Settima tappa, arrivo a Pesaro (11)

280104_11206779102040454337224791696199714313240787o_ralfAnche oggi una passeggiatina di quasi 60 km; per la cronaca, riporto direttamente il resoconto raccolto da Vivere Pesaro da uno dei pedalatori della Staffetta: “Si fa colazione con attorno il bel paesaggio dell’Alpe della Luna, poi trasferimento in auto fino a Mercatale. Qui tiriamo giù dal camion per l’ultima volta le bici, ci si prepara e si comincia a pedalare l’ultima frazione della Staffetta. Si fa sosta tre volte: a Montegridolfo, per visitare il Museo della Linea dei Goti, al Monumento a quota 204 (nei pressi di Tavullia) che ricorda il luogo in cui un reparto canadese operò il primo sfondamento alla Linea Gotica il 29 agosto 1944, e infine al Cimitero Canadese di Montecchio.” Da qui, ultima pedalata, 10 km in pianura, l’unica vero tratto di pianura in tutto il viaggio, fino al Parco Miralfiore di Pesaro, alla festa del 1° maggio organizzata dai sindacati e dall’Anpi.

Termina qui il diario di quest’anno. Ho scritto di meno ma in compenso ho pedalato di più. Le foto mi sono state girate dagli altri ciclisti o staffettisti: Paola, Antonello, Leonardo e Simone). Personalmente, mi pare che il bilancio di questa Staffetta sia stato positivo e motivo di soddisfazione tanto per gli organizzatori che per tutti i partecipanti, un gruppo di circa 15 persone di cui 11 o 12 sui pedali, e ai quali in alcuni tratti si sono aggiunti altri amici.
Per gli aggiornamenti sul progetto e per vedere i video anche delle edizioni precedenti o ascoltare le canzoni della Staffetta, si può andare sul sito www.inbiciclettasullalineagotica.it/
Sul presente  blog, le cronache delle edizioni precedenti sono raccolte nella pagina “Staffetta della memoria”.

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Sesta tappa, da Castagno a Badia Tedalda (10)

30 aprile. Partenza alle 8.30, per salire da Castagno al Falterona, 14 km di salita tutti in bicicletta, fino al valico più alto di tutta la Staffetta, a Piancancelli, circa 1.500 metri, dove abbiamo trovato la neve. Poi discesa, fino al Passo della Calla, ancora attorno ai 1.300, con il tempo che sembrava peggiorare, così il gruppo è rimasto unito: chi doveva scendere lungo la sterrata e il sentiero, passando per Camaldoli, ha dovuto rinunciare e restare con gli altri, così tutti insieme siamo scesi verso Stia (in prossimità delle Vallucciole), e da qui a Poppi. Poi, trasferimento in auto a Badia Tedalda, dove ci attende un doppio incontro, nel pomeriggio Ivano Cappelli, con una performance di arte ambientale al Parco Storico della Linea Gotica, per realizzare un altro segmento di Linea Gotica, e poi cena con annessa serata letteraria, e anche musicale e di festa, insieme agli amici di Badia, per la serata di chiusura. Domani a Pesaro e poi a casa.

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Sesta tappa, il pomeriggio a Badia Tedalda.
Alcune foto dell’intervento dell’artista Ivano Cappelli (FOTO) e poi della visita alCentro di documentazione del Parco Storico della Linea Gotica.

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LA SERATA
In chiusura, la serata di Badia Tedalda, paese che negli anni è diventato una specie di campo base della Staffetta della Memoria, insieme agli amici della Pro Loco e del Comune, che hanno donato, in occasione del 70° della Liberazione, una targa di riconoscimento alla Coop. Costes, che organizza questa manifestazione. E poi, una targa alla compagnia teatrale di Badia, I Saltimbanchi, che hanno letto anche alcune storie vere raccolte da loro qui in zona. Quindi serata di animazione, con canzoni, la presentazione di tutti gli staffettisti sia pedalanti che non, pensieri dedicati e altre cose. Nel corso della serata ho avuto anch’io uno spazio, l’occasione di leggere il testo italo-brasiliano Escrevo da Montese destruida, dedicato all’amico scrittore Julio Monteiro Martins, in ricordo della Forza di Spedizione Brasiliana, che tra il 44 e il 45 combattè sulla Linea Gotica.
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Quinta tappa, la serata a Castagno d’Andrea (9)

Inizia la serata della Staffetta della Memoria al Circolo Arci di Castagno d’Andrea, con l’Amministrazione comunale. La serata è diretta e animata da radio TLT, con Francesco, che alterna ai vari interventi le canzoni che esegue accompagnandosi con la chitarra. Tra queste, anche una canzone dedicata ai migranti che perdono la vita nel Mediterraneo. Un altro genere di viaggi, senza sogni di vacanza (il titolo della canzone è Parto, parole di Doriano e musica di Francesco). Dopo le introduzioni del Sindaco, che ci ospita ogni anno, e di Andrea, che a nome della Staffetta sottolinea l’importanza di questa tappa in questi luoghi. Segue poi la serata letteraria, introdotta anche questa sera da Simone Sacco dell’associazione Letteratura Rinnovabile; questa sera, oltre a Marco Vichi, che di giorno pedala insieme a noi, l’ospite è Paolo Ciampi; si parla di memorie, di viaggi alla ricerca di storia e di tante altre cose, compresi consigli di lettura. La serata è stata chiusa dalla nostra lettrice Lorenza, che ha letto un brano di una nuova conferenza spettacolo della Staffetta, ancora non completa, con una storia ambientata proprio a Jesi, il 19 luglio del’44, quando i soldati tedeschi stanno abbandonando la città; si tratta di un raccontro tratto da una storia vera, raccolta in mezzo a noi.
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Quinta tappa (8)

Ore 7: SOLE

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CRONACA GIORNATA
Trasferimento in auto a Marradi e da qui via con le bici, dieci chilometri di salita fino al Passo dell’Eremo, dove il gruppo si divide; alcuni proseguono sull’asfalto in direzione di San Benedetto, risalgono al Passo del Muraglione, scendono a San Godenzo e da qui altri sei chilometri di salita fino a Castagno d’Andrea. Al Muraglione li aspetta uno staffettista dell’anno scorso, Sandro Targetti, che pedalerà con noi anche domani. L’altro gruppo ha lasciato l’asfalto per entrare nella valle dell’Acquacheta e poi su, attraverso i sentieri delle foreste sacre, nel primo tratto del Parco del Falterona e Casentino. Un bagno di natura, con la giornata tornata bella dopo le piogge dei giorni scorsi. Ora siamo tutti. Castagno, pronti per la serata della Staffetta.
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Quarta tappa, serata a Casola Valsenio (7)

Serata a Casola Valsenio (Ravenna).
Alla fine in pizzeria con gli amici di Casola e incontro con gli scrittori Cristiano Cavina e Marco Vichi, introdotta prima da Francesco con la canzone della Stafetta dedicata ad Aurelio, “Un partigiano 70 anni dopo”, e poi da Simone Sacco dell’Associazione Letteratura Rinnovabile.
Nelle foto, alcuni momenti della serata, compreso Cavina mentre impasta le pizze per noi, che abbiamo ben gradito.
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Quarta tappa, martedì 28 aprile (6)

Quarta tappa, 28 aprile. Partenza dal Passo del Giogo (Scarperia) diretti a Monte Battaglia (Casola Valsenio), attraverso il Passo della Sambuca, accompagnati da una pioggia persistente e regolare che ci ha lasciato solo negli ultimi minuti finali. Arrivati in cima a monte Battaglia, il cielo si stava aprendo, da qui l’orizzonte è veramente ampio. Ad attenderci, gli amici di Casola, per deporre una corona ai partigiani, ricordare la storia di qui, rendere onore ad Aurelio Ricciardelli, partigiano per sempre; poi da Monte Battaglia siamo scesi in paese, dove al Centro di documentazione sulla guerra di liberazione, è stato proiettato il film intervista ad Aurelio.
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Terza tappa, Monte Altuzzo, Giogo di Scarperia (5)

Nel pomeriggio un fuori programma, escursione al Monte Altuzzo, presso il Passo del Giogo (Scarperia), a visitare i resti delle postazioni nel primo punto di sfondamento, nel 44, del settore centrale della Linea Gotica, che seguiva lo sfondamento di pochi giorni prima sul versante pesarese.image Adesso siamo a cena e poi scendiamo giù in paese, alla biblioteca presso il Palazzo dei Vicari, per la serata della Staffetta: doppio incontro, con Simona Baldanzi e con Marco Vichi.

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Nella foto, Simona Baldanzi, Simone Sacco e Marco Vichi, al Palazzo dei Vicari.

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Terza tappa, Vernio (4)

Sosta a San Quirico di Vernio e visita alla Mostra permanente dei reperti bellici della Linea Gotica nell’alta valle del Bisenzio. Una sosta fissa della Staffetta, per incontrare le comunità locali e le Anpi di Vernio e di Cantagallo. Vernio fu liberata il 21 settembre 1944, dopo la battaglia alla Torricella. Un luogo importante, perché da qui iniziava la galleria della Direttissima (la stessa delle bombe sui treni nel 74 e 84). Ancora poco tempo fa sono stato ritrovati resti di soldati che morirono qui; molti furono a suo tempo anche i bombardamenti, che provocarono molte vittime civili.

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Terza tappa lunedì 27 (3)

27 aprile. Partenza terza tappa, in bici per scendere dal rifugio. Ha piovuto tutta la notte, poi una pausa. Non pioveva, e comunque non avevamo alternative, da si scende solo in bici o a piedi. Bellismo primo tratto in bici, si percepisce subito anche soltanto guardando le foto qui sotto; imagepoi l’acqua è tornata, abbondante. Ora stiamo proseguendo in auto verso Vernio, poi da lì decideremo momento per momento in che modo proseguire.

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26 aprile, seconda tappa (2)

26 aprile, seconda tappa, pedalando da San Marcello Pistoiese, lungo il tracciato della vecchia FAP, la ferrovia alto pistoiese, poi salita al Passo della Collina e via attraverso la foresta dell’Acquerino, fino al rifugio Le Cave, comune di Cantagallo. Salite, tante, e anche un po’ di discese. Da Maresca al Passo della Collina si sono uniti a noi due ciclisti di Porretta Terme, che abbiamo già incontrato lo scorso anno.

imageNella foto, uno dei due bronzi realizzati dalla performance di arte ambientale Segmenti di Linea Gotica, di Ivano Cappelli, in occasione del passaggio della Staffetta al rifugio Le Cave nel 2014.

Nelle foto sotto, un momento della salita in bici al rifugio, e il bosco come si presentava.

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Prima tappa, 25 aprile (1)

25 aprile. Prima tappa. Arrivo in auto e sosta al Centro di Documentazione sulla Linea Gotica, a Villa Schiff-Giorgini di Montignoso (Massa), ad attenderci gli amici dell’Anpi di Montignoso, e poi trasferimento in auto  al Monte Folgorito, per la prima pedalata; da qui per il Passo del Vestito e poi lunga discesa verso la Garfagnana, con arrivo a Barga, Circa 56 km sui pedali, di cui una buona parte in salita. Il tempo clemente. Alcune soste lunimagego il tragitto, per visitare alcune postazioni. Cena a Gallicano con l’Anpi della valle del Serchio. ALCUNE FOTO, mentre si sale al Passo del Vestito e poi dopo l’arrivo a Barga. image image image

Foto della sosta al Passo del Vestito (Monte Altissimo) per visitare i resti di un bunker.

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Le memorie in senso lato

Staffetta, meno tre al via. Il 25 aprile partiremo dalla costa tirrenica, a Montignoso (provincia di Massa), e arriveremo alla sera del primo giorno a Barga, in Garfagnana 1(provincia di Lucca). Quest’anno ho nella testa le memorie in senso lato. Ho scoperto che a Lucca ha la sede la Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’Emigrazione Italiana, dedicata ai migranti di ieri e ai migranti di oggi, di nuovo in cammino. Nella striscia in alto scorrono delle foto doppie, un montaggio in una sola foto della nostra emigrazione di ieri e delle immigrazioni qui oggi: scopriano allora che “badante” e “vucumprà” sono solo parole inventate oggi per stigmatizzare, dimenticando che quei “mestieri” li hanno già fatti anche le nostre nonne e i nostri nonni. C’è anche una foto con gli italiani sulle banchine dei porti, in partenza per l’America, e i barconi odierni carichi di un’umanità che ugualmente ci appartiene. Deve appartenerci.

Altre notizie sull’emigrazione che ha interessato le terre che attraversiamo nel nostro primo giorno, in particolare la recensione del libro “Mi par centanni che vi hò lasciati” L’emigrazione dalla Garfagnana,” di Lorenza Rossi,  le trovo nel sito della “Banca dell’identità e della memoria della Garfagnana” .

“Il perché andiedi in America” è invece il titolo di una raccolta di interviste a protagonisti dell’emigrazione dalla Garfagnana, che ho trovato citata nel sito del “Museo dell’emigrazione italiana online”. E’ un museo virtuale, si può entrare nelle sale, vedere le foto e i video, ascoltare le voci. Nelle foto immagini di famiglie contadine radunate sull’aia, come ve ne erano ancora durante la guerra. Anche in questo sito, WatermarkedImage-SetWidth460-guide01l’attenzione ai perché della partenza, le mete, la valigia di cartone, i legami con l’Italia, e poi i migranti di oggi. Diverse pagine di approfondimento rimandano direttamemnte al sito della Fonfazione Cresci, i due siti sono collegati. Una foto – non ricordo più da quale dei due l’ho scaricata – riproduce la copertina di una guida del 1886, da San Paolo del Brasile: consigli per chi deve partire. Oggi si stima che siano oltre due milioni i discendenti di italiani che vivono a San Paolo, la città “italiana” più popolosa al mondo. Poi, sul finire dell’estate del ’44, arrivarono qui in Garfagnana, risalendo da Borgo a Mozzano, i soldati brasiliani. Leggo in un blog che addirittura salvarono il ponte del diavolo: quando passiamo una sosta la facciamo sempre, lo scorso ci salimmo su con la bici per scattarci una foto ricordo.

Tra le cose, di nuovo curiose, trovo un libro pubblicato sempre dalla Fonfazione Cresci, “La via della Scozia, l’emigrazione barghigiana e lucchese a Glasgow tra ‘800 e ‘900” della ricercatrice Nicoletta Franchi. Cito direttamente da un articolo della Gazzetta del Serchio: “L’attenzione che questo studio, nell’ambito del flusso migratorio, pone sulla presenza di giovani e di giovanissimi, sulla loro vita di lavoratori spesso a rischio di sfruttamento e sui rapporti con le autorità locali e con il Console italiano a Glasgow, costituisce un approccio innovativo che offre al lettore un punto di vista originale e ricco di spunti. Altrettanto stimolante poi risulta – nell’analisi sulla trasformazione da figurinai a venditori di gelato e gestori di “fish and chips” – lo spaccato di quotidianità e di vita reale che in questo modo si apre, andando oltre la mera elencazione statistica e la ricognizione numerica. L’autrice analizza inoltre “Il business degli emigranti lucchesi in Scozia” sotto molteplici aspetti e con forme d’indagine coinvolgenti, mettendo a disposizione di studiosi e appassionati un documento prezioso.
Sono cariche anche di tutte queste storie, le terre che dal 25 inizieremo ad attraversare, da una costa all’altra.

621864_4327773039902_236665095_oInsomma, sono bastati soltanto cinque minuti di ricerca in rete e subito sono saltati fuori innumerevoli fili, perché innumerevoli sono davvero i fili, quelli reali, della nostra storia di popolazioni in movimento, per tanti tantissimi svariati motivi. Immaginate cosa potrebbe venir fuori, quali conoscenze recuperare, da un lavoro più continuo. Da un lato, mi entusiasma constatare ogni volta questo pullulare di vita, e di fatiche sacrifici speranze, ingegnosità, progressi guadagnati giorno per giorno – insomma, la vita che siamo noi, che siamo stati e che saremo – e al tempo stesso mi rende ancora più incredulo constatare come, troppo spesso, sembra che di tutto questo ce ne dimentichiamo completamente, quando sono altri, per altri loro motivi, che partono, devono partire, o addirittura scappare.

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Le serate della Staffetta

Meno quattro giorni al via della Staffetta della Memoria, il 25 aprile. Oggi, però, 21 aprile, è anche una giornata di mobilitazione nazionale per fermare le stragi in mare; nella nostra regione è prevista ad Ancona anche una manifestazione giovedì prossimo.
1base4L’avevo scritto qualche giorno fa, ancora prima di quest’ultima immane strage, che quest’anno il nostro 25 aprile dovremmo dedicarlo a chi fugge dalle guerre: dovrà essere questo il sapore delle prossime giornate, ricche di iniziative ovunque, mantenendo un’attenzione alta sia verso le nostre memorie in senso lato – dalla Liberazione alla storia delle lotte sociali alle tante migrazioni che hanno segnato negli ultimi 150 anni il nostro paese (60 milioni di discendenti di italiani sparsi nel mondo, si stimano oggi) – sia per essere al fianco di chi fugge dalle guerre e di chi si batte per porre fine a queste stragi, che si ripetono da troppo, troppo tempo, e mostrano un’insensibilità vergognosa.

Sulla nostra maglietta della Staffetta della Memoria c’è scritta questa frase di Calamandrei: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo in cui è scritta la Costituzione, andate in pellegrinaggio dove caddero i partigiani”.
Su quella Costituzione, all’articolo 10, sta scritto: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.”  
Se dimentichiamo questo legame, tradiamo noi stessi. Questo mi spiega anche perché i tanti che esprimono uno strumentale cinismo – ma è anche qualcosa di più del cinismo, vi intravedo lo stesso tipo di odio ignorante che si esprime in tante stragi, genocidi e pulizie etniche di antica e anche recente memoria -, questo mi spiega perché coloro che si esprimono con cinismo coincidano spesso con chi prova “allergia” ai valori che si sono espressi attraverso la Liberazione.

Il sapore della Staffetta e le serate della Staffetta. Voglio fermare ora l’attenzione in particolare sulle serate, tanto di giorno, si sa, c’è da pedalare e immergersi tra le montagne, i paesi e i sentieri: per averne un’idea, basta dare un’occhiata ai video e alle foto delle edizioni precedenti. Naturalmente, sono tutte pedalate con soste e tanti incontri anche durante il giorno; e inoltre, le serate di incontro hanno sempre chiuso le giornate della Staffetta anche negli anni precedenti, ma mi pare che ogni anno questo programma serale si arricchisca di più e acquisisca una maggiore e più forte identità. E quindi, prima della partenza, mi piace mettere in evidenza le serate da sole.

Sabato 25, in Garfagnana (Lucca), dopo l’arrivo a Barga e la visita ai bunker di Borgo a Mozzano accompagnati dalla Pro loco, siamo a cena con l’Anpi della Valle del Serchio, in chiusura della giornata dedicata al 25 aprile.

Domenica 26 ceniamo al Rifugio Le Cave, Riserva di Acquerino Cantagallo (Prato), dove durante il giorno, prima del nostro arrivo, è prevista una visita ai sentieri della Linea Gotica, accompagnati da Nello Santini, e all’installazione “Segmenti di linea Gotica”, realizzata lo scorso anno dall’artista Ivano Capelli durante la sosta della Staffetta.

Lunedì 27, al palazzo dei Vicari a Scarperia nel Mugello, organizzato dal Comune di Scarperia-San Piero e dalla Biblioteca, incontro letterario con la partecipazione dell’associazione Letteratura Rinnovabile e gli scrittori Simona Baldanzi – “Il Mugello è una trapunta di terra” – e Marco Vichi.

Martedì 28, festa con l’Anpi di Casola Valsenio (Ra); proiezione del film “Partigiano per sempre” nel ricordo di Aurelio Ricciardelli, e serata di nuovo con l’associazione Letteratura Rinnovabile e gli scrittori Cristiano Cavina e Marco Vichi.

Mercoledì 29 festa al circolo ARCI di Castagno di Andrea (Fi), con il Comune di San Godenzo, l’Anpi e incontro con gli scrittori Marco Vichi e Paolo Ciampi.

Giovedì 30, a Badia Tedalda (Arezzo) un ricco programma; nel pomeriggio al Parco della Memoria, la performance “Segmenti di Linea Gotica” dell’artista Ivano Cappelli; in serata, incontro con la Pro Loco di Badia Tedalda, e poi… toccherà a anche a me, per l’associazione culturale Altrovïaggio, leggere un testo misto italo-brasiliano – che ho già avuto occasione di leggere qualche settimana fa a Bologna, in una serata dedicata all’amico scrittore Julio Monteiro Martins – in ricordo dei soldati brasiliani sulla Linea Gotica.

Il primo maggio, arrivo al parco Miralfiori di Pesaro alla festa organizzata dai sindacati, e si torna a casa.  Le serate saranno animate da Radio TLT, e quindi chi vorrà, potrà ascoltarci sul sito web della radio.

 

 

 

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il guinnes

UNA ZONA ROSSA OVUNQUE SI TROVI E’ QUESTIONE NAZIONALE
(“Mettiamoci una pezza”: una città ai ferri corti)

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Mettiamoci Una Pezza

La coperta più grande del mondo, Trieste 20 giugno 2015. Dopo averlo saputo potevano forse mancare le guerrigliere di Mettiamoci Una Pezza? Certo che no!

Non poteva mancare soprattutto il nostro messaggio, quella denuncia che avete recepito e sostenuto sin dall’inizio. Noi che continuiamo a dichiarare che UNA ZONA ROSSA OVUNQUE SI TROVI E’ QUESTIONE NAZIONALE, abbiamo deciso di portare il nostro slogan dentro un gioco, in una delle piazze più belle d’Italia; lo portiamo per ricordare a tutti che ancora non si è messo mano ad una legislazione organica in materia di catastrofi ed emergenze, che ancora si specula, e si abbandonano le zone e le popolazioni colpite da catastrofi naturali. In alcuni casi, purtroppo, ci si ricorda di loro solo in caso di celebrazioni, spesso limitandosi a editare paccottiglia mediatica.

Vi chiediamo allora di starci a fianco ancora , di sostenere quest’incursione, di amplificare questa denuncia, una parola…

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Dedichiamo il nostro 25 aprile a chi fugge dalle guerre

Rifugiati in fuga, l’emergenza è mondiale.  I migranti nel mondo sono circa 50 milioni (51,2 mln, dati UNHCR, aggiornati soltanto al 2013), un numero terrificante, più o meno quanti erano i profughi alla fine della catastrofe della seconda guerra mondiale. Sono triplicati negli ultimi dieci anni. Innanzitutto scappano dall’Afghanistan (circa 2,5 mln, in prevalenza diretti in Pakistan, Iran e Germania), dalla Siria (circa 2,5 mln, diretti in Libano, Giordania e Turchia), dalla Somalia (circa 1,2 mln, in prevalenza in Kenya, Yemen, Etiopia), dal Sudan (citca 700 mila, in prevalenza in Ciad e Sud Sudan), dalla R.D. Congo (circa 500 mila, in prevalenza in Uganda, Congo, Tanzania). Seguono Myanmar, Iraq, Colombia, Vietnam, Eritrea, e molti altri paesi, tutti quelli che subiscono guerre o tragedie legate alle guerre o agli interessi economici, sempre troppe.

rifugiati_sirianiTra i principali paesi di destinazione sopra ricordati, l’unico paese europeo, soprattutto per l’accoglienza  di fuggitivi afghani e irakeni, è la Germania. Tra i primi dieci paesi di accoglienza nel mondo, nel 2013, non figurava nessun pase europeo.
In rapporto al PIL, il peso maggiore di profughi è sostenuto da Pakistan (con 1,7 mln di profughi al suo interno), Etiopia, Kenia e Ciad; spesso i paesi di accoglienza sono a loro volta paesi da cui partono. In rapporto agli abitanti, il peso maggiore è sostenuto dal Libano, ai limiti del collasso con 850 mila profughi (circa un quarto della sua popolazione), seguito da Giordania, Ciad e Mauritania.
Nel corso del 2013 le nuove richieste di asilo presentate ai governi o all’Unhcr sono state più di 1 milione, in 167 paesi e territori diversi; il livello più alto degli ultimi 10 anni. Poi ci sono gli sfollati interni, oltre 30 milioni. In Siria una famiglia ogni sessanta secondi. In Ucraina hanno già superato il milione.

In Europa, il numero più elevato di richieste, oltre 100 mila (dati 2013), è stato presentato in Germania; seguono Francia (circa 60 mila), Svezia (54 mila) e Regno Unito (29 mila); l’Italia è al quinto posto (27 mila); divrebbe salire nel 2014 ma non al primo posto. Il nostro resta un paese di transito.

2014-06-12_crimen_nostrumNel 2014 gli arrivi dal mare nel sud dell’Europa sono stati 219 mila, di cui 170 mila sulle coste italiane e 45 mila in quelle greche. Questi numeri sono in crescita nei primi mesi del 2015 (oltre diecimila soltanto in questa settimana di metà aprile), mettono “paura” e si prestano a strumentalizzazioni di politica (cosiddetta) interna: “Sotto assedio” titolava appena ieri sera uno dei tanti telegiornali e un altro, appena pochi minuti fa: “l’immigrazione dilaga”. Ma se sono numeri percentualmente piccoli rispetto al totale mondiale, sono sempre numeri da esodo impressionanti, soprattutto se vi aggiungiamo le condizioni in cui sono costretti per incuria e voluta disattenzione, e cioè nel totale collasso e senso di abbandono, tra il deserto e il mare, in un viaggio che è come una roulette russa con la speranza di sopravvivere, costi quel che costi, in un degrado dell’uno contro l’altro che va oltre i confini della dignità: “Se questo è un uomo” intitolava le sue memorie dal lager Primo Levi. E comunque, se questi numeri mettono paura qui da noi, allora dev’essere davvero un disastro epocale in tanti altri paesi, se torniamo per un attimo alla consistenza del fenomeno a livello mondiale.

