i temi o le citazioni che mi vengono in mente, credo che nel romanzo ce ne siano tante per tanti diversi lettori, ciascuno libero di cogliere con la sua propria sensibilità. Uno in particolare mi preme accennare, la Cassandra di Christa Wolf, citando ancora dal romanzo di Arpaia: “A volte, pensò Livio rialzandosi, ci sono cose che uno preferirebbe non capire, perché capirle significava anche sapere senza scappatoie che disastro siamo.” 

Elias Canetti, da quanto posso comprendere scorrendo la sua analisi Massa e potere, definirebbe il gruppo raccontato da Arpaia una massa chiusa, che si rinserra e si preserva rinunciando a crescere pur di restare compatta, o forse ancora di più una massa lenta, che è disposta a piegarsi e accettare di restare compatta e compressa rinviando tutto ciò che le rimane ad uno scopo lontano – c’è un po’ il tema arcaico della terra promessa –  una massa nella quale possono sopravvivere anche sprazzi di individualità, nei quali continua a contare, un po’, anche il presente, il qui ed ora, il senso di un ricordo o anche solo di un cenno scambiato in assenza di parole che stentano a prendere forma. In attesa forse di nuovi legami, quando la massa si disgregherà, giunta forse di fronte al suo scopo.

Ma più che gli sprazzi di individualità, il motore vero – perché non esiste mai la staticità in questo romanzo, neanche nelle soste, esiste sempre una specie di rumore di fondo – credo che sia nel cammino, sta nel camminare l’ultima vera risorsa per arrivare fino al Mar Baltico per chi ce la farà: una lunghissima camminata a piedi, in colonna, incessante, un passo dopo l’altro, dall’alba al tramonto, o di notte, sono i piedi di tutti che tutti insieme camminano, è il terreno sotto i piedi che sentono camminando, ciascuno il suo tonfo frammisto al respiro. È il rialzarsi in piedi dopo ogni sosta che da il ritmo -come fosse un senso che deve comunque esserci da qualche parte: è a questo che si riferisce il titolo ‘Qualcosa, là fuori’ ?-  a tutto ciò che avviene dopo aver superato il punto di non ritorno, che chissà quando è avvenuto di preciso?

 

