Quanto ci riguarda “la feccia”? Note etnopsichiatriche sulla cultura e sui suoi sembianti

NewsExtra_163150Ritengo utile riproporre la lettura di un interessante articolo di Simona Taliani pubblicato sul sito dell’Associazione Frantz Fanon, che mi piace dunque “archiviare” qui in questo blog, insieme ad alcune altre mie riflessioni, assai più estemporanee di queste, che nel corso dell’anno mi è capitato di fare  (It was a dark and stormy night…) ma poi non ho ripreso per approfondirle, anche se avevo iniziato a “prendere appunti” ( “In piedi, dannati della terra”); aggiungo ora a questo articolo e queste note anche un accenno al libro “I giorni ebbri” dello scrittore siriano Sa‘dallah Wannus, una riflessione letteraria molto interessante e piacevole da leggere, e che mi riporta a questi temi, di cui è disponibile in rete l’introduzione di Eleonora Catalli .
(la foto inserita l’ho ripresa da un articolo sulla rivolta delle banlieus pubblicato su globalist)

QUANTO CI RIGUARDA “LA FECCIA”?
Note etnopsichiatriche sulla cultura e sui suoi sembianti
di Simona Taliani
Abbiamo atteso qualche giorno, subito dopo Parigi, nel tentativo di pensare a quanto ciò che era accaduto ci riguardasse da vicino. Gli eventi ci hanno incalzato. In Nigeria, in Iraq e ora di nuovo in Mali, nella tranquilla Bamako, e poi ancora ieri nel nord del Camerun (pochi giornali riportano la notizia dei dieci morti a Nigue, sobborgo di Fotokol, nell’estremo Nord del Paese), a Tunisi. Ancora.

L’esplosione c’è dunque stata. Ora, tutto ci riguarda e, se possibile, con ancora maggior violenza.

Se ci fossimo fermati alla cronaca di mercoledì 18 novembre cioè di quanto accaduto a Saint Denis, avremmo scritto che quel dipartimento non era un quartiere tra gli altri per chi si occupa di etnopsichiatria. Proviamo a seguire quel filo anche ora, anche dopo quanto accaduto a Bamakoe a Tunisi o a quanto sta accadendo in questo momento o accadrà domani, in qualche mercato, strada, vicolo di città nota o di cui potevamo un tempo ignorare il nome e la posizione sulla mappa geografica. Proviamo a tenere insieme la “feccia” (“la racaille”) della banlieu parigina – come veniva ribattezzata dall’allora ministro degli interni, Nicolas Sarkozy, la giovane generazione che aveva messo a ferro e fuoco proprio il 93esimo dipartimento dopo la morte di due adolescenti francesi, le cui famiglie erano certamente di origine straniera – con la feccia che circola in Mali dal 2011, subito dopo l’invasione della Libia, in Nigeria, in Siria, in Somalia. Con la feccia che va oggi a piede libero ovunque, nel Mediterraneo e oltre.

Bobigny, Aubervilliers, Saint Denis sono i luoghi dove negli anni ’90 prese forma quel laboratorio di etnopsichiatria che ha fatto tanto discutere in Francia. Lì c’era, infatti, il Centre Georges Devereux (oggi spostatosi nel cuore di Parigi, così vicino ai luoghi degli attentati del 13 novembre). Qui, il tasso di criminalità è il più alto della Francia e ormai abitare nel 93 è un marchio sociale.
Il sindaco di Saint Denis, Didier Paillard, ricordava che nella cittadina abitano persone che hanno 130 nazionalità diverse: un agglomerato, dunque, tutt’altro che monocromatico né tantomeno omogeneo. “Qui manca il lavoro, oggi come nel 2005, qui c’è la povertà e ci sono meno servizi che a Parigi. A settembre scorso 150 bambini erano senza insegnanti. Come può essere ancora possibile tutto questo?”. Qui sono nati Cherif e Said Kouachy, i due fratelli protagonisti dell’attentato a Charlie Hebdo; qui è cresciuto il loro complice, Ahmedi Koulibaly; e da Drancy viene Samy Amimour, una delle persone che si è fatta esplodere al Bataclan il 13 novembre.