Ma non solo in questo senso l’emergenza è mondiale. Lo è anche e innanzitutto per le sue cause che nessuno disinnesca, i disastri prodotti dalle politiche estere degli stati, di oggi e di ieri, dei conflitti militari e commerciali e gli squilibri sociali che provocano (tra i conflitti militari, vediamo di non aggiungerne altri – chissà con cosa tornerà a casa Renzi dagli Stati Uniti? – e tra quelli commerciali  mi viene in mente il trattato di libero scambio TTIP, favorito dalle multinazionali, contro cui è in programma per il 18 aprile – domani, mentre scrivo – una giornata di protesta globale, ma oltre agli attivisti non se n’è accorto quasi nessuno).

I principali focolai di crisi che ci riguardano più da vicino sono lungo le frontiere degli antichi imperi coloniali o di quelli distrutti a seguito dei confilitti internazionali (quest’anno è il centenario della prima guerra mondiale: il Nord Africa e il Medio Oriente, in quello che era un tempo l’impero ottomano, e in Europa, prima i balcani e ora l’Ucraina, lungo i confini degli allora “imperi centrali”.
In Italia, i flussi maggiori continuano a provenire da Eritrea e Somalia, due ex colonie. Tra loro ci sono figli e discendenti di ex soldati, talvolta direttamente italiani ma più spesso indigeni allora inquadrati sotto il regio esercito italiano, e che magari ancora oggi conoscono un po’ di lingua italiana (ne ho conosciuto qualcuno di persona, tra i rifugiati giunti dopo mille peripezie). Le Divisioni militari del regio corpo libico (circa 10 mila arruolati) parteciparono con il tricolore alle invasioni dell’Egitto e dell’Abissinia mentre le Forze Armate dell’Africa Orientale comprendevano truppe di eritrei e somali. Ci furono perfino reparti di carabinieri formati da eritrei, somali o libici. Oltre alle truppe coloniali, c’erano anche altri corpi formati da stranieri, come le truppe “arabe”, volontari proventieni da Iraq, Palestina, Transgiordiania e Persia, che combatterno prima in Nord Africa e poi alcuni, seguendo le sorti della guerra, presero parte addirittura alla difesa di Roma dopo l’8 settembre. In altri battaglioni sempre del regio esercito erano inquadrati indiani, sikh, gurgha, jugoslavi, albanesi, greci e addirittura cosacchi antisalinisti, arruolati durante la campagna di Russia.

Parlo di un’emergenza mondiale e sto citando la seconda guerra mondiale. La presenza di soldati da ogni angolo del mondo era ancora maggiore tra gli eserciti Alleati – gli Alleati erano colonialisti più professionisti di noi – che parteciparono direttamente alla campagna d’Italia, e quindi alla Liberazione che festeggeremo tra pochi giorni.

img2466Helena Janeczek nel bel libro “LE RONDINI DI MONTECASSINO” ricorda i soldati maori, addirittura i maori dalla Nuova Zelanda, e poi il corpo di spedizione polacco, che si era formato e addestrato nell’Asia sovietica, dopo che i polacchi, già in fuga dal loro paese smembrato, furono scarcerati dai lager staliniani. Maori e polacchi furono in prima linea all’assalto, truppe di fanteria, su quel monte dove si bloccò per mesi il fronte di guerra. I polacchi parteciparono anche alla liberazione della nostra zona, nell’anconetano. Certo, ci furono anche le “marocchinate”, (nel basso Lazio e anche in alcuni angoli di Toscana), termine che non mi è mai piaciuto perché riduce linguisticamente un orrore a qualcosa di biricchino: fu una tragica eccezione, erano truppe, del resto, dirette da ufficiali francesi accusati di aver concesso 50 ore di libertà, e ci furono casi di soldati di altri paesi, ad esempio i canadesi, che intervennero per porre fine a ciò che stavano compiendo. La guerra è sempre piena di orrori, non dimentichiamolo.

img0494soldati a monteseUn crogiolo di truppe da paesi diversi inquadrate anche nell’esercito di Sua Maestà, i Gurkha, gli indiani e tanti altri. I Gurkha liberarono diversi paesi del pesarese nel settembre del ’44, lo racconta in alcune pagine memorabili del libro “Linea Gotica” il partigiano Cristoforo Moscioni (che è lo stesso tenente Moscioni citato da Rigoni Stern nel suo “Il sergente nella neve”, alpino anche lui, come Nuto Revelli, e anche lui poi tra i partigiani e infine, dopo il passaggio del fronte, insieme ai Gurkha, per liberare questa volta i paesi di casa sua).
E poi, i corpi di spedizione autonomi, come quelli dall’Australia o dal Brasile. La Forza di spedizione brasiliana, circa 15 mila soldati, male equipaggiati, fu impiegata sulla Linea Gotica, avanzando nell’inverno del 44/45 tra le nevi dell’Appennino, dalla Garfagnana al modenese. Ho avuto l’occasione di parlarne all’inizio di questo mese, in una serata a Bologna dedicata alla memoria dello scrittore di origine brasiliana, da anni in Italia e anche animatore culturale e amico, Julio Monteiro Martins. Spesso etichettato qui da noi come “scrittore migrante”, in realtà scriveva direttamente in lingua italiana, ma il suo ricordo, proprio per questa parola “migrante” spesso usata in modo improprio, mi ha stimolato le righe che sto scrivendo ora.

Il mondo in Italia, con la seconda guerra mondiale, e con le migrazioni, ma anche gli italiani nel mondo, sempre con le migrazioni: i discendenti di italiani nel mondo sono stimati in circa 60 milioni, forse il primo paese al mondo per questo fenomeno; pare che la città italiana più popolosa al mondo sia  San Paolo del Brasile; gli italiani stabilmente residenti all’estero che hanno mantenuto la cittadinanza sono all’incirca pari ai migranti residenti oggi in Italia.

11111Tornando alla seconda guerra mondiale, ci sono anche i partigiani, a testimoniare la partecipazione diretta del paese che conta. Anche ai nostri partigiani s’erano uniti tanti stranieri, dai disertori tedeschi agli ex-prigionieri di guerra di varie nazionalità, inglesi, russi, americani. Nella nostra regione, tra il monte Catria e il Monte Nerone ci fu una brigata formata totalmente da jugoslavi. Tra i partigiani fucilati dalle truppe di occupazione o dai repubblichini, non ci furono soltanto italiani. Ma ci furono anche partigiani italiani che andarono in Africa, come il livornese Ilio Barontini, che dopo essere stato in Spagna con le brigate internazionali, andò a combattere insieme ai partigiani Etiopi che si battevano contro l’occupazione dell’Italia fascista.

Penso che sia giusto proporre che nelle manifestazioni di quest’anno dedicate alla Liberazione, il settantesimo anno dalla Liberazione di Milano, siano ricordati i tanti “migranti” che fuggono anche oggi dalle guerre nel mondo richiedendo asilo e un po’ di sicurezza in più. E’ il minimo che possiamo fare, se vogliamo dare alla nostra Liberazione un significato davvero attuale e non solo di nostalgica memoria. Una Liberazione che dovremmo continuare a guadagnarci anche oggi. Penso che mi verrà in mente spesso nei prossimi giorni, quando parteciperò alla traversata lungo la Linea Gotica con la Staffetta della Memoria, dal 25 aprile al 1 maggio.

Certo, ci sono tanti in Italia che gridano “ributtiamoli a mare” o più ipocritamente rifiutano qualsiasi accenno all’accoglienza dicendo che è meglio aiutarli riportandoli a casa loro: quale casa, per chi non ce l’ha più? Litanie sinistre, simili a quelle xenofobe del tempo delle deportazioni degli ebrei e di tutte le altre minoranze che furono colpite insieme a loro, anche se non sempre ricordate. Infatti, guarda un po’ il caso alle volte, coloro che gridano contro l’accoglienza sono anche gli stessi che una festa come quella della Liberazione la vorrebbero eliminare. Per questo dobbiamo riguadagnarcela di nuovo. Allora, dopo l’8 settembre, furono tanti gli italiani che abbandonati a se stessi si rimboccarono le maniche, come fanno oggi tanti volontari oppure operatori che si trovano in prima linea nel soccorrere in mare chi fugge.

Peccato che, proseguendo con questa analogia storica, il nostro Stato somiglia troppo spesso a quello dell’8 settembre, vulnerabile e attaccabile da tutte le parti. Il sistema di accoglienza in Italia poggia sulla rete Sprar, che è stata capace di accogliere nel 2013 e 2014 poco più di diecimila persone ogni anno, potenziata poi con altri interventi di emergenza. Un impegno da non minimizzare ma c’è solo questo, un’enorme emergenza improvvisata di giorno in giorno – certo, è molto meno peggio la missione Mare Nostrum (comunque chiusa) rispetto alle cieche politiche di respingimento di precedenti governi – ma non c’è nulla di più e non c’è di meglio e certamente non basta e non è adeguato, e offre purtroppo spazio a “zone grigie” capaci di farsi strada nei vuoti che trovano. Un po’ come il mercato nero durante la guerra, tanto per restare nell’analogia storica che sto usando come metafora. In che mondo vivremo?
Dedichiamo la nostra Liberazione a coloro che fuggono.

(Le foto, nell’ordine: Rifugiati siriani nel campo profughi di Deir al-Ahmar; soccorso di migranti in pericolo in mezzo al mare; soldati indiani sulla Cresta del Serpente a Montecassino, febbraio 1944; tre soldati dei Fucilieri Reali Gurkha inquadrati nella 8ª Divisione indiana; soldati brasiliani a Montese – Linea Gotica; la lapide di un soldato neozelandese di 23 anni, al cimitero militare britannico di Torino di Sangro – CH)

Sullo stesso argomento:
Il silenzio dell’Europa
Bisogna andare a prenderli lì (ancora un naufragio)
Di giorno guardavamo il sole e di notte le stelle
Rivoluzione culturale

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Il mistero del tedesco sepolto a Migiana

2Aspettando la Staffetta 2015. Il 22 aprile a Pesaro un’anteprima della Staffetta della Memoria, con la conferenza spettacolo “Il mistero del tedesco sepolto a Migiana” (trailer). Con Migiana (zona del Monte Tezio) non siamo esattamente sulla Linea Gotica ma nei suoi avamposti in Umbria, vicino Perugia, dove una storia misteriosa che sembrava persa, rinasce da un indizio di fiori, e dalla curiosità di riportarla alla luce per narrarla di nuovo. E come ogni storia che ritorna all’aria anche questa trascina con sé dettagli, particolari, suggestioni, mondi passati e presenti che trovano mille rivoli per continuare a parlarsi.

Il gruppo della Staffetta questa storia l’ha già raccontata e cantata in altre piazze, e la narrerà di nuovo a Pesaro all’Auditorium del Campus Scolastico il 22 aprile alle ore 11.00, ad un pubblico di studenti, in un incontro promosso dall’Anpi di Pesaro. Il 22 è anche la vigilia della partenza della quinta edizione della Staffetta della Memoria, in bicicletta sulla Linea Gotica dal 25 aprile al 1 maggio, e quindi questo incontro assume un significato particolare, diventa quasi la partenza ideale della Staffetta di quest’anno, il primo di una serie di incontri e di serate culturali che s’intrecciano con le pedalate quotidiane degli “staffettisti”.

La conferenza spettacolo fa parte, insieme alle altre due  “La storia dell’occupazione tedesca a Badia Tedalda” “Mi firmo, compagno Giulio”, del percorso di ricerca e divulgazione “Storie di fronti e di frontiere”, a cui il gruppo sta lavorando con continuità oramai da alcuni anni.  Di seguito,  riporto l’anticipazione della storia del tedesco sepolto a Migiana che tre anni fa, approfittando del racconto fatto da Andrea Meschini, ho inserito nel libro “In bicicletta lungo la Linea Gotica”.

“Siamo arrivati al passo della Futa pedalando lungo il sentiero suggerito da Luciano. Gli altri con i furgoni ci aspettavano per andare a visitare insieme il grande cimitero militare tedesco.
E’ importante fermarsi, ci si rende conto di cosa sia la guerra. Basta guardare le date di nascita e di morte dei soldati. In guerra si muore a vent’anni. E’ impressionante vederli tutti insieme in cima a questa collina. Sono più di trentamila, raccolti qui alla metà degli anni Sessanta, quasi tutti i caduti tedeschi seppelliti fino ad allora in cimiteri provvisori, vicino ai luoghi dove erano morti.
Qualche anno fa però ho scoperto, quasi per caso, la storia di un soldato tedesco che non è stato seppellito alla Futa. La racconta Marinella Saiella, un’insegnante di Perugia, nel libro “Storia di un nemico diverso” (Morlacchi editore).
E’ già curioso il modo in cui ha scoperto la storia, circa quindici anni fa. Passeggiava una domenica a Monte Tezio, alla periferia di Perugia, in una piccola frazione di montagna, Migiana, dove ci sono alcune case non abitate e un cimitero abbandonato. Lei nota una tomba curata e con i fiori freschi. Perché? Chi visita quella tomba con un nome tedesco sulla lapide? Così inizia a indagare e pian piano riesce a ricostruire tutta la storia. Dall’arrivo di quel tenente in paese, ai suoi rapporti con i contadini, a quando salva una bambina dalle angherie di alcuni suoi soldati, scrivendo nel suo diario di come la sua vita quel giorno sia cambiata, alla scelta di fermarsi quando il suo esercito si ritira, perché oramai si sente compartecipe dell’Italia e il suo desiderio, quando morirà, è di essere seppellito in territorio italiano. Così, quando il governo tedesco chiede alla madre il permesso per trasferire la sua salma al cimitero della Futa, lei risponde di no e lascia il figlio in quel piccolo cimitero dove qualcuno continua ancora oggi a prendersi cura della sua tomba.
P8240024E’ una storia che trovo molto bella, non solo per le vicende che hanno legato il tenente e quella bambina, ma anche per come è stata riportata alla luce, partendo dalla curiosità provata di fronte ad una tomba ornata di fiori in un cimitero abbandonato. Certe volte basta un indizio qualunque, a cui normalmente non presteremmo attenzione, per riportare in vita un’intera dimensione di memorie, nella sua completezza e con tutto il suo contesto di tribolazioni e di guerra, e anche di sentimenti e di scelte. E’ un po’ come lo spirito della Staffetta.”

(la locandina dell’evento su FB)
(nella foto in basso, i resti delle antiche “neviere“)

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Jugoschegge, di Tullio Bugari e Giacomo Scattolini

“Il pericolo di crisi esistente non dipende però solo dai focolai ancora accesi, ma dal fatto che l’Italia e la stessa Europa si stanno balcanizzando. Un processo che vede l’indebolimento dei legami interni e in cui si manifestano contrasti e punti di vista più particolari. Lo stiamo vedendo nel modo di porsi di fronte alla questione nordafricana, rispetto alla quale l’Unione Europea è in netta crisi. È la stessa  debolezza che rivelò nell’affrontare la guerra in corso in ex-Jugoslavia. In questo senso, la forza ammonitrice della guerra dei Balcani è ancora assolutamente presente e viva, e continua ad ammonirci, ma inascoltata.  (…) È interessante anche il fatto che entrambe le crisi – quella jugoslava venti anni fa e ora nei Paesi del Nord Africa – interessino territori ai confini dell’Europa che circa un secolo fa facevano parte di un unico impero, quello Ottomano. Territori limitrofi, che coinvolgono in particolare il nostro paese. (…) Rispetto a queste crisi, l’Italia si trova potenzialmente in una posizione estremamente favorevole, perché non ha atteggiamenti coloniali. È, sì, un Paese cattolico ma con tratti che la pone anche caratterialmente vicino a questo particolare Oriente. Questo è vero soprattutto per le regioni del nostro meridione, che hanno ancora profonde affinità culturali sia con il mondo ortodosso che con quello musulmano. (…) Sono dell’idea che si dovrebbe raccogliere il valore della lezione appresa da tutte le persone che in modi diversi hanno lavorato – e ancora lavorano – come volontari, cooperanti e simili in queste aree, perché costituisce un collante sociale di enorme importanza per il nostro Paese. Quando tornano in Italia, queste persone portano con sé un messaggio unitario profondo (…) Queste persone hanno capito la lezione. E cioè che un Paese diviso difficilmente vive meglio di un Paese unito. Inoltre, sono in grado di leggere la situazione dei Paesi in cui agiscono da volontari della cooperazione, molto meglio dei giornalisti che guardano il mondo  vivendo esclusivamente tra i mezzibusti e i talk show.”

111Abbiamo aperto così, con la lettura di questo brano di Paolo Rumiz dal libro Jugoschegge, la serata di ieri sera alla biblioteca del Comune di Agugliano, presentandoci al secondo appuntamento di due incontri – il primo già svolto, sulla guerra di civile spagnola – dedicati alle guerre di ieri e di oggi.

Una riflessione, quella di Rumiz, nata dentro la attualità di quattro anni fa, quando il libro fu realizzato, e che allora poteva anche sembrarci destinata ad essere riassorbita dall’incedere di altre attualità sempre incalzanti, e invece sembra una pagina ancora di oggi. Ho scelto questo pezzo, per aprire la serata, anche per l’apprezzamento di Rumiz all’enorme bagaglio di esperienze sociali dei tanti volontari che scelgono di seguire in prima persona i tanti avvenimenti del mondo, sia lontani che vicini, e l’insegnamento utile che possono trarne per tutti noi, se le ascoltassimo. Pensavo alla recente campagna denigratoria e vergognosa, ottusa, contro le due ragazze rapite, e poi per fortuna liberate, in Siria: Greta Ramelli e Vanessa Marzullo.

Subito dopo abbiamo proiettato le foto del libro, gli stessi luoghi di Sarajevo e di Mostar durante la guerra e poi oggi, testimonianze di una vita che prosegue e di una ricostruzione che magari non sempre procede veloce come dovrebbe.

Un occasione, comunque, anche per parlare non esclusivamente di guerre, ma anche delle tante iniziative di ricostruzione, attive ancora oggi, e raccontate o citate anche in Jugoschegge, come la storia raccontata da Mario Boccia della cooperativa agricola “Insieme” di Bratunac – che, tra l’altro, ho avuto l’occasione di incontrare a L’Aquila all’inizio di questa stessa settimana: il 6 aprile è la data del terremoto a L’Aquila ma anche dell’inizio della guerra in Bosnia – o quella della transumanza della pace ricordata da Roberta Biagiarelli, o altre iniziative ancora.
Due le linee principali di riferimento alle tante cose dette: il significato che quell’esperienza ha avuto, un patrimonio che dovrebbe essere recuperato, e il racconto della guerra: come le guerre vengono raccontate e distorte e strumentalizzate dai media e dalle propagande di parte, che nascondono altri interessi (“L’imbroglio nascosto” è il titolo proprio del racconto di Paolo Rumiz); e il racconto delle storie travolte dalle guerre, facendo sì che almeno il racconto non le travolga di nuovo ma sappia rispettarle. Sono temi che attraversano tutti gli interventi contenuti in Jugoschegge, ciascuno dal punto di vista della sua specifica esperienza: il fotografo Mario Boccia (“Fotografare la guerra”, il suo racconto), il giornalista Ennio Remondino, l’attrice Roberta Biagiarelli attraverso il teatro civile, il giornalista e anche cooperante Luca Rastello con le sue riflessioni autocritiche e critiche sulla relazione di aiuto (“Il fallimento virtuoso” è il titolo del suo racconto), il freelance e viandante balkan Alessandro Gori, la cooperante Silvia Maraone con le attività ancora in corso e che coinvolgono molti giovani, lo scrittore Paolo Rumiz. Ho utilizzato per ciascuno una qualifica, che vale solo come un riferimento, dal momento che poi, quando si è direttamente sul posto,  tutte le qualifiche tendono a sentirsi strette dentro i loro confini.

Sarebbero ancora tante altre le cose  le cose da dire. Un’occasione, comunque, quella di ieri sera, per riproporre il nostro contributo a non dimenticare queste esperienze; lo abbiamo fatto utilizzando un libro che ci sembra ancora molto attuale e realizzato grazie alla collaborazione attiva di tanti amici, tra i quali, oltre agli autori già citati, anche Massimo Cirri con la sua prefazione e Agostino Zanotti con l’introduzione.

Non ce ne ricordiamo sempre, ma in testa al nostro libro c’è anche una bella citazione di Paolo Vittone (dal libro “La lumaca e il tamburo”), a ricordarci, appunto e nonostante tutto, il sentimento che può essere suscitato da quei luoghi: “Resto impigliato con lo sguardo nel magnetismo del filo dell’orizzonte marino. E mi accorgo di aver capito fino in fondo che quando si ama un luogo, così come quando si ama una persona, non ci si chiede come possederlo, come controllarlo, ma piuttosto come appartenergli.”

JUGOSCHEGGE: www.jugoschegge.it/

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“Escrevo da Montese destruida”

11112849_471950166288500_3592888302499612973_nMercoledì 8 aprile, ho partecipato a Bologna alla giornata “Tenere accesa la macchina sognante”, omaggio allo scrittore Julio Monteiro Martins, scomparso lo scorso 24 dicembre. A tre mesi di distanza, il 24 marzo, la rivista on line El Ghibli aveva dedicato a Julio un bel supplemento, la letteratura come essere, con la partecipazione di tanti suoi amici. Julio era un amico anche per me, l’avevo conosciuto qui a Jesi quando venne per la terza edizione del festival letterario ALFABETICA, come ho avuto modo di raccontare nel blog dell’associazione culturale ALTROVÏAGGIO.
La promotrice e organizzatrice dell’incontro di ieri a Bologna, Pina Piccolo; l’occasione, la presentazione postuma dell’ultimo romanzo di Julio, “La macchina sognante”; il modo per ricordarlo, un reading di tanti amici, come una maratona o una “staffetta” di tante letture, poesie e racconti di Julio o dedicati a Julio, testimonianze, ricordi carichi di affetto. Non avevo partecipato ad altri appuntamenti che ci sono già stati in questi pochi mesi dalla sua scomparsa, ho voluto non mancare questo.

Per l’occasione, ho voluto scrivere anch’io un pezzo in suo onore, su un argomento a cui lui teneva molto, e ho cercato di farlo in un modo che lui sicuramente avrebbe apprezzato. Un paio di anni fa Julio aveva pubblicato su Sagarana un estratto del mio libro “In bicicletta lungo la Linea Gotica”, con la Staffetta della Memoria sui sentieri della seconda guerra mondiale.
In quel frammento citavo i soldati americani e Julio osservò: “Non ci furono solo gli americani ma tanti altri, dimenticati, come la Força Expedicionária Brasileira.” Nel libro li citavo i soldati brasiliani. Poco, a dire il vero, e nel frammento scelto per niente. Mi sembrava di avere un debito nei confronti di Julio, so che aveva visitato i luoghi e il sacrario brasiliano vicino Pistoia, dove fino al 1960 erano sepolte le salme dei 465 soldati caduti, poi trasferite e sepolte nel Monumento nazionale ai Caduti di Rio de Janeiro. Oggi, nel sacrario qui in Italia, ne rimane uno solo, un milite ignoto, ritrovato nel 1967 a Montese, sull’Appennino modenese; degli altri c’è il nome inciso nelle mattonelle in marmo disposte sul terreno.

Oggi, per questa occasione dedicata a Julio, ho voluto fare un gioco: ho ripreso corrispondenze di guerra e testi storici in italiano e in portoghese, e li ho smontati e ricomposti liberamente tra loro, gioco con le parole e mescolando le due lingue.
È un gioco serio, in onore di Julio e dedicato a quei ragazzi di venti anni, che settanta anni fa esatti, erano stati mandati a combattere sui monti tra Bologna, Modena, Pistoia e Lucca, e in memoria di quel milite ignoto, in particolare alla battaglia di Montese, nell’aprile del 1945.

*****

entrata monteseEscrevo da Montese destruida. Montese non esiste più. Nessuna casa intatta. Solo ora podemos avaliar l’effetto terribile dei colpi de artilharia. Montese è una cidade deserta, envolta em ruinas. Case in frantumi. Macchie di sangue testimoniano la violenza della battaglia.

Desde que la battaglia ebbe inizio a população… scomparve. Invano ho cercato un abitante: porte destroçadas, letti vuoti, camere em desordem.
La torre per metà abbattuta, il cimitero danificado. Carri armati distrutti, pareti cadute, una bomba de aereo inesplosa. Macerie e silenzio. O silêncio degli uomini cansados: este é Montese.

I brasileiros hanno vinto sui nazisti: un combattimento verdadeiramente épico, scontri de casa em casa, tra gli uccisi e i feriti muitos nostri combattentes.
Ragazzi de vinte anos, giunti sull’Appennino despreparados; oltre agli alemanni, altri due inimigos: o frio e la montagna; molti si ammalarono de pulmonite e pleurite; l’equipaggiamento fornecido dagli americani revelou-se inadeguato, e le armi parevano fazer parte de um stock muito vecchio. Arrivavano dall’altro capo del mondo para lutar por uma causa nota a todos, ma senza uma verdadeira motivazione ideologica.

Terminada la guerra il bilancio fu: 239 dias di battaglia; 457 morti e desaparecidos, 16 dispersi, 2.720 feriti e 38 prisioneiros de guerra. Catturarono 20.573 prigionieri e 80 cannoni, 1.500 viaturas e 4.000 cavalos. Combatterono contro três divisões fascistas (Italia, Monte Rosa e San Marco) e dez divisões alemanne. Gli aerei fecero 1.738 voli, fino al Brennero e in Austria, 445 missioni e 2.456 decolli para ofensivas.

