“Il pudore tenace della memoria…”

“Il pudore tenace della memoria…”, tra ricordi lontani e il progetto “Staffetta della Memoria” (Articolo pubblicato il 27 gennaio 2014 sul sito “Saperepopolare“)

La Memoria mi ha interessato da sempre, da quando bambino (anni Cinquanta) orecchiavo in casa frammenti di racconti sugli anni della guerra: i partigiani nascosti in soffitta o le loro armi sotto terra nella campagna attorno; o sugli eccidi nazisti, come quello dei 7 martiri del “XX giugno” a Jesi; o le vittime del bombardamento Alleato sull’ospedale di Chiaravalle nel giorno del patrono, Sant’Antonio: oltre 80 vittime. O altri racconti ancora, su anni più lontani, addirittura fino alla prima guerra mondiale, a quei parenti non più tornati, o ad altri parenti partiti per il sud america e di cui ugualmente s’erano perse le tracce. C’era addirittura un racconto, rubato da mio padre quando era lui bambino, di qualcuno che ricordava vicende legate a Garibaldi, che aveva visto passare a cavallo, o di mia madre bambina, quando aveva visto i fascisti ululanti su un camion nel loro primo ingresso alla conquista di Chiaravalle.

Una sera, invece, fui di nuovo io a rubare una conversazione tra alcuni anziani: parlavano della ancora recente guerra d’Abissinia, e ridevano su certi trattamenti che i nostri avevano inflitto ai guerrieri etiopi. Riconobbi in me la stessa emozione di sconcerto quando da adulto lessi per la prima volta “Italiani brava gente” di Del Boca, o quando lessi, in un diario dell’archivio di Pieve Santo Stefano, il ricordo di una signora quando era bambina ad Addis Abeba e aspettavano l’ingresso dei partigiani etiopi, a cui gli inglesi avevano concesso tre giorni da soli. “Speriamo che non facciano con noi come Graziani con loro” era il commento preoccupato che circolava tra gli italiani in attesa. Non fecero come gli italiani, mantennero l’impegno dato.

Nel ’68 a scuola un bravo professore rubò un po’ di tempo ai Promessi Sposi – con tutto il rispetto, se non altro anche il Manzoni ci ricorda ad esempio la storia della colonna infame – per fare spazio alla lettura in classe di Primo Levi, “Se questo è un uomo”. Le vittime dell’olocausto sono così tante che non esistono nemmeno cifre sicure ma soltanto stime, che raggiungono i 10 milioni. Oltre agli ebrei, bersaglio numero uno e che ci rappresenta tutti, anche tante altre minoranze, politiche, sociali o religiose, non sempre ricordate, come i rom e i sinti, i comunisti, gli omosessuali, i malati di mente, i Testimoni di Geova, i Pentecostali, gli atei, i polacchi, gli Slavi. O gli “ausmerzen” raccontati da Paolini. I Rom usano una parola molto significativa, Porrajmos: il grande divoramento. Quella lettura all’età di 16 anni ci aprì a questo. Ho riutilizzato spesso il libro di Levi negli anni, in particolare quando seguivo la guerra di ex-Jugoslavia, e ne ritrovavo le tracce nei racconti delle vittime con cui avevo un contatto diretto.

primo-levi-1Soprattutto con il racconto del sogno. Levi sognava di tornare a casa e raccontare ciò che aveva visto nel lager ma i suoi familiari, gli amici, le persone più care non volevano credergli. Levi sognava la paura di non essere creduti, tanto era assurda quella sorte inflitta da una cattiveria indicibile, che quindi è difficile da dire, trasmettere ad altri. Levi scoprì che anche altri suoi compagni di sventura facevano lo stesso sogno. In Bosnia, ho sperimentato di persona questo “pudore” a raccontare, quando mi accostavo per raccogliere storie. Le titubanze iniziali, la ritrosia. Ci sentivamo messi noi sotto studio, come se chi raccontava avesse bisogno d’essere sicuro della nostra capacità di ascolto. O forse della realtà delle loro stesse parole. Poi, pian piano si esponevano e prendevano il via, come un fiume, e raccontavano pezzi importanti di sé, oramai sicuri che noi le avremmo raccontate ad altri quelle storie, cercando di adoperare le parole migliori per farle conoscere, nel senso di “intendere”, perché è importante, altrimenti non si crea memoria. Il pudore tenace della memoria, l’ho sempre chiamato così questo sentimento forte, che si preoccupa della giusta misura, delle parole più efficaci, che non tradiscano il senso umano, ma per riuscire a farlo davvero hanno bisogno di incontrare una buona capacità di ascolto. Perché solo così, in mezzo a tanti risvolti tragici, possono aprirsi anche tanti squarci di leggerezza, necessari, della vita che resiste e si fa largo.

