Quale 9 novembre?

(Berlino, appunti vari di viaggio e FOTO)
Quale 9 novembre?, mi sono chiesto la sera stessa dell’arrivo a Berlino, camminando a piedi con degli amici sul ponte di Moabit, un luogo che ha a che fare con l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, il 15 gennaio del 1919. I miliziani dei Freikorps, o Corpi Franchi, come uno squadrone della morte li avevano presi dopo tre giorni di caccia, e dopo averli torturati finsero di portarli alla prigione di Moabit, ma li uccisero per strada. Rosa la gettarono in un canale come una desparecida, il suo corpo fu ritrovato oltre 4 mesi dopo, quasi irriconoscibile, ci fu pure chi dubitò che fosse lei.

I luoghi esatti in cui questa vicenda si sviluppò sono in altri punti della città, in particolare un hotel che oggi non esiste più, dove furono torturati, sull’altro lato di Tiergarten. Si chiamava Eden, come il paradiso perduto. Il ponte di Moabit forse c’entra soltanto per la sua vicinanza a questa prigione dove finsero di portarli, che sorgeva qui vicino, però è suggestivo camminarci sopra immaginando queste storie, nel buio della sera illuminato dalla lampade che qui sono a gas come un tempo.

Ci ritorno la mattina dopo e alla luce del sole posso ammirare anche il fiume, i vialetti alberati pieni di persone, molte in bicicletta. Nei pressi c’è il nuovo ministero degli interni costruito dopo la riunificazione, un palazzo moderno molto grande. Non si vede un poliziotto, attorno ci sono negozi e bar. È formato da due palazzi paralleli che su un lato si ricongiungono formando una enorme U, a simboleggiare appunto la riunificazione. Lungo il vialetto pedonale che gli passa sotto – accanto a un parco giochi, c’è ne sono molti a Berlino – ci sono statue, busti che ricordano personaggi importanti della Germania, in vari campi, dall’ex cancelliere Kohl, ad Albert Einstein o Walter Rathenau, ministro degli Esteri della Repubblica di Weimer assassinato il 24 giugno del 1922.

Già, Weimer. L’assassinio di Rosa e Karl fu l’epilogo tragico della rivoluzione di novembre, 1918, la cui data è fissata nel giorno 9 novembre, quando nel giro di poche ore furono dichiarate, nell’ordine: l’abdicazione dell’imperatore dal cancelliere Max von Baden, un civile incaricato da appena un mese e già dimissionario; la Repubblica costituzionale dal Vice presidente socialdemocratico della Spd Philipp Scheidemann, da un balcone del Reichstag e suo malgrado perché costretto di fatto da una folla armata di operai e soldati che lo acclamavano e invitavano a guidarli; la Repubblica socialista davanti al Castello di Berlino da Karl Liebknecht in piedi sul tettino di un’ambulanza della croce rossa, anche lui davanti alla folla armata di operai soldati e marinai che pattugliavano già la città e le altre città della Germania da alcuni giorni, costituendo ovunque Consigli degli operai, marinai e soldati, come i vicini soviet.

Karl Liebknecht arrivò due ore dopo l’annuncio della Spd, c’era caos in città e perse molto tempo prima di giungere dove lo aspettavano. Era uscito di galera dieci giorni prima grazie all’amnistia concessa da von Baden nel tentativo di calmare le acque. Invece Rosa Luxemburg era uscita di galera quella stessa mattina del 9 novembre. Entrambi arrestati due anni prima per le manifestazioni contro la guerra, mentre i socialisti, qui come in Francia, avevano votato a favore dei crediti di guerra. Dal 9 novembre al 15 gennaio trascorrono 67 giorni, quattro in meno di quanto aveva durato La Comune di Parigi 47 anni prima.