DistintivoFEBCon il loro simbolo, un cobra che fuma, videro luoghi che le mappe non segnalavano: Ca’ Berna, Madonna dell’Acero, Montilocco, Mazzancana, Ronchi di Sopra, Bombiana, Guanella, Vidiciatico, Cravullo, Castellaccio, Ca’ d’Orsino, Montaurigola, Gaiano, Lizzano in Belvedere, Gaggio Montano, Marano, Sassuolo, Vignola, S. Ilario d’Enza, Montecchio, Neviano. Fornovo. Gli abitanti di quei luoghi agradeciam como podiam: offrivano uova.

I brasileiros si fermarono in quei paesi e fu una rivoluzione culturale e politica. Il longo contacto tra popoli differentes non portò solamente destruição, ci fu anche convivenza tra abitanti e militari, e nascimento de amicizia, e relações de afeto che dopo la guerra deram em casamento.
In Brasile furono scritte canzoni. La “Canção do Expedicionario” parla com saudade di quanto i soldati avevano lasciato a casa.
Ogni anno, a Montese, unica cidade al mondo con luoghi dedicati al Brasile (uma praça, uma rua, dois monumentos e uma sala do Museu), giungono brasileiros per partecipare alla festa della Liberação, e la gente di quei paesi non offre più soltanto ovos.

*****

Il testo è liberamente ricomposto da un reportage di guerra, da Montese, di Egydio Squeff e dai due testi: “A Montese e Monte Castello, i successi più significativi” di Walter Bellisi; “E il cobra si mise a fumare…” di Dulce Rosa Rocque, disponibili QUI; per approfondire, si  può consultare il portale della FEB.  La foto dell’ingresso dei soldati brasiliani a Montese è tratta dal sito del Museo di Iola di Montese.

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I lamponi della pace a L’Aquila

6 aprile 2015. Sono stato a L’Aquila, per partecipare alla giornata “Oggi non si parla di guerra”, organizzata, con la collaborazione del Comune, dalle associazioni aquilane Animammersa e Mettiamoci una pezza, che hanno invitato la Cooperativa Agricola Insieme, di Bratunac, Bosnia, quella dei lamponi della pace. lamponiUna giornata per non parlare di guerra, ma di pace, delle cose che si possono fare in pace, e che già si fanno, giorno per giorno. Il luogo, una “casa” di legno in piazza San Bernardino (laboratorio dell’associazione Mettiamoci una pezza, che sta lavorando ad un bellissimo progetto); dentro, la cornice costituita dalle fotografie di Mario Boccia, tratte dalla mostra “l’imbroglio etnico; al centro le marmellate della ccoperativa: “dentro ci sono le dolcezze dei nostri sogni e delle nostre pazzie” diceva Rada Žarković, raccontando la loro storia e la rete di amicizie e di relazioni sociali cresciute attorno e insieme ai lamponi. La stesso sapore intenso dell’amicizia che si respirava tutti insieme in quel luogo. I vasetti di marmellata erano “vestiti” dai cestini fatti a mano, ai ferri o all’uncinetto, dalle donne delle associazioni aquilane, un bell’effetto estetico, simile ad un abbraccio.

1215192425Poche ore prima c’era stata a L’Aquila la fiaccolata notturna, perché questo è il sesto anniversario di quella disgraziata notte. Girare oggi per L’Aquila mette ancora il magone addosso, per i mille ostacoli che impediscono a ciò che c’era prima di riprendere pienamente vita. Che c’entra la Bosnia?, potrebbe pensare qualcuno. Si potrebbe chiederlo alle donne aquilane che con vero entusiasmo, bastava guardarle, hanno promosso l’iniziativa. “Noi ci capiamo – ha detto sempre Rada – perché entrambe siamo rimaste al nostro posto e abbiamo ripreso a ricostruire”. Il 6 aprile. È la data del terremoto aquilano del 2009 e anche l’inizio della guerra in Bosnia, nel 1992. Che cosa significa il “capirsi” è sottolineato molto bene dall’emozionante reading di quattro donne delle associazioni aquilane, di un bel testo (drammaturgia di Rita Biamonti), in cui le due realtà si sovrappongono tra loro come una sola:  “Mi ricordo di quell’aprile. Quando ho lasciato la mia casa e la mia città. Che cosa fare? Dove andare? Non lo so, eravamo disperati. Ci siamo sedute in macchina dove abbiamo trascorso la notte. Il mattino seguente è cominciata la vera guerra?” Scorrono via così, intrecciate insieme, queste testimonianze che parlano linguaggi condivisi, che si capiscono, perché “Una città distrutta non è uno spazio vuoto. È peggio. È perché non è vuoto e non è più se stesso. Contiene già punti di riferimento ma non sono più validi.” I lamponi. Una pianta all’apparenza fragile, ma tenace, capace di affrontare i rigori del clima di montagna. È stato un volontario trentino all’inizio della loro esperienza, ad aiutare le donne della cooperativa di Bratunac, a insegnare loro come piantarli, in un terreno che era già adatto perché i lamponi vi erano già di casa, e a curarne e proteggerne la crescita. Ora le piante di lampone “tornano” in Italia, nel senso che a mezzogiorno ne sono state piantate alcune nel parco di San Bernardino, a simboleggiare ma non solo, una ripresa che come sempre nasce dal basso, e che è più forte quando è corroborata dall’amicizia. Tutto questo sta diventando anche un documentario, “Dert“, di cui ci hanno parlato i registi Mario e Stefano Martone, che hanno proiettato il trailer, hanno seguito la stessa giornata di ieri con le loro riprese e ci hanno parlato della loro prossima visita a Bratunac il prossimo luglio, al tempo della raccolta dei lamponi. Qualcuno non vede già l’ora di esserci, sarà una lunga amicizia.

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“Come è buono lei”

rastello-204x300“I buoni” di Luca Rastello, Chiarelettere editore. “Come è buono lei”, dice Fantozzi al suo capo mentre si congeda camminando all’indietro e stropicciando il basco tra le mani, come se solo lo stigma del potere potesse conferire la qualifica di “buono”, come uno status da cui i comuni mortali, come noi e Fantozzi, sono esclusi. E’ una delle frasi più celebri di Fantozzi, che si alterna quasi come un sinonimo a “Come è umano lei”, che però già contiene un lontano retrogusto, l’aria di un sarcasmo sottile, quello di cui comunque sono capaci gli esclusi.

Il libro di Luca Rastello “I buoni” – che ho comperato un anno fa, quando uscì accompagnato da un vivace dibattito e alcune stizzose polemiche, ma che poi ho letto soltanto pochi giorni fa – l’ho trovato molto gradevole letterariamente, forse a tratti difficile perché inconsueto nella lingua, ma sempre capace di restare sul filo di una tensione quasi febbricitante e attenta, viva, lucida, anche spietata in quanto decifrante tanta psicologia di gruppo – mi viene in mente Bion – pur senza usare mai categorie cliniche, bensì quelle della tensione etica e dell’analisi dei meccanismi del potere, attualizzati alla realtà dell’oggi.

È anche un libro assai coraggioso, ma non tanto o non solo, secondo me, perché sullo sfondo s’intravede – questi sono i meccanismi delle analogie che più o meno meccanicamente tutti o quasi siamo indotti a riprodurre – la figura di Don Ciotti, cioè quasi un tabù. Ed infatti è proprio da qui – mescolando realtà a romanzo – che sono partite tante discussioni, polemiche: tra gli interventi che più spiccano ci sono quelli di Gian Carlo Caselli e di Nando Della Chiesa (ma gli interventi sono tanti, il sito Oblique ne ha raccolti diversi e li ha resi disponibili in rete)  e poi precisazioni e successive repliche, da parte dello stesso autore, il quale smentisce questo meccanismo automatico di trasposizione tra la realtà e il romanzo, anche se un romanzo comunque serve per discutere della realtà; replica Rastello: “(…) quando ho voluto scrivere un pamphlet (per esempio sugli scrittori che dissertano di democrazia sui giornali) l’ho fatto con nomi e cognomi in chiaro. Molti sassi ho lanciato, mai nascosto la mano, mai fatto velo con eufemismi, travestimenti o retoriche. La scelta di scrivere un romanzo è tutt’altra cosa: è la scelta di affrontare temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive. Ho voluto raccontare un male che è ovunque e che io per primo porto dentro.(…)”

Coraggioso, dunque, non tanto per la trasposizione che gli rimproverano quanto proprio per il tema in sé affrontato. Un tema difficile, per certi aspetti blindato: essere buoni, farne uno stile di vita o addirittura un’organizzazione o perfino un mestiere, restando sempre buoni, anzi di più, col certificato di bontà, che pur di realizzare il bene non si ha paura di ‘sporcarsi le mani’. Espressione, quest’ultima, dai molteplici potenziali significati, su cui ritornerò.

2Del resto, se su tutto questo tema uno resta a pontificare dalla comoda poltrona di casa , certo non corre il rischio di fare ‘male’, ma di sicuro non fainemmeno ‘bene’. Un bel dilemma. Se invece, ti alzi da quella poltrona, ti incammini nel mondo e ci provi, anche solo un poco, se non a fare il “bene” almeno a cercare di capire che cosa è il “male”, beh, allora è inevitabile che ti trovi di fronte, più spesso di quanto si possa immaginare, anche tanti dilemmi di cui farti carico. Perché comunque la realtà ti sovrasta. E se di questi dilemmi te ne fai carico, e sei coraggioso innanzitutto con te stesso, perché non è facile, puoi rischiare anche di non venirne fuori. Mi viene in mente Alessandro Langer. Ma se invece non te ne fai carico e accetti tutto quello che si fa come una… una fede è la parola che mi esce fuori – ma anche questa è una parola che meriterebbe di essere chiarita -, nel senso cioè che hai solo certezze, beh, allora, è qui che forse ti trovi di fronte quel mondo in cui s’immerge, mi pare, il lungo discorso che Luca Rastello fa con se stesso attraverso il suo romanzo. Leggendolo, si capisce che la sua familiarità – soprattutto interiore e di umana identità prima ancora che delle dinamiche organizzative e ideologiche – con i temi che affronta e le realtà che descrive è molto alta, e il discorso assume così un valore più generale.

La scrittura scelta non è quella del reportage ma della letteratura, che non è un’astrazione o l’uso di finte metafore ma un diverso metodo per tentare di entrare dentro se stessi, in angoli che con altri metodi potrebbero restare nascosti. Poi, naturalmente, il lettore ha ragione di voler discutere, anche a modo suo.

Condivido la possibilità o la rivendicazione di avere dubbi, non saprei farne a meno, credo che aiuti a mantenersi sulla giusta lunghezza d’emozione, che è labile e può sfuggire via ad ogni momento. L’espressione “sporcarsi le mani” è una di quelle che nel romanzo rientrano in misura maggiore nel lessico – quasi una neo lingua – usato dal prete a capo dell’organizzazione benefica di cui si pervade l’intera storia. Ma che significa? La sua semantica è così univoca e semplice, oppure nasconde più significati? O copre addirittura alibi? (Inoltre, a dire il vero, di nuovo, non è un’espressione usata solo nel romanzo, fa parte anche di quelle nella realtà usate da Don Ciotti, e dunque tutta la polemica può rimettersi in movimento!).

“Mi piacerebbe una bella discussione, anche la più accesamente polemica: se ne fanno così di rado. Sul libro di Luca Rastello, “I Buoni”, si consuma una bruttissima discussione” dice Adriano Sofri in una delle sue repliche. E’ vero, come è vero che alcuni attacchi sembrano difese d’ufficio in cui non si distingue la realtà dal romanzo, ma forse, dato il tema, non poteva nemmeno essere altrimenti. Chissà?

Nel suo primo intervento a questo dibattito a distanza, tramite i media, Adriano Sofri aveva scritto: “Io non lo conosco (Rastello), ma ho letto suoi libri su temi che mi sono famigliari, fin dal primo: “La guerra in casa” (Einaudi 1998), sulla sciagura della ex Yugoslavia. Rastello visse quell’esperienza, in Bosnia e a Torino per l’accoglienza ai rifugiati, con una sensibilità acuta e irritata nei confronti del piacere che l’esercizio della bontà procura ai “buoni”, e ai disastri che lo zelo riesce a infliggere ai suoi beneficiati.”  Sì, ho avuto occasione anche di discuterne di persona con Rastello – prima del suo romanzo, forse lo stava già scrivendo – ed è vero, anche io nel mio piccolo, dopo un mio coinvolgimento su quelle vicende, con intensità assai minore rispetto alla sua, ho avuto occasione di verificare queste contraddizioni, chiamiamole così, del bene, quando è mescolato alla retorica o a chissà che altro ancora; dubbi e sguardi critici che non ci hanno comunque impedito di continuare a ‘sbatterci’, in grande o in piccolo, nel modo che ci pareva migliore e su cui ci interrogavamo di continuo. Altrimenti, se non facessimo tutto questo, l’uno e l’altro, continuando a ‘sbatterci’, rischieremo di scadere nel suo becero opposto: mi vengono in mente, ad esempio, le montagne di insulti per lo più gratuiti, fuori luogo e tendenziosi, rivolti alle due ragazze, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, nei mesi scorsi rapite in Siria. (Poi, anche su questo, ad esempio, sarebbe interessante un bel dibattito, come dice Sofri).

C’è anche chi rimprovera a Rastello – non ricordo più in quale articolo esattamente l’ho letto – che si poteva raccontare anche delle tante realtà, magari piccole e anonime, lontane dalle luci del marketing buonista e che funzionano. Certo, è vero, si dovrebbe farlo, magari con una altro romanzo, non opposto a questo e nemmeno alternativo o correttivo, ma semplicemente un altro; oppure con un’indagine sociale o con un reportage, come del resto qualcuno già fa. E certo, non per “dimostrare” che il “discorso” di Rastello è condannabile: non avrebbe nemmeno senso se si trattasse di questo. Mi ricorda, il tutto, anche quel lontano dibattito, innescato qualche decennio fa da Leonardo Sciascia, di critica al professionismo dell’antimafia.

Oppure altri, nella polemica, citano, opponendolo a Rastello, anche il discorso dello stesso Don Ciotti a Latina il 21 marzo 2014, che nell’occasione ho ascoltato di persona perché ero là, sotto al palco: “(…) meno parole, da parte di tutti, anche da voi familiari, e più fatti; molte parole sono diventate malate, stanche, retoriche, e tra queste la legalità: quanta legalità di comodo, strumentale, al servizio del potere? C’è anche un’altra parola malata, antimafia, diventata oggi sospetta. C’è qualcuno che si dichiara pro-mafia? Nessuno. Tutti dicono di essere anti ma tra questi c’è chi vi ha costruito sopra una falsa credibilità (…) dobbiamo avere il coraggio di non nasconderci dietro le parole, il coraggio dell’umiltà, di riconoscere anche i nostri errori, perché anche nei nostri mondi e tra tante persone meravigliose e in realtà graffianti e di grande dolore, si insinuano forme di arrivismo, di ambizione personale, e di piccoli giochi di potere, anche dentro le associazioni che dicono di essere l’antimafia, e allora abbiamo bisogno di umiltà e di farci l’esame di coscienza (…) ma anche il coraggio di non cedere alla rassegnazione ma nemmeno di indugiare nell’indignazione, perché non basta indignarsi (…)”.

Troviamo gli stessi temi nel romanzo. Come rapportarsi? Paradossalmente mi viene in mente anche Mao quando invitava a sparare sul quartiere generale, dietro c’era uno scontro di potere, e quindi, il tutto, anche questo stesso discorso, va sempre ripreso e messo in dubbio, proprio per essere meglio compreso.

E’ possibile fare il bene non troppo male, si chiede qualche personaggio nei dialoghi del romanzo.  Oppure, più semplicemente, senza dimenticarci mai che siamo tutti comuni mortali, come Fantozzi, e quindi il bene e il male li portiamo mescolati dentro, perché allo stato puro non esistono, sono solo astrazioni ideologiche o, nel migliore dei casi, delle categorie del pensiero che ci aiutano a valutare le cose del mondo.

1Ma potrei continuare all’infinito; non lo chiude Rastello il discorso e non potrei farlo certamente io. Preferisco chiudere con una bella citazione letteraria che si riferisce al personaggio principale del romanzo, una ragazza uscita da un tombino ed entrata nel mondo così, quasi di botto, quindi in qualche modo “pura” (un personaggio con un’elevata resilienza, si potrebbe dire con altri linguaggi!). Mi ero già innamorato di questo passaggio e poi, consultando tutto il dibattito, l’ho trovato citato anche da Massimo Raffaeli“Azalea cammina sulla ghiaia di uno spartitraffico, accanto alla corsia delle auto che vanno via veloci e l’aria del viale è soltanto congestione, rancore feriale, sogni rimandati e marmitte. Ma lei non cammina in quell’aria: la sua testa si perde nel silenzio che disegna un cerchio intorno ai suoi passi e appena qualche centimetro più in là cede il campo alla città. Si guarda le punte dei piedi, poi svolta e attraversa nel traffico”.

Raffaeli commenta: “Nella peripezia di Aza il bene e il male sono mescolati fino a rendersi irriconoscibili, o meglio: per lei, sono entrambi il risultato di azioni prodigate o subite senza la necessità di un accredito oppure di una reprimenda. Per questo Aza può inoltrarsi nella vita finalmente libera, indenne, consapevole di sé, senza sentirsi affatto buona e, anzi, senza il bisogno di aggiungere nemmeno una parola.”

(le illustrazioni sono di Arianna Vairo e si trovano nel proscenio del libro)

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Una coalizione sociale? Ci vuole pazienza.

11072174_447664578723381_2135992454597809132_nQualche libera riflessione su questa benedetta “Coalizione Sociale” che viene ricondotta a Maurizio Landini: come mai è diventata subito così popolare sui media? Ma al tempo stesso nessuno riesce a definirla, e dunque valutarla per cioè che è o dovrebbe essere ma accanendosi piuttosto con tentate definizioni e battute, per farla sembrare uno strano e nuovo partito? Farla sembrare, cioè, qualcosa d’altro? Ma è un gioco difficile, come si può  farla sembrare qualcosa d’altro, se ancora non è? Infatti, potrebbe non essere nulla – una proposta, tenta di rispondere Landini, ma per proporre occorre che gli altri ti prendano sul serio e non ti svuotino in partenza – e quindi  potrebbe anche svanire via presto come tante cose di cui si perde perfino il ricordo. Ma il ricordo ha anche i suoi paradossi, nel senso che di solito ricordiamo solo ciò che non dimentichiamo, ma ciò che dimentichiamo continua ugualmente ad esistere, indipendentemente da noi (o forse, ci dimentichiamo soltanto di ricordarlo?).

CBMSCQ1WYAAO6oI CBMGhWJWQAERrch CBMGhRzWsAEgvF7 CBMGhNzWcAEfx8n CBMGhNzWUAA0Yg_L’accanimento mediatico maggiore su Landini riguarda la parola “partito politico”, come se tutto ad un tratto solo la forma di partito politico possa garantire una consistenza sociale e una sostanza certa, in un momento storico in cui sfiderei chiunque a spiegarmi davvero che cosa è diventato un partito oggi, su come un partito assicura la rappresentanza e la partecipazione dei suoi iscritti e dei suoi elettori, sul modo in cui la esprime e, soprattutto, una volta arrivato sulla scena del potere istituzionale, quale potere esercita davvero. I partiti mi sembrano piuttosto il vuoto al potere. Le grandi coalizioni di interessi internazionali, il potere della finanza, dei complessi militari industriali e le settanta guerre in giro per il mondo, gli accordi di cui non sappiamo nulla o quasi, come il ttip, le imprese che decidono come investire o disinvestire come quando e dove vogliono, le società di consulenza internazionale e dei super tecnici che controllano i conti degli stati – o magari vengono chiamati anche direttamente a governare -, le conseguenze sociali che producono, il proliferare di liste civiche e partitini inventati che aspirano ad amministrare senza risorse enti locali, ma non solo, sempre più alla deriva. Ce n’è abbastanza per fare della fantascienza catastrofista. Landini, fai un partito anche tu, mettiti dentro, ti scecheriamo noi, partecipa ai talk show, facci divertire.

“I processi di disintegrazione che hanno cominciato a manifestarsi in questi ultimi anni – il deterioramento dei servizi pubblici: la scuola, la polizia, il servizio postale, la raccolta dei rifiuti, i trasporti ecc.; il tasso di mortalità sulle autostrade e i problemi del traffico nelle città; l’inquinamento dell’aria e dell’acqua – sono conseguenza sintomatiche dei bisogni diventati incontrollabili delle società di massa. Essi sono accompagnati e spesso accelerati dal simultaneo declino dei vari sistemi partitici, tutti di origine più o meno recente e destinati a servire i bisogni politici di massicce concentrazioni di popolazione (…) la trasformazione del governo in amministrazione, o delle Repubbliche in burocrazie, e la disastrosa contrazione dell’ambito pubblico che ne è seguita, hanno una storia lunga e complicata nel corso dell’era moderna; e questo processo è stato notevolmente accelerato durante gli ultimi cento anni attraverso la nascita delle burocrazie dei partiti. Ciò che rende l’uomo un essere politico è la sua facoltà di agire; gli consente di riunirsi con i suoi simili, di agire di concerto e di raggiungere obiettivi e realizzare imprese che non sarebbero mai venute in mente, per non parlare delle aspirazioni del suo cuore, se non gli fosse stato dato questo dono: di imbarcarsi in qualcosa di nuovo. Filosoficamente parlando agire è la risposta umana alla condizione di essere nato”.

Scriveva così Hannah Arendt, non ieri sera a Ballarò o da Santoro ma quasi mezzo secolo fa, nel 1969 (“Sulla violenza”, Guanda Editore), ammonendo anche che “dove il potere è scosso compare la violenza”.

“Riunirsi con i propri simili e agire di concerto”, potremmo chiamarla “democrazia partecipativa”, e il canale per ottenerla non mi sembra che siano i partiti politici, almeno nella forma con cui oggi li conosciamo e agiscono in questo sistema rappresentativo. Nel corso dell’Ottocento nacquero prima le società di mutuo soccorso, le leghe operaie e contadine, i prototipi di un welfare dal basso, prima ancore che le democrazie borghesi concedessero a tutti il diritto di voto; nel secondo dopoguerra una delle battaglie sindacali più importanti riguardò il controllo del collocamento, tolto ai lavoratori, per il tramite dei sindacati, e trasferito alla burocrazia statale, sotto lo sguardo dei prefetti. Non credo si debbano ripercorrere oggi vecchie strade, rispolverare vecchi simboli che incorporavano anche altre contraddizioni, o inseguire tardo nostalgie di tempi mitici che mitici in realtà non sono mai stati, ma forse, sgranare meglio gli occhi sull’oggi potrebbe tornare utile. Tutti a chiedersi che cosa sia mai questa coalizione sociale,  e quanti voti potrebbe aspirare a raccogliere alle elezioni – tentando quindi di assegnargli un’identità, o forse una marcatura di contenimento –  ma nessuno che si chiede: per fare che cosa?

Di tentativi a fare nuovi partiti o partitini o coalizioni elettorali se ne sono succeduti uno all’anno ultimamente, come una coazione a ripetere. Scrive la Arendt, che “la qualità essenzialmente umana (della sfera politica) è garantita  dalla facoltà dell’individuo di agire , dalla capacità di dare inizio a qualcosa di nuovo.”  Qualcosa di nuovo.  Certo, non basta desiderarlo. Anche la “coalizione sociale” – come oramai è stata battezzata – potrebbe essere un vuoto, o una specie di buco nero dove non sappiamo più bene cosa ci sia finito dentro, ma forse proprio per questo potrebbe essere indispensabile cercare di gettarci dentro uno sguardo. Magari non è nemmeno un vero buco nero, magari ci sono tante realtà piccole e meno piccole, e anche quando non si siano già formate – perché non è così semplice “il riunirsi con i propri simili e agire di concerto” – magari ne scopriamo il bisogno che potrebbe alimentarle.

Ma per una coalizione sociale non ci vuole tempo, addirittura anni? Chiede Giacomo Russo Spena a Stefano  Rodotà (qualche mese fa, in un’intervista su Micromega); risponde Rodotà: Ci vuole pazienza e occorre ricostituire nel Paese un pensiero di sinistra. A livello istituzionale abbiamo assistito alla chiusura dei canali comunicativi tra politica e mondo della cultura, ciò si è palesato durante la riforma costituzionale. Come negli anni ’60-’70, per il cambiamento istituzionale, deve tornare la rielaborazione culturale. Il lavoro che ha svolto MicroMega in questi anni è prezioso e va continuato in tal senso. Insieme a Il Fatto sono le due testate che hanno tenuto dritta la barra. Ora vanno moltiplicate le iniziative, vanno connessi i soggetti sociali (anche attraverso la Rete) e va recuperato quel che c’è di produzione culturale operativa. Infine, tassello fondamentale: organizzazione. Tali processi non possono essere affidati semplicemente alla buona volontà delle persone.”

(le foto, tratte dal sito della Cgil, sono di qualche secondo fa, della manifestazione in corso a Roma)

un po’ di documentazione:
I documenti dell’assemblea nazionale Fiom, Cervia, 27-28 febbraio
– La Coalizione sociale, una risposta alla fine del movimento operaio
– Arci: siamo con la coalizione sociale di Landini. Per ora 
– Sulla “Coalizione sociale” di Landini piena attenzione dell’Anpi ma non adesione
– Don Ciotti: “La coalizione sociale di Landini? Ben venga, collaboriamo”
– Oggi tutti “Unions” con Landini: è la coalizione anti-Renzi

 

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Le spese militari (“viva la guerra?!”)

