Dove si trova il punto di non ritorno?

“Qualcosa, là fuori” di Bruno Arpaia, Guanda. (non una recensione ma un po’ di pensieri sparsi).
Romanzo distopico o reportage in anteprima? Ad una certa epoca della storia, mi pare nell’anno 2038, un certo capitano dell’incrociatore Ardito “… era diventato famoso perché era stato il primo a dover eseguire l’ordine di sparare a vista sui barconi degli immigranti. Il numero dei morti non era mai stato accertato.”
Quando questo evento – sparare a vista – accadrà per davvero per la prima volta, mi veniva da chiedermi mentre leggevo, ora nell’estate 2017, nella quale mi pare siamo entrati nell’era dei “respingimenti umanitari”?

È ottimista o pessimista Arpaia a immaginare che occorreranno ancora altri venti anni circa per un evento del genere? Sono oramai diversi anni che è stata coniata l’espressione “migranti climatici” e che vari rapporti ci offrono previsioni di 300 o 500 milioni di persone direttamente coinvolte entro il 2050. Bruno Arpaia nel suo romanzo si spinge ancora oltre di circa una ventina di anni.

M’è venuto in mente più volte, mentre leggevo, il Furore di Steinbeck. In quel caso il romanzo nasceva davvero dai reportages scritti, un paio di anni prima per un giornale americano, sulla grande fuga o espulsione dei contadini dalle campagne del Midwest verso la California, terra promessa che non mantiene le sue promesse ma erige barriere, anche senza ricorrere alla scusa del colore della pelle, della fede religiosa o della diversità di lingua. Furore è una grande anticipazione di tanti temi odierni, che viviamo in altre forme e non ne cogliamo o non vogliamo coglierne i nessi nelle nostre percezioni quotidiane, o perfino nelle nostre analisi sulle origini dell’odio, e del razzismo, che sembrano crescere sempre più e ci chiediamo quasi increduli da dove nascano. “Prima gli italiani” e “aiutiamoli a casa loro” sono i mantra sempre più diffusi dei “respingimenti umanitari”, sembrano essere proprio questi pensieri, portati alle estreme conseguenze, in azione nel romanzo, ma qualsiasi gruppo che si rinserra e si chiude lungo il suo cammino troverà sempre anche al suo interno altri da dover lasciare indietro, per non pregiudicare la salvezza di tutti: “…diceva di radunare soltanto i feriti in grado di camminare e di partire subito.”

“In che razza di società vivremo” scriveva già una decina di anni fa Laura Balbo in un’analisi sul nuovo razzismo incipiente, ed ebbi poi l’occasione anche di ascoltarla direttamente, allora, durante “I dialoghi mediterranei”, giornate di confronto sulla nostra epoca, immersi in un atmosfera molto piacevole, nel caldo moderato del sole di settembre, dentro il bianco Castello di Trani, dove gli incontri erano stati organizzati. Leggo nel romanzo di Arpaia: “Il periodo più felice della loro vita era passato, ma naturalmente non se ne accorsero subito. Nessuno si accorge mai dei punti di svolta della propria esistenza, nessuno li avvisa in tempo e ci si prepara, ammesso che sia possibile prepararsi, ammesso che la vita non sia sempre una battaglia persa.”

Il reportage di Bruno Arpaia, che ha preceduto e accompagnato la stesura del suo romanzo, è raccontato da lui stesso, oltre che direttamente nelle pagine del romanzo, nella nota di avvertenze alla fine, in cui cita i report che ha studiato ed elenca la bibliografia consultata come si fa nella stesura di un saggio, ma poi da narratore non si limita agli studi scientifici, vi include anche i romanzi che dice di avere anche citato, e la lingua che usa è appunto quella della narrativa e del racconto, l’unica che consente di non limitarsi alla descrizione, seppur puntuale, dello scenario ma di entrarci dentro.

Mi viene sempre in mente, in questi casi, di quando da piccolo fingevo di entrare dentro i quadri e inoltrarmi lungo le stradine dei paesaggi sullo sfondo, che sparivano dietro curve alberate, per camminarci dentro e vedere e ascoltare dall’interno, immaginarne anche i suoni e i ritmi, l’aria, e può essere anche faticoso, come deve essere stato in questo caso torcere l’immaginazione per riportarla con i piedi a terra: “… allargò le narici incredulo: era una brezza, un movimento d’aria quello che sentiva? Rimasero tutti pietrificati a fissare le nubi che sembravano avvicinarsi veloci. Nel cielo si scarabocchiò una linea frastagliata, il graffio di un fulmine lontano, pieno di screziature viola. Sentirono un odore di ozono, sentirono l’eco flebile dei tuoni…”

Sono tanti i temi o le citazioni che mi vengono in mente, credo che nel romanzo ce ne siano tante per tanti diversi lettori, ciascuno libero di cogliere con la sua propria sensibilità. Uno in particolare mi preme accennare, la Cassandra di Christa Wolf, citando ancora dal romanzo di Arpaia: “A volte, pensò Livio rialzandosi, ci sono cose che uno preferirebbe non capire, perché capirle significava anche sapere senza scappatoie che disastro siamo.” 

Elias Canetti, da quanto posso comprendere scorrendo la sua analisi Massa e potere, definirebbe il gruppo raccontato da Arpaia una massa chiusa, che si rinserra e si preserva rinunciando a crescere pur di restare compatta, o forse ancora di più una massa lenta, che è disposta a piegarsi e accettare di restare compatta e compressa rinviando tutto ciò che le rimane ad uno scopo lontano – c’è un po’ il tema arcaico della terra promessa –  una massa nella quale possono sopravvivere anche sprazzi di individualità, nei quali continua a contare, un po’, anche il presente, il qui ed ora, il senso di un ricordo o anche solo di un cenno scambiato in assenza di parole che stentano a prendere forma. In attesa forse di nuovi legami, quando la massa si disgregherà, giunta forse di fronte al suo scopo.

Ma più che gli sprazzi di individualità, il motore vero – perché non esiste mai la staticità in questo romanzo, neanche nelle soste, esiste sempre una specie di rumore di fondo – credo che sia nel cammino, sta nel camminare l’ultima vera risorsa per arrivare fino al Mar Baltico per chi ce la farà: una lunghissima camminata a piedi, in colonna, incessante, un passo dopo l’altro, dall’alba al tramonto, o di notte, sono i piedi di tutti che tutti insieme camminano, è il terreno sotto i piedi che sentono camminando, ciascuno il suo tonfo frammisto al respiro. È il rialzarsi in piedi dopo ogni sosta che da il ritmo -come fosse un senso che deve comunque esserci da qualche parte: è a questo che si riferisce il titolo ‘Qualcosa, là fuori’ ?-  a tutto ciò che avviene dopo aver superato il punto di non ritorno, che chissà quando è avvenuto di preciso?

 

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