Ho l’impressione che sia una delle rivoluzioni meno conosciute dal grande pubblico, forse anche perché il governo da quel giorno fu guidato dal socialdemocratico Ebert, acclamato anche, come un Giano, presidente dei consigli operai, e perché a dicembre i socialdemocratici avevano anche avuto la maggioranza dei delegati al congresso dei consigli degli operai. La folla di operai soldati e marinai che pattugliava in armi le strade percepiva la Spd, la socialdemocrazia, come il proprio partito e governo di riferimento. Storia complicata. Gli spartachisti di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, insieme agli scissionisti dalla Spd, a dicembre si ritrovano in minoranza nel congresso nazionale dei Consigli che vota per il passaggio graduale ad una democrazia parlamentare, e non ci stanno, le piazze sembrano essere con loro, il 31 dicembre fondano il nuovo partito comunista, il KPD, e ai primi di gennaio proclamano uno sciopero generale che prende la forma di un’insurrezione. Contro il governo socialdemocratico. Il 15 gennaio i due leader vengono assassinati, il lavoro sporco per il governo del socialdemocratico Ebert lo fanno i Freikorps, le truppe franche dei volontari recuperati dalla reazione dopo l’ammutinamento dell’esercito. Diversi di questi volontari pochi anni dopo entreranno nelle SA naziste. Il 19 gennaio ci sono le elezioni dell’assemblea nazionale, il futuro parlamento, volute a maggioranza dal congresso dei consigli operai, i comunisti le boicottano, Rosa Luxemburg, ancora in vita, aveva dichiarato che il boicottaggio era un errore. Vincono le elezioni i socialdemocratici della Spd. Nasce così la Repubblica di Weimar, per una dozzina di anni si alterneranno al governo i socialdemocratici e altri partiti moderati o conservatori. I problemi che hanno davanti sono enormi. Nell’immediato tocca alla Spd firmare i pesanti accordi di pace e poi gestire gli indennizzi di guerra imposti dai vincitori, i militari in questo modo scaricano sui socialisti la disfatta sul campo di cui erano stati loro responsabili, e inventano lo slogan della vittoria mutilata: la guerra è stata persa per colpa dei socialisti, perché loro, i militari, erano sul punto di vincerla. Quando la Germania era collassata, l’esercito tedesco si trovava infatti in Belgio e nessuna truppa straniera era ancora entrata in Germania. Paradossi buoni per quella che oggi definiremo una fake news, ben utilizzata.

Sto esemplificando questa cornice storica, che in realtà è ancora più complessa.
La mattina dopo il mio arrivo vado a visitare al Museo di storia tedesca sulla Unter den Linden una mostra dedicata proprio alla repubblica di Weimar. Sugli spartachisti e la rivoluzione di novembre in verità non c’è quasi nulla, come una memoria ancora un po’ scomoda in questa città che per altri versi è assai ricca di memoriali. Mi spiegano che in realtà ci sono già state nei mesi scorsi altre mostre più specifiche e attente alle vicende che più attirano in questo momento la mia attenzione, organizzate direttamente dal Municipio o da associazioni. Ora devo accontentarmi di questa mostra, che trovo comunque assai interessante, sopratutto la parte dedicata alla vita quotidiana e ai “movimenti” – diremmo così oggi – per i diritti civili. In quegli anni funzionavano a Berlino circa 400 centri di consulenza e sostegno alle donne – le elezioni del 1919 furono le prime a suffragio universale -, movimenti per i diritti degli omosessuali, associazioni attive sulle questioni sociali, e inoltre un vero pullulare di attività artistiche.
Leggo anche testimonianze sulla violenza politica, furono oltre un centinaio i politici assassinati nei primi anni di Weimer.

Mi sembra un mondo dai grandi contrasti, tra la voglia esplosiva di libertà dopo il disastro della prima guerra mondiale e un lungo regime imperiale oppressivo, e un autoritarismo che non si è dissolto ma è ancora attivo nell’ombra a tramare con tutti i mezzi in attesa di tempi migliori. I debiti di guerra insostenibili, l’economia bloccata, la povertà che dilaga e l’inflazione che impazzisce, i disoccupati sono milioni, i bambini muoiono di fame.
Il 9 novembre – toh, ancora questa data – di quattro anni dopo, il 1923, a Monaco Hitler tenta il putsch, con lui c’è Ludendorf ex leader di quel Comando militare che aveva portato la Germania al disastro della guerra e poi aveva scaricato sui socialdemocratici l’onere degli accordi di pace. Di nuovo questa data del 9 novembre che ricorre. Hitler finisce in galera e decide che tornerà al potere per vie legali, gli sembra più conveniente, lo mette per iscritto nel Mein Kampf, la sua strategia sembra molto chiara.

Visitando la mostra trovo anche molti cartelli su personaggi importanti del mondo dell’arte. L’espressionismo, il dadaismo, la fotografia, il cinema. Scopro che si tratta di un periodo storico estremamente creativo, in più direzioni, e mai per una fuga dalle difficoltà ma sempre con una forte sensibilità sociale e politica. Vedo alcune opere di John Heartfield, importante autore dadaista, con i suoi collages e montaggi dal forte contenuto satirico, contro i nazisti in ascesa. E poi cartelli su Bertoldt Brecht e altri ancora. Percepisco che furono anni di grande creatività e vitalità, di un’intensità che raramente si riesce a raggiungere in un paese o in un periodo storico, e fortemente immersi nella realtà. Cultura e Storia sembrano un tutt’uno, la consapevolezza di un presente che sa già di far parte della Storia, ancora prima di compiersi. Non dev’essere stato facile sopportare allora tanta intensità, viverla addosso, sentirne la forza, e anche l’esposizione all’ignoto a mano a mano che cresceva il vento ostile.