“Le spese militari: a cosa servono, per difendere chi e che cosa?”.  Questo il titolo del secondo e ultimo incontro del ciclo “Viva la guerra?!”, con gli interventi di altri due relatori, diversi tra loro sia per l’argomento specifico trattato da ciascuno che per i punti di vista espressi, arricchendo così ulteriormente le nostre domande e gli spunti di  approfondimento e riflessione.

13Vincenzo Comito, collaboratore della campagna Sbilanciamoci e autore del libro “Le armi come impresa, il business militare e il caso Finmeccanica“, ha presentato il quadro aggiornato delle spese militari nel mondo – pari globalmente a circa il 2,5% del Pil mondiale e di nuovo in aumento negli ultimi anni, secondo i dati e le stime del Sipri (lo Stockholm International Peace Research Institute) – e ha illustrato le tendenze in atto, le diverse strategie militari dei principali paesi, a iniziare dagli Stati Uniti, le nuove direzioni degli investimenti, il complesso degli interessi industriali e militari, la privatizzazione in atto nel settore della difesa e della sicurezza, le strategie delle principali imprese mondiali del settore e la loro propensione ad assumere generali o ammiragli in congedo, fenomeno che potrebbe essere definito un conflitto d’interesse. L’attenzione infine si è soffermata sul nostro paese, sul ruolo della Finmeccanica e delle altre principali imprese, quali la Fincantieri o la Fiat Iveco. Tante le domande che possono sorgere dopo un’analisi così articolata; la più immediata, che possiamo porci, riguarda quale sarà l’impiego di tanti mezzi di distruzione, in cerca sempre di nuovi sbocchi. Tra i tanti aspetti, appare particolarmente preoccupante la spesa per le armi nucleari. Lo sguardo generale all’industria degli armamenti, la consapevolezza della quantità di risorse che vi vengono investite a scapito anche di investimenti sociali,  potrebbe indurre anche al pessimismo chi vorrebbe invece più pace e meno armi, più diplomazia e meno interventi militari, proprio perché dall’analisi si evidenzia la complessità degli interessi in campo e il loro intreccio con chi ha il potere di prendere le decisioni. Come reagire?

24Lisa Clark, dei “Beati i costruttori di pace” e collaboratrice anche delle campagne “Senzatomica” e della “Rete disarmo“, ha iniziato il suo intervento mostrandoci una parte di un video dedicato all’utilizzo delle armi atomiche durante la seconda guerra mondiale, con la distruzione delle città di Hiroshima e Nagasaki, per richiamare l’attenzione sull’assoluta necessità di messa al bando delle armi nucleari; una riflessione anche su che cosa si può fare e sull’importanza della mobilitazione dal basso, in particolare partendo proprio dalle Città,  il ruolo che possono svolgere le città in quanto tali per la difesa delle comunità locali e per la pace, un tema che a questo livello si coniuga direttamente con l’uso equilibrato delle risorse e la difesa dell’ambiente. È possibile, dunque, mobilitarsi e ottenere risultati, come ad esempio negli anni scorsi la mobilitazione per la messa al bando delle mine antiuomo, campagna che ha avuto anche il riconoscimento del nobel per la pace, anche se naturalmente l’argomento richiede che la mobilitazione continui ancora; oppure le campagne per la messa al bando delle armi chimiche e di quelle batteriologiche, facendo leva anche sulle istituzioni internazionali, affinché la loro azione sia più efficace. E tuttavia, proprio quando si può essere almeno parzialmente ottimisti sui risultati ottenuti da certe campagne, ecco insinuarsi proprio qui il vecchio dubbio se può essere sufficiente tutto ciò, oppure occorra porsi, in determinati casi, anche altri tipi di intervento. Ma di che tipo? Se non si vuole cadere nel paradosso che chi decide il tipo d’intervento sia qualcuno intrecciato con quegli interessi di cui sopra?

Ci sarebbe da discutere a lungo, e se ne discute, infatti, non solo da oggi. Personalmente valuto molto positivamente i due incontri, quello di sabato 7 sul tema “Isis, protagonisti e comparse in Medio Oriente“, con Wasim Dahmash e con Cam Lecce e Jörge Grünert, e quello odierno di sabato 14, con tutte le questioni che hanno posto, di cui ho cercato, in un modo assai schematico e anche personale, di riassumere i riferimenti principali. Penso che la cosa più utile sia di valutare i due incontri non tanto per le risposte – di cui non potevano farsi carico – quanto proprio per il loro contributo a porre le domande, da formulare in modo sempre più adeguato per trarne gli spunti utili da approfondire e su cui riflettere, evitando le risposte frettolose, magari pressati dall’emozione dei fatti tragici come ce li presentano i media o, peggio ancora, dalle manipolazioni e propagande di chi ha interessi diversi. Credo che andrebbero ripresi di nuovo tutti i temi trattati in questi due incontri, per ritornarci e discuterli ancora, trovando anche modalità diverse di approfondimento e studio, e soprattutto di confronto e di dibattito, proprio perché si tratta di questioni complesse.

Il ciclo dei seminari è stato organizzato da “L’Altra Europa, comitato Jesi-vallesina”, con la partecipazione di Arci, Anpi, Libera e Comitato Italia Cuba.

link utili: SIPRI, yearbook 2014, sintesi in italiano

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I martiri del Campo di Marte

(I martiri del Campo di Marte, ricordati anche come i martiri di Vicchio).
6 marzo 1944, il fronte di guerra è ancora bloccato a Cassino, non sono bastati i controversi bombardamenti che poche settimane prima, il 15 febbraio, hanno raso al suolo il LORO_NONVOTAVANO_I-FASCISTI_GLI-SPARAVANOmonastero. In quei giorni di marzo si sta preparando un nuovo attacco, di fanteria, vengono mandati avanti nuovi contingenti di neozelandesi e di polacchi[1]. I tedeschi dovranno ritirarsi prima o poi, già da alcuni mesi stanno fortificando la Linea Gotica, disturbati dalle bande partigiane; dal canto loro gli Alleati bombardano già da tempo tutte le principali città e vie di comuniczione del centro nord. Il 6 marzo, un gruppo di partigiani occupa la cittadina di Vicchio, nel Mugello, poco spra Firenze. La mattina del 12 marzo, alcuni reparti repubblichini fanno un rastrellamento nella zona e catturano diversi renitenti alla leva, sospettati di essere partigiani. Per lo più sono giovani contadini del posto, ma c’è tra loro anche un aviere sardo nascosto presso una famiglia. Inizia così il calvario di questi ragazzi. I fascisti vogliono qualcosa di plateale, trsferiscono i ragazzi a Firenze, li processano subito e ne condannano diversi a morte. Cinque li fucilano la mattina del 22, al Campo di Marte. Sono tutti ventenni, quattro di Vicchio (Antonio Raddi, Ottorino Quiti, Adriano Santoni, Guido Targetti) e uno di Maracalagonis, vicino Cagliari, si chiama Leandro Corona. Tre dei giovani muoino subito ma altri due proseguono la loro agonia dimenandosi, finché il comandante del plotone non li finisce con la rivoltella. Lo spettacolo è tale che alcune reclute repubblichine addirittura svengono o scappano. Si dovrà aspettare il 2008 prima che un Presidente della Repubblica assegni ai ragazzi uccisi la medaglia d’oro al valor civile.

Conoscevo solo il nome di questa strage – “i martiri del Campo di Marte” – poi l’ho sentita raccontare lo scorso anno durante la Staffetta della Memoria, in bici sulla Linea Gotica, da uno dei ciclisti, Sandro Targetti, nipote di uno di quei ragazzi martiri (ecco qui alcune note, dal diario della Staffetta dello scorso anno). La Staffetta consente anche questo, ricordare insieme tante storie importanti, da non dimenticare.

[1] Ho letto la scorsa estate un coinvolgente libro sulla battaglia di Montecassino – “Le rondini di Montecassino” di Helena Janeczek -, sulle storie dei neozelandesi e, in particolare, sull’epopea tragica dei polacchi; poi sono andato a visitare quei luoghi, il cimitero polacco – impressionante vedere le tante tombe dei soldati rimasti uccisi in quella battaglia – il mausoleo e il museo giù in città, per ricordare quella storia.

(la foto in alto è tratta dal sito di Radio Mugello, in un articolo che parla della commemorazione dello scorso anno da parte del Circolo Arci “12 marzo” delle Caselle di Vicchio)

 

 

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Viva la guerra?!

Viva la guerra?! E’ questo il titolo del ciclo di due seminari aperto ieri, sabato 7 marzo, alla Biblioteca Petrucciana di Jesi, con Wasim Dhamash, docente di lingua e letteratura araba all’Università di Cagliari, e Cam Lecce e Jörg Grünert, della “Rete di solidarietà con la Palestina e pace nel Mediterraneo” Abruzzo/Molise; l’incontro è stato introdotto da Roberto Frey, del Laboratorio Sociale di Ancona. Il ciclo di seminari si concluderà il prossimo sabato 14 marzo alle ore 16.00,  con Vincenzo Comito, collaboratore della campagna Sbilanciamoci e Lisa Clark, del direttivo nazionale dei “Beati i Costruttori di Pace”.

123Ci sono, nel titolo dell’iniziativa, un punto interrogativo seguito da un ironico, o forse perplesso punto esclamativo, come preoccupati di indicare ai possibili sguardi superficiali che si tratta di una provocazione, molto evidente invece a chi, come tanti di noi, alla parola guerra ha sviluppato una sorta di automatica allergia.  “Questo titolo – ha detto il primo relatore, Wasim Dhamashmi ha fatto sentire come un brivido addosso, la prima volta che l’ho letto.”  A lui il compito di aprire la serie di riflessioni proposte da questi incontri, la cui prima giornata ha focalizzato l’attenzione sulla ingarbugliata situazione in medio oriente, dove l’analisi di quanto accade può procedere soltanto con cautela, disponendo di informazioni parziali, o da filtrare, dentro il grande mare delle comunicazioni mediatiche ridondanti, di effetto e sbrigative, se non al servizio di interpretazioni di comodo e in contrasto tra loro. Per orientarsi, occorre ricostruire il disegno d’insieme, partendo – per questa era contemporanea che ci riguarda – dal sostegno finanziario e in armi nel 1979 ad alcuni gruppi in Afghanistan, in funzione allora antisovietica; ridisegnando poi gli scenari di lungo periodo, attraverso le innumerevoli guerre destabilizzanti di questi anni, fino alle varianti e alle vicende del “caos” attuale; cercando anche di coglierne l’impatto, le conseguenze e le reazioni, i punti di vista. Non un’analisi “dotta”, nel senso di fine a se stessa, ma preoccupata di comprendere ciò che sta avvenendo, per poterlo fronteggiare; Wasim ha citato il libro di Domenico Tosini “Terrorismo e antiterrorismo nel XXI secolo”: “Il presupposto per una lotta efficace contro il terrorismo è conoscerne la natura. La reazione peggiore è considerarlo come il prodotto di irrazionalità o fanatismo, e i suoi militanti come soggetti mentalmente disturbati. Il terrorismo ha una sua propria (senz’altro terribile) ‘logica’»: benvenuti nella sua nuova epoca, il XXI secolo.” E’ dunque una riflessione volta anche a denunciare coloro che strumentalizzano e alimentano la guerra, un invito a mettere in guardia contro la manipolazione delle coscienze, che impedisce la ricerca di soluzioni corrette.

456Il secondo contributo della serata è venuto da Cam Lecce e Jörg Christoph Grünert, due artisti di Pescara fortemente impegnati nel sociale, che hanno portato la testimonianza delle loro attività e visite nei campi profughi in Libano, l’ultima delle quali poche settimane fa. “Il teatro come corpo sociale e orizzonte di diritti umani” è il titolo di un libro che avevano con sé, che contiene alcune delle storie raccontate ieri sera: “Osama aveva 17 anni ed era seduto di fronte a noi, nel circle time…mentre raccontava con uno sguardo perso nel vuoto, dei suoi compagni saltati in aria nell’ambulanza della protezione civile durante la guerra appena conclusa.” Che significato hanno queste esperienze, come trasmetterlo? “Il laboratorio ha sicuramente effetto terapeutico in senso lato, l’esempio di Osama descrive la possibilità dei laboratori  di promuovere le capacità resilienti delle persone e delle collettività sottoposte a grandi traumi e stress.” Si tratta dunque di un’esperienza, diciamo, terapeutica? Non esattamente, sarebbe riduttivo o addirittura fuorviante. E’ di più, un di più che ha a che fare con la formazione dell’essere umano e con il valore della creazione artistica, con un qualcosa che richiede probabilmente una ricerca mai esausta e sempre aperta: “La sua dimensione è quella del gioco, e come ogni gioco si gioca seriamente, la sua posizione è quella del non-potere, non si afferma e non si impone, solo si fa.” Cam e Jörg hanno accompagnato la loro testimonianza con la proiezione delle fotografie del loro ultimo viaggio, che ancora di più ci hanno trasmesso il senso della difficoltà e della situazione tragica nella quale molti profughi sono costretti a vivere, oltre i limiti della nostra immaginazione, ma trasmettendoci al tempo stesso, visivamente, il vero senso della parola “resilienza”.

Il dibattito seguito ai due interventi, data la vastità dei temi trattati, non poteva che restare aperto, rivolgendosi – mi sembra corretto dire – alla formulazione di ulteriori domande; ad esempio: quali sono i disegni geopolitici, la geografia degli interessi sottostanti e contrapposti tra loro, le dinamiche che assumono, le manipolazioni a cui siamo sottoposti e così via: anche tutti noi, insomma, avremmo bisogno di potenziare la nostra resilienza.

Il secondo appuntamento presso la Biblioteca Petrucciana di Jesi è per sabato 14, alle ore 16, sul tema “SPESE MILITARI: a cosa servono, per difendere chi e che cosa”; intervengono Vincenzo Comito, collaboratore della campagna Sbilanciamoci, e Lisa Clark, del direttivo nazionale dei Beati Costruttori di Pace.

Il ciclo dei seminari è stato organizzato da “L’Altra Europa, comitato Jesi-vallesina”, con la partecipazione di Arci, Anpi, Libera e Comitato Italia Cuba.

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“Blu di metilene”, con Tiberio Bentivoglio

Blu di metilene, incontro con Tiberio Bentivoglio, Jesi, 28 febbraio. “Blu di metilene” è un progetto e-antiracket progettato da Tiberio Bentivoglio ed Alfonso Russi, ex consulente tecnico della DDA di Catanzaro, ideato per sostenere la compravendita online di prodotti e servizi di aziende appartenenti al settore “no pizzo”.
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7L’avvio dell’iniziativa riguarderà la SANITARIA SANT’ELIA di Reggio Calabria, del testimone di giustizia Tiberio Bentivoglio, aderente al gruppo no-pizzo “ReggioLiberaReggio”.  A regime, il progetto è estensibile ad altre aziende/artigiani “no-pizzo”, in virtù della sua elevata flessibilità e portabilità operativa. A presentarlo ieri sera a Jesi, c’erano Tiberio Bentivoglio e Alfonso Russi. L’iniziativa è stata organizzata dal  presidio di Libera di Jesi, attivo in città dal 2009 e intestato lo scorso anno a Giuseppe Russo, un giovane di 22 anni, di Acquaro (Vibo Valentia) ucciso da un boss della ‘ndrangheta perché non lo voleva come fidanzato di sua cognata.

Tiberio Bentivoglio era stato già ospite a Jesi nello scorso mese di dicembre, per raccontare la sua storia e, con la sua, le storie di chi si ribella ai soprusi. “La cosa che fa più male, però, ” diceva anche ieri sera – lo cito ora a memoria -, “non è la minaccia o la bomba, ma l’assenza di attenzione della gente”, ricordando non solo l’isolamento attorno alla sua attività commerciale e al suo lavoro, che rischia di fallire, ma anche, ad esempio, la difficoltà a suo tempo di trovare un avvocato disponibile ad assisterlo o il senso di isolamento quando doveva presentarsi in un’aula di giustizia per  testimoniare in un processo: “negli ultimi anni però non è più così; l’ultima volta c’erano in aula “i ragazzi” di Libera a sostenermi, a farmi sentire la loro presenza, non ero più solo ma come a casa mia, tra i miei, e questo da una  nuova carica.”

Nelle immagini, alcuni momenti dell’incontro di ieri sera, che poi ha proseguito anche con una cena collettiva per sostenere il progetto. Sull’incontro avvenuto a dicembre, vedi “Se il popolo si ribella per noi è finita”.

COLPITO, la vera storia di Tiberio Bentivoglio” è anche un  libro, scritto da Daniela Pellicanò, con una prefazione di don Luigi Ciotti.

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Il giorno del ricordo

250px-Pfo_Toscana_a_Pola2Dopo la giornata della memoria, il 27 gennaio, oggi 1o febbraio è il giorno del ricordo, dedicata alle vittime delle foibe. Una vicenda storica che ha con la nostra memoria un rpporto molto complesso, per il suo intrecciarsi negli anni di rimozioni, ricostruzioni parziali o strumentali, e dall’altra tentativi di una corretta ricostruzione e adeguata commemorazione. Voglio citare qui un’intervista di dieci anni fa – nel primo anno in cui la giornata è stata celebrata – di Andrea Rossini a Giacomo Scotti, storico istriano, che ricostruisce la complessità di quella realtà, tra il ’43 e il ’47.
Mostrarne la complessità e la diversità dei singoli avvenimenti che si succedono, credo che non ne diminuisca la tragicità, ma al contrario ci aiuta ad avere una visione più lucida, proprio grazie alla maggiore comprensibilità della Storia.

“I veri infoibati” – risponde Scotti – “che sono stati fucilati e i cui corpi sono stati gettati nelle foibe sono verosimilmente alcune centinaia. La storiografia dell’estrema destra parla tuttavia di parecchie migliaia”.  Nei passaggi successivi Scotti ricostruisce la varie fasi storiche, iniziando dalla rivolta popolare in Istria dopo l’8 settembre ’43, per circa un mese fino all’inizio di ottobre: “un’insurrezione di contadini che hanno assalito i Municipi, hanno assalito anche le case dei fascisti, di coloro che facevano parte della milizia volontaria della sicurezza nazionale, degli agenti dell’OVRA (la polizia segreta fascista, ndr) ammazzandone parecchi nelle loro case, e alcuni gettandoli nelle foibe.” Queste violenze in Istria non si ripeterono più, in questa forma.

Una seconda fase si ha invece a Trieste, i famosi 45 giorni dopo l’occupazione titina: “Qui ci sono stati effettivamente episodi di pulizia etnica perché la cosiddetta guardia popolare – di cui facevano parte tra l’altro moltissimi Italiani, triestini, goriziani e friulani – e che a Trieste dava la caccia ai gerarchi, ai fascisti, ha colpito anche molti antifascisti la cui colpa era quella di battersi perché Trieste restasse italiana. Da una parte c’era l’idea di molti combattenti di costruire il socialismo fino all’Isonzo, però c’era anche molto nazionalismo da parte delle truppe di Tito arrivate a Trieste. (…) Inoltre c’erano alcuni reparti del Nono Corpus sloveno, quindi uomini che avevano direttamente subito angherie dal fascismo. (…) Quindi c’era rabbia, c’è stata anche vendetta, un revanscismo da parte di questi soldati e sono stati commessi crimini.” Quindi Scotti ricorda di aver trovato un telegramma di Tito che ripmprevera e rimuove dal comando il comandante della piazza di Trieste per non aver saputo controllare il regime di occupazione.

“Quanti siano stati i cosiddetti infoibati in questa fase non saprei dirlo”, dice Scotti, “stando a storici triestini come Galliano Fogar che era un azionista, oppure Raoul Pupo, oggi professore universitario, si tratta anche là di alcune centinaia di persone finite nella foiba di Basovizza, che ora è diventata monumento nazionale italiano. Di fronte a queste vittime bisogna certamente inchinarsi. Però bisogna anche dire che quelli che parlano di 10.000 o 20.000 infoibati infangano le vere vittime perché con le menzogne finisce che la verità viene coperta e anche chi dice il vero non viene creduto.”

Il terzo episodio storico citato nell’intervista è quello del grande esodo degli istriani, altra grande rimozione del nostro passato. Anche qui, però, per uscire dalla rimozione occorre ricostruire in modo adeguato: “Alla fine sono partite 240.000 persone. Tra queste c’erano, veniamo alle cifre, 44.000 funzionari che erano venuti dall’Italia negli ultimi 18 anni di presenza italiana in Istria, maestri elementari, insegnanti, questurini, carabinieri, finanza ecc. che si iscrivevano nelle liste della cittadinanza ma non erano autoctoni istriani o dalmati o fiumani. Non li voglio certamente togliere, ma questi erano 44.000. C’erano poi 20.000 Croati. Quindi quando si parla di Italiani bisogna fare attenzione. Parliamo degli Istriani, di qualsiasi nazionalità, non erano soltanto Italiani i profughi.”

Nella parte finale dell’intervista Rossimi chiede che cosa significa, per un istriano, questo “giorno del ricordo”? “Io e molti altri, quasi tutti gli Italiani qui”, – risponde Scotti – “stiamo vivendo questi giorni con molto disagio, ci sentiamo veramente avviliti. Le destre, ovunque, i nazionalismi, ad esempio il nazionalismo dei dieci anni di Tudjman, durante il quale hanno cercato addirittura di chiuderci le scuole italiane, ci hanno perseguitato, ed ora questo nazionalismo da parte italiana, che è un’euforia insopportabile, con questi film che dicono menzogne, queste cifre che dicono menzogne, queste parate, ci avviliscono… Questi nostri vicini, amici con i quali viviamo qui nell’Istria, a Fiume, questi Croati, ci dicono: ‘Noi che abbiamo subìto un’aggressione durante la guerra, abbiamo subìto 360.000 morti dall’occupazione italiana, abbiamo subìto i campi di concentramento italiani… Invece di chiederci perdono ci attaccate ormai continuamente…’ Come può fare un Italiano che vive qua a guardare in faccia questa gente?”

L’intervista poi prosegue, su altri aspetti ancora, e molti altri li ho sorvolati, in questa mia sintesi veloce. Chi vuole approfondire però può andare direttamente all’originale: La memoria delle foibe in Istria: intervista a Giacomo Scotti, di Andrea Rossini. Nella finestra in alto accanto all’articolo sono riportati altri articoli, anche di altri autori, sullo stesso argomento, pubblicati anche successivamente all’intervista.
(nella foto in alto, cittadini di Pola s’imbarcano sul piroscafo Toscana)

Fenomenologia-di-un-martirologio-mediatico_mediumIn data odierna, invece, sempre su Osservatorio dei Balcani e Caucaso, è stato pubblicato questo nuovo articolo: “Le foibe nella rappresentazione pubblica”, di Gorazd Bajc, una recensione del libro di Federico Tenca Montini: “Fenomenologia di un martirologio mediatico. Le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi”.

Sul tema della memoria, vedi anche sul sito ALTROVÏAGGIO, la sezione “AL ROGO, profezia & memoria

 

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Assalto al treno (2015)

Albacina – Si è tenuta ieri, sabato 7 febbraio, la commemorazione dell’assalto al treno, avvenuto 71 anni fa ad Albacina, il 2 febbraio 1944. Come tutti gli anni un significativo Anumero di persone, invitate dall’Anpi di Fabriano, si è riunito per commemorare questo che è uno dei più importanti eventi della Resistenza nella nostra regione. Dopo i saluti del Sindaco di Fabriano, davanti al cippo sul piazzale della stazione, nei pressi dei binari, per rendere omaggio ai caduti di quel giorno, la commemorazione è proseguita all’interno della stazione, a causa della fitta pioggia. Quest’anno ho avuto l’onore d’essere invitato per tenere l’orazione; di seguito il testo che ho letto, preceduto dall’intervento introduttivo di Valeria Carnevali dell’Anpi di Fabriano, molto efficace ed attuale.