Pubblicato in LIBRI | Lascia un commento

Ci vuole una musica per questa terra

Oramai mi sto convincendo che ci vuole una musica per questa terra. E non mi riferisco ai concerti di Risorgi Marche, ogni analogia è puramente casuale (ho partecipato anch’io a uno di questi concerti, scherzando ho sottolineato a chi me lo chiedeva che mi avevano recintato dentro e dunque non potevo scappare. Eravamo sui campi aperti sopra Rubbiano, avevano da poco falciato il grano, un balcone naturale aperto verso tutte le parti, tanto sole e cielo sulle pendici della Sibilla, poco più in là la Regina e nascosto in mezzo a loro l’Infernaccio, chiuso sotto le frane dei recenti terremoti. Mi sembrava questo il vero concerto, senza togliere nulla a chi con la sua presenza, reale e non di maniera, lo rendeva possibile questo altro concerto dei luoghi, capace di dare un senso all’arrivo di tanti).
Ci vuole una musica perché se è la poesia a estrarre le parole dalla nostra vita di ogni giorno, poi è la musica a farle volare nell’aria. Ripensando ai tamburelli suonati dalle fate discepole della Sibilla dei miti, o alle musiche delle nostre contrade più remote, remote come i meandri delle nostre vite, mi chiedo non soltanto come o cosa suonavano ma che cosa cantavano, a quali parole davano la forma delle ali per volare.
Chiacchierando con un amico musicista, affacciati ad un balcone di Balzo di Montegallo, con la montagna e le sue valli di verde davanti a noi e il paese silenzioso e vuoto alle nostre spalle, ho scoperto che la nostra musica popolare un tempo, forse un paio di secoli fa, era più ricca di suoni e strumenti, volavano nell’aria ad esempio i suoni delle corde dei violini, capaci di una continuità ed estensione che affonda forse proprio nei meandri di quelle valli simili ad una pelle del paesaggio. L’organetto arrivò dopo, ritrovandosi presto quasi da solo come un custode di echi più ampi, facendo del suo meglio per contenerli tutti.
Cerco quasi di rievocarli nella mente, quei suoni di corde che piangono e ridono, come se dovessi estrarli insieme alle parole che talvolta vado cercando per raccontare storie, ricercando sensi, ma la musica io fatico ad afferrarla.
La musica ho sempre immaginato che sia nelle mani del musicista prima che in altri spazi della mente. Ricordo un giorno mio padre, gli avevamo regalato a sorpresa per i suoi ottanta anni un mandolino. Da ragazzo, in quelle feste che si spargevano sulle terre delle nostre campagne, quando al riparo della notte  le fatiche del giorno si scioglievano in balli ritmati da stornelli, mio padre suonava il mandolino. Me lo hanno raccontato io non l’ho mai visto, e ascoltato, quando nacqui lui era già adulto di quasi mezzo secolo di vita. E il mandolino non lo toccava già più e non lo toccò mai fino al giorno della sorpresa. Lo prese in mano commosso e poi come forzando una specie di pudore – se avesse avuto un cappello in testa se lo sarebbe tolto come si usava entrando in un luogo importante, di rispetto, con il passo incerto – e quel giorno anche lui con il gesto incerto aveva preso in mano il mandolino e poi aveva mosso la mano a ripetere alcuni antichi accordi custoditi nella sua memoria. Una memoria che aveva custodito nelle mani, mi resi conto guardandolo.
La musica è nelle mani che danzano nell’aria e sulla superficie degli strumenti, dev’essere per questo che lo strumento o gli strumenti di un musicista sono spesso prolungamenti della sua persona, simbiosi di quelle memorie anche quando il musicista non c’è più.
Ci vorrebbe una musica per queste terre, pensavo, e poi vengo a scoprire che qualcuno ci aveva anche pensato davvero, senza girarci sopra con le parole come faccio io ma ‘musicando’ direttamente, e con un progetto di agrimusicismo che in questo istante sembra tristemente spezzato, ma chissà…. chissà.
La poesia estrae le parole e la musica le fa volare, dicevo. Sì, mi sto convincendo che ci vuole una musica per questa terra, per far tornare a volare le parole e dare una nuova consistenza al silenzio che ho ascoltato passandoci dentro in questi giorni.
Io al mio solito sono passato di qui per pochi giorni e come un turista distratto, anche se ho già abbastanza età per avere sperimentato più volte che mai nulla avviene davvero per caso. Ma sempre distratto resto, perché non è qui che si sono formate le mie esperienze quindi tutto ciò che di nuovo mi sembra di sperimentare è soggetto a chissà quali mie suggestioni nascoste dentro di me. Lo so, o credo di saperlo.
La sensazione maggiore che ho di questi giorni trascorsi qui, ora che alle sei di mattina un gallo canta a squarciagola anche se soltanto a me e pochi altri in questo luogo di campagna sulle pendici della Sibilla dove mi sono fermato, la sensazione maggiore che ho di questi giorni è proprio il silenzio.
Bisogna camminarci dentro il silenzio, invidio chi è capace di farlo.
Il silenzio delle tante frazioni, borghi o paesi vuoti che ho attraversato, case messe in sicurezza e persone portate al sicuro altrove, strade spesso deserte, qua è là qualche cane che si è abituato a dormire sull’asfalto, e ti guarda passare restando in silenzio. Ieri sera dalle parti dei prati di Ragnolo all’ora del tramonto, c’era un falchetto a terra sull’asfalto, che mi fissava senza muoversi. La mattina prima un falchetto mi aveva osservato immobile dal cielo mentre fotografavo i ruderi silenziosi della chiesa di Santa Maria in Pantano: mi auguro che le lascino lì per sempre quelle macerie, senza toccarle più, patrimonio dell’umanità, testimoni esemplari di quella che in molti ora chiamano strategia dell’abbandono (la chiesa è venuta giù definitivamente con la neve e le scosse di gennaio, e da agosto era stato chiesto più volte di metterla per tempo in sicurezza).
Il silenzio è importante e ha una sua forza che dobbiamo imparare a conoscere, l’ho capito l’altra sera mentre fotografavo il simbolo della vita sulla parete esterna della chiesa di Santa Maria in Casalicchio, lungo la strada per Foce di Montemonaco, con la facciata rivolta su verso la corona della Sibilla, che domina anche questa valle. Nel momento in cui scattavo la foto ricevo un messaggio, mi dicono che tra gli artisti selezionati per Land Art 2017 alla gola del Furlo – una bellissima Gola, qui l’analogia c’è ed è reale – c’è un’ artista che si è ispirata per la sua “custode della sassaia” al verso di una delle canzoni che ho scritto per il mio libro di racconti contadini: “la memoria è come un sasso, quando ti colpisce non puoi trattenerla, con gli altri tu devi dividerla, se vuoi usarne la forza”.
Il silenzio è importante, dice più di mille parole, di queste parole che occorre tornare a estrarre con cura dalla vita quotidiana, è un silenzio che contiene già la sua musica, ci vuole una musica per questa terra, per far volare di nuovo le parole.