Nel pomeriggio ho visitato diversi memoriali, nella zona del centro non lontano dalla porta di Brandeburgo, già essa un simbolo importante di storia. Il primo che incontro è dedicato ai Rom e ai Sinti vittime del Porrajmos. Ci sono dei pannelli con la ricostruzione storica della persecuzione e al centro una fontana, che oggi purtroppo non funziona, ma ai suoi bordi sono incisi in più lingue i versi di una poesia del nostro conterraneo Santino Alexius Spinelli: “Volto affondato/ occhi spenti/ labbra fredde/ silenzio/ un cuore lacerato/ senza respiro/ senza parole/ senza lacrime”.

Più avanti c’è un piccolo memoriale dedicato agli omosessuali uccisi nei campi di sterminio. In Germania il movimento per far riconoscere i loro diritti è stato molto attivo già a partire dalla metà dell’Ottocento.

Quasi di fronte, sull’altro lato della strada che collega Potsdam platz alla porta di Brandeburgo, c’è il più monumentale memoriale degli ebrei, formato da parallepipedi di base rettangolare di altezze diverse, allineati a formare dei corridoi paralleli larghi appena per una persona o poco più, che puoi percorrere immerso dentro come costretto in un cammino obbligato, dal quale non intravedi l’uscita ma un insieme di possibilità tutte identiche e quindi alla fine ciascuna indifferente all’altra. Cammini da solo mentre nelle fessure che si aprono vedi per un attimo attraversare le sagome di altre persone. Qualcuna te la trovi addosso che sbuca improvvisa da un angolo e subito la riperdi.

L’Olocausto degli ebrei ebbe il suo prologo in un altro 9 novembre – sempre questa data che ritorna – per l’esattezza quello tra la notte del 9 e del 10 novembre del 1938, la notte dei cristalli, così terribile che colse di sorpresa anche diversi gerarchi, a cui sul momento sembrò eccessivo, prima che divenisse normalità. In realtà era in preparazione da tempo, le squadre pronte a entrare in azione, la polizia allertata a non intervenire, lo spunto venne dalla morte di un gerarca ferito a morte da un attentatore qualche giorno prima. Fu un vero progrom, in tutta la Germania e anche in Austria e nei territori della Cecoslovacchia già occupati, con oltre 400 sinagoghe date alle fiamme, migliaia di negozi distrutti – il nome, la notte dei cristalli, era uno sberleffo per le vetrine infrante – e 30 mila ebrei rastrellati e condotti nei primi campi. Le leggi razziali erano già in vigore da qualche tempo in Germania, e oramai da due mesi, dal 5 settembre esattamente, lo erano anche in Italia.

Mi ero già documentato su questa storia perché il gerarca che insieme a Goebbles organizzò il progrom era Reinhard Heydrich, di Praga, l’unico alto ufficiale nazista a cadere sotto i colpi dei partigiani, il 4 giugno del ’42 a Praga, e qualche anno fa a Praga andai a curiosare dove fu raggiunto dai partigiani, e anche dove purtroppo i partigiani del commando, alcuni paracadutati dagli inglesi, furono poi circondati e uccisi in combattimento. Praga dista da Berlino 350 chilometri.

Poco più lontano, lungo la Unter den Linden, la strada dei tigli, all’Operaplatz – ma nel ’47 con l’arrivo dei russi il nome cambiò in Bebelplatz, dedicata al socialista August Bebel – c’è il memoriale del grande rogo dei libri avvenuto a Berlino il 10 maggio 1933, il grande falò dei libri messi all’indice, oltre 600 autori tra cui Einstein, Freud, Brecht, Benjamin, Kandiskij, Darwin, Kafka, per un totale di 25 mila libri, in quel solo giorno, altri roghi ci furono in altre importanti città della Germania, come in un tour, la distruzione violenta di quella cultura viva e variegata degli anni precedenti. “La dove bruciano i libri finiscono col bruciare anche gli uomini”, aveva scritto già nell’Ottocento il poeta Heinrich Heine. Se ne occuparono gli studenti della Gioventù studentesca, con molto piacere e grande foga davanti ad un pubblico di 40 mila persone. Joseph Goebles fu molto violento nel comizio e attaccò “l’arte degenerata”. Hitler aveva ricevuto il suo primo incarico di governo da appena cento giorni. Era stato veloce. Il rogo più che un segno premonitore della tragedia era una minaccia che iniziava subito a concretizzarsi.
Il memoriale ha l’aspetto di una finestra che si apre nel sottosuolo, un vetro sul pavimento della piazza che mostra sottoterra, come clandestina o seppellita, una biblioteca: immagino quei libri come dei semi pronti a rispuntare fuori. Affacciarsi trasmette però anche la sensazione di caderci dentro.