“Osservare e conoscere le esperienze di Resistenza contemporanee” 
di Valeria Carnevali

BLa ricorrenza del 2 febbraio, che quest’anno abbiamo scelto di posticipare a sabato 7 per ovvie ragioni di calendario, è molto importante per l’associazione, perché permette di porre un punto di inizio al nuovo anno di attività, incontrando le persone che, a vario titolo, come familiari dei partigiani, lavoratori, pensionati, politici, persone di cultura, insegnanti, studenti, membri della società civile, tra cui anche rappresentanti di altre sezioni ANPI della regione, hanno a cuore la memoria degli avvenimenti della Resistenza, ma anche l’attualità dei suoi valori. Insieme ai successivi fatti della zona (l’eccidio di Braccano di Matelica, 24 marzo, l’eccidio di Monte S. Angelo di Arcevia, 4 maggio, la battaglia della Vallina di Monte Cucco, 4 luglio 1944), questo episodio fa parte di una catena di eventi di notevole rilevanza nella storia della Liberazione d’Italia. Continua a leggere

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“Cronache di ordinario razzismo” (a cura di Lunaria)

CopertinaL’Europa tra i venti di guerra e la bonaccia del razzismo? Due facce della stessa medaglia? Ecco l’introduzione al rapporto “Cronache di ordinario razzismo – terzo libro bianco sul razzismo in Italia“. disponibile in formato pdf sul sito di Lunaria.  Oltre 200 pagine di interventi sui vari aspetti del fenomeno, tra cui un’intera sezione dedicata a “Migranti e media”. Di seguito, l’introduzione al rapporto: A distanza di quasi tre anni, torniamo a ripercorrere le Cronache di ordinario razzismo che attraversano la vita pubblica e sociale nel nostro paese. Lo facciamo, questa volta, allungando lo sguardo verso l’Europa, di cui le elezioni svolte nel maggio scorso hanno svelato le pulsioni nazionaliste, xenofobe e populiste. Sono pulsioni cavalcate ad arte da formazioni vecchie e nuove dichiaratamente di destra, ma ispirano anche movimenti e partiti che si dichiarano più moderata- mente conservatori, di centro o privi di culture politiche di riferimento. Incontrano facilmente consenso a causa del procrastinarsi di una crisi economica, sociale e democratica che non accenna a fermarsi. Trovano linfa nella pervicacia di politi- che istituzionali miopi e poco lungimiranti nei confronti dei migranti, dei profughi e dei rom. Si intrecciano con il modello culturale, plasmato da decenni di egemonia neoliberista, fondato sull’individualismo, la competizione, la distruzione scientifica di qualsiasi anticorpo collettivo considerato non allineato rispetto all’ideologia domi- nante. Spesso nascondono conflitti di classe e diseguaglianze sociali, riuscendo a penetrare il tempo e lo spazio della vita quotidiana. Continua a leggere

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“Anche nella questione della razza noi tireremo diritto”

Si conclude domani 31 gennaio la mostra “Per non dimenticare”, allestita in un vagone ferroviario al piazzale ovest della stazione di Ancona, da Anpi, Arci, Spi Cgil, Libera, altre associazioni e istituzioni. Il titolo completo della mostra è “Le SS ci guardavano: per
12345loro eravamo come scarafaggi”
, una citazione dal racconto delle poche sopravvissute dal lager di Ravensbrück, riservato alle donne, ve ne transitarono oltre cento mila, in gran numero politiche, molte prelevate per i bordelli degli altri campi o inviate come cavie umane agli esperimenti dei medici. Cavie, non per un sadismo fine a se stesso, ma per testare farmaci, per i profitti delle case farmaceutiche che sostenevano il regime. Una pagina particolarmente efferata, della quale solitamente si parla un po’ meno. Altre sezioni della mostra sono dedicate ad altri documenti, di carattere più generale, sui campi di sterminio, o anche a documentazione dalla stampa di allora, con la propaganda razzista dei regimi, compresa la campagna di difesa della razza del regime fascista in Italia. “Anche nella questione della razza, noi tireremo diritto” riporta la prima pagina del Corriere della Sera del 24 agosto 1938, e più sotto l’articolo di apertura titola: “Origini ed omogeneità della razza italiana”: che vergogna!  La mostra è stata molto visitata in questi giorni e molte, durante il mattino sono state le classi scolastiche della città e dei dintorni. Ho incrociato anch’io alcune di queste scolaresche, accompagnate da “guide” dell’Anpi e dai loro insegnanti. “Forse sono immagini troppo forti” sentivo commentare da un’insegnante un po’ perplessa, e in effetti le foto delle donne recluse a Ravensbruck, e le didascalie sotto, riportavano una realtà al di là del comunemente immaginabile. Sento un ragazzo che chiede: “Ma che avevano fatto di male per essere trattati così?” Una domanda che apre un mondo. Innanzitutto come una ricerca di una spiegazione che appare già impossibile. O anche, ben nascosta sul fondo di ciascuno di noi, l’idea che qualcosa di male possono aver fatto. E se anche fosse? E se anche qualche remota colpa potesse far meritare una punizione, ciò che poi accadde, e che spesso continua ad accadere, può essere mai paragonato ad una punizione? Semmai, spesso, sono stati proprio molti di quei criminali a scampare la giusta punizione che avrebbero meritato. “Che reazione hanno avuto i ragazzi” chiedo a una volontaria dell’Anpi che ha appena concluso il giro della mostra con loro: “Mi sono sembrati sempre tutti molto attenti, non li ho mai visti distrarsi o annoiarsi. la mostra ha un impatto forte, è stata pensata appositamente così.”  Chissà, davvero, che effetto ha? Qualche sera fa ho seguito una conferenza del filosofo Umberto Curi; ad un certo punto aveva parlato della poetica di Aristotele, spiegando come per Aristotele una tragedia da rappresentare a teatro è bella, nel senso di ben fatta, se suscita compassione e terrore, perché allora può favorire un processo di catarsi, di purificazione. Coinvolge, diremmo con il linguaggio corrente. Chissà se le immagini forti della mostra producono, o hanno prodotto, un effetto analogo? Nella mia esperienza personale ho sentito parlare davvero per la prima volta, in modo compiuto, della realtà dei lager, quando un professore a scuola – allora anche noi avevamo sedici anni – decise di togliere un po’ di tempo alla lettura dei Promessi Sposi – con tutto il rispetto dovuto a Manzoni – per leggere al suo posto “Se questo è un uomo” di Primo Levi. So benissimo che non basta una mostra o un libro, da soli, e che occorre la continuità e la coerenza di tutti i giorni, ma forse nemmeno la coerenza di tutti i giorni è sufficiente da sola, se non ha poi queste occasioni di approfondimento, di racconto diretto, di accesso alla documentazione. Il vagone ferroviario, simile a quello usato allora per le deportazioni, appare come un contenitore ampio e profondo quando si entra e lo si vede vuoto, è bello da vedere, da una sensazione di piacevole accoglienza. “Provate a immaginarlo – diceva un volontario dell’Anpi ai ragazzi – pieno zeppo di persone, più di cento, strette in piedi, in viaggio per giorni, senza mangiare, senza un bagno, senza sapere dove si è diretti!”. E’ difficile immaginarlo.

Sullo stesso argomento:
AL ROGO, profezia & memoria
La narrazione fatta e non ascoltata

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Bloody Sunday, 43 anni fa

bloody4Cerchiamo la memoria nelle ricorrenze e magari non ci rendiamo conto che siamo noi stessi la memoria, attraverso gli eventi in cui siamo passati o che ci hanno sfiorato nelle varie epoche, o di cui abbiamo ascoltato testimonianze importanti. Ci sono ricordi e memorie che possono affiorare in qualsiasi momento, da ogni data, ciò che dobbiamo ancora imparare a fare meglio, forse è di non trascurarli per stanchezza o superficialità, ma anche non lasciarsi soccombere, ma trovare il modo adeguato per farli rivivere nel presente. Tra le tante cose accadute in questa data, oggi è il 43° anniversario del Bloody Sunday, la domenica insanguinata di Derry, quando i paracadutisti dell’esercito britannico sparò più di mille colpi sulla folla che marciava per i diritti civili, cantando We shall overcame. Leggevo poco fa un twitter di radio statale, che oggi alle 14 va in onda con una trasmissione su questo. Alcuni anni fa ho fatto un viaggio a Derry, e poi, l’ho raccontato qui sul blog, in questo racconto. Veramente emozionante, perché ho incontrato alcuni reduci di allora, parenti di alcune delle vittime. Erano miei coetanei, avevano venti anni e parlando con loro, fotografandoci insieme, mi avevano riportato ai miei venti anni, e all’eco di quegli avvenimenti che allora ci era giunta qui. Negli stessi giorni del terremoto di Ancona. Ricordavo bene i miei pensieri e quegli echi, e sentirli dal vivo era qualcosa di molto coinvolgente. L’articolo che scrissi allora è questo: Bloody Sunday, 30 gennaio 1972.

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(questa immagine invece è tratta dal twitter di Stataleradionews)

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It was a dark and stormy night…

Charlie-Brown-Era-una-notte-buia-e-tempestosa...Non mi tornano i conti, come se restasse sempre fuori qualcosa. Forse più di qualcosa! Qualche giorno fa ho postato su Fb una vignetta dove Snoopy sul tetto della sua “casa” batte sui tasti della machina da scrivere: “Era una notte buia e tempestosa…”; mi sembrava una buona battuta per esprimere il bisogno di un attimo di pausa, in mezzo alla ricerca affannosa in questi giorni di dire la propria, come per rassicurarci uno con l’altro su una interpretazione capace di rassicurarci, nel senso di avere l’illusione di capire tutto e, quindi, in qualche modo – chissà in quale? – di controllarlo. 
Insomma: siamo tutti Charlie, sì, ma la domanda poi è: chi siamo? Snoopy m’era venuto in mente anche per cercare di rendermi autonomo da Charlie.
Poi, stimolato dalla lettura in rete del comunicato “Charlie Hebdo, la solidarietà di Sarajevo” , mi sono diretto verso un angolo della mia libreria poco frequentato negli ultimi anni, dove sono  i miei libri sui Balcani e sulla guerra di ex- Jugoslavia.
Sono stato spinto, a farlo, da alcuni piccoli dettagli, ad esempio: il “ceto sociale” – oggi il termine “classe” non si usa più – di provenienza degli attentatori, i quartieri di periferia da dove erano partiti, l’artigianalità esibita. Tutto così diverso dalle “torri gemelle”. E poi la qualità dell’obiettivo. L’11 settembre era stato il simbolo e il luogo del potere imperialista. Ora, un giornale di satira che irride tutti i poteri. Un giornale però che si trova – almeno attualmente – anche al centro di una città non qualunque – una grande capitale storica del colonialismo, simbolo forse anche di una tollerante liberalità del “potere imperial-colonialista” al suo interno? – e non nella sua “periferia”. Quindi, magari, estraneo, antropologicamente, a chi con quell’attentato s’identifica.
200Ma forse – chissà? – estraneo anche a molti che hanno solidarizzato identificandosi con questo simbolo (in questo momento non considero quelli che invece hanno finto soltanto di identificarsi, per cavalcare l’evento e trarne le opportunità che credono, strumentalizzandole).
Non mi tornano i conti, nel senso pratico del termine: che dobbiamo fare ora?
Dobbiamo pensare ai complotti? Mi ritrovo abbastanza in un commento di Giulietto Chiesa, che dei complotti è un’analista: la domanda “a chi giova?” resta sempre assai utile per decifrare, ma riusciamo davvero a capirlo a chi giova fino in fondo? Oppure dobbiamo condannare i fondamentalismi, ponendo come unico tema al centro la libertà d’espressione? Certo, ma il problema allora è: come farlo? E che cos’è davvero la libertà d’espressione? Insomma, le questioni sono tante e quindi in questo senso mi sento come Snoopy: era una notte buia e tempestosa!
Dicevo della guerra di ex-Jugoslavia – che forse conosco un po’ meglio ma ogni volta che ritorno sull’argomento mi accorgo che quella lezione non è affatto capita, e che ciò che di volta in volta ci appare chiaro, ma forse solo superficialmente, si presta ad essere rovesciato subito nel suo opposto.
Ho ripreso a sfogliare un po’ di quei libri, che forse è il caso di rileggere, per ripartire anche da lì e poi proseguire. Fare o tentare un’operazione di “cultura”, in questa epoca nella quale la cultura è sempre di più utilizzata come sistema di distrazione di massa, come sentivo affermare di recente da Goffredo Fofi in un’intervista.
Tra i libri che ho ripreso a leggere qua e là, c’era “L’Altra Serbia, gli intellettuali e la guerra”, della metà degli anni Novanta, con una prefazione di Predrag Matvejevic e curato da Melita Richter Malabotta: una raccolta / selezione di molti interventi dei membri del Circolo di Belgrado, letti in due diverse sezioni tenute nella primavera del ’92 e nel successivo inverno, all’inizio di quella guerra.  Sono tutti da leggere o rileggere. Tra questi, però, sono andato per prima cosa a cercare uno dei due interventi di Filip David – scrittore e redattore della TV di Belgrado, che nel gennaio 1993 fu messo in “licenza obbligata” – che più o meno ho sempre ricordato in questi anni, credendo spesso di trovarne tracce evidenti qua e là, come una sorta di memoria capace anche di farsi profezia. Cambiano ovviamente i contesti specifici di riferimento, ma è la sostanza che m’interessa. Ciò che ricordavo, in particolare, era la citazione e interpretazione che Filip David fa della “filosofia della borgata”, del filosofo Rodomir  Konstantinovic. – che forse è utile approfondire. Trascrivo qui un paio di brani di Filip David:phpThumb_generated_thumbnailjpg
“L’insostenibile leggerezza del morire. Quello che rende particolarmente insopportabile la vita dello scrittore nella società totalitaria è la sensazione che le parole abbiano perso il loro vero significato, si siano usurate e rinsecchite, siano diventate le scorze vuote sull’immondezzaio dell’ideologia.
Con le parole nominiamo le cose: colui che in questa magia sa i veri nomi delle cose diventa il padrone del grande potere, crea e cambia il mondo. Se le parole sono poco chiare e imprecise, anche i siginificati sono falsi. Tutto perde il proprio valore, anche la vita umana. In tali mondi la barbarie sopprime la civiltà. Per i barbari la civiltà è la causa di tutti i mali, delle malattie e delle deformità. Il barbaro distrugge le città perché le odia dal più profondo della sua anima selvaggia, e in loro vede la fonte del male e della pestilenza. I barbari nostri contemporanei sono nati dallo spirito della borgata. La loro psiche è affascinata dalla mitologia e dagli ideali di vita tribale, patriarcale. E’ una società che il tempo non ha scalfito, pietrificata nella sua immobilità. E’ ossessionante la sua brama di territori e simboli araldici. Ma dietro tutto c’è un grande, terrificante vuoto che divora tutto.”   C’è chi la chiamava la teoria dei “primitivi”, all’assalto delle città!
Sono circa cinquanta gli interventi – opinioni, analisi, riflessioni – riportati nel libro, diversi tra loro e ricchi di spunti, per tornare a noi e aprire un discorso sulle “città”, le stratificazioni sociali e di classe oggi, i rivolgimenti ulteriori in questi ultimi decenni e anni di “crisi”. Tutto questo richiede uno sforzo nuovo e inedito di comprensione. Non sono mai esistite risposte semplici a domande complesse.
Tra i pochi interventi di questi giorni che ho trovato interessanti, perché indaga in questa direzione, e con riferimento diretto al contesto di oggi, c’è quello di Annamaria Rivera su Micromega“Oggi, provo un senso doloroso di lutto per l’orrenda carneficina e il suo epilogo da incubo (diciassette vittime in tre giorni), per il riattivarsi della violenza antisemita, per la perdita dei miei miti, per la mia cultura lacerata. Ma soprattutto per lo scenario tragico che si profila e per l’inadeguatezza dei nostri schemi e categorie a interpretare o almeno a cogliere in profondità il senso di ciò che è accaduto e che accadrà. E’ anche per questo, non solo per lo choc, che ho esitato a prendere la parola: neppure la mia antropologia critica, una certa conoscenza dell’islam delle periferie, l’impegno più che ventennale contro il razzismo e l’islamofobia mi garantiscono strumenti sufficienti ad analizzare la pulsione di morte e il totalitarismo bellico che, esportati dall’Occidente in plaghe aliene (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Mali…), come per contraccolpo si riproducono da noi.”
La Rivera cita un libro da lei curato nel 2002, “L’inquietudine dell’islam, Dedalo, Bari“, che mi era sfuggito ma mi stimola: “Già allora, in quel libro e altrove, analizzavamo ciò che Khosrokhavar definiva, in riferimento alla Francia, islam dell’esclusione. Ed è questa una delle tante chiavi (non certo la sola!) che potrebbe aiutarci a comprendere gli attentati di matrice islamista “a casa nostra”.

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“Senzatomica”, “Un’altra difesa è possibile” !

testataAnche le Marche tra i siti possibili per lo smaltimento di scorie nucleari? Si è conclusa ieri sera al Teatro Moriconi di Jesi l’edizione 2015 della tradizionale giornata dedicata alla pace, organizzata dalle associazioni della Consulta della Pace, insieme al Comune. Il tema scelto quest’anno per la tavola rotonda – il disarmo e la moratoria per la messa al bando delle armi nucleari – era stato già anticipato a dicembre dall’iniziativa SENZATOMICA e dalla Mostra multimediale organizzata dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai in collaborazione con il Comune di Jesi, visitata daoltre 4 mila persone, come è stato ricordato durante la tavola rotonda di ieri sera da Elisa Polzoni, in rappresentanza dell’Istituto.
Tra gli altri relatori, Paolo Gubbi, dell’Avis, che a nome della Consulta ha ricordato in particolare tra le iniziative dell’anno, il mercatino dei bambini svoltosi a luglio, il cui ricavato è stato distribuito per concorrere a tre diversi progetti di solidarietà, per i bambini profughi siriani in Turchia, per i bambini disabili in Kenia e per l’ospedale di Emergenzy in Sierra Leone.
Senza titoloGiorgio Foroni, già noto per essere un giornalista che ha realizzato servizi per Report, ha parlato delle scorie nucleari, non solo come problema di smaltimento – già di per sé assai inquietante – ma inquadrandolo più in generale nel tema degli armamenti e della risoluzione militare dei conflitti, e ponendosi domande sul ruolo delle istituzioni internazionali, come l’Onu, che dovrebbero tutelare la pace e assumono risoluzioni che poi non applicano e restano sulla carta, innanzitutto per problemi di veto incrociati tra le maggiori potenze. Oppure sottolineando come le campagne, ad esempio contro l’armamento atomico dell’Iran siano “parziali”, dovendosi piuttosto porre il problema dello smantellamento da parte di tutti, in quanto non possono esserci Stati a cui è fatto divieto e altri no.
Foroni ha poi affrontato direttamente il tema della”Pattumiera nucleare”, mostrandoci l’analogo filmato di un suo reportage andato in onda su Report nel 2.000. Attualissimo, e inquietante, anche dopo 15 anni, soprattutto se non ci lasciamo sfuggire la notizie di questi ultimi giorni del nuovo anno, e cioè, pare che anche la nostra regione Marche sia stata inserita tra i territori in cui individuare un sito per lo smaltimento delle scorie nucleari. C’è solo da rispondere NO, con la massima chiarezza e decisione. È difficile riassumere in poche righe quanto mostrato nel video, la chiusura di intere città – “Majak non esiste nemmeno sulle carte geografiche” – le conseguenze sulla salute e sul territorio, il fatto che il periodo di decadimento della radioattività del plutonio è di 240 mila anni (andando altrettanto indietro nel tempo, c’era sì e no l’uomo di Neanderthal).
Foroni ha poi ricordato anche il problema dello smaltimento dei sommergibili nucleari della ex flotta sovietica, con una pericolosità pari a 12 mila volte la bomba di Hiroshima, nonché i depositi esistenti nel mondo di armi batteriologiche e chimiche. Una realtà che ci sovrasta.
Mario Busti, dell’università della Pace, ha parlato della campagna UN’ALTRA DIFESA E’ POSSIBILE. Occorre Uscire dal pensiero unico della difesa armata e promuovere la difesa civile non armata e non violenta. La campagna prevede una proposta di legge popolare, per dare compimento agli articoli 11 e 52 della Costituzione e per introdurre l’opzione fiscale per scegliere quale difesa finanziare, quella militare o quella civile. La domanda è: da cosa siamo minacciati?, invitando a porre l’attenzione ai disastri ambientali, alla difesa del territorio, alle calamità naturali. O anche, possiamo aggiungere, la sciagurata gestione degli armamenti e dello smaltimento delle scorie nucleari, che potrebbe interessarci non solo “per sentito dire” ma anche qui, direttamente a casa nostra o nei dintorni.
Tutti temi di enorme importanza, che nemmeno esauriscono le problematiche da affrontare – si è accennato ad esempio agli F35, all’accordo transatlantico Ttip e altro – e che non si risolvono certo con una conferenza, ma richiedono invece un grande lavoro di approfondimento, consapevolezza e di partecipazione attiva e condivisa. “Se individuano davvero un sito per la pattumiera nucleare da queste parti, ci sarà da lottare!”, sottolineavano i relatori.

Un’altra puntata di Report sull’argomento, il 2/11/2008

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“L’Arcatana. Viaggio nelle Marche under 35”, di Valerio Cuccaroni

Titolo: L’Arcatana. Viaggio nelle Marche under 35
Autore: Valerio Cuccaroni
Casa editrice: Gwynplaine edizioni

“L’Arcatana è un’invenzione linguistica che troviamo nel romanzo ‘Corporale’ (Einaudi) del grande scrittore urbinate Paolo Volponi. In uno dei passi centrali del romanzo, il protagonista, alla ricerca di un rifugio antiatomico tra le Cesane, ha una sorta di rivelazione della natura del luogo da lui cercato: ‘ Vuol dire allora che il mio non si chiamerà più rifugio, in qualsiasi altro modo: buco, barca, arca, tana, tramite lo smeraldo, questa tua pietra mezzo-animale, che mi hai regalato (…) Arcatana: arca, tana, tana arcata…na…turale che serve a coprire con opportuni scavi e accorgimenti e attrezzature uomo-animale-smeraldo disposto (…) a riemergere diverso’. “
Scrive così Valerio Cuccaroni nell’introduzione al suo lavoro, con questa citazione di Volponi, per trasmetterci il senso di Arcatana, una ricerca che è anche un “viaggio nelle Marche under 35”. Il lavoro, spiega l’autore, è nato nel 2011 ed è stato pubblicato inizialmente a puntate su il Resto del Carlino, per poi essere raccolto in questo volume, sistemato e integrato con altri interventi: “l’impressione da cui sono partito è che esista un movimento artistico nelle Marche e che sia utile mapparlo e raccontarlo. (…) La difficoltà maggiore di questa galassia è uscire dalle orbite consuete, in cui si son mosse le generazioni precedenti, per trovarne di nuove, condividerle e ampliarle. A uno storico isolamento, in effetti, imposto agli abitanti delle Marche, nei secoli scorsi, dalla conformazione del territorio, si aggiunge, una vocazione tradizionalmente artigianale e rurale del marchigiano medio, che non ha mai collocato la cultura, se non quella performativa (essenzialmente musicale), tra le sue priorità.”
Il lavoro è presentato in cinque sezioni tematiche: Letteratura, Arti visive, Arti sceniche, Cinema. Musica) e una sezione finale – Gli spazi – dedicata ai “luoghi” della cultura. Ciascuna sezione si articola a sua volta con uno sguardo generale, a cui seguono approfondimenti o interviste ad alcuni autori, prestando sempre attenzione alle connessioni e alla condivisione delle esperienze, all’informazione e al dettaglio delle tante iniziative che s’intrecciano. Una galassia in movimento, contemporanea a noi e al tempo stesso, forse, già da mappare di nuovo, nel suo stesso evolversi o negli aspetti da approfondire ulteriormente. Diversi possono essere i temi, che già appaiono tutti, o accennati o citati direttamente o anche sullo sfondo. Ad esempio, il rapporto tra la regione e l’altrove esterno, oppure il rapporto con “le politiche” e il loro ruolo, sempre complesso.
L’ultimo capitoletto s’intitola “Le chiavi della città ai nostri giovani creatori”: “In questo momento, in Italia, un giovane su tre, come tutti ormai tristemente sanno, non ha lavoro e, in alcuni casi, ha smesso addirittura di cercarlo (…) eppure è solo investendo sui giovani, specie sui più capaci e creativi, che si può avere un futuro. Il perché è scontato: i giovani sono il futuro e lo sono adesso. Lo sanno tutti, ma molti fanno ancora finta di niente. Non ci possono essere “generazioni perdute”: se si perde la nuova generazione si perde un giro.”

(dal blog Altrovïaggio)

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Fumetti antirazzisti: il progetto Comix4Equality

Mille e una lingua

helver_my-first-rommate_1Il nuovo anno è iniziato e io voglio parlarvi, nel primo post di questo 2015, di un progetto molto interessante in cui mi sono imbattuta per caso girovagando nel web.

Il progetto si fonda sulla necessità di promuovere lo sviluppo di una società europea basata sul rispetto dei diritti fondamentali, la lotta al razzismo, alla xenofobia e altre forme d’intolleranza. Questo bisogno è ancora più rilevante se si tiene conto del nuovo contesto dell’Europa allargata e del ruolo chiave dell’Europa come approdo preferenziale dei flussi migratori. Il miglior modo per ottenere questo obiettivo è promuovere la comprensione reciproca e il dialogo.

Il progetto ComiX4= Comics for Equality vuole sviluppare e accrescere il dibattito e la discussione per combattere il razzismo, la xenofobia e la discriminazione in Europa, in particolare in Italia, Bulgaria, Estonia, Romania e Lettonia. Il progetto vuole coinvolgere migranti e seconde generazioni di migranti – spesso soggetti…

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Il viaggiatore residente, di Alessandro Moscé

foto-mosce1Titolo: Il viaggiatore residente
Autore: Alessandro Moscé
Casa editrice: Cattedrale

Che cos’è la residenzialità? “Risiedere in un luogo e andare in profondità, vuol dire concepire l’universale attraverso la concretezza”, dice ad un certo punto l’autore, citando Franco Scataglini.  E il viaggio, allora, in che consiste? “Intervistare la gente ed afferrare il passato, scrivere le storie”, scrive ancora l’autore, nel titolo di un paragrafo.
Come in un viaggio – un altroviaggio – incontra tante persone, che l’accompagnano per alcuni tratti. Una di queste è Mino, una specie di Virgilio custode dei boschi, o dei greti e delle penombre del Giano, il fiume di Fabriano. “Non hai età, Mino. Non sei mai diventato adulto” gli dice durante una delle immersioni in questi luoghi e nelle storie. E l’amico gli risponde: “Come questi scorci. Non ci accorgiamo che ci sono. Li vediamo ma non li notiamo. Ecco l’uomo senza età, c’è ma è come se non ci fosse.” E le storie in questi luoghi sono tante, si rincorrono con la loro aurea di fiaba o di leggenda, ed è proprio perché sono storie vere che sembrano impalpabili. La sommossa di Ruce del 1854, con la sua protagonista ricordata col nome di Lumachella, o La gallina dalle uova d’oro, del 1904 a Fabriano, e così via.

