Il ruolo primordiale del narratore.

“Grande era onirica”, di Marta Zura-Puntaroni (minimum fax). “Qualcosa, la dentro”, mi veniva questa battuta mentre leggevo, parafrasando – me ne perdoni – il titolo di un altro romanzo letto di recente, e che per molti versi mi sembra l’esatto opposto di questo. Che forse è anche l’esatto opposto di me stesso e di quanto potrei scrivere io, tanto mi è lontano, o è lontano dalla mia storia individuale o immaginaria, quella con cui di solito mi auto rappresento. Eppure la lettura mi ha interessato molto. Io non ho gli occhi per vedere la realtà da questa dimensione che mi è come aliena. E che è rappresentata con una scrittura bella, veloce, attorcigliata come il pensiero quando si presta attenzione e dunque è anche sciolta, anche se la sua è una leggerezza da rullo compressore, una specie di candid camera ma dell’attimo breve e ravvicinato, quello a cui normalmente non daresti credito, una sorta di attimo dell’epidermide, di un corpo che borbotta, borbotta e come, e di una mente che non da tregua e raccoglie come annusando ciò che le capita a tiro, dal suo isolamento sublime, nel contatto ravvicinato di un qualche tipo con altri esseri, o all’interno di una città che si completa con pochi riferimenti ma i cui vicoli ti catturano come i meandri di circonvoluzioni cerebrali, autoregolantesi come un corpo, da farti sentire dentro anche te che sei un ospite, ma senza esistervi, quando invece esisti e come.

La città e le persone, e poi se stessi. Lo status ignorato della vittima, questo sì che è un bel tema, e la penitenza e l’umiliazione che sì è vero ricorrono spesso, sembrano quasi meccanismi di relazione sociale, ma anche con le parti intime di sé, e vissuti lasciandosi attraversare senza mai tirarsi indietro, anzi quasi come un’affermazione. Leggendo li ho anche percepiti liberi da qualsiasi risucchio mistico o penitente, mi sono sembrati più simili a rappresentazioni pittoriche che arredano lo sfondo a cui siamo esposti, un qualcosa che ci accade realmente ma come se accadesse a un nostro diverso sé, stratificato in ere geologiche ed oniriche che non possono modellarci, tutt’al più scivolarci simbiotiche addosso, lasciando il nostro sé stratificato e senza la voglia di afferrarsi, ma soltanto guardarsi dalle sue stratificazioni, forse.

Una società, un corpo sociale – ecco l’ho detto, io è sempre qui che torno, allo sguardo sociale – dal punto di vista delle sue singole molecole, che non sempre trovano il modo di sedarsi e quando lo fanno o tentano di farlo o hanno il dubbio che sia stato fatto, si sentono un po’ come una casa terremotata messa in sicurezza, che da quel momento diventa, direbbe Augé, una sorta di non luogo. Le macerie che sopravvivono hanno sempre un non so che di mediocre, che sopravvive.

C’è un modo per tirarsi fuori, o qualcosa che assomigli almeno a un tentativo? Forse: «Dovendo definire la mia esistenza in tre parole: narrazione non organica. Non riesco a percepire il senso che lega le cose. Il Grande Disegno. Lo Scopo. Però parlando di narrazione non organica non mi metto nel ruolo del personaggio ma in quello del narratore: curiosamente non riesco a dare a un’entità superiore le colpe dell’insignificanza della mia esistenza… Ogni avvenimento è parte di una specie di rebus: raccontando la vita nella giusta maniera la soluzione a questo ci verrà svelta. Sono io, narratore mediocre, che non riesco a dare un senso…»  Ma questa forse è anche una dichiarazione troppo esplicita, messa lì magari proprio per sviarci in qualche modo l’attenzione,  dovrebbe esserci ancora altro di più nascosto, là dentro, che non desta subito attenzione perché quasi non si sente, come un debole ma presente miagolio muto… ma allora esiste davvero il piccolo alieno?

Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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