Nello stesso libro di Levi la pagina che più mi emoziona è proprio il racconto di quando recita a Pikolo, il suo amico belga, traducendolo alla meglio in francese, il canto di Ulisse. Ne assaporano commossi la bellezza della poesia – “Considerate la vostra semenza…” – mentre si guardano attorno nel lager e trasportano sulla neve la zuppa per i compagni: “Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono” commenta Levi. Anche dei racconti tragici di Bosnia ricordo i tanti momenti di apertura, le pause più leggere, l’emozione e il piacere di trovarsi lì insieme in quel momento. La stessa emozione l’ho trovata anche in altre storie, di diverso tenore ma ugualmente significative.

M’è capitato anni fa, ero ancora un ragazzo, di conoscere, nella loro trattoria di Trapani,una coppia reduce dalla strage di Portella della Ginestra. Era un racconto – a distanza di quasi trent’anni –  ancora ricco di così tanti particolari che quasi mi sembrava di udire sullo sfondo il vocio dei bambini e della gente che parla in festa, mentre il comizio – “la predica”, come dicevano loro –  sta iniziando, e poi come uno scoppio, seguito da un rumore come di mortaretti, prima di intendere che è una mitraglia. E forse più di una, da punti diversi. E poi le scene, che loro descrivevano come se le stessero rivedendo al rallentatore. Suggestione anche delle immagini del film, che nello stesso momento vedevamo alla televisione, perché era la sera del 30 aprile e ci si preparava a commemorare il 1° maggio. Ma non solo quello, ricordo l’intero mondo dei contadini in lotta da loro evocato, e i racconti da loro raccolti di lotte ancora più antiche, su quella terra, al tempo dei fasci siciliani.

Molti anni dopo m’è capitato di incontrare a Derry due superstiti – parenti delle vittime, 17 ragazzi – della strage del Bloody Sunday. Qui l’emozione era di tipo diverso, perché avevano la mia stessa età e ascoltandoli rivedevo me stesso 35 anni prima, in quel periodo a Roma: non erano sembrate così dissimili allora ai miei occhi le Derry e Belfast del ’72 dall’Italia di piazza Fontana e delle bombe sul treno Italicus. A Derry hanno commmemorato tenaci per anni quella strage, il governo britannico solo un paio di anni fa ha chiesto formalmente scusa, mentre nel frattempo il tenente della mattanza aveva fatto in tempo a diventare generale e capo di stato maggiore di sua maestà a Bassora, durante la guerra del Golfo.

La memoria – leggevo in un articolo di Remo Bodei – è un campo di battaglia. Battaglia ideale, di passioni e riscoperte, di ricerca storica e di attestazione di impegno civile, di attualizzazione del passato. Anche di reinterpretazioni, alla luce di documenti o testimonianze nuove, o di un nuovo modo di relazionare gli eventi nel contesto o valorizzarne i risultati. Un lavoro incessante.” Ma in che modo? Non ho mai provato troppa simpatia per le celebrazioni, se alle storie dei singoli si sovrappone la retorica dell’istituzione, che ingessa le emozioni, ma tracciare un confine netto tra i due aspetti mi appare non facile. Consiglio a tutti di visitare almeno una volta un lager – sono stato a vedere quello di Dachau – e al tempo stesso condivido Paolo Jedlowski quando sostiene che vedere 100 film su Auschwitz può essere anche controproducente – assuefazione o indifferenza – e ha un’efficacia emotiva minore del diario di Anna Frank. L’indifferenza non è soltanto il contrario dell’ascolto, è ancora di più. Si dice spesso, o si diceva, che al tempo dei lager l’olocausto poteva avvenire perché la gente non sapeva.  Mi chiedo se possa essere ancora vero oggi, che invece si sa in diretta di tante stragi ma ci si comporta come se non si sapesse.