Il libro è ‘un breviario dell’Appennino’. Mi pare che lo stesso autore usi ad un certo punto questa espressione ma devo essere onesto, quasi mi confondo, non sono sicuro ora se a dirlo sia direttamente lui o qualche altro. Non è esattamente un racconto. E’ una raccolta di racconti, o forse è più esatto dire di frammenti che s’inseguono, annotazioni, di storie e di pensieri, come un girovagare tra i luoghi e tra le parole. “Il Viaggiatore residente di Alessandro Moscé è un’opera che difficilmente si lascia inquadrare all’interno di una definizione restrittivia di genere”, scrive Giulia Brecciaroli in una recensione sulla rivista online ARGO.

“Non è la narrazione di un viaggio ma un viaggio dentro la narrazione” leggo dai miei appunti presi già durante la lettura delle prime pagine, subito immerso nel girovagare dello scrittore poeta dentro luoghi intimi, domestici, naturali. E anche luoghi dell’anima, del sentire, dello sguardo. E gli incontri con le scritture, tante, che a questi luoghi si compenetrano. E’ un girovagare inquieto ma anche leggero, come un chiedersi. “Il Dio del dubbio” lo chiama, ma è un dubbio che se angoscia lo fa con delicatezza, o con la consapevolezza di dover sorreggere il racconto, mantenere un itinerario e non confonderlo. L’autore nel suo viaggio/ricerca intervista poeti e scrittori, parla con loro, medita sui loro versi, li annota, ce li legge, compone con i versi nuove domande, prolungamenti degli sguardi, discute con loro o immagina, anche, di discutere con loro. Insieme a loro descrive luoghi che si disvelano come prolungamenti di noi stessi, o dei nostri lati intimi. Il poeta Umberto Piersanti: “…la distinzione da fare è tra il poeta del pesaggio e il poeta della natura. Io devo metterci il naso nella terra, devo sentire il contatto. D’estate ci dormo nei boschi. Prendo il sacco a pelo e ci dormo nelle Cesane…”. Oppure, Alberto Bevilacqua: “Ma c’è ancora posto – gli chiede l’autore – per lo scrittore e per il regista nella società di oggi? E per il poeta?” e Bevilacqua risponde: “L’uomo non può fare a meno di raccontare”.

E poi le donne, inquiete compagne di un tratto del viaggio. Sembrano tutte farfalle notturne o del chiaroscuro, risvolti larghi dei sensi e delle sensazioni, voci di parole che non si posano, anche l’eros è nel tempo. “La realtà ha fantasia. Hai una donna?” gli chiede Bevilacqua, che poi aggiunge: “ Parlane. Chi è? Fanne un elemento di poetica. Un procedimento narrativo che parta dalla realtà, una declinazione del quotidiano, capisci? Ha un corpo questa donna, ha una tensione. E’ felice? E’ triste? Come vi siete conosciuti? Dove la vedi? Ci passeggi mano nella mano?”

E il dialogo/viaggio prosegue, insegue, annota: “Il quotidiano è solcato di relazioni – dice ancora Bevilacqua – metti in scena le tue giornate, una ad una, salda la tua identità, il tuo essere, i tuoi luohi, il tuo universo, piccolo e grande….”
Tanti incontri con tanti poeti e scrittori, è popolato lo spazio del viaggio residente: “Nulla sappiamo se non il raccontare” dice Giorgio Saviane. E poi Davide Rondoni, Alberto Bertoni, Isabella Leardini, Ennio Cavalli e altri ancora, odierni e passati, ma non sono incontri d’accademia, sono tutti immersi nei luoghi di questo altro cammino, lungo le intersezioni della vita e del tempo, sono reali.

Il capitolo centrale del libro è anche il più ampio, è dedicato al tempo, le memorie, alla gioventù, è un viaggio nel viaggio, il dialogo diventa intervista, approfondimento, ricerca di uno smarrimento perduto: “Mi dia una definizione del tempo se le va” chiede a Eleonora, che vive reclusa nella contenzione di una casa di riposo, che l’autore va a trovare su segnalazione dell’amico Mino: “Il tempo è come i tarocchi” – risponde lei -, “leggevo i tarocchi, m’ingegnavo, i miei clienti venivano a fare l’amore e a sapere il loro destino. Se ne andavano stralunati, ero la più richiesta, modestamente. Bella e intrigante. Il desiderio non finiva mai con me. Piacere e futuro, ecco cosa trovavano. I tarocchi erano una magia, come il mio corpo di latte…”
“Mi racconti una storia” la incalza l’autore, e a lei piace quello scambio serrato di parole che le fa rivivere il suo tempo: “Con voi marchigiani si possono scoprire i letti senza vergogna. Non avete superbia e odiate l’ipocrisia. Un vizio dal quale anch’io sono immune.”

Le storie nel tempo. Essere e tempo, di Kiergaard, compare citato nelle riflessioni filosofiche di un poeta, quale l’autore è. “Il tempo è borioso, presuntuoso. Non ci lascia neanche il permesso di fermarlo” conclude la donna dei tarocchi.
Un breviario dell’Appennino, dicevo. Oltre ad ‘incursioni’ verso Urbino, o Senigallia ed Ancona, c’è la terra di Fabriano e Sassoferrato, tanti piccoli anfratti, borghi, Canterino, Catobagli, Rotondo e altri, il greto del Giano, le ombre e i chiaroscuri, e anche la città, certo, secondo prospettive che danno un senso anche alle periferie. C’è sempre qualche persona presente, come una storia. Non c’è mai folla, il dialogo richiede un contatto diretto, stretto, intimo, che riesca a toccarsi, entrare dentro. E dentro i dialoghi i pensieri filosofici, che vi entrano come poesie, o altrettanti frammenti di vita: Rimbaud, Kiergaard, Kant, Sartre, Newton, Fromm. Anche Leopardi e il dialogo di un fisico e un metafisico.

È un caleidoscopio. Mi sembra che usi quest’immagine una delle tante persone che l’autore intervista, quando chiede “Che cosa è il tempo?” La vita come un flusso continuo, una lettura che a tratti mi ha spiazzato, o mi ha distratto stuzzicandomi verso altri cammini, che l’autore accenna appena e poi ti lascia. Io stesso ne sto parlando per frammenti, come per un vero breviario. “Il Dio del dubbio” è una delle citazioni più frequenti dell’autore. Tra metafisica e dettaglio. Uno dei personaggi incontrati è un frate, o un prete. Introdotto sempre dall’amico Mino. E’ divertente la lunga discussione notturna, tra castagne e rosso lacrima: “Su Dio e i filosofi Don Martino ha raccolto una serie di massime che porta sempre con sé, un quaderno pieno zeppo di appunti, note, frasi, indicazioni”. Ad un tratto mi sembra che sia lui, Martino, il vero viaggiatore residente in cui specchiarsi, con il suo fagotto di massime annodato sulle spalle, come un viandante. “Il tempo siamo noi” risponde Martino.
Il libro termina quando “lo scrittore di vento se ne va”: all’improvviso tutto sembra rovesciarsi, è l’autore stesso ad essere intervistato, ma da chi? “Con chi ho parlato? Chi mi ha intervistato?” si chiede.

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MALA DIES, di Angelo Lallo

copertinaMala-Dies-1Titolo: Mala Dies. L’inferno degli ospedali psichiatrici giudiziari e delle istituzioni totali in Italia
Autore: Angelo Lallo
Casa editriceInfinito edizioni

“Liberate le false farfalle, perché da troppo tempo obbligate a difendersi dai selvaggi predatori delle passioni, costrette a mimetizzarsi sviluppando false teste e a camuffarsi per sopravvivere in un mondo ostile infestato da predatori senza scrupoli. Liberate le false farfalle, che si trasformino in farfalle immortali e così potranno riprendere la diginità rubata. Liberate le false farfalle, perché sono vulnerabili e hanno poca possibilità di difesa nonostante la bellezza, l’evidente diversità, la leggerezza.”
Le false farfalle rappresentano simbolicamente ogni cittadino e i predatori impersonano il dispotismo. Questo monologo, o comizio rivolto al mondo, corre lungo tutto il racconto, riemerge di continuo come da cavità carsiche tra le vicende vissute dalla protagonista. Perché si tratta di racconto di vita vissuta realmente. Ricostruita, recuperata, riordinata per sottolinearne il significato. Espressa dall’angolo estremo dei confini del reale, là dove lo sguardo soggettivo più intimo e solitario riesce a bucare il velo della propria coscienza per immergersi nella storia sociale di una moltitudine totale di eventi, confondendosi con loro, assorbendone il peso, e facendo leva proprio su questo peso per inseguire ancora se stessi e non perdersi.

La Ragione e la ‘Sragione’, una incommensurabile all’altra, una simile all’altra. Mi ha un po’ suggestionato questa lettura. Sarà che la protagonista, Bianca, è della mia stessa generazione e ha attraversato addirittura luoghi e momenti in cui me la sono ritrovata a fianco? E che ancora colorano qua e là tratti non trascurabili del mio sentire? Mi sono riaffiorati alla mente tanti libri letti allora, da L’Io diviso di Ronald Laing a L’istituzione negata di Franco Basaglia, da La morte della famiglia di David Cooper a La storia della follia nell’età classica di Michel Focault, quest’ultimo più volte citato in questo libro di Angelo Lallo. O le tante discussioni che si facevano su questi temi, quando li affrontavamo come impegno politico e sociale, qualche volta anche con il registratore in mano lungo i viali interni dell’ospedale psichiatrico di Ancona, per raccogliere voci da rimandare in onda in una delle radio libere di allora. O il Marco Cavallo, che uscì dalle mura dell’ospedale di Trieste per dilagare in città nelle stesse giornate del convegno di Bologna contro la repressione, nel settembre del 1977, che Bianca attraversa. Eravamo seduti fianco a fianco sulle gradinate del palasport e non me ne ero accorto! In quanti ci siamo persi come false farfalle, e quante farfalle vere abbiamo perso, e dimenticato, negli anni seguenti?

Il racconto attraversa un’intera epoca. Da Valle Giulia, al carcere di Stammheim, a tutti gli anni Settanta fino al rapimento Moro, l’uccisione di Guido Rossa e la bomba del 2 agosto alla stazione di Bologna. La protagonista fugge dalla comunità in cui è stata relegata per aggirarsi tra il dolore di quelle macerie, e di quei cadaveri, e poi anche di perdersi, come un caso fortuito o un’aporia del tempo capace di interrompere il cammino di chiunque: “Bianca tirò fuori la sua indignazione con coraggio, ma ebbe il torto di avvicinarsi pericolosamente al ministro, iniziando un rischioso scontro fisico e innescando una rissa clamorosa tra la scorta e molti cittadini…” Dopo, tutto è già accaduto e nulla è più come prima. Inizia così, con il Mala dies, il percorso definitivo e senza uscita nei gironi dell’istituzione totale, che lei attaversa con lucidità, fino ai giorni presenti, anche se la lucidità in questo contesto appare ancora più spigolosa: “L’internata Bianca era rimasta sempre lucida, nonostante l’inferno che aveva passato. Chi la conosceva poteva garantire che la paura della morte non le apparteneva, ma Bianca era più che convinta che fuori dal manicomio criminale sarebbe stata felice, finalmente nessuno le avrebbe fatto più del male…”

Mi sembra un libro importante, che innanzitutto ha il merito di restituire alla vita una storia che poteva essere dimenticata, e invece ora è possibile leggere; una storia che in qualche modo è anche un insieme di storie e grazie a questo rende possibile riaprire questo tema secondo un’angolazione che ci aiuta a estrarlo dalla dimensione “tecnica, medica o legale” – tipica del controllo – nella quale ci siamo cacciati, per restituirlo ad un contesto sociale, l’unico suscettibile di cambiamento. Anche se è tutto così complesso che a prima vista non si sa bene da che parte iniziare. Al punto estremo dell’istituzione totale troviamo gli opg, ospedali psichiatrici giudiziari.
Interessante anche il lungo racconto nel racconto, scritto da Bianca che così fa rivivere, attraverso un suo alter ego, le vicende dell’ospedale o luogo di detenzione di Bicêtre, durante la rivoluzione francese: quasi per ridefinire una parabola temporale completa delle istituzioni totali, nonché, ahimè, dei lati ciechi delle rivoluzioni.

(ascolta Flowers of the night, dall’album del 1973 “Baron von Tollbooth & the Chrome Nun” dei Jefferson Airplaine, il vinile che Bianca ha con sé quando entra nella sua prima comunità terapeutica.
(vedi dal blog “Occhio critico” di Luca Leone questo ricordo di Amgelo Lallo)

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Julio Monteiro Martins

1“Ieri 24 dicembre lo scrittore Julio Monteiro Martins ci ha lasciato, all’età di 59 anni. La notizia è arrivata dall’ospedale di Pisa (era stato colpito da uno di quei mali che vanno di fretta e ti lasciano sì e no il tempo di accorgertene) e ha iniziato a diffondersi nel pomeriggio, io l’ho letta su un blog dopo la mezzanotte. Avevo conosciuto Julio nel gennaio del 2009 quando venne a Jesi per gli incontri della terza edizione di Alfabetica (dedicati alla nuova letteratura in lingua italiana, non ci piaceva l’etichetta di ‘scrittura migrante’). Al mattino l’avevo accompagnato in una classe dell’Istituto d’Arte, poi per un’intervista a Radio Tlt, al centro di aggregazione giovanile, e alla sera alla sala maggiore della Biblioteca Planettiana. In biblioteca ci aveva raggiunto anche la scrittrice Cristina Ali Farah. La sala era piena e attenta. E poi, promotori di Alfabetica e scrittori tutti a cena insieme, a chiacchierare fino a tarda ora. La sera prima l’avevamo trascorsa da soli, a chiacchierare io e lui a zonzo per Jesi fino a tarda notte, con le strade svuotate, deserte, a scambiarci storie. Lui ne aveva molte da condividere, con la sua vita così ricca. “Sono come una candela che brucia intensamente, da tutte e due le parti” amava dire ma questa volta la candela è stata spenta in anticipo da un vento improvviso. Al mattino aveva aperto così l’incontro a scuola, leggendo il racconto “Antenne” (pubblicato nella raccolta “L’amore scritto”, Besa editore). Un operaio sale su un tetto per un lavoro e all’improvviso lo colpisce un vento fortissimo. “È il vento della vita”, diceva Julio ai ragazzi: “Normalmente soffia un po’ alla volta e riesci a sopportarlo ma altre volte arriva tutto insieme e non puoi resistergli”. Il protagonista del racconto ha appena il tempo di fare qualche telefonata per risolvere le ultime cose e non lasciare nulla in sospeso, ma viene interrotto a metà dell’ultima frase: “Ora non ce la faccio più. Sii forte anche tu amore mio! Ti amo tanto! Ma che ca-“. L’uscita on line del prossimo numero di Sagarana Julio l’aveva prevista per il 15 gennaio.
Ricordo con piacere quella lunga camminata in notturna per le strade di Jesi, una di quelle in cui il tempo si dilata e va oltre, riesce a spaziare: i suoi racconti, le vicende brasiliane e in altri paesi, la scrittura, l’annuale appuntamento letterario di scrittrici e scrittori migranti a Lucca, la rivista on line da lui diretta, Sagarana, gli amici in comune che anch’io iniziavo ad avere grazie al nostro piccolo festival di Alfabetica a Jesi, e tante altre cose. Una persona di simpatia immediata, grande affabulatore e anche animatore e ascoltatore. Saranno molti gli amici che ne sentiranno la mancanza, da quelli che gli erano più vicini a tutti quelli che lo frequentavano meno ma avevano avuto comunque occasione di incontrarlo oppure lo seguivano leggendo i suoi racconti o la sua rivista Sagarana. Qualche volta ho avuto anch’io l’onore di vedere pubblicato qualche racconto che con un po’ di timidezza gli avevo spedito, ma Julio sapeva essere incoraggiante e trovava sempre la giusta collocazione. “Siamo tutti veri scrittori, ognuno a modo suo”, risponde Julio in un’intervista di Lorenzo Spurio di qualche tempo fa. Discutevano per l’occasione sulla differenza tra “scrittori migranti ” e “migranti scrittori” ma Julio seguiva un discorso non circoscritto all’argomento ma valido a tutto campo: “Semmai, se devo proprio fare una distinzione tra “veri scrittori” e “falsi scrittori” direi che “falsi scrittori” sono quelli che scrivono con fini strettamente commerciali, gli autori dei “best seller” o candidati a tale, che scrivono una sorta di spazzatura modellata di proposito per corrispondere a un conformismo prefabbricato dal marketing delle case editrici e dello squallido collaborazionismo di una certa stampa.” Ci mancherà.
http://www.sagarana.net/

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I luoghi della lettura

“Se hai qualche curiosità, io sono qui” ho detto ad un ragazzo che s’era avvicinato al tavolo dei libri esposti. “Sì ma il problema è che io non leggo” è stata la risposta pronta, quasi a dire “grazie al cielo sono immune.”
Esperienza interessante al mercatino solidale delle associazioni, il 20 e 21 dicembre, alla nostra prima uscita, sperimentale e anche un po’ frettolosa, con i nostri primi libri, di quattro piccoli editori e di qualche amico. Qualcosa si è venduto, per lo più ad amici e conoscenti; che si sarebbe venduto poco l’avevamo previsto, ma poi il concretizzarsi delle previsioni è sempre un’altra cosa.
Avevo scorso, alla mattina prima di andare, alcune statistiche Istat: tra gli uomini solo 3 su 10 circa leggono almeno un libro all’anno. Beh, mi sono detto, tra poco è anno nuovo, è la volta buona che si rinnovi il rito. Tra le donne invece la media sale a 5 su 10: sempre un passo più avanti le donne ma uno solo, senno ci lasciano soli! Questi valori, inoltre, sono in calo negli ultimi anni. Se va avanti così tra poco chi leggerà un libro verrà visto di traverso, una persona da cui guardarsi.
Perché si legge così poco? Dalle indagini e dalle statistiche non si capisce, eppure si stampano in Italia circa 50 mila titoli ogni anno. Forse è come diceva Troisi? “Non è colpa mia, io leggo ma sono da solo e voi siete in tanti a scrivere!”
Un bel problema per un’associazione appena nata, che vuole promuovere la lettura, con un’attenzione particolare ai nuovi autori e alle piccole case editrici. “Io oramai leggo solo classici” rispondeva il poeta Di Ruscio alla scrittrice fermana Luana Trapè (come racconta lei in “Femminile plurale”). Un bel ginepraio di domande, con risposte da cercare a tutto campo, ed è faticoso poi rimetterle in ordine. Una tra le tante: come dev’essere il luogo dove si vendono, e si propongono, i libri? Bisognerebbe chiederlo ai librai, innanzitutto, che lo fanno per mestiere e spero anche per passione, da una vita: che cosa sta avvenendo? Certe volte penso che le librerie, così come le conosciamo, rischiano di fare la fine delle vecchie sale cinematografiche, ma non è una ineluttabile legge di natura, è soltanto una dinamica sociale.
Tornando “al nostro piccolo” il nostro luogo di questi due giorni (lo spazio del mercatino) non era un granché. Un po’ squallido e un po’ emarginato, condividevamo tutti questo sentimento parlando tra noi, ciascuna associazione presente con le sue cose da proporre. Questo sentimento di sentirsi fuori non valeva solo per noi, con i nostri libri da proporre, ma per tutti, per qualsiasi discorso che cerca un punto d’incontro. Rimedieremo. Mi veniva in mente il libro di Marc Augé sui “non luoghi”, cioè di quegli spazi fisici privi di significato, cioè di relazioni e di storie. Il paradosso è che ci trovavamo non sotto un capannone anonimo in qualche periferia ma al centro storico (ieri mattina anche il mercato degli ambulanti era quasi deserto): che cosa è avvenuto in questi anni, che ha svuotato questi luoghi delle sue storie?
Ma davvero oggi “i luoghi” nel senso proposto da Augé sono diventati i nuovi centri commerciali?! Siamo noi, ostinati, a non aver capito, o il tutto va verso direzioni che ci lasciano perplessi? Invito a non banalizzare queste e altre possibili domande, vorrei qualcuno in grado di darmi risposte sensate al sottile senso di disagio che comunque permane. Insomma, anche per questo è stata un’esperienza interessante quella dei mercatini, che ha stuzzicato tante domande e che suggerisce anche di non abbandonarsi a risposte sbrigative. Forse bisognerebbe chiederlo anche ai “lettori”, e anche ai non lettori. O forse, non è nemmeno la lettura in quanto tale a cui rivolgere l’attenzione, indipendentemente dal resto e come valore in sé: dovremmo, forse, guardare la “lettura” come un termometro del mutamento sociale, una specie di segnale? E comunque, tornando al”non luogo” in cui ci siamo ritrovati in questi due giorni: in realtà, anche se poteva sembrare tale perché fuori dal centro dell’attenzione della città, non è stato un luogo privo di significati, perché riempito da noi: le persone delle associazioni presenti, e tutti i loro amici che sono venuti di proposito a trovarci, costituiscono insieme una fitta rete di relazioni e significati. Anche se ciascuno aveva il suo obiettivo, non sono stati operatori economici venuti per vendere ciascuno isolato dagli altri e poi via. Ho rivisto in questi due giorni diversi amici e scambiato tante idee e proposte, propositi fecondi, e dunque quando dicevo “rimedieremo” è perché già se ne è parlato, e condiviso, con la sensazione che è andata bene questa esperienza e che si può fare ancora di meglio, sviluppando questi significati. Il da fare non manca. Per tornare ai libri e parafrasando Bertolt Brecht – lui parlava del comunismo – potremmo dire: la lettura è semplice, ma la semplicità è difficile a costruirsi.

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Non mi basteranno due occhi per piangere

cop.aspx“Non mi basteranno due occhi per piangere” di Angelica Paolorossi, editore Gwynplaine. L’ho letto d’un fiato, come quando ti manca il fiato. Trascinato dallo stile, come una scrittura in presa diretta, che si presta molto bene anche ad una lettura ad alta voce. L’ho provato anche scegliendo pagine a caso e funziona sempre. La storia di per sé potrebbe anche essere banale, così come sono purtroppo banali tante porcherie che accadono nel mondo e a cui siamo quasi assuefatti, senza indignarci, di solito le ascoltiamo distratti mentre a tavola ascoltiamo il telegiornale all’ora di pranzo o in auto ci rechiamo al lavoro. Una giovane migrante attirata da un’amica che la inganna per metterla al suo posto in un night a prostituirsi: “Neanche due settimane e ci sono dentro completamente. La notte ballo intorno a un palo. Il giorno mi nascondo nel letto.” Frasi brevi, secche, dirette, che scrutano un mondo alieno e ci invitano a vederlo – questo nostro mondo normale – attraverso altri occhi. Anche lo sguardo dell’autrice sembra farsi da parte per non intralciare. Non c’è nulla di sociologico, nessuna spiegazione o interpretazione, psicologia, riflessione o considerazioni, tutte quelle cose che, insomma, anziché avvicinarci ci allontanano. L’autrice entra dentro lo sguardo della protagonista e si sforza di guardare attraverso quello, descrive ciò che vede, che avviene in quell’istante: “Questi maledetti maschi mi infettano. Con il loro incontenibile essere maschi. Con la loro violenza congenita.”   E’ un racconto in prima persona ma non è scritto nemmeno come un’autobiografia perché l’autobiografia è già uno scrivere vedendo il pensiero mentre si forma, attribuisce un significato, trasforma la vita in racconto e ce la mostra sempre da un’angolazione in cui possiamo scorgerla per intero. Chi la scrive riesce a muoversi con una duplicità di sguardi, qui invece lo sguardo è uno solo e procede a tentoni, come una telecamera in una endoscopia, è atroce: “Non c’è più niente da dire”.  Non c’è un senso: “Che cosa cerca un uomo in un amore sconosciuto. Che cosa compra posando i soldi sul bancone.” Tutte domande senza punti interrogativi, che dunque non attendono risposta, oppure anche le risposte somigliano ad altrettante domande. Uno sguardo che è un rumore di fondo, un monologo ininterrotto e solitario: “Non un’anima che mi rivolga parola. Non una persona che riesca a vedermi.” C’è un momento in cui la ragazza, tornando a casa, si ferma in una bar a bere e chiacchierare con degli studenti, come una di loro ma poi… “Poi c’è uno che mi fa quella domanda terribile. Tu che cosa fai nella vita. Io non so cosa rispondere. Vorrei avere qualcosa da dire. Qualcosa che non mi faccia sembrare una prostituta. Qualcosa che non mi faccia incendiare le guance. Dico il mio bicchiere è vuoto. Non vedi che il mio bicchiere è vuoto. Insiste. Dico io sono una ballerina. Ridono. E fanno bene. Un signore dice che è vero. E’ vero che ballo. In un locale di zoccole. E quelli ridono ancora di più. Tutti hanno ragione di tutto. Ce l’hanno o se la inventano. Io non so costruire ragioni. Non so difendermi. Me ne vado.  Non indosso un alter ego. Non indosso un alter ego fantastico.”

