… come se il cielo le fosse piombato addosso…

Il 2 agosto del 1980 eravamo al mare, dalle nostre parti, in comitiva, si chiacchierava della strage di Ustica e di tante altre cose di quel periodo, e io tenevo anche la radiolina a transistor accesa, come allora si usava, quei transistor sintonizzati in FM, quando mi giunse, ci giunse, la prima notizia da Bologna. Pensammo subito a tutti i nostri amici, e compagni – perché allora questa era una parola ancora usata normalmente – che vivevano a Bologna e alcuni in quel periodo lavoravano proprio al bar della stazione. Un’infinità di noi aveva un legame più o meno diretto con la stazione di Bologna di quel 2 agosto. Un enorme dolore, ma se la memoria non mi tradisce, la strage non fu seguita da panico isterico. Ci furono subito tante manifestazioni, a iniziare da quella tenuta a Bologna.
Riporto qui, a ricordo, una canzone dei Modena City Ramblers, anche per le foto che compongono il video, e poi un brano di un mio romanzo di una dozzina di anni fa, tuttora inedito per mancanza o anche sovrabbondanza di editori, e forse ancora incompleto.

1«Solo quattro giorni dopo l’omicidio di Amato c’era stato quello strano incidente aereo a Ustica. ‘Come otto anni fa sulla Montagna longa’ pensò Lui tra sé. Ora, a distanza di un mese, era chiara l’esistenza di un complotto per nascondere chissà quali segreti. Quell’aereo partito da Bologna…

“A Bologna è saltata in aria la stazione. L’ha detto la radio. Mezz’ora fa…”

“Ma che dici?”
“Un’esplosione: può essere solo una bomba!”
Rientrarono subito a Bologna. Alle due erano già davanti alla stazione. Prima

erano passati a casa e Alice aveva telefonato a tutte le amiche e conoscenti che temeva potessero trovarsi in stazione a quell’ora. Li aveva rintracciati quasi tutti. Di altri aveva avuto notizie dai familiari, anche loro sgomenti. Fino a quel momento tutte le persone del loro piccolo universo personale sembravano essere state risparmiate. Ma era un sollievo effimero, che svaniva subito, appena l’orizzonte del loro sguardo s’allargava e acquisiva maggiore consapevolezza, come se la stessa verità, una verità così indicibile, avesse avuto bisogno di tempo per insediarsi, trovare uno spazio, un contesto di significati razionalizzabili solo un poco alla volta. Correva già la voce di diverse decine di morti. Prima di uscire Alice aveva riempito una bottiglia d’acqua. Quando arrivarono la piazza era sbarrata, attraversata da un andirivieni convulso di ambulanze, auto di polizia, carabinieri, vigili urbani e del fuoco, sotto a un sole cocente che pareva lui stesso bruciato e sporco di polvere. Le macerie erano insanguinate e sparse ovunque, e la stazione la in fondo, sventrata e inaccessibile, come se il cielo le fosse piombato addosso e i suoi pezzi frantumati intralciassero il passo ai soccorritori.

Mostrarono i tesserini dei giornali con cui collaboravano e s’inoltrarono, attenti a ciò che calpestavano, guardandosi ogni tanto tra loro come per sincerarsi che la realtà era davvero questa e non la stavano immaginando. Alice gli fece un cenno e Lui capì che doveva scattare qualche foto, se voleva fissare quello strazio il più a lungo possibile nel tempo, affinché tutti potessero vederlo e ricordarlo.

Come se la memoria avesse bisogno di questi feticci e non bastasse da solo tutto quel dolore che non potrà più cancellarsi. Lo guidò Alice tra i sentieri di quello strazio, indicandogli ora una scarpa impolverata, una valigia strappata, un bimbo ancora stretto alla madre…

Lo guidò verso alcune adolescenti che piangevano chine a terra i resti d’una donna, la cui unica parte intatta era il viso. Aveva fatto bene Alice a portare con sé la bottiglia d’acqua. S’era chinata e aveva bagnato le loro labbra, poi le aveva aiutate a lavare quel viso, dopo averle chiuso gli occhi, e ad asciugarlo, soffiando insieme. Sembravano due ali di vento, quelle fanciulle dal volto evanescente, mentre le fotografava. Un carabiniere con la divisa sporca di polvere gli chiese d’aiutarlo a convincere quelle ragazze a salire sull’ambulanza, poi arrivarono alcuni medici o infermieri con delle barelle e poi… e poi basta, aiutarono ancora qualcuno qua e là e quando il rullino fu pieno si fecero indietro per non intralciare quell’andirivieni che reagiva come poteva, perché si reagisce sempre, non si può fare diversamente.