Finì al rogo anche il libro di Alfred Doblin che ho portato con me dall’Italia, Berlin Alexanderplatz, un romanzo ambientato più o meno nel 1928. Un po’ dadaista l’ho definito leggendolo, che usa quelle tecniche di montaggio e smontaggio della realtà, come i collages dei dadaisti o il cinema di Lang, l’autore di Metropolis. L’arte che parla, smonta le apparenze della realtà per ricomporle in un modo che possano far apparire davvero ciò che si nasconde dietro la superficie, non per offrire una realtà alternativa ma un nuovo sguardo, capace di vedere in altro modo e di sentire ciò che pulsa.

Lo intravedo questo tipo di sguardo visitando alla Berlinischer Galerie la mostra sull’arte tedesca dal 1870 al 1980. Al piano terra ci sono molte opere di Lotte Laserstein, e nei suoi ritratti, e anche autoritratti, ciò che mi colpisce di più è lo sguardo, come se fossi io stesso a guardare mentre penso e pensando vedo nella mente ciò che avviene nella realtà attorno. In un quadro si vede la stessa autrice mentre dialoga con altri artisti e insieme si chiedono se c’è un ruolo o uno spazio per l’arte sotto il nuovo governo. Siamo nel 1934, già dal mese di settembre dell’anno precedente Goebbles è alla guida della nuova “Camera della cultura”. Sguardi che parlano, s’interrogano, più di tante parole, solo ritratti di persone per vedere oltre loro ciò che accade.

La mostra è molto interessante, ero andato per vedere “qualcosa” dei dadaisti e trovo che c’è da vedere anche molto di più. Tra le poche opere di dadaisti ci sono due quadri di un’altra donna, Hanna Hoch, uno dei due è Roma, nel quale vedo anche il bel faccione del nostro italiano duce. È un quadro del 1925. Come lessi in un’intervista di Primo Levi, nasce in Italia il tumore del fascismo e si diffonde dopo, come una metastasi, anche in Germania. Il quadro è un collage, scomponi e ricomponi. Il dadaismo tedesco trasmette immediatamente questa forza rivoluzionaria dell’arte. Percepisco sempre più, osservando queste e altre opere anche diverse, che gli anni Venti in Germania furono assai ricchi, come attraversati per intero dal grande sogno dell’utopia, quando l’utopia sembra a portata di mano eppure anche così disperata. Mi azzardo a pensare che forse c’è più storia nei quadri che in tanti altri monumenti storici o memoriali dedicati, ma so anche bene che gli uni hanno bisogno della presenza degli altri per completare i significati da trasmettere.

Durante la mattina prima di visitare la mostra avevo girato per il quartiere Mitte, alla ricerca delle vecchie sedi storiche del Spd e del Kpd – e ho trovato e fotografato gli ingressi – e poi anche di alcuni quartieri e cortili di palazzi dell’epoca, che mi hanno ricordato, o fatto immaginare attorno a me la vita paesana e artigiana di allora in quei cortili, uno dentro l’altro come in un gioco. Come mi è capitato di vederli ricostruiti in certi film.

L’ambiente urbano. Camminando per strada mi sembra di scorgere di continuo, in questa città di tre milioni di abitanti, un’atmosfera di paese, di ritmi lenti o almeno più lenti di quelli che ci si potrebbe aspettare in una metropoli, e poi tante vie tutte alberate larghe e ariose, con ampi marciapiedi sufficienti per i pedoni e per i ciclisti, pochissime auto per strada, bar con gente seduta, angoli umani che corrispondono sicuramente a una diversa antropologia, che non conosco e mi limito a osservare incuriosito. Sono belli e curiosi anche i portoni dei palazzi, spesso vecchi portoni di legno, di quelli che un tempo venivano costruiti per abbellire e anche per durare, non di rado arricchiti da frontoni lavorati, motivi floreali o figure umane, stemmi, giochi. Anche questo potrebbe essere un tema da seguire.

Durante il mattino ho visitato la casa di Bertoldt Brecht e il cimitero di Dorotheenstadt, dove Brecht è sepolto vicino alla moglie Helene Weigel. Negli ultimi anni, al rientro dell’esilio volontario negli Stati Uniti per fuggire dal nazismo, Brecht viveva accanto al cimitero che lo avrebbe accolto. Curioso.
“Quando chi sta in alto parla di pace, la gente comune sa che ci sarà la guerra”. Inizia così il nostro spettacolo (Arci Voce e Canzoniere dell’Anpi) “E questo è il fiore, canto per la libertà”. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro. Sono seppelliti qui altri importanti artisti o politici. Trovo Christa Wolf, una delle mie letture preferite, soprattutto per la sua reinterpretazione di “Cassandra”, il mito che pone l’accento non tanto sulle memorie di ciò che è accaduto ma sulla capacità di intravedere ciò che potrebbe accadere. C’è chi definisce questo una capacità divinatoria o predittiva, chi invece pragmatismo in grado di valutare le conseguenze delle vicende odierne, la lettura che offre la Wolf mi sembra improntata alla sensibilità e alla capacità di sentire profondamente.
È un po’ come il cimitero degli acattolici a Roma, dove è sepolto anche Gramsci. Qui tra i nomi delle altre tombe trovo ancora Herbert Marcuse, John Hertfield, i filosofi Fichte e Hegel e altri ancora.

