Il sentiero della transizione

Schermata-2015-06-22-alle-10.25.34Note a margine personali, sfogliando il libro “Verde Cortina, da Lubecca a Trieste sui confini della guerra fredda”, di Matteo Tacconi e Ingazio Maria Coccia, Capponi Editore, chiedendomi: dove “la cortina di ferro” incrocia “la rotta balcanica”?

“Sankt Margarathen im Burgenland Non è solo cave e lirica. C’è una dote storica più recente. che merita di essere raccontata. Tra la fine dell’estate e la prima parte dell’autunno del 1989 questo centro urbano vide transitare molti tedeschi dell’est. Erano in vacanza in Ungheria (la gente dell’est villeggiava nei paesi comunisti fratelli) e proprio in quei mesi s’aprì ilconfine con l’Austria. In tantissimi si riversarono dall’altra parte e trovarono, passando anche da Sankt Margarethen e risalendo in treno fino a Vienna, la via della Germania Occidentale. La molla che fece scattare quell’esodo fu il “pic nic paneuropeo”, iniziativa lanciata il 19 agosto di quell’anno dall’opposizione ungherese, ma appoggiata dai comunisti riformisti al potere a Budapest, decisi a percorrere il sentiero della transizione e a sbarazzarsi della cortina di ferro.”

Scrive così Matteo Tacconi in  “Verde Cortina”.  Un reportage giornalistico e fotografico viaggiando lenti e dentro ai territori, per condividirli, dove ai testi di Matteo Tacconi si alternano, viaggiando insieme,  le foto di Ignacio Maria Coccia. Testi e foto che si guardano attorno insieme, senza commentarsi tra loro ma procedendo autonomi come due sguardi che esprimono  ciò che scrutano, e scoprono, usando ciascuno il proprio linguaggio. E probabilmente c’è ancora molto da scoprire: m’immagino sempre che chi compie esperienze come queste continui a scoprire cose nuove anche dopo, per anni, ogni volta che qualcosa gli offre la possibilità di tornare a quel viaggio, a ciò che si è scritto, visto, fotografato, e non solo perché non mai è possibile esaurire tutto in una volta sola ma anche perché quei luoghi, quelle ampiezze nello spazio e nel tempo, nel frattempo non stanno lì ferme ma continuano a muoversi. Di alcuni di questi significati, delle scelte del viaggio e all’interno del viaggio, delle foto scattate da Coccia, della storia di ciascuna e dietro ciascuna, dell’insieme del lavoro e del progetto, se ne è parlato qualche sera fa alla Biblioteca La Fornace di Moie, in una serata organizzata dal locale Fotoclub. O ne parlano nelle due introduzioni al libro Mara Gergolet e Renata Ferri.

A me stesso è venuto da chiedere, durante l’incontro in biblioteca, se durante il loro viaggio avessero percepito di più la sensazione del confine o della centralità. Mi sembrava una domanda perfino retorica e invece dalla risposta ho scoperto che queste due dimensioni dialogano tuttora fortemente tra loro.

Già prima dell’incontro, chiacchierando, ci era venuto da chiederci: dove “la cortina di ferro” incontra “la rotta balcanica”? E allora io stesso ci sono ritornato dopo, a casa, sfogliando di nuovo il libro, andando a cercare proprio il brano che ho citato sopra, e che qualche riga più avanti prosegue:
“Nei giorni successivi, migliaia di tedesco-orientali, molti dei quali accampati sulle rive del lago di balaton, furono raggiunti dalla notizia della fuga e accorsero nel distretto di Sopron. Tentarono di passare in Austria, ma vennero respinti. La situazione si fece abbastanza tesa. Finché Budapest, l’11 settembre, capì che tutta quella gente non poteva essere fermata.”

Sopron, se si guarda una mappa sembra quasi un’enclave, una lingua di terra ungherese che si aggancia dentro l’Austria, come se quei confini non dovessero mai sganciarsi. È sempre da qui che in questi giorni stanno passando e stanno tentando di passare migliaia di siriani, sotto gli sguardi delle telecamere di tutto il mondo (“Quel maledetto treno per Sopron” scriveva qualcuno), una spettacolarizzazione della fuga che nell’89 raggiunse la stessa intensità mediatica soltanto quando due mesi più tardi venne abbattuto il muro a Berlino. Allora uno spettacolo di festa, oggi il festeggiamento lo abbiamo visto solo chilometri dopo, all’ingresso dei fuggitivi alla stazione di Monaco. Magari applauditi dagli stessi tedeschi che ventisei anni prima erano riusciti a fuggire proprio dalla stessa via, lungo il sentiero della transizione.

Ecco dunque che confine e centralità, quando ci pareva di poterli distinguere, capita che invece si mescolino ancora, in questo momento, sotto i nostri occhi, e dunque abbiamo ancora molto da scrutare, esprimere, cercare da vedere. Ecco dunque che quella domanda: dove  “la cortina di ferro” incrocia “la rotta balcanica” non è poi così retorica o da giocarsi con una battuta ma si apre a significati che non è facile fronteggiare, richiedono tempo, di immergersi dentro come i due autori hanno fatto percorrendo la ex cortina di ferro. Non voglio aggiungere altro, se non una breve citazione dall’introduzione che Renata Ferri dedica in particolare alle foto: “Si osservano carri armati abbandonati sul ciglio di strade deserte, militi ignoti che sorgono dalle nebbie, stazioni e incroci ferroviari dove sembra che nessun treno sia più passato da anni. Dove siamo? Che anno è?”

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