Pubblicato in Sibillini | 2 commenti

Siamo tutti neri

Il 5 luglio “Fermi contro il razzismo”, ad un anno dall’uccisione del richiedente asilo Emmanuel Chidi Namdi.
Ventotto anni fa, ottobre 1989, ero a Roma alla prima grande manifestazione contro il razzismo, un corteo enorme, delegazioni da tutta Italia, presenti anche tantissimi gonfaloni dei Comuni portati da vigili urbani dalle mille divise e accompagnati da tante bande musicali dai tanti paesi di cui è ricca l’Italia. Allora a Villa Literno era stato assassinato Jerry Essan Masslo, un sudafricano scappato dall’apartheid per ritrovare il razzismo in Italia. I segnali del razzismo c’erano già tutti, e anche le connessioni con il caporalato e lo sfruttamento. Eppure l’abbiamo sottovalutato o comunque non affrontato in modo adeguato. E la situazione progressivamente è degenerata, sembra quasi che oramai ci stia sfuggendo di mano, da merce da usare strumentalmente sul piano della politica per ottenere facili consensi pare che stia diventando un vero e proprio bottino di guerra  verso cui correre per appropriarsene.

Il razzismo, leggevo molti anni fa in un testo di sociologia, è insito in modo naturale in ciascuno di noi, bisogna rendersene conto per controllarlo.
Mi sono occupato di intercultura e accoglienza per una ventina di anni, iniziando allora non solo da buoni propositi umanitari, di cui certe volte sottovalutiamo il lato retorico e il velo di razzismo potenziale che vi si nasconde, ma mi accostai a queste tematiche spinto da eventi di guerra, alla fine degli ottanta con la prima intifada palestinese, un conflitto con molti aspetti tragici, e qualche anno dopo con l’inizio del conflitto nella guerra di ex-Jugoslavia, come allora chiamavamo questo paese senza distinzioni, anche per una incapacità diffusa a coglierne differenze e ricchezze interne.
Un’intercultura, la mia, che si interrogava sul conflitto e sull’odio, e dell’accoglienza cercava di intravedere le complicazioni concrete al di là delle buone parole, e di queste buone parole tentava una lettura meno ovvia, districandosi tra i duplici significati di integrazione, tolleranza, diversità e così via.
Ricordo che al mio primo seminario di  formazione con un gruppo di insegnanti in una scuola elementare, mi presentati con il dizionario di lingua italiana.

Il razzismo, dicevo sopra, è insito naturalmente in ciascuno di noi, come una diffidenza individuale; il confronto con il prossimo non è mai scontato e va riguadagnato ogni giorno con un’attenzione continua.
Il razzismo inizia a diventare pericoloso, cioè a innescare odio, quando da individuale diventa sociale, si iniziano a condividere stereotipi ai danni di minoranze, convinzioni basate su percezioni distorte della realtà.
Il razzismo inizia ad accrescere ancora di più la sua pericolosità sociale, cioè a promuovere odio, quando dei gruppi organizzati iniziano ad assumere come bandiera questi stereotipi ai danni di minoranze amplificandoli di proposito, costruendo narrazioni distorte della realtà, cercando di assumere queste narrazioni distorte come il modo comune di guardare e interpretare i messaggi, a loro volta già distorti, che ci raggiungono. Come nella schizofrenia, ci giungono messaggi distorti, semplificanti e sbrigativi, soprattutto contraddittori, che saltano passaggi logici, non ci aiutano a districarci nella complessità sociale che ci circonda.
Diminuiscono anche le parole a nostra disposizione. Dal linguaggio degli ultimi decenni è scomparso tutto ciò che aveva a che fare con il conflitto sociale e il suo ruolo di mediazione e ricomposizione degli interessi  per raggiungere equilibri sociali più avanzati; è scomparso il concetto della solidarietà tra gli esclusi, la partecipazione intesa come osservazione critica è annullata dal consenso, le crisi economiche sono raccontate come se scaturissero da chissà quali complicati algoritmi tecnici che una mano più malvagia delle altre ha alterato, oppure vendute come opportunità che a loro volta nella nostra esperienza quotidiana non esistono. Come nella schizofrenia reagiamo dissociandoci.