Uscito dalla mostra di Weimer devo ripararmi da un improvviso acquazzone ed entro alla Humboldt universitat. All’ingresso mi accoglie grande una scritta famosa di Karl Marx, è in lingua tedesca ma la conosco troppo bene: “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo, ora si tratta di trasformarlo”. L’aveva scritta nel 1845, all’età di 27 anni. Non lo vedo molto presente Marx in città. Alla piazza del Castello, quella della proclamazione della repubblica socialista, la statua di Marx e Engels è stata spostata in un angolo, dove non si nota. Qui all’università invece la sua scritta è al centro. Marx, e anche Engels, studiarono qui. Al piano superiore sono esposte le foto dei numerosi premi nobel, 29 mi pare, che hanno studiato o insegnato in queste aule, tutti qui,ma non è bastato nemmeno il prestigio dell’università a salvarli dalla furia, leggo infatti che c’è nei paraggi anche un memoriale dedicato alle vittime del nazismo di questa università. I premi nobel riguardano soprattutto le discipline scientifiche. Vedo tra le foto appese in ordine Albert Einstein nobel nel 1921 e poi Niels Bohr, nobel nel 1922 per gli studi di meccanica quantistica, e più avanti Karl Heisenberg, nobel nel 1932 ma già famoso nel 1927 per il principio di indeterminatezza. Ho avuto un periodo da giovane nel quale ho studiato in profondità questi tre autori, produssi anche tesine per il mio esame di maturità, mi affascinava là relatività, la quantistica e il principio di indeterminatezza, e ritrovare questo principio associato nel profondo dei tempi della Repubblica di Weimer mi suggerisce troppe metafore.

Gira e rigira, mi accorgo che torno sempre alla rivoluzione di novembre, ma la prendo di nuovo alla larga, vado a visitare Rosa Luxemburg-platz. O forse c’ero già stato prima della mostra su Weimar? Mi confondo, faccio un po’ come i collages dei dadaisti o i montaggi letterari di Doblin, smonto e ricompongo. Arrivando con la metro all’omonima stazione si possono osservare 15 grandi fotografie alle pareti, che ripercorrono un po’ la storia del quartiere e della piazza. E anche in questa piazza scorgo più di uno strato di storia. Al centro c’è il teatro del popolo, il Wolksbühne, realizzato mi pare nel 1914 e da allora sempre attivo, con storie alterne. All’angolo della piazza c’è il cinema Babylon, un altro luogo storico, dalle insegne vedo che oggi è previsto un tributo a Ennio Morricone. Mi suonano subito in testa le strofe di Vamos a matar compañeros.

Sull’altro angolo c’è la sede di “Die Link”, La Sinistra, in un palazzo ora rinnovato e moderno che fu il palazzo di Karl Liebknecht, vedo le vetrine a piano terra, un negozio con libri e anche curiosità, persone che chiacchierano e indossano magliette contro il nazismo risorgente, più in là è parcheggiato un furgone, rosso, con le scritte di alcune campagne politiche.

Da qui partiamo per una lunga passeggiata a piedi verso Prenzlauer, quartiere della Berlino est nel quale non mi rendo conto cosa ci sia a distinguerlo davvero, oggi, dai quartieri di ovest. Io non ero mai stato qui prima del crollo del Muro e non saprei proprio fare confronti. La mia visita più antica risale ad appena una quindicina di anni fa, e durante quel viaggio ricordo che percepivo delle differenze nell’architettura delle case e nel movimento della gente o delle auto per la strada, ma non saprei distinguere con esattezza il confine tra la realtà e la suggestione. Ora proprio non saprei dove cogliere dfferenze. Camminiamo per strade larghe, come ovunque ricche di alberi, a est come a ovest, marciapiedi ampi, molti ciclisti, di meno le auto in strada, quasi atmosfere di paese anche qui in un quartiere metropolitano vicino al centro, anche se Berlino forse non ha nemmeno un vero centro, o non ne ha uno solo, specifico. Camminando vedo bar, negozi, librerie. In una boutique di articoli in pelle compro un’agenda con carta prodotta artigianalmente a mano, mi sembra adatta per trascriverci anch’io a mano poesie da leggere ad alta voce, la suggestione mi dice che questa sia l’atmosfera giusta, da portare con me.

Osservo i negozi, alcuni sembrano “poveri”, come aperti per caso o arrangiandosi con mezzi e suppellettili di fortuna, tavolini o sedie diverse tra loro, mi pare di capire che questo quartiere venti o trenta anni fa, dopo il crollo del Muro, era uno dei più poveri, e se non capisco male anche qui ci furono importanti occupazioni di case, e poi molti aprirono attività, a basso costo, anche incoraggiati, per rivitalizzare il quartiere. Non conosco bene, avrei bisogno di più tempo per assimilare le tante storie, oggi passeggiando devo faticare un po’ per comprendere le tracce di una storia ancora recente e in svolgimento.