(Pubblicato in: www.altroviaggio.org

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“Se il popolo si ribella per noi è finita”

“Se il popolo si ribella per noi è finita”, una verità elementare, così ovvia che non la vediamo mai davvero. A pronunciare questa frase, nel caso specifico, sono due ‘ndranghetisti intercettati al telefono. Lo raccontava ieri sera a Jesi, all’iniziativa organizzata dal presidio di Libera, l’imprenditore di Reggio Calabria Tiberio Bentivoglio, Tiberio-Bentivoglio-560x407uno dei seimila italiani che si sono ribellati al pizzo. La sua storia inizia nel1992, lo stesso anno di Falcone e Borsellino e delle cosiddette trattative Stato-mafia. Sentire raccontare la sua storia direttamente dalle sue parole, che rimettono in piedi tutte le nostre percezioni distorte e lacunose, superficiali e disinteressate sull’argomento, crea un effetto di spiazzamento. Siamo sempre pronti a distrarci, viviamo in una società in cui anche la cultura viene utilizzata dal Potere – leggevo qualche tempo fa in un’intervista di Goffredo Fofi – viene utilizzata come sistema di distrazione di massa. Il racconto di Tiberio è un invito ad una riflessione non da bar, che non lascia segno, ma a chiedersi concretamente, che cosa posso fare, davvero? La sua storia – oltre che in giro in tutti i luoghi ove lo invitano, alla mattina ad esempio era stato in una scuola di Jesi – Tiberio la racconta anche nel libro “Colpito“, promosso da Libera e i cui proventi vanno a sostenere le attività dell’associazione. “Un grido di rabbia e di speranza, quello di Tiberio Bentivoglio” scrive Luigi Ciotti nella prefazione: “Queste pagine raccontano nel dettaglio le tappe di un calvario, come lo definisce Tiberio, una storia di giustizia negata, purtroppo non unica nel nostro Paese…”. 
Se il popolo si ribella per noi è finita. È interessante valutare questa materia da questo punto di vista. Una ribellione non nasce per grazia ricevuta, per miracolo notturno di qualche straordinario evento naturale ma si costruisce giorno per giorno, con atti sociali, va incoraggiata, aiutata, sostenuta, con azioni coerenti, costanti.
È interessante valutare da questo punto di vista la legislazione in materia, le azioni delle istituzioni, correggerne gli effetti distorti e paradossali, che da una parte non riutilizzano fino in fondo i beni confiscati e dall’altra non sostengono chi si ribella, lasciandolo solo ed esposto al fallimento delle proprie attività e alla loro svendita a favore dei mafiosi.
Diceva Tiberio: “Vorrei diventare contagioso e poter andare dal mio negoziante a fianco, che paga il pizzo, e potergli dire: guarda me, mi sono ribellato e lo Stato mi sostiene, sta risolvendo i miei problemi.” Insomma, Tiberio ci ha ricordato che nulla è ineluttabile ma c’è molto da fare ancora.

(Un articolo dall’Espresso e un intervista da Presa Diretta)

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Sinfonia d’autunno e Spezzone Precario

L’autunno è tiepido, non ci sono più le stagioni di una volta: 12 dicembre, un tempo giorno di anniversari, ricordando la strage del ’69, invece oggi era il giorno dello sciopero generale “Così non va” . Sciopero fuori tempo massimo? Così hanno commentato in molti. Intanto, ieri mattina, giovedì, mentre ascoltavo la rassegna stampa su Rai tre, condotta da Concita di Gregorio, un ascoltatore si lamentava che nessun giornale, nessuno, dava notizia dello sciopero. 1Ignorato. “E’ vero”, rispondeva Concita, “la stampa l’ha oscurato ma domani,”  prometteva “dedicherò l’intera rassegna stampa allo sciopero.” Questa mattina, mentre andavo in auto ad Ancona per la manifestazione regionale, ho acceso la radio e… che cosa? Musica classica. Oggi è sciopero e giustamente scioperano anche alla Rai, e quindi niente speciale di Concita. Anche lei fuori tempo massimo! In compenso ho ascoltato musica classica. Mi piace, non si sente mai per radio, tocca aspettare uno sciopero generale: ecco perché ne ascoltiamo sempre poca. Poi la manifestazione. Tante bandiere rosse e a un certo punto anche azzurre, fresche e precise, quelle della Uil. “Quelle dell’ultimo sciopero erano incrostate di polvere, così le hanno comprate tutte nuove” ironizzava qualcuno. Il corteo era molto partecipato, tutte le categorie e da tutta la regione. Un po’ di pubblicità per fortuna, nei giorni scorsi, l’ha fatta il ministro Lupi, con il casino della precettazione dei trasporti, poi ritirata, ma almeno qualcuno ne ha parlato. C’erano anche tanti studenti, con striscioni e bandiere, e tanti altri gruppi. Poi ad un certo punto c’è stato un cambio di programma. In coda lo “Spezzone Precario” è uscito dal corteo e ha occupato la strada che esce dal porto, che in quel punto corre parallela a quella principale ma più in basso, così chi si trovava ancora nel corteo poteva osservare la scena come da un balcone. Non c’era polizia a presidiare il punto d’ingresso della strada del porto, in quel momento. Uno sparuto gruppo di poliziotti stava più avanti, lungo la strada del porto, ma lontano, dietro una curva, non lì. Un altro gruppo di poliziotti, a piedi, s’è affrettato a fare il giro per posizionarsi e chiudere più avanti l’accesso al porto. Per fare questa manovra accerchiante sono entrati nel corteo e lo hanno atttraversato. Tranquilli. Sciolti. Col casco in mano. Chiedevano permesso. Qualcuno del corteo, più avanti, gridava “Fateli passare” e poi li incoraggiava gridando “Andate a fare il vostro dovere, cacciateli via quelli là!” Quelli là intanto s’erano posizionati bene, gli interessava solo bloccare la strada e non arrivare al porto. Anche qualcuno di loro gridava a chi dal corteo li stava osservando dall’alto: “Scendete giù anche voi, era il duce quello che stava sul balcone!” Così il corteo ha proseguito e la scena in quel punto ha continuato da sola. Non c’era tensione, da nessuna delle due parti. “I precari non possono fare sciopero” gridavano con gli altoparlanti, “e così per farsi vedere devono fare qualcosa di più: blocchiamo il porto!”  E’ andata avanti per oltre un’ora. Sono rimasto lì anch’io sul balcone, i poliziotti li sotto e lo Spezzone Precario più indietro: tanto oramai il corteo era andato avanti da solo, verso il comizio e la fine della manifestazione. Tanti nel corteo (8 mila persone secondo gli organizzatori) non se ne sono nemmeno accorti. Anche il blocco del porto, dunque, fuori tempo massimo? Non è mai troppo tardi s’intitolava la vecchia e storica trasmissione del maestro Manzi, che insegnava a leggere e scrivere e alfabetizzava l’Italia: forse anche noi abbiamo bisogno di alfabetizzarci un po’, nella comprensione dei fatti sociali di oggi. Però, ridendo e scherzando, di disagio devono averne causato parecchio con il blocco stradale, giudicando dalla fila di qualche chilometro di camion diretti al porto e fermi in attesa, che ho incrociato in auto tornando verso casa, naturalmente mentre ascoltavo di nuovo musica classica.

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Sfumature d’autunno

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Le “inelezioni”

Ma chi li vota questi? Gli elettori sono meno della metà, gli inelettori oramai sono molti di più. In Emilia Romagna sono saliti al 68% e in Calabria al 60%, in pratica ogni tre persone, due si sono rifiutate di andare a votare. Ci sentite? Il Vispo Tereso pare di no e dichiara: “Vittoria netta, e i partiti che sostengono lo sciopero generale hanno percentuali da prefisso telefonico.” Il Vispo Tereso vince per abbandono del campo da parte degli avversari, perché già dal festival di Sanremo, quando vinse le primarie nel PD, non ha più avversari veri davanti a lui, e la mancanza di avversari fa sì che non ci siano nemmeno alternative quando si va a votare, e così molti preferiscono non andarci per niente.
13Appena sei mesi fa, alle europee di Maggio (e già i voti erano calati di molto, e già si diceva che alle europee l’affluenza è più bassa delle amministrative) in Emilia Romagna il PD aveva avuto 1 milione e 200 mila voti, mentre ora è sceso a mezzo milione e arriva appena a 600 mila insieme a tutte le altre liste associate, compreso il prefisso telefonico di SEL, come lo chiama il Vispo Tereso, che però il gettone se lo intasca: farebbe bene a farsi rattoppare le tasche, visto che in sei mesi ha perso un elettore su due.
L’Altra Europa di Tsipras a maggio aveva sfiorato i 100 mila voti, invece ora la più modesta Altra Emilia è sì e no sulla soglia dei 50 mila (ma gli manca Sel): i voti di un ristretto gruppo di affezionati che hanno(abbiamo?) già fatto il callo a ritrovarsi in pochi.
E la farfalletta Grillo? Sta tornando indietro, tra poco ridiventa bruco a tutti gli effetti. In Emilia Romagna scende da 450 mila voti ad appena 160 mila: due su tre non li hanno più votati. Non è male in soli sei mesi.
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E la destra? Sì, insomma, quella che da tempo conosciamo già come destra. Forza Italia, NCD e Fratelli d’Italia (scusate se faccio di ogni erba un fascio, sia di chi è all’opposizione, sia di chi fa parte di questo governo) sei mesi fa avevano avuto, sempre in Emilia, circa 400 mila consensi. Ma mettiamoci anche la Lega: tutti insieme erano sul mezzo milione. E ora? Sono scesi a 360 mila, quasi una federazione di affezionati. Perdono ancora in modo significativo però tra loro c’è uno che guadagna, uno che di quel fascio fa parte quando gli conviene: la Lega, che sale da 115 mila a 230 mila, raddoppia, e con il gioco delle percentuali sale addirittura al 19 e passa per cento, diventando il secondo partito. Occhio ragazzi!, direbbe Bersani.
E in Calabria? Magari cambiano a livello locale i singoli numeri, l’astensione è leggermente più bassa che in Emilia ma la sostanza è analoga. Qui è addirittura il movimento cinque stelle a scendere a risultati da prefisso telefonico. Da 154 mila a 33 mila voti, un’ecatombe.
Una volta si facevano gli appelli agli elettori, per convincerli di andare a votare e non sottovalutare le potenzialità della democrazia. Oggi forse l’appello bisognerebbe farlo a chi chiede il voto agli elettori, perché trovi il modo – certo non facile in questa società – di rappresentarli davvero. Ho diversi amici nel mondo della politica e conosco bene la loro sincera passione (gli altri non mi sono amici), ma più tempo passa e più mi appaiono ostaggi in mano ad altri poteri, fedeli ad una coerenza istituzionale importante, se non altro per i valori su cui un tempo è stata fondata, ma che oggi giorno appare svuotata.
Oramai, quelli che ovunque si apprestano davvero a governare lo fanno sempre più coscientemente attrezzandosi a gestire un governo di minoranza, con un consenso soltanto virtuale nel paese, fatto di trucchi e specchietti percentuali e di confronti mediatici a distanza, che si rivolgono ad un popolo astratto e oggetto soltanto di sondaggi. Il governo del televoto, che chiede il consenso sugli slogan e le decisioni vere le prende accordandosi con altri (un esempio: “Il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti ha l’appoggio totale e incondizionato del governo”, parola del Vispo Tereso).
5Tutto ciò che sta nel mezzo, l’ampia rete delle rappresentanze sociali, viene scavalcato a piedi pari, non interessa, deve farsi da parte, è a loro che è rivolto l’impatto maggiore delle cosiddette riforme. E dentro questa articolazione sociale possiamo metterci tutti, a diverso titolo e con i loro diversi ruoli e anche con i loro diversi gradi di responsabilità. Con problemi crescenti di reale rappresentanza anche al loro interno, con i propri associati reali o potenziali. Parlo delle grandi organizzazioni sindacali, capaci ancora di portare in piazza numeri non proprio da prefisso telefonico, ma poi devono anche “dargli uno sbocco”; delle grande associazioni e articolazioni del terzo settore, da quelle più impegnate anche politicamente a tutte le altre che comunque raggruppano numeri consistenti di persone, ai tanti comitati spontanei permanenti o anche occasionali, che si mobilitano per tanti diversi motivi, non sempre immediatamente decifrabili nemmeno per chi del “movimento” ha fatto la sua area di riferimento. Tutto questo mondo non esiste nel mondo della rappresentanza politica e nemmeno in quello della rappresentanza mediatica di cui i media ci danno spettacolo. E’ un mondo che viene relegato tutto insieme in modo indistinto e sbeffeggiato: “Vittoria netta” decanta il “Vispo Tereso”, “chi sostiene lo sciopero ha numeri da prefisso telefonico”.
E’ evidente che si aggira un vuoto da queste parti. Attenzione a chi vorrà farne bottino.

 (A commento, alcune foto da prefisso telefonico, dalla manifestazione del 25 ottobre).

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Come appunti di viaggio (“Femminile plurale”)

(Annotazioni a margine della lettura di “Femminile plurale – Le donne scrivono le Marche” , in occasione della presentazione a Jesi, sabato 15 novembre alle ore 17, presso la Galleria degli stucchi di Palazzo Pianetti, sede della Pinacoteca civica di Jesi).
jesiHo letto il libro, a cura di Cristina Babino, Vydia editore, 2014, con grande piacere, vivendo una duplice emozione. Da un lato la riscoperta della mia regione attraverso gli occhi e le parole delle autrici, a loro volta interpreti ancora di altri sguardi, tanti. Ho provato lo stesso tipo di emozioni di alcuni viaggi nei quali avevo con me un autore importante. Ad esempio, camminando per Istanbul con l’omonimo libro di Pamuk, oppure in Marocco, con l’omonimo ‘romanzo’ di Ben Jelloun. Se un amico di fuori mi chiedesse un consiglio per visitare le Marche, gli direi di farlo con questo libro.
Parlavo di una duplice emozione. L’altra è il timore, pensando già a quando avrei dovuto introdurre il libro e alcune delle sue autrici. La sensazione, l’inquietudine quasi, di non avere lo sguardo adeguato, quello dell’artista o dello scrittore. O del pittore, perché c’e anche molta pittura in questo libro.
Nella mia esperienza, quando mi sono occupato della mia regione l’ho fatto da ricercatore sociale. Dirigevo una rivista, Prisma, ma avevo come compagno di strada un pittore, Ezio Bartocci – m’è venuto in mente di iniziare questo discorso da Ezio, quando l’ho trovato citato nel racconto di Maria Lenti.
Il rito si ripeteva ogni tre mesi. Andavo a trovarlo e mentre lui continuava a dare una pennellata, un ritocco, costruire una cornice, si chiacchierava di tutto e anche del nuovo numero: “questa volta parliamo di calzature”, “Toh, non ci avevo mai pensato!”, e poi nasceva il quadro, perché non era soltanto una copertina. Nel decennale della rivista le abbiamo raccolte tutte in un volume e affidato il commento al comune amico Claudio Piersanti, e poi anch’io, come direttore, ho scritto su quell’esperienza. Ricordo d’avere sottolineato la molteplicità degli argomenti trattati e delle tante collaborazioni alla rivista e infine il lavoro ‘artigianale’ delle due o tre persone della redazione per riportare ogni volta ad unità quel lavoro aperto, e in questo le copertine di Ezio non erano state solo un abbellimento esteriore, un bel contenitore indifferente al contenuto, ma un vero compagno di strada. Rivedere tutte insieme le copertine dava il senso di quell’itinerario, “rivivendo nel segno grafico la scansione degli avvenimenti”.
Ecco, questa capacità di essere dentro la realtà e al tempo stesso essere nei colori, nel paesaggio, questo sapersi guardare dentro e anche da lontano, sempre da nuovi angoli, questo è quanto ho ritrovato in tutti i racconti e gli interventi che ho letto in Femminile Plurale.
Qualche anno dopo Ezio riuscì a fare un’esposizione dei suoi lavori proprio in pinacoteca, a Jesi. Non nella galleria ma proprio dentro le sale, e così tra i lavori esposti c’erano anche tutte le copertine di Prisma, con i quadri di Lorenzo Lotto alle pareti e i viaggi di Enea sulle volte a fare da cornice. Una grande emozione.
Lorenzo Lotto è presente più volte in questo libro; lo è nel racconto di Renata Morresi “In mezzo sta il gatto”, alla ricerca del Lotto non certo perduto ma ogni volta da riscoprire, e lei lo fa con una specie di avvicinamento girovago, attraverso i paesaggi, “su e giù per le colline e a zonzo per borghi solinghi e chiese deserte”, scoprendosi a dire: “Chissà quante proiezioni di me stessa, e il mio posto nel mondo”, ma aggiungendo anche, in questo cercare altri ritmi dello sguardo sulle tracce del Lotto: “Voglio l’irrefutabile prova della sensatezza di questra impresa da dandy di provincia, non mi bastano né le conferme blasonate delle antologie e dei loro interpreti, né tanto meno le stucchevoli brochure patinate snocciolate da ogni “agenzia del territorio” – suona quasi peggio del “ministero dell’amore” -, né la stessa esperienza del mio fremito di fronte a quell’impasto profondo. Non mi basta, è tutto troppo passato, voglio la conferma adesso che qualcosa è successo, può continuare a succedere…”
Sono molti i pittori presenti nell’antologia. Enrica Loggi ci porta in viaggio sulle tracce di Carlo Crivelli. Anche lui, come Lotto, di origine veneta, arrivò nelle Marche da Zara attraversando l’Adriatico. Mi vengono in mente le storie di Adriatico di Sergio Anselmi, velache costituiscono una specie di altrove o di contatto e scambio con l’altrove. In Femminile Plurale non ci sono storie di mare e il mare è sempre visto da lontano, come uno sfondo del paesaggio, anche se essenziale. La vicinanza o lontananza dal mare, il suo essere o meno visibile dai crinali delle colline, conferisce una consistenza diversa allo stesso entroterra. Anche Enrica Loggi parte dal mare, poi risale il Piceno “lungo la vallata del Tronto e la mattina è di sole. Riconosco il vezzo della primavera nella levità dell’aria, nei colori che si accendono, il bianco calce della neve sul monte Vettore, l’azzurro dorso dei rilievi dei Sibillini a sipario e sfondo di una Salaria fiancheggiata da sagome ancora invernali di tigli dal tronco nero”. E poi tanti piccoli musei che si raggiungono per “strade antiche”, e la visione di un’opera che risveglia un mondo intero. Come la “meraviglia inaudita” di fronte all’immagine della Maddalena: “Nella piccola stanza dal soffitto a capriate, c’è solo un sedile lungo dove mi appoggio sopraffatta da uno stupore che è come la nebbia disturbata da un ricordo.”
L’attraversamento del paesaggio è presente anche nel cammino di Franca Mancinelli, “Dentro un orizzonte di colline e altre prose”, che inizia dalla piazza di Fano e risale su allontanandosi dal mare, all’indietro: “Tutta la mia infanzia fu attratta da questo confine non segnato fra la pianura e i colli. La mia immaginazione gravitava attorno al punto di congiunzione tra due mondi.” Ma è appena l’inizio, il risveglio del ricordo che precede la nuova riscoperta di ora, perdendosi di nuovo a esplorare.
Percepisco in tutti i racconti una mobilità inquieta, sempre in movimento, quasi a sfuggire quell’immagine di staticità che spesso viene affibbiata a questa regione, e ci impedisce di vedere più in profondità gli angoli mutevoli del nostro mondo e del sentire.
Ancora un pittore, Federico Barocci, apre gli “Indizi di consistenza” di Maria Lenti, dalla sua Urbino per proseguire verso altre riscoperte, Giovanni Battista Salvi di Sassoferrato, Olivuccio di Ciccarello di Camerino o l’Allegretto di Fabriano: “La curiosità mi ha condotto, dunque, alla pittura delle origini. Un’arte dai tratti sicuri, pacati, dai colori vivaci mai chiassosi, i cui verdi fanno pensare ai campi di grano in primavera, ad albe trasparenti, i rossi agli scotani, i gialli alle ginestre. Emozioni continue. Soprassalti.” Giunta ad Ascoli, l’autrice ci presenta Giovanna Guerzoni, una pittrice del Seicento, e a Monte Vidon Corrado il pittore poeta Osvaldo Licini, del Novecento. Daniela Simoni dedica a Licini l’intero suo racconto, “Osvaldo e Nanny, l’amore di una vita e oltre”: “Io sto dipingendo ‘nudi’ in questo momento con la più ‘cara’ delle… modelle, e la più bionda e la più fidanzata!”, scrive Osvaldo Licini al suo amico Checco Catalini, parlandogli della compagna con cui dividerà l’intera vita. Scrive da Parigi, dove tra i tanti è legato a Modigliani. Parigi, il mondo e Monte Vidon Corrado, in un andirivieni continuo, il guardarsi da dentro e da lontano. Licini, il disegnatore delle Amalassunte, le lune che volano libere come angeli, nel 1946 diventa anche sindaco con la lista di sinistra “Spiga di grano”, un nome che oggi risuona come un che di poetico.
Licini lo incontriamo già nel racconto di Luana Trapè, nei colloqui e il girovagare per le vie di Fermo e nei paesi attorno, Monte Vidon Corrado, Montelparo, Monterubbiano e tanti altri, insieme al poeta Luigi di Ruscio, che ha conosciuto ‘su invito’ si potrebbe dire di Joyce Lussu. Il poeta operaio, ribelle e ateo, metalmeccanico in Norvegia dove è rimasto per quarant’anni. Visitando insieme il Centro Studi Osvaldo Licini “Luigi restò a lungo a interrogare le carte esposte nella cassettiera (…) si fermò a rimuginare a lungo sul disegno tracciato a matita sul retro di una busta: il volto di un’Amalassunta dove il bollo postale di Monte Vidon Corrado travisa e ingigantisce l’occhio destro. E’ il disegno che scelse poi per la copertina dei Cristi Polverizzati.”
Elena Frontaloni ci accompagna nella lettura della poesia Tre circostanze di Franco Scataglini, una riflessione, in quella sua lingua creata come una nuova lingua madre, sulla “morte: il taglio improvviso tra giorno e notte, tra luce e buio, l’attimo puntiforme in cui il senso e la coscienza ci sono e poi non ci sono più.” Più che un pensiero filosofico è un sentimento filosofico, dice lo stesso Scataglini, il poeta di El Sol e di Rimario agontano.
Ancona sembra quasi esplodere di bellezza nella visione di Maria Angela Bedini, “Cruna e cammello. Il canto di Ancona”.  Ancona e il mare. Il punto di contatto con l’altrove, l’ho definito più sopra. “Questo inguine di Adriatico avvinghiato alle dirimpettaie sponde, nell’umida frontiera marina, nell’intimo mare casalingo” scrive l’autrice, con una prosa che ci prende e fa correre anche noi in modo fantasmagorico, in questa città ove “hanno voce le vie, hanno un fiato, un respiro queste ombrose contrade svegliate all’alba dal fiotto del mare ora astioso e feroce, ora lieve e sonoro come una canzone.” Dicevo che non c’è il mare nell’antologia, questo racconto fa accezione ma il mare non è tale senza il rapporto con la città: “il mare corteggia la città, l’agguanta e la rapisce, s’insinua nell’incavo di Piazza della Repubblica, straripa nelle arcate del teatro ed entra nel boccascena, inzuppa la tunica delle Muse, s’inclina e prosegue…”.
Ancona è presente, o forse un po’ sullo sfondo, anche nelle pagine che Cristina Babino dedica a Violata, il monumento che mostra “una donna stuprata la cui bellezza è esibita nella sua nudità più spettacolare e ammiccante, senza alcun segno della violenza subìta se non in quelle parti anatomiche debitamente scoperte.” Qual è il rapporto di questa opera d’arte con la città, e con il tema a cui è dedicata, s’interroga la Babino: “Quando l’arte esce dai suoi luoghi canonici essa si trova inevitabilmente a misurarsi sia con le caratteristiche e le problematiche dello spazio urbano che va a occupare, sia con la complessità della ‘societas’ che quello spazio abita e anima”. Senza invocare però nessuna subalternità strumentale dell’arte: “Non è certo scopo dell’arte, né è tra le sue possibilità, la risoluzione delle questioni sociali, ma non v’è dubbio che, per la sua capacità di aprire nuovi spazi di immaginazione e riflessione, per la sua duttilità interpretativa, utilissima a cogliere i processi di trasformazione collettiva e a esprimere una volontà di cambiamento, essa costituisca un formidabile strumento di comunicazione simbolica….”. Un tema apertissimo, sempre presente nel nostro agire quotidiano, se non restiamo superficiali. Il tema della violenza, domestica, è affrontato anche da Alessandra Carnaroli, nella finzione narrativa “ci vogliono solo dieci minuti”, un titolo che solo in apparenza è metaforico, e non allude nemmeno alla fretta, semmai alla coazione a ripetere dell’usa e getta. Siamo sempre ad Ancona ma può essere ovunque, lo si percepisce dalla lingua cruda che non è più nemmeno dialetto, lingua, ma singhiozzi di linguaggio che si fanno strada a fatica e non siamo abituati a prestargli attenzione. Ma forse, se non vediamo l’altro di paesaggio, quello aperto dei crinali e dei colori, fatichiamo anche a vedere questo, che è ugualmente sotto i nostri occhi. Ancona è di nuovo presente con Maria Grazia Maiorino, “La casa delle iris”, quasi uno sguardo retrospettivo su intrecci di vita, illusioni e storie che si risvegliano nella fantasia della protagonista mentre è ad una festa di compleanno e chiacchiera con vecchi amici, e vecchi amori. Due livelli di discorso, uno palese del salotto presente, che fornisce informazioni di cornice, e l’altro più vero, nascosto e sotterraneo, del già accaduto, “come quando percorrevano il sentiero del Monte per raggiungere la casa delle iris. Alla fine del sentiero che attraversando il bosco saliva dal Poggio al Pian Grande, era d’obbligo l’affaccio al bordo della falesia per ammirare l’antica frana che aveva dato origine a Portonovo, e ogni volta…”.
“Il paesaggio che accade” è nel titolo scelto da Eleonora Tamburrini per introdurci al romanzo di Dolores Prato “Giù la piazza non c’è nessuno”, sciogliendone… stavo per scrivere le complessità ma non credo sia questa l’immagine giusta, anche se la Prato forse è davvero come il suo “luogo di appartenenza” e il suo modo di raccontarlo: “Treia – scrive la Tamburrini tratteggiandone il ritratto – è un orizzonte tracciato con nitore abbagliante e al contempo con l’imbarazzo di non poterlo contenere.” Dolores Prato è da considerarsi scrittrice marchigiana per “la forma dello sguardo”, prosegue l’autrice, facendo poi riferimento qualche riga più avanti, citando Scataglini, al concetto – o più correttamente dovrei chiamarla immagine? – di “letteratura residenziale”. Anche quando si è lontani, Roma in questo caso, e la scrittura in qualche modo precede il ritorno, lo consente. Scrive ancora l’autrice: “All’evidenza del paesaggio, tacitamente assorbito o descritto in pagine memorabili, si lega uno scenario interiore, l’indole della provincia maceratese espressa in un grande coro di voci e di figure”.
Dolores Prato è presente anche nel trittico di Lucia Tancredi, “Garden Party”, come un salotto all’aperto in un giardino, tre ritratti che scivolano uno sull’altro, di tre donne. La prima è Maria Sybilla Merian. A Macerata, terre di Sibille, è arrivato – in modo quasi “sotterraneo” – il suo “giardino di carta”: “I fogli hanno margini leggeri, come una garza su cui l’umidità ha operato la sua alchimia. Ogni pagina è un quadro a monocromo con le rose gonfie, tulipani lisci e flessuosi come pesci, i cardi sfrangiati, le malve con gli umidi ciuffi scossi, i papaveri rugosi e fragili (…) e per ricordarci che ogni giardino, oltre alle erbe, ai fiori e ai frutti è anche il regno di creature ‘belle e aggraziate’, ogni pagina segue come un racconto la metamorfosi di quella mirabile creatura che è il bruco: la crisalide accoccolata su una foglia, ricurva come un occhiello; la filiera addominale che ha prodotto la seta del bozzolo, appeso come un lampioncino di carta giapponese; il feltro spugnoso del verme che si è trasformato nell’ala sottile e impalpabile di farfalla”. Leggendo queste righe credo d’aver intuito il significato della parola Sibilla. Piacevoli anche i ritratti delle altre due donne, sempre sul filo dei fiori e dei giardini. La prima è la nonna di Joyce Lussu, Lady Margaret Galletti De Cadilhac -“…e il filadelfo, fiori della passione, rododendri dai boccioli lucidi e turgidi, glicini traboccanti…” – e la seconda è Dolores Prato. Qui il giardino è solo immaginato e intravisto sbirciando oltre l’alto muro, perché le monache non concedono la visita a quel luogo: “Perché avremmo bisogno di visitare il giardino delle monache quando Dolores ce ne parla con tanta freschezza?” reagisce l’autrice: “Proviamo a vederli anche noi, dall’altra parte del muro, con antiche pupille” e inizia a citarli, tanti: “Di tutti i fiori Dolores ama la verbena che cresce spontanea tra le erbacce, indesiderata come lei, eppure intensa nel suo colore, dove sembra essersi appoggiato un pezzo di cielo, un celeste colla.”
L’immagine del celeste colla mi conduce alle pagine di Anuska Pambiachi sul distretto culturale evoluto di Urbino, quando cita Marco Fantuzzi in viaggio da Lecce a Lamoli per fare scorta di guado: “Da molti anni produce colori naturali. Il giallo della reseda, dello scotano e della ginestra, il rosso della robbia, il verde dell’ortica, il marrone del mallo di noce, il nero del carbone, il blu del guado”. E poi, alcune righe più avanti: “Il blu è il colore delle terrecotte di uso popolare, delle tovaglie finemente ricamate e dei velluti rinascimentali, blu è il colore che si ritrova nei dipinti di Piero della Francesca, di Raffaello e di Federico Barocci…”. Ecco il travaso continuo dal corpo del paesaggio al dettaglio delle sue essenze di colore e di luce: “sto accordando una musica” risponde il Barocci mentre dipinge, al Duca di Urbino. Dai colori alla melodia e alla poesia, “nelle sue poesie sono impresse immagini profonde di ciò che siamo, storie di piante, muschi e selve, fiori e animali. Rumori di gesti antichi e moderni, parole schiette e significati veri…” scrive la Pambianchi di Umberto Piersanti, il poeta delle Cesane, “della vitalba, pianta parassita che cresce attorno ad altre piante, saporita nelle punte che si mettono a bollire e poi si mangiano con uova o olio crudo.”
Arte e vita una nell’altra, oltre che nelle storie del tempo. Caterina Morgantini propone una visita a “Sforzacosta. Il lager dimenticato”, questo sì davvero, un luogo che “si presenta senza sfarzi, simile a una donna che sappia di non poter contare sulla bellezza per far colpo” e al tempo stesso anche “luogo in cui quel qualcosa è accaduto” ma dove normalmente “si passa davanti e si prosegue oltre, senza accorgersene, cercando chissà quale imponente, tetra struttura segnalata da cartelli.” Una visita e la ricostruzione di quelle vicende sono atti dovuti, per gli inganni a cui furono sottoposti gli incarcerati e inviati al lavoro coatto in Germania.
Natalia Paci con “Sbarcare il lunario” ci immerge di nuovo nella realtà di oggi, alle prese con ‘la frenesia della vita moderna’. Mamma e avvocato alle prese con una molteplicità di piani di realtà che si intersecano senza sosta tra lavoro, orari di scuola dei figli, relazioni da preparare per qualche convegno, spostamenti in auto, scambi di sms, cartoni animati sullo sfondo e sul pc la relazione sugli operai del cantiere navale, il precariato e le diseguaglianze. I paesaggi surreali della realtà. Ma la Paci si tradisce con il titolo, che mi piace, forzando un po’ l’immaginazione: c’è l’atto dello sbarcare, dell’esserci, e il lunario, che un tempo scandiva altri ritmi, di lune, stagioni, semine e raccolti, fatiche e riposi.
Alla fine del mio percorso personalizzato, trovo l’Operetta Morale di Allì Caracciolo, “Dialogo di un Attore e di un Passeggere”. Ogni riferimento al Poeta è puramente casuale? Inizia così: “Anfiteatri naturali, morbide pieghe del terreno, distese onde di paesaggi, partiture cromatiche di inesauribili gradazioni: infiniti i verdi, infiniti i marroni, i gialli, gli amaranti, impercettibili a uno sguardo fugace. Perfino i blu delle acque marine attingono a tutti i toni dei colori dei colori freddi in variazioni d’inavvertibile passaggio dagli azzurri ai verdi dai verdi ai peltri, argenti, lattiginose trasparenze d’onici. E la rosa della notte che sgrana silenzi sull’andante del paesaggio. Ne provo stupore raro e grato.” E poi il dialogo si dischiude, si allarga e va, di nuovo. Risponde l’attore: “Sì, tale è la terra di Marca….” e sullo sfondo c’è già la rappresentazione con i tanti teatri in movimento ovunque.
Ho letto il libro senza rispettare l’ordine dei racconti ma saltando disordinato avanti e indietro, immaginandomi anch’io a zonzo per i crinali, i borghi e le campagne, con l’imbarazzo ad ogni ‘trivio e quadrivio’ di quale direzione scegliere, confuso soltanto da un eccesso di curiosità. La curatrice Cristina Babino ci orienta alla lettura con una bella e ampia introduzione e proponendoci i racconti in quattro sezioni: Sibille, Sirene, Pleiadi e Chimere, che non ho percepito come una classificazione ma come altrettante dimensioni dello sguardo e del paesaggio, quelle dell’affabulazione, dell’attenzione, dell’avventura e dell’immaginazione, capaci di sfumare una sull’altra per offrire sempre nuovi angoli, come una quieta inquietudine.