Il razzismo diventa davvero pericoloso, cioè inizia a normalizzare l’odio, quando da sociale diventa politico e tenta di farsi sistema, entra nel linguaggio della politica, si infiltra nei comportamenti istituzionali o nelle interpretazioni di normative e leggi, cerca giustificazioni in nome di un realismo frutto di una percezione distorta della realtà, improvvisa ogni giorno soluzioni presentate ogni volta come la soluzione di tutto, accusa gli altri di essere “buonisti”, ingenui o addirittura compartecipi di chissà quali traffici occulti e  pronti a svendere il proprio paese. Argomentazioni che sempre meno cercano il dialogo e sempre più spazzano via o mettono al bando chi la pensa diversamente.  Quando mi occupavo ancora in modo attivo di intercultura, uno dei testi che tornavo a consultare più spesso era Cassandra di Christa Wolf, la sua rilettura del mito antico che più mi affascina. Un po’ come gli artisti, che diventano veggenti loro malgrado, solo perché sono resilienti ad una percezione distorta dei segnali che vengono dalla realtà: la nostra resilienza individuale è fondamentale.

Raccontare in modo corretto la realtà, e soprattutto raccontarla dialogando altrimenti a chi la raccontiamo: a noi stessi? Sembrerebbe una battaglia persa già in partenza nell’odierno mondo dei social e dei media pigliatutto, ma anche qui forse più che da astrusi algoritmi dipende da questioni di potere o di stereotipi sempre più consolidati. La resilienza individuale di tanti deve essere però sostenuta e non ostacolata, deve essere valorizzata e presa ad esempio,  la realtà deve essere raccontata per quello che veramente è, nella sua complessità, per aiutarci a capirla e non a confonderci, per tornare a ridurre la differenza tra una percezione distorta e ciò che realmente accade.

Emmanuel con la sua compagna Chinyery

 

Pubblicato in Altro | Lascia un commento

I martiri del XX giugno ricordando Regeni

Le memorie di ieri per costruire le memorie di oggi. È una frase che mi capita di pronunciare abbastanza spesso, ultimamente, quando ho occasione di raccontare le storie delle lotte contadine di ieri per ricordare e porre meglio all’attenzione le lotte di oggi.

Ieri sera questo tipo di sguardo è stato proposto magistralmente da Luigi Manconi, con un discorso appassionato, lineare e coinvolgente, seguito da tutti con la massima attenzione, quando ha collocato sullo stesso piano emotivo e politico le torture subite dai 7 ragazzi martiri il 20 giugno ’44 a Jesi e le torture subite dal giovane Giulio Regeni, nato 44 anni dopo l’eccidio di Jesi, e torturato e ucciso all’età di 28 anni, un’età di poco superiore a quella dei ragazzi martiri, di fatto un loro coetaneo.
Non è una forzatura accostare questi episodi, ha specificato Manconi, ma esattamente il contrario, perché chi perde la memoria dei fatti di ieri è condannato a ripetere gli stessi errori, orrori e dolori del passato.  L’anno in cui è nato Giulio Regeni è lo stesso in cui il nostro Stato ratificava la convenzione internazionale contro la tortura, eppure dopo quasi trenta anni una legge non c’è e per di più quella che tra poco potrebbe essere approvata si presenterà snaturata e privata dei suoi connotati di significato. “Un paese che ancora non è stato in grado di produrre una legge degna di questo nome non ha nemmeno l’autorevolezza per ottenere dal governo egiziano che si renda giustizia e verità a Giulio Regeni” ha sottolineato Manconi. Se gli autori delle torture e dell’eccidio di Jesi del giugno ’44 sono rimasti impuniti, occorre che non restino impuniti anche i responsabili della crudele morte riservata a Giulio Regeni.

