Nottenera e tonalità di nero, appunti personali a margine

introNottenera. Non ho trovato molti titoli simili in rete: una notte africana, che richiama il colore della pelle, e poco altro. Di solito si usa “notte bianca”, che rinvia a qualcosa che riguarda l’insonnia. La Nottenera dev’essere altro; il 22 agosto si svolge la quinta edizione. Confesso che per una mia debolezza mi accosto sempre con cautela agli eventi culturali basati su una molteplicità di proposte. Mi prendo sempre un po’ di tempo prima di orientarmi. Ho costruito negli anni un mito assai personale sulle mie origini campagnole e così la città, o anche solo il piccolo paese, mi creano un senso di frastorno. Ma ugualmente mi attirano, un po’ come le fiere, dove anche le antiche comunità si riversavano per ritrovarsi e fare provviste, oltre che di cose anche di storie, immagini, suoni e parole. Sto leggendo il programma di quest’anno e quindi ne parlo solo nell’attesa e per ciò che ora leggo. E un po’ anche per le poche suggestioni che mi legano al paese inventore di questo appuntamento. Serra de’ Conti. Il museo delle arti monastiche, che per l’occasione resterà aperto durante la notte, evento tra gli eventi, occasione da cogliere per chi non l’ha già visitato. “Le stanze del tempo sospeso” è il bel titolo del percorso di visita, che ho avuto modo di apprezzare alcuni anni anni fa. Il manifesto, dell’amico Ezio Bartocci, realizzato allora per l’apertura, lo si incontra, come una vera porta, anche nella pagina d’ingresso del sito web del museo.

Raccontava Ezio, qualche settimana fa alla presentazione della sua mostra “Manifesti, fogli di strada”, all’Accademia di Macerata, le difficoltà incontrate nel riprodurre la stessa identica tonalità di nero della veste della monaca. Sembra banale ma non lo è affatto, occorre plasmare con cura le terre e le materie o risalire alle materie originali per riprodurre non solo i colori ma anche i riflessi e le tonalità che li rende vivi, come la sensazione di una presenza reale. Riprodurre il nero. Ecco, filtrata così, anche la Nottenera già mi intriga in modo diverso, mi stuzzica a pensare che anche gli organizzatori di questo evento siano alla prese con la ricerca delle giuste tonalità.  Leggo dal sito del Comune, nella pagina dedicata all’evento“che l’illuminazione pubblica verrà sospesa per fare del buio il primo elemento di relazione autentica con se stessi, gli altri e l’ambiente, per un’esperienza di superamento delle abitudini percettive”. Gli eventi si svolgeranno a partire dalle 19.30, poco prima del tramonto, e poi proseguiranno fino a Notte fonda. Notte fonda, mi piace questa espressione. Nel suo libro “Participio futuro” Massimo Angelini, ruralista e fabbricante di lunari, ci spiega che: “Dopo l’ultima luce inizia la notte e delle cose non si distingue più il colore né la forma. Fino alla vera mezzanotte, che nell’orologio invernale corrisponde a pochi minuti dopo la mezzanotte e mezza, diciamo che è SERA; poi, dalla mezzanotte vera fino al primo chiarore, diciamo che è NOTTE profonda. E nella notte profonda il momento più buio è sempre quello che precede il ritorno della luce, e la luce ritorna e ritornerà sempre fino alla fine dei tempi.” La mezzanotte vera, mi intriga questa idea o questo momento, come si fa a coglierla davvero? Certo, non credo che Angelini pensasse a questa specifica nottenera, ma al tempo remoto, o del participio futuro?, di quel mondo contadino che costituisce il nostro ampio, profondo e comune retroterra temporale che siamo noi.

Gli appuntamenti previsti durante la notte sono tanti e diversi, offerti nei vari punti del paese, immersi nel buio, sperimentando, leggo sempre dal sito del comune, “l’incontro tra i linguaggi creativi contemporanei, le comunità e il territorio”. Il territorio, già, è questo alla fine l’elemento centrale attorno cui ruotiamo, sperimentiamo, ci domandiamo. Abbiamo bisogno di sperimentare e domandarci, soprattutto in questi tempi attuali, davvero sospesi.

Tra gli eventi previsti elencati nel programma mi stuzzica (non solo questa, ma in particolare per un mio interesse più diretto) una performance teatrale, di Glen Çaçi, un artista albanese che presenta “KK (Reduxe)”: “una riflessione politico-performativa sulla proprietà territoriale e sull’identità culturale, filtrata da un’ironia cruda e pungente; una traduzione coreografica contemporanea dell’estetica di un’infanzia post-comunista”. Una storia, o più storie, di sradicamenti e ricerche di radicamenti, tra esili, itinerari, accoglienze, esclusioni, identità che non è mai semplice afferrare. Insomma, storie di oggi. Che il nero profondo della notte, dunque, sia propizio anche a noi invitati a partecipare, con le nostre identità certe volte un po’ troppo scontate, e che dunque dimentichiamo quasi perfino di averle. Che sia anche questo, in qualche modo, il senso dell’incontro tra i linguaggi? Sperimentiamolo. Intanto, mi viene alla mente la storia della “Moretta”, che conosco solo approssimativamente ma riguarda questo paese. A cavallo tra Ottocento e Novecento arrivò al monastero di Santa Maria Maddalena una suora sudanese, liberata dalla schiavitù da un sacerdote, che si inserì qui e divenne anche Abbadessa. Pare che fosse musicista e anche brava, una suonatrice di organo, conosciuta e apprezzata anche fuori dal convento. Che la notte dunque sia propizia agli incontri, alle storie, agli esperimenti.

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