La scelta dei poveri

laguerradeipoveri1“Mi spaventano quelli che dicono di aver sempre capito tutto”, dice Nuto Revelli nel suo libro “La guerra dei poveri”, nel raccontare la sua storia, tra la disfatta della campagna di Russia e la scelta di combattere i nazifascisti. La guerra dei poveri. Una lettura di sofferenza questo libro, perché troppo bello: chissà perché non l’avevo letto quando ero più giovane? Un tempo esistevano, o forse esistono ancora, i romanzi di formazione, come “I turbamenti del giovane Torless”. In questo caso – in cui l’autore ci racconta non soltanto le vicende storiche che ha vissuto in prima persona, ma anche la lancinante metamorfosi che il suo io interiore ha attraversato – si tratta però di qualcosa di più, forse di un romanzo di formazione collettivo, il passaggio di una generazione dalla innocenza di un mondo che appare chiaro alla scoperta di un mondo che si rivela essere altro, e al quale comunque è possibile rispondere – reagire – solo a patto di riconquistare una capacità di scelta. Ma non è la scelta di un ideale astratto o di un Assoluto o sulla base di un calcolo, è una scelta umana, nel travaglio della confusione e del rischio, sorretta dall’indignazione e forse ancora di più dalla necessità. E nella quale, dunque, c’entrano anche la sorte e il caso con cui si presentano gli accadimenti che uno si trova ad attraversare. Ma con quel sentimento che via via prende coraggio, di sentirsi parte di una parte che vuole ritrovare se stessa. Sarà che negli stessi giorni ho letto anche Cassandra di Christa Wolf – nel quale la capacità di scelta assume tratti addirittura visionari, nel senso di saper vedere oltre – ma anche il libro di Revelli l’ho attraversato con questo spirito. La capacità di scelta contiene sempre – deve contenere – anche una qualche capacità di vedere oltre, e di vedere dentro se stessi. Ha il carattere dell’esperienza, quella con la E maiuscola, che ti cambia.

186F Amato e Mao (Vand.)Non descrivo il libro, ci sono già tante recensioni autorevoli a disposizione, e soprattutto c’e il libro stesso per chi non l’avesse ancora letto. Mi limito a fare una citazione, tra le tante possibili: “Ritorno sovente al 26 luglio, all’8 settembre. Senza l’esperienza di Russia, non so come avrei scelto. 26 luglio: tutti antifascisti, troppi antifascisti. La verità credo sia questa: che gli antifascisti in Italia erano pochi. Bestemmiare, vestendo l’orbace, raccontare barzellette, non era antifascismo, era confusione morale. Senza la Russia, all’8 settembre mi sarei forse nascosto come un cane malato. Se nella notte del 25 luglio mi fossi fatto picchiare, oggi forse sarei dall’altra parte. Mi spaventano quelli che dicono di aver sempre capito tutto, che continuano a capire tutto. Capire l’8 settembre non era facile!”.

Mi ha sempre affascinato il tema della “scelta”, affrontandolo più volte su strade diverse e incontrandolo anche, su queste strade,  nel lavoro di altri. Ma tornando alla Storia al tempo di Revelli, per associazione di idee mi viene anche in mente, con evidente ironia e in modo più leggero – nel momento dell’oggi, ora che quella Storia è passata – una scritta murale del ventennio fascista, rimasta lì, che ho letto lo scorso anno a Morciano di Romagna, durante il mio passaggio al seguito della Staffetta della Memoria, l’edizione durante la quale ho scritto il diario da cui poi ho sviluppato il libro “In bicicletta lungo la linea gotica“: “Non ci sarebbe stata la marcia su Mosca, marcia che sarà inevitabilmente vittoriosa, se vent’anni prima non ci fosse stata la marcia su Roma”: che boria, ben gli sta, avrebbero solo dovuto cacciarli prima che riuscissero a mandare tanti soldati allo sbaraglio, sul Don e su tutti gli altri fronti.

(la foto dei giovani partigiani è esposta al museo di Ca’ di Malanca)

(Su Nuto Revelli, vedi anche questa intervista a Marco Revelli sul blog saperepopolare)

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