Il 93esimo dipartimento non è un ghetto nei termini pensati da Tobie Nathan che, da francese la cui famiglia era di origine ebrea e aveva vissuto per qualche anno in Egitto, forse aveva sempre avuto in mente più quei ghetti che non le nuove forme di esclusione sociale dello Stato neoliberale. Riprendiamo, per esteso e con calma, il passaggio che fece gridare allo scandalo (dell’etnopsichiatria) non pochi antropologi e psicanalisti alla fine degli anni ’90, quando Tobie Nathan forte e chiaro proponeva la soluzione del ghetto per le famiglie straniere immigrate in Francia.

“Quale pazzo demiurgo, quale alchimista delirante ha immaginato che una famiglia avrebbe potuto, nello spazio di qualche anno, abbandonare un sistema che ha assicurato la sua omeostasi psichica da generazioni, come si dice “adattandosi” o “integrandosi”? Lo so per esperienza che ciò è impossibile! Nelle società a forte emigrazione, bisogna favorire i ghetti – sì, lo dico forte e chiaro – favorire i ghetti perché nessuna famiglia sia obbligata ad abbandonare il suo sistema culturale. Non per ragioni morali, ma per il costo sociale che questa rottura scatena nella seconda generazione. Bisogna permettere alle famiglie di stare a lungo, e per tutto il tempo necessario, nelle loro logiche culturali. Solo in questo modo i bambini una volta adulti, essendo stati immersi in un mondo coerente, si avvieranno così sostenuti verso la società d’accoglienza, per amore – sono generalmente le passioni amorose che fanno abbandonare la propria cultura – e con l’unica preoccupazione di creare. Risparmieremo così alle seconde generazioni, molto più di quanto non siamo capaci di farlo oggi, di cadere nella delinquenza, nella tossicomania o peggio ancora nell’ideologia: che sono tutte e tre dei sembianti di cultura più accessibili perché semplificati e piatti. Certo, perderemo oggi qualche cittadino ma guadagneremo domani dei figli che verranno alla nuova cultura per arricchirla, e non abitati da una rabbia di annientamento”, scriveva in L’influence qui guérit (2004, pp. 216-217; i corsivi sono nostri).

Non c’è tempo ora per dire qualcosa di quello che sembra a tutti gli effetti un lapsus calami, dal momento che la Francia di quegli anni era una società a forte immigrazione, non emigrazione. E sarebbe fuori luogo, ora, mettersi a commentare le ragioni della critica alla sua posizione, sul rendere cioè la banlieue parigina o lionese dei ghetti monoculturali contro ogni forma di multiculturalismo spicciolo (che poi in effetti è quello che si è effettivamente realizzato). Sono note le aspre parole di Didier Fassin, che di quel lungo passaggio prende solo ben poche righe, scagliandosi contro le politiche dell’etnopsichiatria à la Nathan (“Classica misura di protezionismo culturale”, anticamera dell’apartheid, concludeva ne L’influence qui grandit, 1999, p. 153).

Certamente il 93esimo dipartimento è un ghetto nella misura in cui è una zona d’iniquità e di non-diritto; un territorio di privazione e derelizione, dove abitano “minoranze disonorate e immigrati indesiderabili”(Loïc Wacquant, Pariasurbains, Ghetto, Banlieu, État, 2005). Questo era chiaro anche a Nathan quando scriveva dei pazienti e delle loro famiglie di Saint Denis e dintorni: non si può onestamente sostenere che non vedesse cosa accadeva fuori dal Centro, nelle strade di questa periferia urbana (Dieu-dope. Un solo Dio, la droga – uno dei suoi primi romanzi – non è poi così lontano nella rappresentazione che dà della vita dei banlieusards da quanto ha fatto Kassovitz con La Haine, pellicola che esce per altro nello stesso anno del libro). Perché allora abbia insistito tanto sul peso della cultura nell’impostare una cura resta per certi aspetti e per molti studiosi un rompicapo (a cui fa per altro eco quello affrontato qualche decennio prima da Michele Risso e Wolfang Böker nelle periferie e nei grandi capannoni di Berna, dove si ammassavano lavoratori italiani immigrati nella Svizzera del dopoguerra). Nessuno di questi colleghi ignorava la dimensione sociale della sofferenza, eppure da terapeuti tentavano di guardare a come curare chi soffriva non restando intrappolati nell’unica interpretazione socio-economica possibile, quella di classe.

