Il filo dei dettagli che unisce la Storia (da Bisacquino a Staffolo)

Il filo dei dettagli che unisce la Storia. Riflessioni a margine, dalla commemorazione dell’eccidio della Valle del Musone. Non so, ma ogni volta che partecipo a qualche 1cerimonia di commemorazione per onorare delle vittime, mi sorprendo sempre a riflettere sul carattere non “episodico” dell’agire storico ma piuttosto della sua sistematicità. Ciò che sembra un caso fortuito, lo è molto spesso soltanto per la sua vittima, che aveva altre “temporalità” da seguire: ad esempio, se ne stava lì sul suo campo a falciare il grano, perché era la stagione, la fine di giugno, e invece un drappello di soldati tedeschi lo preleva, se lo porta in giro per un po’ e poi, venendogli a mancare altre persone da fucilare, fucilano lui, sulla piazza del paese, tanto uno vale l’altro e la vita di entrambi non vale nulla.
È tutto sistematico, dietro ci sono le grandi strategie e le grandi guerre che le vite dei singoli non le vedono; ci sono gli stati maggiori che segnano croci sui simboli di città e contrade, ci sono capitali che investono e industrie che sfornano quantità enormi di esplosivi poi da smaltire. Nessuno può sfuggire davvero a questa “sistematicità”.

Durante la seconda guerra mondiale, non c’è un solo angolo del nostro paese, fino alla più remota contrada, che sia rimasto davvero escluso. Tutti coinvolti sotto il tritacarne, e tutti mescolati insieme, strappati dai propri luoghi e sbattuti su e giù per il mondo di allora. Che alla fine doveva sembrare piccolo, perché vi si incontravano genti di tutti i paesi e di tutti i destini.
Dalle nostri parti, il corpo di liberazione del comando alleato era rappresentato dall’armata polacca. Basta già la sola citazione per rendere l’idea. Ma anche per i civili è la stessa cosa. Le vittime civili sono diverse decine di migliaia. Molte finite nelle “rappresaglie”. Rappresaglia, parola ingannevole, e mistificante. Volta a gettare discredito sulla vittima e non sul carnefice. Il dizionario Treccani la definisce così: “Azione o misura punitiva violenta e disumana, indiscriminata, adottata dalla potenza occupante nei confronti della popolazione del territorio occupato”. Azione violenta e disumana, appunto. In realtà, usata quasi sempre in funzione “preventiva” dalle truppe di occupazione. E in quanto tale, “sistematica”, congenita alle guerre, soprattutto quelle moderne, che più di altri si accaniscono sui civili (basti pensare ai 50 milioni di profughi attuali stimati nel mondo).

11539069_1854876974736713_5903802838971992363_oLe commemorazioni, come quelle di parte Anpi a cui ogni tanto partecipo, si concentrano dunque sugli episodi e sulle date più significative, raggruppando insieme le vittime. Se dovessimo cercarle tutte, le vittime, dovremmo fare una commemorazione ogni giorno, probabilmente, ma non ce la faremmo anche perché di solito si è in pochi a commemorare – probabilmente siamo anche ridicoli, agli occhi “degli altri” – e quindi non basteremmo. O forse, occorre trovare altri modi? Domenica scorsa ci siamo andati in bicicletta (vedi foto di Anna Rita, di Roberta e di Matteo ), sfidando il caldo implacabile di questi giorni, per tre soste in altrettanti punti dell’eccidio. È già qualcosa, significa “recarsi dentro”, purché non comporti il cadere in un’altra retorica, pericolo sempre incombente, da cui guardarsi. Nessuno è mai davvero immune.

È il senso profondo della Storia quello che forse dobbiamo imparare a riconquistare, della Storia fatta però dei tanti dettagli che siamo noi, le nostri genti che l’hanno “attraversata da dentro”. L’epoca attuale purtroppo è sempre più appiattita sul presente e il senso della Storia vi si disperde. Sto scoprendo, invece, partecipando qualche volta a queste cerimonie – tra le ultime, quella per i martiri del 20 giugno a Jesi, o in maggio sulle montagne della Valsusa a Maffiotto di Condove – anche il senso dei luoghi. I luoghi dove gli avvenimenti accadono e i destini delle persone s’incontrano, i luoghi anche così diversi e lontani da dove quelle persone sono venute, e quelli dove i loro discendenti s’incontreranno di nuovo.