Ricordo lo scorso anno al Forum mondiale di Tunisi le madri e le mogli che gridavano, gridavano davvero, di dolore e non per scena, reggendo in mano le foto dei loro familiari scomparsi nel Mediterraneo, o forse in Italia. Qualche anno fa mi chiesero di tenere un corso di formazione per operatori Sprar, pensai di invitare un ragazzo che aveva impiegato due anni di sacrifici oltre il raziocinio umano, per attraversare il Sahara, il Mediterraneo in barca e poi anche l’Italia, perché una volta sbarcati e ottenuto il permesso come richiedente asilo il viaggio non è ancora finito, si è abbandonati a se stessi, su e già per l’Italia clandestini sui treni o nei palazzoni fatiscenti delle periferie, prima di riuscire a trovare uno spiraglio. Ci vollero più incontri con quel ragazzo, per tirar sù i suoi ricordi e strutturarli in un racconto, che alla fine lui era in grado di trasmettere in prima persona, con la sua voce. Si dovrebbe sempre lasciar parlare i diretti interessati, ascoltarli attraverso le loro parole.

9Da qualche anno seguo un nuovo progetto,la Staffetta della Memoria, che ha al suo centro un viaggio in bicicletta, dal 25 aprile al 1 maggio, lungo la Linea Gotica, dal Tirreno all’Adriatico, dentro le tracce della memoria, e attraverso paesaggi splendidi. Si sta in gruppo, un po’ di tutte le età, si pedala, si respira la natura, si gioca, s’incontrano persone e anche testimoni di allora, si visitano i luoghi, i resti delle trincee, i tanti musei della rete museale. Alla sera nei paesi ci organizzano feste e serate in gruppo. Si ascoltano e si scambiano storie. A Badia Tedalda (Arezzo), insieme alla Pro Loco e alla gente del paese, è nato un parco storico e sono state rintracciate e riportate alla luce oltre duecento postazioni; d’estate vengono i ragazzi a scavare, ai campi estivi della memoria.

A Monte Battaglia, sopra Casola Valsenio, abbiamo conosciuto Aurelio Ricciardelli, venti anni nel ’44: è un’emozione sentirlo parlare, non nomina mai battaglie o chissà che imprese guerresche – e non s’è combattuto poco su quel monte! – ma al centro dei racconti ci sono sempre i contadini, i poveri mezzadri dell’Appennino, senza il cui aiuto loro in montagna non avrebbero resistito nemmeno una settimana. Ora con la Staffetta siamo di nuovo in partenza, per la quarta edizione nel settantesimo della Linea Gotica, per fare ancora esercizi di memoria, e goderci insieme questi bei luoghi di oggi, senza però chiuderci gli occhi nemmeno sui problemi odierni di quel territorio, la fragilità ogni volta che piove, l’abbandono, le ferite della Tav nel Mugello, ma di contro la volontà di esserci ancora.

Chiedo scusa per averla presa così alla lunga e in modo così personale – chi sono io, in fin dei conti? – ma sono partito dalla domanda“perché mi interesso alla memoria?”  Non lo so ancora il perché. La verità è un po’ come nei frammenti di uno specchio frantumato, ho scritto nell’introduzione al libro Izbjeglice sulle storie di ex Jugoslavia: ciascun pezzo da solo riflette tutto il mondo che ha davanti ma lo fa dall’angolazione in cui la sorte l’ha collocato. Potremmo rimettere insieme tutti quei pezzi su un’unica superficie, e passare dai frammenti ad una memoria collettiva, ma i segni di giunzione, dove una volta c’erano le fratture, rimarrebbero lì in vista, come tracce di memoria  da non perdere e interrogare ancora.

 

 

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