It was a dark and stormy night…

Charlie-Brown-Era-una-notte-buia-e-tempestosa...Non mi tornano i conti, come se restasse sempre fuori qualcosa. Forse più di qualcosa! Qualche giorno fa ho postato su Fb una vignetta dove Snoopy sul tetto della sua “casa” batte sui tasti della machina da scrivere: “Era una notte buia e tempestosa…”; mi sembrava una buona battuta per esprimere il bisogno di un attimo di pausa, in mezzo alla ricerca affannosa in questi giorni di dire la propria, come per rassicurarci uno con l’altro su una interpretazione capace di rassicurarci, nel senso di avere l’illusione di capire tutto e, quindi, in qualche modo – chissà in quale? – di controllarlo. 
Insomma: siamo tutti Charlie, sì, ma la domanda poi è: chi siamo? Snoopy m’era venuto in mente anche per cercare di rendermi autonomo da Charlie.
Poi, stimolato dalla lettura in rete del comunicato “Charlie Hebdo, la solidarietà di Sarajevo” , mi sono diretto verso un angolo della mia libreria poco frequentato negli ultimi anni, dove sono  i miei libri sui Balcani e sulla guerra di ex- Jugoslavia.
Sono stato spinto, a farlo, da alcuni piccoli dettagli, ad esempio: il “ceto sociale” – oggi il termine “classe” non si usa più – di provenienza degli attentatori, i quartieri di periferia da dove erano partiti, l’artigianalità esibita. Tutto così diverso dalle “torri gemelle”. E poi la qualità dell’obiettivo. L’11 settembre era stato il simbolo e il luogo del potere imperialista. Ora, un giornale di satira che irride tutti i poteri. Un giornale però che si trova – almeno attualmente – anche al centro di una città non qualunque – una grande capitale storica del colonialismo, simbolo forse anche di una tollerante liberalità del “potere imperial-colonialista” al suo interno? – e non nella sua “periferia”. Quindi, magari, estraneo, antropologicamente, a chi con quell’attentato s’identifica.
200Ma forse – chissà? – estraneo anche a molti che hanno solidarizzato identificandosi con questo simbolo (in questo momento non considero quelli che invece hanno finto soltanto di identificarsi, per cavalcare l’evento e trarne le opportunità che credono, strumentalizzandole).
Non mi tornano i conti, nel senso pratico del termine: che dobbiamo fare ora?
Dobbiamo pensare ai complotti? Mi ritrovo abbastanza in un commento di Giulietto Chiesa, che dei complotti è un’analista: la domanda “a chi giova?” resta sempre assai utile per decifrare, ma riusciamo davvero a capirlo a chi giova fino in fondo? Oppure dobbiamo condannare i fondamentalismi, ponendo come unico tema al centro la libertà d’espressione? Certo, ma il problema allora è: come farlo? E che cos’è davvero la libertà d’espressione? Insomma, le questioni sono tante e quindi in questo senso mi sento come Snoopy: era una notte buia e tempestosa!
Dicevo della guerra di ex-Jugoslavia – che forse conosco un po’ meglio ma ogni volta che ritorno sull’argomento mi accorgo che quella lezione non è affatto capita, e che ciò che di volta in volta ci appare chiaro, ma forse solo superficialmente, si presta ad essere rovesciato subito nel suo opposto.
Ho ripreso a sfogliare un po’ di quei libri, che forse è il caso di rileggere, per ripartire anche da lì e poi proseguire. Fare o tentare un’operazione di “cultura”, in questa epoca nella quale la cultura è sempre di più utilizzata come sistema di distrazione di massa, come sentivo affermare di recente da Goffredo Fofi in un’intervista.