La Storia è anche Geografia, si potrebbe banalmente dire. Mi soffermo così a leggere le date e i luoghi di nascita, per immaginarmi quella persona con la sua età e il suo viaggio alle spalle. Domenica scorsa mi ha colpito Antonio Alesci, ventiquattro anni, di Bisacquino. È un paese vicino Corleone, un nome che evoca subito padrini e clan mafiosi, luoghi perduti e fuori dalle vicende storiche. Non è mai così. Di Corleone era anche Placido Rizzotto, che nel ’44 era partigiano in Carnia e quando tornò in paese per diventare segretario della Camera del Lavoro, lo chiamavano “il vento del nord”, e lui aiutò quei contadini a organizzarsil per occupare le terre, e così li chiamarono “il vento del sud”. Chissà quanti altri ragazzi della zona di Corleone dopo l’8 settembre si trovarono sbandati come gli altri, lontani da casa, e si aggregarono alle brigate partigiane? Oppure finirono nei campi di concentramento? Come toccò ad Antonio, chiuso in quello di Sforzacosta, vicino Macerata, e prelevato per essere poi fucilato sulla piazza di Staffolo.

Rizzotto fu ucciso il 10 marzo del’48, comandava i carabinieri della zona un giovane ufficiale di nome Carlo Alberto della Chiesa, che individuò subito i veri colpevoli, ma non bastava questo perché la giustizia facesse davvero il suo corso fino in fondo. Alla camera del lavoro arrivò, a sostituire Rizzotto, un giovane ventenne di nome Pio La Torre. Fu in quel contesto che i due, il futuro onorevole e segretario del Partito in Sicilia e il futuro generale, divennero amici. Per essere poi uccisi nel 1982, ad appena quattro mesi di distanza uno dall’altro, nel periodo in cui in Sicilia si costruivano le bassi missilistiche a Comiso.

Il 10 marzo del ’50, nel secondo anniversario dell’assassinio di Rizzotto – il cadavere sarà ritrovato solo sessanta anni dopo – i contadini di mezza Sicilia, e di mezza Italia, stanno occupando le terre; Pio La Torre é a Bisacquino, uno dei feudi che al tempo dei fasci siciliani, finiti nel 1894 sotto la sanguinosa repressione dell’esercito, era stato risparmiato dalle occupazioni: immaturità di alcuni settori del movimento, che si erano lasciati infiltrare e deviare. Nel ’50 c’è un’altra maturità, molti giovani sono stati militari, hanno visto il mondo duro della guerra, alcuni sono stati con i partigiani, non si lasciano ingannare. Quel giorno, il 10 marzo, la polizia spara, per fortuna non muore nessuno, ci sono però feriti e molti arrestati, tra cui Pio La Torre, che verrà trattenuto per più di un anno all’Ucciardone.

Ecco, dal semplice nome su quella lapide, che abbiamo onorato depositando una corona, il filo degli avvenimenti che si dipana e riporta al senso di “sistematicità” della Storia. E per fare questo, ho seguito un solo nome, il più “forestiero” qui al centro delle Marche; gli altri sono della regione, ma nessuno del luogo, tutti portati da fuori sbattuti qua e là, e sono sicuro che scavando, troveremo ugualmente un intrico di storie. La stessa dinamica dell’eccidio del Musone, il nome con cui vengono ricordate le uccisioni di quei giorni, è già tale, un eccidio diffuso nella zona, a tappe, itinerante, a ridosso delle linee del fronte che arretrano e dei corpi alleati che avanzano. Rimando, per una documentazione più generale, a quanto disponibile sul web nel sito dell’Istituto di storia delle Marche nel Novecento.

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