Questo è stato il filo conduttore dell’intervento di Luigi Manconi, per sottolineare come le memorie di ieri ci possono aiutare a unirci sui temi importanti di oggi, della convivenza democratica nel rispetto dei diritti umani, e dunque la Resistenza non sia affatto una memoria  divisiva e da superare, come  invece cercano di attaccare i revisionisti di sempre, i mestatori odierni di odio, gli stessi che voteranno contro la legge del reato di tortura non perché il testo sia stato snaturato dalle mediazioni e scambi politici al ribasso, ma perché invece quella pratica comunque non la disdegnano.

L’intervento di Luigi Manconi era stato preceduto da un altro oratore, Riccardo Ciampichetti, molto giovane, coetaneo dunque dei ragazzi che eravamo lì a ricordare, uno studente del liceo il quale, come ha detto lui stesso, ha conosciuto questa storia dei martiri del XX giugno solo lo scorso 24 aprile, alla vigilia dell’importante corteo che ogni anno si tiene in città, e allora in questi mesi ha fatto una sua ricerca, si è documentato e ieri sera è stato affidato a lui il compito di ricostruire quella storia, e lo ha fatto con un linguaggio asciutto preciso e già sicuro, e per questo ancora più efficace.

Entrambi gli oratori erano stati introdotti dal Sindaco di Jesi Massimo Bacci, che poco prima aveva deposto una corona in ricordo dei 7 ragazzi martiri, al termine del corteo che ogni anno percorre un tratto della campagna di via Montecappone fino al monumento realizzato sul luogo dell’eccidio. Come sempre, un folla numerosa con persone di tutte le età, insieme all’Anpi di Jesi.

(Alcune commemorazioni degli anni precedenti)

 

 

 

Pubblicato in memorie e dintorni | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Mille persone in meno tra i 26 e i 40 anni di età

Jesi: Tendenze anagrafiche, uno sguardo veloce ai dati delle iscrizioni anagrafiche raccolti dall’Istat: in cinque anni mille persone in meno tra i 26 e i 40 anni di età.

(Alcune curiosità guardando molto velocemente tra i dati delle iscrizioni anagrafiche, con tutte le cautele del caso e gli approfondimenti, verifiche e risontri ulteriori che sarebbero necessari per una valutazione più ponderata)

A Jesi nei cinque anni tra il 1 gennaio 2012 e il 1 gennaio 2016 la popolazione residente è aumentata di 200 unità, pari allo 0,5%: addirittura una leggera crescita. Ma che cosa c’è dentro questo totale? Intanto i residenti con cittadinanza italiana sono diminuiti di 610 unità, più che sostituiti da 810 residenti senza cittadinanza italiana, saliti dal 9.5% all’11,5% del totale; ma si tratta di un rimpiazzo solo apparente, o parziale.

I mutamenti sono ancora più significativi e preoccupanti se guardiamo la struttura per età. Le classi di età dai 26 ai 40 anni diminuiscono in soli 5 anni di quasi mille unità assolute, di cui 1.030 con cittadinanza italiana, sostituiti solo parzialmente da non italiani, appena 147 in più (tra l’altro, tra i cittadini italiani, sono compresi anche gli “ex stranieri” che nel frattemmpo hanno ottenuto la cittadinanza). Dove sono finite queste mille persone che non ci sono più? Occorre un’analisi più approfondita, per distinguere chi è andato letteralmente via per cercarsi magari un lavoro in un altro paese europeo, e quanto invece incide il fatto che a mano a mano che questa classe di età invecchia, viene sostituita dalle classi più giovani, meno numerose.

Il tasso di dipendenza, che misura il peso della popolazione non in età da lavoro (sotto i 14 anni e sopra i 65) su quella in età da lavoro (da 15 a 64) in soli cinque anni è cresciuto, calcolandolo solo sui residenti con cittadinanza italiana, di ben 4 punti, quasi un punto all’anno; se inseriamo anche i residenti senza cittadinanza, il tasso registra comunque sempre una crescita significativa, di 2,8 punti.