(L’articolo è stato pubblicato in data odierna sul web magazzine l’Adamo, che lo ha accompagnato con l’immagine di un particolare della “Deposizione” del 1512 di Lorenzo Lotto, esposta proprio nella Pinacoteca di Jesi. Questo particolare, la veduta di Recanati, me ne ha fatto ricordare un altro  presente nella stessa tela del Lotto, “l’adriatico fermo, su cui si specchia una vela lontana”, la stessa vela che lo scorso anno 1ha ispirato gli studenti dell’istituto d’arte di Jesi, in un lavoro dedicato ai murales cileni di Jesi, realizzati nel 1983 per ricordare il governo Allende travolto da un golpe; nel 40° anniversario di quel golpe gli studenti, insieme a tanti altri lavori di tutti gli studenti di Jesi, hanno trovato il modo di fondere insieme gli occhiali di Allende, gli stessi della notte del golpe,  e l’immagine di quella stessa vela che ancora naviga e si rispecchia sulla sua lente. Gli ‘altrovi’ che s’incontrano e si ridanno vita. Immagini che ritornano perché sono sempre dentro di noi.)

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L’espressione letteraria come tramite di esplorazione (FEMMINILE PLURALE)

Nella splendida cornice della Galleria degli stucchi di Palazzo Pianetti di Jesi, sede della Pinacoteca, sabato 15 novembre alle 17, la casa editrice Vydia presenta “FEMMINILE PLURALE”, l’antologia a cura di Cristina Babino che racconta le Marche attraverso le voci di diciassette scrittrici contemporanee:

Senza titoloMaria Angela Bedini, Allì Caracciolo, Alessandra Carnaroli, Elena Frontaloni, Maria Lenti, Enrica Loggi, Maria Grazia Maiorino, Franca Mancinelli, Caterina Morgantini, Renata Morresi, Natalia Paci, Anuska Pambianchi, Daniela Simoni, Eleonora Tamburrini, Lucia Tancredi, Luana Trapè.

L’evento si svolge con il patrocinio del Comune di Jesi e la collaborazione della Casa delle Donne di Jesi; introduzione di Tullio Bugari dell’Arci Jesi-Fabriano.
Il progetto sostiene l’attività dei centri antiviolenza delle Marche cui devolve parte del ricavato.

Dalla introduzione di CRISTINA BABINO, curatrice dell’antologia:
“Se questo libro ha un obiettivo, è allora proprio quello di riunire le due dimensioni quella marchigiana e quella femminile, attraverso il medium della scrittura, dell’espressione letteraria come tramite di esplorazione, restituzione, confronto e conoscenza, Un apporto, quello della scrittura delle donne delle Marche, di cui si vuole suggerire la rilevanza po-etica, la fecondità, le eredità da cui attinge e dalle quali si discosta, l’apertura a possibilità future, (….) Se non esiste forse una scrittura femminile definibile in quanto tale, poiché lo stile è chiaramente un fatto individuale che prescinde dal genere, può esistere invece una differenziazione di prospettive nella scrittura di uomini e donne, derivante non tanto da un lato biologico, ma dalla stratificazione storico-sociale di idee e consuetudini consolidate. (…) la diversità dello sguardo e della voce delle donne nella scrittura va ben oltre la riduzione a temi tradizionalmente identificati con l’esperienza femminile, e riguarda la loro possibilità di prendere la parola e modellarla, deformarla, scagliarla, trasformarla, averne cura a partire non da qualche “essenza” del femminile, ma dalla loro posizione (storica, quindi modificabile) nella società.”

Una recensione sulla rivista L’ADAMO
L’evento su FB.

 

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I rifugi di Lenin (Mario Dondero)

imageHo visitato questa sera a Chiaravalle la mostra fotografica di Mario Dondero “Istantanee dalla Russia di Putin”, organizzata dal circolo fotografico Avis. Un racconto fotografico realizzato sei o sette anni fa, in occasione di un viaggio che Dondero fece insieme al giornalista Astrit Dakli, e raccontato anche nel libro “I rifugi di Lenin”. Fotografare “l’mmaginario” che ancora si può respirare della “storia russa (o sovietica)” degli ultimi decenni. Attraverso i volti delle persone, sui luoghi importanti. Da Mosca, per Kronstadt e Stalingrado, fino all’Amur.
Non ho pouto essere presente sabato scorso all’inaugurazione (presenti anche Astrit Dakli, Angelo Ferracuti e Massimo Raffaeli), perché ero altrove, mi debbo accontentare di qualche spezzone su you tube. Nella fotografia, anzi, nel lavoro del “relatore fotografico”, come dice Dondero nella conversazione con due ragazzi che lo intervistano, “la cosa fondamentale è l”immaginazione, la capacità di costruire racconti”, aggiungendo poi: “le foto devono essere il più perfette possibile sul piano estetico, ma questa estetica non deve spegnere la forza del discorso.” 
La mostra è aperta fino al 2 novembre, visitatela.

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Il riparo e la gabbia

6Ieri 3 ottobre giorno di tristi anniversari, il primo dalla strage di Lampedusa (ero sulla diga del Vajont lo scorso anno quando accadde, ricorre anche questo anniversario in questi giorni). In televisione ieri sera su rai tre è andata in onda la conferenza spettacolo “Come il peso dell’acqua“, di Andrea Segre.  Da qualche tempo avverto un disagio crescente quando affronto questi argomenti, dei  quali mi sono occupato assai spesso. E’ il disagio del paradosso, che bene veniva messo in evidenza ieri sera: neghiamo il visto a chi fugge, non li aiutiamo a fuggire e lasciamo via libera a chi approfitta di loro (un viaggio costa anche diecimila dollari, a rischio della vita). Quando poi vogliamo far vedere d’essere un po’ più bravi, non respingiamo in mare ma mandiamo le navi a raccogliere gli stessi a cui abbiamo negato l’ingresso. Come per riparare ma soltanto un po’, perché poi li riabbandoniamo di nuovo a loro stessi, dopo il loro arrivo.  Costerebbe molto di meno concedere il visto, accoglierli lì sul posto, e consentire un viaggio su un normale mezzo di trasporto, più economico, senza pericoli e più umano. “Bisognerebbe andare a prenderlì lì al loro paese”  rispondeva un anno fa Giusi Nicolini a Ruotolo che la intervistava nei giorni della strage. Il paradosso, e mi fermo qui, non mi addentro nemmeno nei motivi che spingono le fughe e le nostre responsabilità nelle crisi internazionali. Giuseppe Battiston, che insieme a Marco Paolini dava voce al racconto, alla storia dei tre viaggi raccontati dalle sue protagoniste, ne aggiungeva un quarto, immaginario ma non impossibile: sua figlia che vuole andare in Danimarca ma la Danimarca gli nega il visto, e allora… allora il paradosso non è più soltanto l’esercizio di un logica da applicare agli altri ma ci riguarda direttamente, svelando il suo lato grottesco. Mi chiedevo il perché di questo assurdo paradosso, come una schizofrenia di una società cha ha smarrito se stessa, la mancanza di senso, ma poi in chiusura Battiston ha letto un passo di In viaggio con Erodoto di Ryszard Kapuściński, e allora ho capito che il senso c’è e non si tratta di un paradosso: “Ma il muro non ha solo uno scopo difensivo. Proteggendo dalle minacce esterne, permette anche di controllare ciò che accade all’interno. I muri hanno passaggi, porte, cancelli. Sorvegliare questi punti significa controllare chi entra e chi esce, informarsi, verificare che i permessi siano in regola, annotare nomi osservare facce, imprimerle nella memoria. Il muro diventa così scudo e trappola, riparo e gabbia. Il lato peggiore del muro è quello di sviluppare in alcune persone un atteggiamento da difensore del muro, di creare una mentalità per la quale il mondo è attraversato da un muro che lo divide di dentro e fuori: fuori ci sono i cattivi e gli inferiori, dentro i buoni e i superiori. Non è indispensabile che il difensore sia materialmente vicino al muro: può anche starne lontano, purché lo abbia sempre dentro di sé e rispetti le regole imposte dalla sua logica.” Kapuściński in questo passo rifletteva sulla muraglia cinese. Avevo letto il libro qualche anno fa, un libro di quelli importanti da leggere e che evidentemente non basta leggere una sola volta, perché questo passo non me lo ricordavo con questa nitidezza. Mi fa venire in mente i racconti raccolti una ventina di anni fa dall’assedio di Sarajevo. Rendono bene l’idea. Dalla città assediata non si poteva fuggire ma non solo e non tanto perché gli assedianti chiudevano le uscite ma anche perché i suoi stessi difensori non volevano. C’è anche una ragione: se ti assediano per cacciarti, tu resisti per non andartene. Questo come “logica di stato”, ma il singolo che c’è rimasto chiuso dentro? Il permesso di uscire poteva averlo solo se ferito o malato, per andare a curarsi. E per il resto? Ricordo un ragazzo che mi raccontava d’essere uscito nascosto nella jeep di un ufficiale Onu, per superare i vari checkpoint e che sul “mercato” il prezzo medio di questo servizio (per quegli ufficiali che ne approfittavano per fare gli “scafisti”) arrivava anche a duemila marchi tedeschi (2 milioni di lire italiane). Anche questo accadeva. E’ vero, non è un paradosso, è questo il senso. (La foto del checkpoint di Betlemme è tratta dal sito NON PIU’ MURI)

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Il disagio di sentirsi nudi davanti all’imperatore

660-0-20140927_114902_3F5A6153“Per tutta questa serie di ragioni, risultano spuntate le recenti critiche piccate che gli muove nel suo ciclico editoriale-omelia Scalfari ogni domenica mattina su Repubblica a cui si è aggiunta la chiosa diaconale di De Bortoli qualche giorno fa sul Corriere. Renzi non è semplicemente una macchinetta da slogan, ma ha un ruolo socialmente trasformativo. Creare un partito di massa che si identifica e si compatta non più in un particolare tipo di bisogni materiali o di ideali, ma in una condizione emotiva. La nuova coscienza di classe è quella di un popolo di ansiosi. E in questo senso la crisi della rappresentanza ha una scaturigine interiore: la società post-comunitaria degli individui monadi è composta da persone che desiderano essere ascoltate, viste, riconosciute. La caratteristica precipua dei nuovi adulti è l’ipersensibilità, la fragilità della psiche, una perenne ansia da prestazione. Hanno bisogno di sollievo, hanno bisogno di qualcuno che s’identifichi con loro. O che soprattutto sappia fingere molto molto bene.”

Si conclude così un articolo assai interessante, da leggere, su Renzi e la sua vincente comunicazione (La benedetta questione della comunicazione di Matteo Renzi). È un’analisi attenta e puntuale, che condivido da tempo ma… ci sono un po’ di ma (non nelle analisi che ho letto ma nelle riflessioni che mi stimolano). Siamo davvero alla fine della Storia? E sono tutte spuntate le critiche solo per una debolezza o un errore di comunicazione? La democrazia è diventata davvero soltanto spettacolo e televoto, e la lotta di classe soltanto un disagio interiore? Per batterlo, Renzi, dobbiamo davvero essere più bravi di lui e fingere meglio di lui, per vincerlo nei consensi, ma al tempo stesso restare anche fedeli ad un nostro contenuto alternativo? Ma allora, non basta fingere come lui ma “fingere di fingere” come lui e meglio di lui… diventiamo schizofrenici. Oppure il renzismo in realtà non è che il nulla, soltanto un brillante adattamento ai tempi di una realtà antropologica già in via di mutazione, compattare il partito massa non sui bisogni ma sulle emozioni. Il nulla che avanza fine a se stesso, Renzi ne è solo un risultato – o l’emissario – perché il motore vero, quello che ha il potere di decidere i cambiamenti sociali, e le forme attraverso cui costruire il consenso, si trova altrove. Ma Renzi nella sua forma comunicativa usa anche questo come una metafora e lancia, finge di lanciare la sfida ai poteri forti, salvo creare una centralità anche con Marchionne, la sua è una comunicazione onnivora e la rende più credibile proprio vestendo i panni del don chisciotte contro i mulini a vento (in realtà ho gran rispetto per il vero Don Chisciotte, Renzi ne ricicla solo un’immagine sciocca, quella che evidenzia Crozza con le sue imitazioni). E’ tutto e il contrario di tutto, uno spettacolo perenne, del resto vinse la sua lotta per il potere nel Pd proprio in coincidenza del festival di sanremo (il televoto, appunto). E allora, è giusto studiare la comunicazione di Renzi, ci aiuta a svelare che il re è nudo ma poi non dimentichiamo che anche noi siamo rimasti nudi e allora oltre alla comunicazione di Renzi dovremmo studiare anche la nostra di comunicazione, che non può essere uguale alla sua, perché il nostro fine è di comunicare dei contenuti, mantenere il legame che unisce le emozioni ai bisogni – dentro a questo c’è anche la crisi della rappresentanza – e non identificarci invece nella sua finzione. Ma poi, siamo sicuri che li abbiamo davvero presenti e chiari questi nostri contenuti, e non siamo anche noi caduti in qualche modo dentro l’abbaglio? In questo senso, certo che sono spuntate le “recenti” critiche. Non solo sono spuntate ma contribuiscono addirittura ad accrescerlo il senso del disagio. E invece forse è proprio da quel disagio che è anche nostro – il disagio del legame che manca, e il disagio di sentirsi nudi davanti all’imperatore, o ai suoi emissari – che potrebbero nascere critiche meno spuntate e più consapevoli, con le loro adeguate modalità e strategie comunicative. È il cambiamento di quel disagio che dovrebbe interessarci e non il suo consenso. E forse, per iniziare, occorrerebbe intanto dargli la possibilità di esprimersi a quel disagio, per elaborare il suo lutto.

Sullo stesso argomento:
Il bruco è diventato farfalla
L’8 settembre del PD
Ha vinto la vispa teresa

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Storie di fronti e frontiere

La Staffetta continua. Con questo appuntamento estivo a Badia Tedalda (AR), sede del Parco Storico della Linea Gotica, sabato 9 agosto, con questo racconto spettacolo dedicato alla ricostruzione di uno dei tanti episodi che concorrono a delineare la grande storia che ha colpito tanti piccoli ma importanti luoghi del nostro paese.  L’evento è organizzato dalla pro loco di badia Tedalda e dalla Cooperativa Costess di Jesi, promotrice della Staffetta della Memoria. La rappresentazione si inserisce in un week end da giovedì a domenica, ricco di escursioni e passeggiate nei sentieri attorno Badia, nei luoghi che furono teatro anche delle vicende ricostruite e narrate nella serata di sabato.

Approfitto di queste note per anticiparvi anche che il 20 settembre, a Jesi (AN), ci sarà un altro importante appuntamento, la conferenza spettacolo, sempre a cura del gruppo della Staffetta della Memoria, Mi firmo compagno Giulio,  dedicata alla storia del partigiano Giulio Coltorti, della provincia di Ancona. L’evento sarà organizzato da Arci, Anpi, Libera e Costess. Seguirà, appena pronto, il programma più specifico.

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Altri articoli sullo stesso argomento:
Staffetta 2014: la cronaca giorno per giorno dell’ultima edizione della Staffetta.
Il libro In bicicletta lungo la Linea Gotica.

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Srebrenica, 19 anni dopo – pensieri per l’anniversario:

Già! Sono trascorsi 19 anni da quel massacro. Non si finirà mai di dire o capire abbastanza. Srebrenica è il buco nero della nostra coscienza e della storia europea di questi ultimi anni. L’amico Luca Leone ha invitato molti di noi, che in qualche modo hanno incrociato questo buco nero nelle loro esperienze, a scrivere un ricordo. Questo che segue è il breve pensiero che ho scritto di getto e gli ho mandato. Ma ce ne sono anche molti altri di ricordi, scritti ciascuno – credo, come ho fatto io – seguendo le prime immagini che sono subito rimbalzate dentro. Le potete leggere tutte a questo indirizzo: http://lucaleone.blogspot.it

Quel giorno di luglio mi trovavo in un’assolata e pigra Ancona, di mare e di vacanza. Allora non c’era il web ma le notizie rimbalzavano ugualmente veloci, qualcosa avevo letto e capito, seguivo già con attenzione le vicende di quella guerra e mi feci subito un’idea dell’enormità che stava accadendo, sentendomi addosso un senso d’impotenza totale. Divenne questo l’argomento a pranzo, in una trattoria del centro, tra “compagni”, in quegli anni in cui tutto era diventato “ex”, dal comunismo, alla Jugoslavia, al blocco sovietico e un po’ anche a molti di noi stessi. Il massacro di cui giungeva notizia sembrava così grande da non essere creduto, così non mancò nemmeno qualcuno, forse “più nostalgico” di altri, definì il tutto “propaganda capitalista” per mettere in cattiva luce gli ultimi difensori del socialismo, identificati in quel caso con il governo di Milosevic e i suoi alleati. Mi rendo conto che questo tipo di discussioni dopo quasi vent’anni sembrano altrettanto irreali. Non so perché in genere di fronte a queste stragi, il mio primo pensiero va sempre all’incredulità, e di conseguenza all’indifferenza e superficialità di chi ascolta. Certo, la propaganda esiste davvero e ogni notizia va vagliata, ma, appunto, vagliata e non accettata per fede o respinta con pregiudizio. Mi vengono in mente, ad esempio, i tanti che muoiono in barca nel Mediterraneo, tra l’indifferenza e il pregiudizio dei molti, che non ne vogliono sapere di quel dramma. Ma potrei citare anche le tante guerre odierne, nel mediterraneo. Srebrenica è questo buco nero delle nostre contraddizioni e delle nostre impotenze. Impotenza nel non renderci abbastanza autonomi e critici di fronte alle vere propagande, quelle dei nazionalismi e dei razzismi, che non si limitano a inventare un singolo fatto ma cambiano nel tempo, lentamente ma in modo duraturo, i nostri linguaggi e il modo di vedere la realtà, distorcendo noi stessi le notizia quando ci arrivano. In guerra e nelle stragi di questo tipo, di solito è anche la nostra ragione critica che muore. Mi viene in mente questo su Srebrenica.

(La foto che segue è di Matthias Canapini)

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