A metà pomeriggio era arrivato in elicottero il Presidente Pertini. Era andato subito all’obitorio dell’Ospedale Maggiore e poi a trovare i feriti. Ai giornalisti in cerca di una dichiarazione aveva risposto: Signori, non ho parole. Siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia.

Alla sera a casa Lui e Alice si alternarono davanti a televisione radio e telefono, per sapere e chiamare conoscenti e amici o rispondere a chi li cercava per avere notizie. Chiamarono anche Viola da Agrigento e sua figlia Agata da Genova. Angela che era in vacanza dai suoi in Abruzzo, e Amedeo da Roma, che si preparava a partire per Bologna. Chi chiamava voleva essere rassicurato e ascoltare la loro voce, portavoce delle voci che circolavano per la città. E loro a loro modo e in qualche modo cercavano di rassicurare. Era diverso quando erano loro a chiamare, come se temessero ciò che era possibile ascoltare. Mancava ancora all’appello una cugina di Alice che lavorava alla mensa della stazione. Dovevano contattare il gruppo di crisi, raccogliere informazioni più certe, tenersi a disposizioni per eventuali riconoscimenti, sì, riconoscimenti, e poi farsi dare l’elenco dei feriti nei vari ospedali. Alla fine l’avevano trovata, ferita ma viva.

Il giorno dopo, domenica, fu ancora peggio. La piazza della stazione era sempre bloccata, non si conosceva ancora il numero esatto delle vittime, continuavano a trovare cadaveri sotto le macerie, molti erano irriconoscibili. Di molti feriti in gravi condizioni e non in grado di parlare non si riusciva a conoscere l’identità. Cera gente che veniva da ogni parte d’Italia e d’Europa. Di ogni età. Bambini e anziani. Giovani, madri di famiglia, operai in ferie, tutti portati lì da un caso che non era venuto per caso, perché altri, da altri luoghi avevano predisposto quel risultato.

Il lunedì ci fu una grande manifestazione. I primi funerali il mercoledì, con il centro bloccato da decine di migliaia di persone. Malgrado tutto, andò in onda anche l’ennesima farsa della divisione politica. I compagni del movimento, o dei brandelli che ne restavano, avevano portato uno striscione: la strage è dei padroni, nessuna delega alle istituzioni. Alla fine avevano accettato, con le buone, di chiuderlo e unirsi anche loro al modo di reagire che la città e le sue istituzioni avevano scelto, quello della riaffermazione dello Stato contro il terrore che vuole minarlo.

Alice iniziò a risistemare le storie raccolte. C’era Marina Tirolese, sedici anni, ricoverata con gravissime ustioni. Era in partenza con la sorella minore per una vacanza in Inghilterra, le avevano accompagnate in stazione il fratello e la madre. La madre. Il suo corpo lo avevano ritrovato sepolto dalle macerie solo dopo molte ore. Marina aveva lottato ancora dieci giorni prima di morire.

Maria Fresu, una madre in partenza con la figlia di tre anni per il lago di Garda. Il corpicino senza vita della piccola Angela era stato ritrovato subito, i resti della madre furono riconosciuti solo cinque mesi dopo.

Lui intanto aveva stampato le foto scattate tra le macerie e solo ora, guardandole, iniziava davvero a metabolizzare ciò che in quel primo pomeriggio i suoi occhi credevano d’aver soltanto immaginato e non visto davvero. Erano foto di macerie e di cadaveri, accatastati su un autobus requisito dai vigili del fuoco, di brandine sparse a terra piene di feriti che attendevano impotenti il loro turno, in quell’ospedale da campo a cielo aperto, come il teatro sventrato di una battaglia. E poi tubi che reggevano flebo, bende insanguinate, scarpe spaiate, valigie accartocciate, persone piangenti, i volti evanescenti di quelle fanciulle che soffiavano via la polvere dal viso della loro madre e ancora… corpi frantumati come macerie. E da ultimi, accasciati sui binari, quei vagoni divelti che sembravano le carcasse di uccelli migratori abbattuti prima del viaggio. Per sopprimere così qualsiasi ritorno.

Alice non ce l’aveva fatta a terminare l’articolo da sola, l’aveva completato Lui. Lei l’aveva riletto in silenzio, aggiungendo una frase raccolta da una sopravvissuta: Occorrerà fare luce ma di fronte a questa necessità provo ugualmente un senso di sgomento, tanto più terribile quanto più mi appare chiara l’impossibilità di poter andare al di là di queste parole.»

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