Insomma, il contributo dei residenti senza cittadinanza, se da un lato consente di mantenere più o meno stabile la popolazione totale, non è in ogni caso sufficiente per mantenere stabile il tasso di dipendenza, dato il veloce invecchiamento della popolazione.

Questo tipo di fenomeno è probabile che si aggravi ancora nei prossimi anni, a cusa sia di una progressiva minore iscrizione di nuovi residenzi stranieri, sia per la tendenza di giovani in età di lavoro di andare via, sia soprattutto per la minore numerosità delle classi di età più giovani che nei prossimi anni dovranno rimpiazzare quelle che nel frattempo invecchiano.

Per contrastare questo fenomeno occorre una maggiore capacità di attrarre nuovi residenti, con tutto ciò di complesso che questo concetto può contenere.

Pubblicato in Altro | Lascia un commento

Teatrando, il gioco del teatro

Venerdì 2 giugno ci siamo esibiti al Teatro Ferrari di San Marcello con una performance dal titolo “Una giornata normale”, giocando disinvolti con il titolo di un importante film, “Una giornata particolare” di Ettore Scola. Una semplice e bella citazione, che ci piaceva fare, niente di più, giocando, come era nel titolo del laboratorio organizzato dall’Arci nel corso dell’anno e condotto da Maria Grazia Tiberi, intitolato appunto “Il gioco del teatro”. E quando si gioca l’importante è divertirsi, senza mai dimenticare che il gioco per funzionare e divertire davvero attraverso le finzioni che si mettono in campo, deve essere vero e non finto. E quindi noi, pur non essendo attori e pur restando ben consapevoli che non basta certo questo per diventare attori, abbiamo giocato a costruire una performance vera, che si sarebbe conclusa su un vero palco teatrale.

Il gruppo si era già formato nel precedente anno, sempre all’Arci e sempre sotto la guida di Maria Grazia Tiberi, “la maestra” come scherzando l’abbiamo sempre chiamata, con un corso di dizione e sviluppo della voce che già lo scorso anno si era concluso con la performance di letture ed animazione “Parole e letture in metro”, sempre sul palco del Teatro Ferrari di San Marcello, seguita poi da una replica estiva a Jesi in piazza delle Monnighette.

A questo “debutto” sono seguiti nei mesi successivi anche diversi interventi di lettura: alla rassegna “Letti di notte” presso la libreria dei ragazzi; agli incontri letterari “Le Marche in Biblioteca” presso la Planettiana; alla Casa delle Culture insieme ad un gruppo di rifugiati nella giornata dedicata ai migranti il 20 dicembre scorso; alla Biblioteca La Fornace di Moie per la giornata “LeggoNoRogo” il 10 maggio, e altre occasioni ancora, tutte di impegno e di promozione culturale.

Intanto avevamo anche iniziato la seconda annualità del nostro laboratorio, aggiungendo qualcosa di nuovo alla dizione e alla lettura, mentre in Arci i laboratori addirittura raddoppiavano: mentre noi inziavamo il nostro secondo anno con “Il gioco del teatro”, in parallelo un secondo gruppo di aspiranti lettori iniziava il suo primo corso di dizione e sviluppo della voce, anche questo poi concluso con successo con una performance lo scorso mese di maggio qui a Jesi, a Palazzo Santoni, intitolata “Donne a casa”.

Insomma, la cornice della nostra performance “Una giornata normale” è questa, per nulla improvvisata o casuale, tanto per riempire il tempo, ma inserita in un progetto che ha richiesto costanza e continuità e impegno dei partecipanti, e la scoperta graduale giorno dopo giorno che il senso di ciò che si fa siamo noi stessi a costruirlo giorno dopo giorno, non esiste prima di noi come una ricetta da applicare ma lo ritroviamo invece dentro il risultato che insieme abbiamo realizzato. Sempre giocando, mai dimenticare questo, perché poi l’impegno è impegno e non sempre tutto fila liscio via tranquillo, ci sono sempre come in tutte le cose momenti più critici, impasse, piccoli incidenti da risolvere o riassorbire, e il gioco aiuta, non è futile, crea interazione, si dice appunto “mettersi in gioco.”

