“In piedi, dannati della terra”, appunti dalla rilettura di Fanon

Fanon “Inconsciamente, forse (…), non potendo far l’amore con la storia presente del popolo oppresso, non potendosi stupire della storia delle loro barbarie attuali, hanno deciso di andare oltre, di scendere più in basso ed è, non abbiamo dubbi, in eccezionale giubilo che hanno scoperto che il passato non era affatto di vergogna, ma di dignità, di gloria e di solennità.”

È con grande una emozione che ho riletto, a distanza di tantissimi anni, “I dannati della terra” di Frantz Fanon. Un’emozione complessa, somma di più emozioni. Perché ha risvegliato il ricordo di allora, e le emozioni suscitate allora. Era l’inizio degli anni Settanta, avevo venti anni e partecipai per caso – non era del mio corso di studi – a un seminario sulla rivoluzione algerina. Così la chiamavamo, dopo aver visto al Farnese “La battaglia di Algeri“. Erano gli anni delle “vittoriose” lotte di liberazione, della lotta in corso dei vietkong, c’era stata in quei giorni a Belfast “la domenica insanguinata”, il “bloody sunday”, e nella mia camera di ventenne avevo un manifesto di Angela Davis. Un bel cocktail. Certe mattine ci alzavamo alle quattro per andare nei quartieri di Roma dove era atteso l’arrivo della polizia, sempre in orario nel tentativo eseguire gli sfratti e cacciare i baraccati che avevano occupato gli appartamenti vuoti delle grandi società immobiliari.

“I dannati della terra” l’avevo letto come un libro immediatamente politico, allo stesso modo del diario del Che, di “Stato e rivoluzione” di Lenin o di “Stato e anarchia” di Bakunin, tanto per rendere l’idea – “in piedi, dannati della terra” recitano le prime strofe de l’Internazionale – ma non leggevo solo questi a quel tempo, il coktail delle letture era altrettanto variegato. Tendevo però a privilegiare, leggendo questo libro, – mi pare di ricordare ma occorre anche saper diffidare dei propri ricordi – la “tattica”: ci sono nel libro descrizioni mirabili sulle dinamiche politiche, sociali e culturali, complesse, dialettiche – “I dispositivi del potere” – che un popolo affronta nel suo processo di liberazione. Dinamiche mai descritte da Fanon in modo sbrigativo ma ritornandoci più volte, da diverse angolazioni. Mi pare anche di ricordare che allora il capitolo più letto da tanti fosse il primo, sulla violenza, e che l’analisi dell’alienazione la dessimo un po’ troppo per scontata, come uno slogan anziché come un’emozione darivivere sulla propria pelle. Nella lettura attuale, messe da parte “le tattiche” della lotta “quotidiana”, – e che comunque non vanno mai disgiunte dalla “strategia” e dalla visione del proprio futuro – mi sono immerso di più in quelle dinamiche complesse, come se oggi sapessi in che modo è andata a finire e ho bisogno di ricomprenderlo meglio, osservandolo con uno sguardo d’insieme.

Il soggetto della frase citata all’inizio è “l’intellettuale colonizzato”. Probabilmente parlava di se stesso, Fanon. È con questa figura che ora mi sono identificato. Non tanto per l’essere un’intellettuale: anche se talvolta attorno a me tendono a darmi questa etichetta, io non sono mai riuscito a sentirmi tale, paragonandomi sempre all’accademico, o al professionista o notabile di classi sociali con una storia ben definita. Io sono figlio diretto di contadini, espressione di una diversa classe, e questa matrice di fondo è rimasta sempre presente. L’altro lato del termine, il “colonizzato”, riesco a sentirlo più vicino.