Forse, però, se partiamo dall’idea che questi spazi sono attraversati da minoranze disonorate e non solo indesiderate … l’espressione di Wacquant non va affatto lasciata cadere.
Senza voler in alcun modo comprendere i Cherif e gli Ahmedi che non hanno smesso di odiare il luogo dove sono cresciuti né attribuire ogni “colpa” all’Occidente imperialista nella sua espansione e dominio sul mondo, il disonore vissuto da coloro che crescono in queste periferie di degrado ambientale e dissoluzione sociale deve continuare a interrogarci. Non a caso, forse, Nathan parlava nel 1994 di “atti di guerra” da parte delle Istituzioni e dello Stato contro quei quartieri e questi “figli di Francia” a cui si chiedeva di mettere nel dimenticatoio degli attrezzi ormai inutili poetiche e politiche della “cultura”dei loro genitori (come intendere la “cultura” se non, molto semplicemente, il processo di costruzione della realtà interna ed esterna: ciò che permette a ciascuno di interpretare il mondo ed agire in esso?). Assistiamo dunque ad una infame forma di “violenza di ritorno”? L’esplosione alla fine c’è dunque stata.

Questi agglomerati pericolosi, ricettacoli di violenza (di “foyers de violence” parla Wacquant), sono dentro la città, pensati fin dall’inizio come parte esclusa della città, ma mai per davvero fuori di essa. Non nascono come spazi di eccezione; non proliferano arbitrariamente né casualmente. Ve ne sono molti anche in Italia, in queste stesse ore. Ve ne sono a Torino, e crescono rapidamente. Sono il prodotto di una certa visione del mondo e di precise politiche delle amministrazioni pubbliche.
La responsabilità rispetto a che cosa sia curare attraverso le poetiche e le politiche delle culture, di cui l’individuo si nutre e con cui nutre i suoi sogni e i suoi peggiori incubi, si sente addosso con maggiore forza. Ci incalza e ci spinge a uscire dagli sterili posizionamenti accademici. Ci obbliga a reinterrogare le politiche dell’etnopsichiatria, e l’atto di cura che si esercita su un soggetto che, seppur ai margini della Storia, è pur sempre un bagliore, che tentiamo di non far diventare agonizzante. Curare il “male africano” (come un giovane nominava solo la settimana scorsa la malattia di cui soffre da mesi) o il susto richiede la consapevolezza storica del terapeuta, prima ancora che del paziente, perché non ci si senta autorizzati (ancora di più oggi) a proporre la cura come forma di abdicazione: incorporazione lacerante di alienazioni su alienazioni.

La feccia che ha invece già deciso di uccidere, quella, è l’irrecuperabile della Storia e benché essa sia un prodotto storico – le cui origini possono trovare ragion d’essere anche nelle politiche occidentali o nello smembramento di istituzioni familiari, ormai allo stremo – resta il fatto che ci sono uomini e donne che decidono di entrare in quadri prestabiliti, iperdeterminati dalla Storia e dalle sue perversioni.
Questi uomini e queste donne stanno dall’una come dall’altra parte, le politiche criminali e “terroriste” non sono appannaggio di un solo schieramento. Ci sono. Vanno riconosciuti. Vanno nominati. Se possibile fermati, portati a giudizio, impossibilitati ad agire ancora. Il timore è che non ci sia nessuno dei potenti all’altezza del compito storico a cui siamo obbligati a rispondere.

Non è mai stato urgente quanto adesso un pensiero sull’alterità che sia capace di guardare lontano: che sia capace di non appiattirsi sulla retorica del meticciato. La parola “alterità” è guardata con sospetto da alcuni, con incomprensibile repulsione da tanti. Vogliamo poterla assaporare in tutte le sue promesse, verso un futuro dove non ci sia più bisogno di disonorare, umiliare, ridicolizzare lo scarto, il residuo, il resto che rimane dopo le letture sociali, politiche, economiche. Nell’intimo di una stanza, fino a quando ci sarà permesso, questo è il compito che ci accingiamo a risolvere, di qui ai prossimi mesi.

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