Ad un certo punto vediamo lungo la strada la casa di Khate Kollwitz. Un’artista importante a Berlino, che io scopro durante questo viaggio. In luoghi diversi della città ho già intravisto le riproduzione di alcune sue statue, all’inizio non mi trasmettevano nulla, così mi sembrava, come qualcosa di non ben definito, ma forse era una sorta di indeterminatezza alla maniera di Heisenberg, perché poi emerge un poco alla volta una forza possente, un’interiorità che si rende manifesta nella sua corposa fisicità, che non è nemmeno fissa e immobile. So che in un altro quartiere c’è un museo dedicato a lei.

Più avanti ancora c’è un mercato, aperto la domenica, una specie di Porta Portese, a Mauerpark, a ridosso dell’allora Muro. Ci torneremo alla domenica, quando funziona. Il piazzale del mercato mi fa pensare alla precedente terra di nessuno in prossimità del Muro. Chissà se è soltanto una mia suggestione. Nei pressi c’è anche una specie di campo sportivo, credo che sia un luogo per feste e concerti, ma per vedere questo non basta nemmeno la domenica, bisognerebbe cambiare proprio le fasce orarie e in questo viaggio le mie sono orientate più al mattino che alla sera.

Nei paraggi, di nuovo lungo la Kastanienallee, arriviamo al Morgenrap, letteralmente “Alba Rossa”, una caffetteria solidale, accanto c’è una libreria, la Buchladen, chiaramente di sinistra, lo intuisco, tra i libri però l’unico che conosco davvero è dell’americana Toni Morrison, scomparsa proprio alcuni giorni fa. L’atmosfera è quella libera dei centri sociali. Sui muri attorno pitture, slogan e manifesti di iniziative politiche contro il neofascismo e il militarismo. Nel palazzo sopra, un po’ nascosta dai grandi rami degli alberi, c’è una scritta a grandi lettere che sembrano specchiare come un metallo: Kapitalismus normiert, zerstört, tötet, Il capitalismo omologa, distrugge, uccide.

A cinquanta metri, sull’altro lato della strada, c’è il Prater Garden, altro luogo carico di storia. Non abbiamo tempo nemmeno qui di fermarci e forse non è nemmeno l’ora giusta. Leggo sulle grandi insegne rosse “Biomercato”. So che fu un luogo importante di ritrovo a metà ottocento dei primi socialisti, Marx compreso, qui Lassalle fondò il primo partito socialista, negli anni è stato sempre un punto di riferimento, vi ha comiziato anche Rosa Luxemburg. Ed eccoci ritornati ancora alla rivoluzione di novembre.

Il pomeriggio dopo andiamo a visitare il memoriale dei socialisti, all’interno del cimitero centrale di Friedrichsfelde. Non riesco a non pensarlo come si presentava al tempo della DDR, agli occhi dei comunisti nostrani – ho il ricordo del racconto diretto di qualcuno – che si sentivano a loro agio qui, come a casa loro, oppure è più esatto dire che si sentivano in devota attenzione, e poi dopo poco ritornavano dall’altra parte del Muro, più abituati e allenati al disagio del capitalismo.
Mi pare che la storia di questo memoriale sia un po’ travagliata, già realizzato al tempo di Weimar, poi distrutto dai nazisti e di nuovo ripristinato dalla DDR. Ciò che di più mi ha  spinto a venire qui, sono le tombe di Rosa Luxemburg e Karl Liebchnet, una accanto all’altra, unite dalla stesa data. Non c’è nessuno oltre a noi a quest’ora della sera a visitare questo luogo. Sono molte le tombe di tanti personaggi della storia socialista tedesca dall’Ottocento in poi, sia di socialdemocratici che di comunisti. Un pezzo non trascurabile della storia del paese. Dopo l’occupazione sovietica i due partiti Spd e Kpd furono invitati, per dirla forse con un eufemismo, a riunirsi in un solo partito, la Sed, che divenne il partito di governo fino alla caduta del Muro. Una figura difficile, quella della Luxemburg, criticata anche dai sovietici, eppure con un posto qui, per ricordarla. Non penso alla Ddr, provo invece la stessa sensazione che ho in Italia quando vado a visitare mausolei dedicati ai partigiani, in luoghi persi e quasi dimenticati delle nostre montagne, immersi in un’atmosfera di pace che sembra collocarsi oltre il normale divenire del tempo.