Scrive Carlo Levi nel suo “Cristo s’è fermato a Eboli”: “I contadini non si appassionavano alla conquista dell’Abissinia, non si ricordavano più della guerra mondiale e non parlavano dei suoi morti: ma una guerra era in cima ai cuori di tutti, e su tutte le bocche, trasformata già in leggenda, in fiaba, in racconto epico, in mito: il brigantaggio. La guerra dei briganti è praticamente finita nel 1865; erano dunque passati settant’anni, e soltanto pochi vecchissimi potevano esserci stati, partecipi o testimoni, e in grado di ricordare personalmente quelle imprese. Ma tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, ne parlavano come di cosa di ieri, com una passione presente e viva (…) Parlavo con i contadini, e ne guardavo i visi, e le forme (…) non avevano nulla dei romani, né degli etruschi, né dei normanni, né degli altri popoli conquistatori passati sulla loro terra, ma mi ricordavano le figure italiche antichissime. Pensavo che la loro vita, nelle identiche forme di oggi, si svolgeva uguale dai tempi più remoti, e che tutta la storia era passata su di loro senza toccarli. Delle due Italie che vivono insieme sulla stessa terra, questa dei contadini è certamente quella più antica, che non si sa donde sia venuta, che forse c’è stata sempre (…) E pensavo che si dovrebbe scrivere una storia di quello che non si svolge nel tempo: la sola storia di quello che è eterno e immutabile, una mitologia. Questa Italia si è svolta nel suo nero silenzio, come la terra, in un susseguirsi di stagioni uguali e di uguali sventure, e quello che di eterno è passato su di lei, non ha lasciato traccia e non conta. Soltanto alcune volte essa si è levata per difendersi da un pericolo mortale, e queste sole, e naturalmente fallite, sono state le sue guerre nazionali.”

978880618547GRASo che non dovrei fare paragoni sbrigativi, eppure le analogie sono suggestive.
Una dozzina di pagine dopo la citazione che ho riportato all’inizio, Fanon torna su quel pensiero e lo amplia ancora, lo “attualizza”: “non basta raggiungere il popolo in questo passato che non è più, ma in quel movimento ribaltato che esso ha appena abbozzato e a partir dal quale, improvvisamente, tutto sarà messo in discussione. È in quel luogo di squilibrio occulto in cui sta il popolo che dobbiamo portarci, poiché, non dubitiamone, è lì che si accende la sua anima e s’illumina la sua percezione e il suo respiro”. Fanon sta, appunto, parlando del dovere del poeta colonizzato, in questo secondo passo che ho citato. “Siamo entrati in giuoco anche noi” scriveva, qualche anno prima di Fanon, il poeta Rocco Scotellaro, anche lui un po’ intellettuale colonizzato e immerso pienamente tra il suo popolo.

Mi chiedo quanta parte della nostra stessa storia dovremmo rileggere con uno sguardo più antropologico, la disciplina sociale che forse più di altre somiglia alla poesia e consente di lanciare occhiate più interne. Le lotte contadine, ad esempio, nel dopoguerra, negli stessi anni della decolonizzazione dell’Africa. I meccanismi sociali, psicologici, culturali. La metamorfosi delle coscienze, la consapevolezza di se stessi e della propria storia, il tentativo di cambiare la società e la “società” che trova altre strade per cambiarti ancora una volta, in modi inaspettati.

Ci chiedevamo, una sera chiacchierando quasi per caso – ma il caso non avviene mai per caso – presso la sede dei lucani a Torino, – avuta in prestito per avere un luogo d’incontro tra amici “vecchi e nuovi” provenienti da diverse strade – della solidarietà, riferendoci a un esempio concreto e storicamente dato, quello dei” treni della felicità”. Durante le occupazioni delle terre, capitava che finissero in galera famiglie intere, moglie e marito, o qualcuno restasse ucciso nelle cariche delle forze dell’ordine. Accadde in molti luoghi, purtroppo. Si stima che i contadini passati nelle patrie galere in quegli anni siano stati circa centomila, e i morti o gli invalidi a vita non furono pochi. Allora, per sostenere i figli rimasti soli, si organizzava l’accoglienza, presso altre famiglie di contadini, mezzadri o braccianti del centro e nord Italia, in lotta anche loro e non solo spettatori o filantropi. Li chiamarono i “treni della felicità”. Anche dalle mie parti, ad esempio, furono accolti molti bambini, ho trovato le tracce di quelli di San Severo dalle parti di Ancona o di un gruppo di Montescaglioso dalle parti di Pesaro.  Ci chiedevamo se quel tipo di solidarietà oggi possa essere replicabile, e il nostro pensiero andava alle difficoltà dell’accoglienza di oggi, dei tanti richiedenti asilo in fuga dalle guerre di Africa, di nuovo, o da altri luoghi ancora, sempre da guerre.