All’inizio abbiamo individuato l’idea da sviluppare, e con questa in testa ci siamo misurati con la costruzione dei personaggi, scegliendoli collettivamente, quasi un gioco da debuttanti allo sbaraglio nel quale ciascuno è stato messo in mezzo e gli altri attorno gli affibbiano caratteristiche, tic, difetti, si gioca perfino ad aggredirlo. Ce n’è per tutti ed è un modo molto democratico di ricavarsi un ruolo, tutti alla pari senza nessuno che prevarichi o si trinceri nelle sue difese, come avviene di solito nella realtà, ma sviluppando poi nelle interazioni con gli altri il modo di ciascuno di entrare nel proprio personaggio. È un’esperienza interessante.

Le interazioni da sperimentare si sono ispirate all’idea iniziale della situazione che volevamo costruire, e così improvvisando è nato un canovaccio da seguire, di cui poi mi è stato assegnato – io sono “lo scrittore” del gruppo – il compito di fissarlo in un copione. Ma è nato con questo ordine, in modo del tutto collettivo, e ha continuato anche ad arricchirsi nel corso delle prove con tutte quelle piccole variazioni che ciascuno vi ha introdotto, qualcuna addirittura mentre eravamo sul palco con il nostro pubblico, composto da amici, parenti, un po’ di curiosi, quanto basta per ritrovarsi con una platea che ha partecipato bene al nostro divertirci sul palco. Si sentiva.

L’idea che abbiamo sviluppato, suggerita da Maria Grazia Tiberi, che ci ha guidato in questo percorso mentre costruivamo il tutto insieme a lei, poteva essere anche banale: si susseguono alcuni quadri, prima una scolaresca assai vivace e particolare e un bisbetico professore che vorrebbe far bere i libri con l’imbuto, poi dei tranquilli, ma fino ad un certo punto, giochi di mimo citando film, infine una “Tribuna illetterale dove nulla deve essere preso alla lettera” con assai improbabili rappresentanti del popolo che si lanciano in discorsi che sembrano incomprensibili, mentre in realtà sono citazioni di famosi testi filosofici e letterari o di veri politici, il tutto tra gag, sorprese e giochi prima di ritrovarli alla fine tutti con un bel camice bianco in fila per ricevere la dose giornaliera di tranquillante. Insomma, si trattava soltanto della solita giornata normale, ricca soltanto delle cose eccezionali che ha saputo mettere in campo.

Personalmente avevo iniziato questo percorso, nel primo anno, interessato soltanto alla dizione e allo sviluppo della voce, perché avevo scoperto il piacere della lettura ad alta voce e volevo approfondire, e forse resterà questa, la lettura, l’attività principale  del nostro gruppo che nel frattempo abbiamo chiamato ArciVoce, ma non è detto che ci si fermi qui; in realtà non conosco ancora le aspettative di ciascuno perché tra di noi non abbiamo mai discusso davvero di questo, ma ora credo che siamo pronti per farlo.
Ma forse non si tratta nemmeno di scegliere tra “leggendo” o “teatrando” in un modo rigido; mi rendo conto, infatti, dopo averli sperimentati entrambi, che “leggere” e “recitare” sono due linguaggi ben distinti, con regole e potenzialità diverse, che però si arricchiscono reciprocamente se si ha consapevolezza di entrambe le possibilità.

Mi sono reso conto che leggere non è più facile perché non devi impararare il testo a memoria, perché ti resta sempre da interpretare il modo di relazionare tu che leggi al testo che leggi, e mi sono reso conto che recitare consente anche delle libertà in più, o di tipo diverso, che non hai leggendo ma nascono dalla interazione con gli altri sul palco, o forse soprattutto dal calarsi dentro il personaggio, che non è mai uguale ma ti riserva sempre qualcosa in più. Qando provi, sì, lo fai per rafforzare la memoria, assimilare i tempi, metterti a tuo agio, ma in realtà anche per acquisire la consapevolezza che ciò che ripeti non è mai esattamente uguale, c’è sempre qualcos’altro, nell’emozione, nel tono e nel senso.

(Sul palco, seguendo l’ordine della foto in alto: Rosella Canari, Agnese Cesaroni, Manuela Carotti, la coach Maria Grazia Tiberi, Cristina Corsini, Lori Barboni, Tullio Bugari, Matteo Tiranti).

Pubblicato in teatro | Lascia un commento