Anche il Muro o ciò che ne resta mi ha trasmesso una sensazione di atemporalità ma di altro tipo, quasi anacronistica. Avevo già fotografato diversi tratti del Muro una quindicina di anni fa ma non ricordo più le sensazioni di allora, non avevo preso appunti in forma scritta. Oggi del Muro resta, ad uso dei visitatori e turisti, un tratto di un centinaio di metri non distante dalla stazione Hostbahnhof, si tratta della East Side Gallery. Faccio fatica a distinguere se è un Muro per la Memoria, un Muro per la memoria turistica, o un Muro solo per i turisti. Però mi lascio guidare anch’io dalle tante pitture e così scatto diverse foto, inseguendo particolari, immagini, suggestioni. Sono pitturati entrambi i lati, a ovest sono graffiti da street art, liberi, astratti, simbolici, fantasiosi, liberi, graffiati poi da saluti, frasi, cuoricini con tanto di promesse d’amore, e così via. Unica eccezione un ritratto di Karl Marx che sembra tenere con la mano un sacchetto di plastica da supermercato, come se anche lui quella notte del 9 novembre 1989 fosse scappato di là per precipitarsi al primo supermercato dell’occidente tanto agognato. Sopra c’è una scritta più lapidaria: Il socialismo è la parola abusata dai regimi totalitari per ingannare il popolo.
Sull’altro lato invece, l’east side, ci sono murales a tema, ciascuno affidato a un diverso artista. Sono più o meno interessanti e piacevoli da osservare. Vengono usati dai turisti del Muro come altrettanti sfondi per foto ricordo. Non saprei che altro aggiungere.

Dai miei appunti sembrerebbe che ho quasi snobbato il Muro. In realtà non è così. Ho camminato sempre facendomi ronzare in testa la domanda ‘qui era ovest o est?’. Non so se abbia più un senso. Sicuramente ho attraversato più volte, senza rendermene conto, strade ora aperte che un tempo invece erano divise dal Muro. Mi è capitato di vedere qualche foto, del prima e del dopo, ad esempio di Sebastianstraße nel quartiere di Kreuzberg, non troppo distante dal Check Point Charlie, con un muro che corre lungo il marciapiedi a chiudere tutto, e poi nella foto del dopo il muro non c’è più e al suo posto la strada larga e libera. Bisogna essereci stati, credo, per riuscire ad immaginarlo davvero come era. Il nostro rientro in Italia era previsto per il 12, appena il giorno prima dell’anniversario dell’inizio della sua costruzione, il 13 agosto 1961.

Non ho visitato molto il Muro, diversamente da anni fa, quando tra gli altri luoghi andai a visitare il museo al Check Point Charlie, forse il più noto. Lo ricordo molto interessante, se avessi avuto più tempo sarei andato anche questa volta. Però ci sono passato davanti, tornando dalla Berlinischer Galerie diretto alla metropolitana, e così proprio di fronte all’ingresso del museo la mia distorta immaginazione è stata attratta dalla targa della strada, Rudi Dutschke Strasse, dedicata a Rudi il Rosso, il socialista e anarchico leader del Sessantotto berlinese. Quasi me ne dimenticavo del ’68 di Berlino, e invece stimolato dalla targa della strada nel pomeriggio sono andato dalle parti di Charlottenburg, all’incrocio tra la Kufurstendamm e la Joachim Friedrich Strasse, dove una lapide ricorda l’attentato che Rudi il rosso subì, tre colpi di pistola a cui sopravvisse, l’11 aprile 1968. Cinquantuno anni fa, cinquanta dopo la rivoluzione di novembre.

Non troppo lontano, vicino alla Kufurstendamm in direzione di Zoologischer Garten, c’è un piccolo museo dedicato alle opere di Khate Kollwitz. È la mia ultima visita impegnata di questo viaggio, e vale davvero. Oltre un centinaio di opere, tra disegni, litografie e statue in bronzo, molte prodotte negli anni di Weimar. Tratti decisi, densi e insieme leggeri come se si posassero appena sulla carta ma della carta fanno parte, volti, persone, madri che stringono figli, il tema ricorrente è la pietà, la morte, il dolore, temi duri, di situazioni sociali che lei aveva modo di osservare ogni giorno anche nell’ambulatorio medico di suo marito, in anni di grosse disuguaglianze sociali e di miseria, di fame. Gli anni di Weimar. Temi angoscianti, eppure quei disegni mi sono sembrati lontani dal pietismo, dall’angoscia, dal panico, mi trasmettevano mentre li guardavo una sensazione di densità, di compattezza, quei corpi in apparenza tozzi chiusi su se stessi come per difendersi o per difendere i bambini aggrappati alle madri, una difesa che mi trasmetteva solidità, forza, l’unica forza che si può contrapporre, quella dei corpi disarmati, niente affatto goffi o in balia del destino, in balia semmai delle tragedie del vivere tutto umano. Un disegno è intitolato la torre delle madri e mostra un gruppo di madri che si stringono compatte formando come una torre, un bastione pronto a resistere agli assalti. Mi ha colpito molto anche una serie di sette disegni dedicati alla guerra dei contadini nel Cinquecento. Un tema, quello dei contadini, sul quale ho lavorato con continuità in Italia negli ultimi anni, e che ritrovo qui.