Certo, situazioni e contesti storici niente affatto paragonabili, ma il “nucleo” da porre all’attenzione forse va cercato altrove. Quella solidarietà di allora era “congenita” a quel processo di lotta e di ripresa di coscienza di sé, nell’attualità dei propri tempi. La lotta come processo, è questa la dimensione. Forse è più facile che siano gli operai di qualche fabbrica occupata ad accogliere bene i rifugiati, che non la popolazione frantumata di qualche anonimo quartiere di periferia di una città qualunque. Oppure gli abitanti di qualche piccolo borgo “ai margini”, geografici e degli stili di vita, come qualche giorno fa la cena dell’amicizia nel piccolo borgo di Bellissimi, o il più noto esempio di Lampedusa.

Forse, è come dice Fanon quando parla del ruolo del poeta: non basta raggiungere il popolo nel suo passato ma in questo movimento ribaltato che ha appena abbozzato. Qual è il popolo, oggi, e quale il “movimento ribaltato”?

“Soltanto oggi avverto con pienezza il senso drammatico della frattura che quelle generazioni hanno vissuto“, cito questa volta da me stesso. Di solito non si dovrebbe mai citare se stessi, ma non potevo fare diversamente, perché da poco ho portato a termine un lavoro, che dovrebbe essere pubblicato a breve, sulle lotte contadine nel nostro paese. Un ritorno al passato, come scrive Fanon. Un passato prima represso e poi diluito nel benessere, in cambio dell’abbandono della campagna per accettare il lavoro in miniera o alla catena di montaggio, e poi dei figli all’università. Un lusso concesso e che oggi, oggi che lo stesso termine lotta di classe è sparito e si appresta a essere “criminalizzato”, ci stanno togliendo di nuovo. Perché abbiamo la colpa di aver vissuto al di sopra dei nostri mezzi, dicono. “Anche l’operaio vuole il figlio dottore” si cantava un tempo: è forse ora che il figlio del figlio torni a fare l’operaio, o il suo equivalente di oggi? Sembra essere scomparso “il popolo”, ma forse basta guardare un po’ meglio, per vederlo ovunque, pur nella sua diaspora, che reagisce come può, alla ricerca del suo “movimento ribaltato”.

L’antropologo e il poeta, appunto, ricordando, come sottolinea bene Fanon, che “la cultura non è, tutto sommato, che un aspetto” e che “il primo dovere del poeta colonizzato è di determinare chiaramente il soggetto popolo della sua creazione. Non si può avanzare risolutamente se non si prende per intanto coscienza della propria alienazione. Tutto abbiamo preso dall’altra parte. Ora l’altra parte non ci da niente senza, con mille raggiri, piegarci nella sua direzione, senza, con mille artifizi, centomila stratagemmi, attrarci, sedurci, imprigionarci.” Forse, dovremmo decolonizzare la nostra stessa Storia!

In questa epoca presente in cui il personaggio numero uno dei telegiornali è lo spread, insieme agli indici di borsa, alle troike, agli indici di bilancio e ai rating, c’è un passaggio del libro in cui Fanon parla del linguaggio: “il ricorso a un linguaggio tecnico significa che si è decisi a considerare le masse come profani. Questo linguaggio dissimula male il desiderio dei conferenzieri di ingannare il popolo, di escluderlo. L’impresa di oscuramento del linguaggio è una maschera dietro la quale si profila una più vasta impresa di spoliazione. Si vuole al tempo stesso togliere al popolo i suoi beni e la sua sovranità. Si può spiegare tutto al popolo, a patto tuttavia che si voglia davvero che egli capisca.”

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