Tra i libri che ho ripreso a leggere qua e là, c’era “L’Altra Serbia, gli intellettuali e la guerra”, della metà degli anni Novanta, con una prefazione di Predrag Matvejevic e curato da Melita Richter Malabotta: una raccolta / selezione di molti interventi dei membri del Circolo di Belgrado, letti in due diverse sezioni tenute nella primavera del ’92 e nel successivo inverno, all’inizio di quella guerra.  Sono tutti da leggere o rileggere. Tra questi, però, sono andato per prima cosa a cercare uno dei due interventi di Filip David – scrittore e redattore della TV di Belgrado, che nel gennaio 1993 fu messo in “licenza obbligata” – che più o meno ho sempre ricordato in questi anni, credendo spesso di trovarne tracce evidenti qua e là, come una sorta di memoria capace anche di farsi profezia. Cambiano ovviamente i contesti specifici di riferimento, ma è la sostanza che m’interessa. Ciò che ricordavo, in particolare, era la citazione e interpretazione che Filip David fa della “filosofia della borgata”, del filosofo Rodomir  Konstantinovic. – che forse è utile approfondire. Trascrivo qui un paio di brani di Filip David:phpThumb_generated_thumbnailjpg
“L’insostenibile leggerezza del morire. Quello che rende particolarmente insopportabile la vita dello scrittore nella società totalitaria è la sensazione che le parole abbiano perso il loro vero significato, si siano usurate e rinsecchite, siano diventate le scorze vuote sull’immondezzaio dell’ideologia.
Con le parole nominiamo le cose: colui che in questa magia sa i veri nomi delle cose diventa il padrone del grande potere, crea e cambia il mondo. Se le parole sono poco chiare e imprecise, anche i siginificati sono falsi. Tutto perde il proprio valore, anche la vita umana. In tali mondi la barbarie sopprime la civiltà. Per i barbari la civiltà è la causa di tutti i mali, delle malattie e delle deformità. Il barbaro distrugge le città perché le odia dal più profondo della sua anima selvaggia, e in loro vede la fonte del male e della pestilenza. I barbari nostri contemporanei sono nati dallo spirito della borgata. La loro psiche è affascinata dalla mitologia e dagli ideali di vita tribale, patriarcale. E’ una società che il tempo non ha scalfito, pietrificata nella sua immobilità. E’ ossessionante la sua brama di territori e simboli araldici. Ma dietro tutto c’è un grande, terrificante vuoto che divora tutto.”   C’è chi la chiamava la teoria dei “primitivi”, all’assalto delle città!
Sono circa cinquanta gli interventi – opinioni, analisi, riflessioni – riportati nel libro, diversi tra loro e ricchi di spunti, per tornare a noi e aprire un discorso sulle “città”, le stratificazioni sociali e di classe oggi, i rivolgimenti ulteriori in questi ultimi decenni e anni di “crisi”. Tutto questo richiede uno sforzo nuovo e inedito di comprensione. Non sono mai esistite risposte semplici a domande complesse.
Tra i pochi interventi di questi giorni che ho trovato interessanti, perché indaga in questa direzione, e con riferimento diretto al contesto di oggi, c’è quello di Annamaria Rivera su Micromega“Oggi, provo un senso doloroso di lutto per l’orrenda carneficina e il suo epilogo da incubo (diciassette vittime in tre giorni), per il riattivarsi della violenza antisemita, per la perdita dei miei miti, per la mia cultura lacerata. Ma soprattutto per lo scenario tragico che si profila e per l’inadeguatezza dei nostri schemi e categorie a interpretare o almeno a cogliere in profondità il senso di ciò che è accaduto e che accadrà. E’ anche per questo, non solo per lo choc, che ho esitato a prendere la parola: neppure la mia antropologia critica, una certa conoscenza dell’islam delle periferie, l’impegno più che ventennale contro il razzismo e l’islamofobia mi garantiscono strumenti sufficienti ad analizzare la pulsione di morte e il totalitarismo bellico che, esportati dall’Occidente in plaghe aliene (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Mali…), come per contraccolpo si riproducono da noi.”
La Rivera cita un libro da lei curato nel 2002, “L’inquietudine dell’islam, Dedalo, Bari“, che mi era sfuggito ma mi stimola: “Già allora, in quel libro e altrove, analizzavamo ciò che Khosrokhavar definiva, in riferimento alla Francia, islam dell’esclusione. Ed è questa una delle tante chiavi (non certo la sola!) che potrebbe aiutarci a comprendere gli attentati di matrice islamista “a casa nostra”.

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