Ultima chiamata. Tra i documenti sulla vita di Kathe Kollwitz esposti nel museo mi attira una lettera appello intitolata Dringender Appell, Urgent Call in inglese, che io traduco in italiano con ‘Ultima chiamata’, andando con il pensiero alle notizie che mi arrivano in questi giorni dall’Italia, la caotica crisi di governo in corso e un ministro che in costume da bagno da uno stabilimento balneare chiede per sé i pieni poteri. Sembra una farsa, un po’ grottesca, ma anche le farse possono provocare danni. L’appello della Kollwitz, Einstein e Mann, a cui poi seguirono molte adesioni,  aveva attorno a sé già la tragedia, porta la data del 1932 ed è rivolto a Spd, Kpd e agli altri partiti democratici, perché una colazione unita avrebbe potuto ancora impedire l’ascesa al potere dei nazisti. Sappiamo come andò purtroppo quella storia.

Dunque è stato un viaggio ricco che mi ha stimolato a focalizzare l’attenzione su aspetti che avevo sempre trascurato, e che solo ora mi rendo conto di non conoscere quasi affatto, e quindi meriterebbero di più che un viaggio. Il 9 novembre, da cui ero partito perché quest’anno è il trentennale della caduta del Muro, alla fine è diventato una metafora su questo paese, con le sue molteplici ricorrenze. Ogni oggetto in città e ogni targa che vedevo mi stuzzicava qualcosa. Credo di aver dimenticato tanti particolari in questi appunti, altri ne salteranno fuori appena mi rimetterò a riordinare le fotografie. Non parlo in questi appunti quasi per nulla dei luoghi di ritrovo, i locali, le persone, i sapori dei cibi, cose che non ho trascurato del tutto ma lo ammetto, in questo giro di appena sei giorni non sono stati al centro dell’attenzione. La cosa più trascurata, colpevolmente, è stata la musica, nei teatri e nei locali, ma anche il cinema e la fotografia, e l’elenco potrebbe subito allungarsi, cercherò di rimediare con i prossimi viaggi. Occorre più tempo, per tutto, perché per assimilare ci vuole tempo, calma, nessuna fretta, seguendo il proprio filo ispiratore senza forzarlo perché vuole anche pause, fermate, e io allora mi sono anche adeguato a questi ritmi e molti altri stimoli che ho intravisto spero di svilupparli in prossimi viaggi. Questi appunti mi servono a questo.

L’ultimo addio alla vacanza è stato una passeggiata al mattino presto, credo fossero le sei o al massimo le sette, lungo la Sprea, il fiume della città, dal ponte di Moabit fino all’altezza del Reichstag. Sembra di camminare in aperta campagna, solo viali e sentieri per pedoni o per ciclisti, in pieno centro, e grandi alberi, tratti a bosco. Ecco, un’altra dimensione ancora è questa, bisogna proprio che la prossima volta giro Berlino in bicicletta. Qui intanto, mentre passeggio in pieno centro lungo la Sprea, c’è un punto da dove sono visibili insieme la torre della televisione verso Alexander platz, la cupola trasparente del Reichstag e l’angelo sulla sommità della colonna della vittoria, al centro di Tiergarten. Quello che si vede nel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino. Un simbolo del militarismo tedesco dalla metà dell’ottocento in poi, vi sono stati incorporati nella colonna anche cimeli di guerra e pezzi di cannoni conquistati ai nemici, usato da tutti per le retoriche di guerra, anche da Hitler, e oggi invece leggo che è diventato piuttosto simbolo di libertà, nell’ottobre scorso sono arrivate qui 250 mila persone partite da Alexander Platz per manifestare per una società libera e aperta, con decine di associazioni che lanciavano questo messaggio: «Un drammatico cambiamento politico è in corso: razzismo e discriminazione stanno diventando socialmente accettabili. Ciò che fino a ieri era considerato impensabile e inesprimibile è diventato realtà: l’umanità, i diritti umani, la libertà religiosa e lo stato di diritto vengono attaccati apertamente, si tratta di un attacco a noi tutti. Non permetteremo che lo stato sociale venga contrapposto ad asilo e immigrazione. Ci opporremo se diritti e libertà fondamentali rischieranno di venire ulteriormente limitati. Ci si aspetta che consideriamo “normale” la morte di coloro che cercano rifugio in Europa. L’Europa è avvolta in un clima di contrapposizione ed esclusione nazionalisti. Ogni critica a queste condizioni disumane viene liquidata come non realistica».

Mi godo la passeggiata lungo il fresco del fiume tra persone che corrono e altre che vanno in bicicletta.

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