Come la foresta ama il fiume

copertina Come la foresta ama il fiume, storia di una Resistenza, di Anna Laura Biagini. Interessante. Esprimo il mio solito commento a caldo, come al solito un po’ lungo, appena dopo aver letto, seguendo le prime suggestioni. Probabilmente ho seguito di più i miei occhi, vedendo o cercando i temi che mi stuzzicano. Mi pare che il tema principale in questo caso sia quello della scelta. Dello scegliere consapevole, con cui la protagonista si misura, fin dalle prime pagine, sempre sull’orlo di scoprire se stessa come nuova, dentro di sé, con quel qualcosa che ti cambia, ti fa maturare e diventare un’altra ma non deve travolgerti, sovrastarti, soprattutto quando quella che vivi è un’esperienza eccezionale: “… la piccolezza dei sentimenti che provavo mi dilaniava letteralmente il cuore, immergendomi in uno stato di totale ingenuità. Ciò non era dovuto al fatto che fossero circostanze particolarmente complicate ma tutto derivava dalla mia incapacità di immaginare ancora, quanto dolorosa potesse essere la vita quando era attraversata dalla storia.” Una donna che sente di volersi liberare dalla ragazzina che è o che gli altri vedono, una ragazzina a cui tutti vogliono badare, da difendere anche scegliendo al posto suo e senza porsi dubbi: “Come fai a sbagliarti tanto su di me? Come puoi?”, si chiede ad un tratto la protagonista, a contatto con i suoi cari. Lei che invece cerca la sua strada, il rispetto del suo ruolo e delle sue scelte: “Piangevo troppo. La nuova Milen non si sarebbe abbandonata così facilmente alle emozioni.” Da scegliere ci sono non solo la guerra, da che parte stare (su questo non ci sono dubbi: “Per la prima volta sentii di essere nel posto giusto”). Il nuovo ruolo, da accettare ma non solo, anche da interpretare, assumendo le giuste iniziative, che coinvolgono anche nell’intimo, nel modo di porsi, di vivere le relazioni dirette, le amicizie, la fiducia, anche le passioni d’amore che un po’ devono travolgerti ma per cambiarti e non per perderti. Quelle che passano una sola volta e deve saper riconoscere, ma anche non perdere. La vicenda si svolge all’interno di uno scenario d’eccezione, la guerra tra il settembre ’43 e la liberazione, ma in una zona particolare, che fa davvero la differenza, tra Friuli e Slovenia: non si capisce nemmeno mai, esattamente bene, se siamo in Friuli o in Slovenia, tanto risultano mescolati quei confini, così come vivono mescolati dentro l’animo della protagonista, italo-slovena di Goriza. Un po’ italiana e un po’ slovena, un po’ nessuna delle due e un po’ qualcosa di più della somma delle due. Scegliere non è un calcolo razionale, ideologico, un’opportunità da valutare, piuttosto è come vivere addosso la vita stessa, misurare l’umano che è o dovrebbe essere in noi. Forse è un po’ anche scegliere al di là delle scelte che ci vengono poste. E’ in questo scenario che la storia personale si sviluppa.
goriIl contesto storico, dunque, è la guerra partigiana al confine tra Slovenia e Friuli. Quale confine? Come nasce e si definisce un confine? La vicenda più quotidiana del racconto si svolge in un ospedale da campo clandestino nascosto tra le gole di un torrente. Sembra quasi un luogo fuori dal mondo, e anche al di là dei confini, in un’altra dimensione che è anche un piccolo mondo compatto, con un senso di eroismo primigenio e apparentemente al riparo da altre considerazioni, con alcuni partigiani che fanno la guardia e vanno avanti e indietro da qui al vero mondo, ove la guerra con le sue crudeltà e assurdità, e divisioni, è in corso. Ci sono però notizie che filtrano, piccoli frammenti che arrivano nell’ospedale nascosto nella valle: “Ero a San Sabba ieri, vicino alle risiere…” racconta il fratello in un momento in cui il bisogno di confidarsi è più forte del compito di proteggere comunque la sorella. Frammenti che arrivando performano anche questo piccolo mondo, con le nuove lacerazioni in arrivo.
Sembra quasi che il dramma della guerra, qui, anziché allontanarsi approssimandosi la liberazione, invece si avvicini, incrinando quel piccolo mondo al riparo con l’emergere di vecchie divisioni, non necessarie magari, che riposano ad esempio sugli accordi di pace del 1924, che tracciarono nuovi confini statali la dove per alcuni secoli non c’erano più stati. Confini che magari, dopo vent’anni, qualcuno ora nel corso di questa guerra vuole spostare un po’, aggiungendoci anche gli interessi. Il libro tocca, appunto, queste questioni storiche, a lungo aperte. Compaiono come frammenti, da dispacci che casualmente la protagonista legge, le indicazioni contrastanti dei rappresentanti italiani – Bonomi, oppure Togliatti – oppure le indicazioni strategiche già prese dai comandi jugoslavi. Compare anche un accenno alla strage di Porzus, e in parallelo i marcatori che stabiliscono i confini possono crescere, formarsi.
“Veramente sì, è un problema se adesso i nemici diventiamo noi”; “Noi? Noi chi? Noi sloveni o voi sloveni che a conti fatti, ora che la guerra sta finendo, siete di nuovo italiani?” si scambiano in un battibecco la protagonista con un suo compagno di lotta.
Oppure:
“Milen, ci sta sfuggendo tutto di mano. O almeno io non ci sto capendo niente. Sappiamo che la guerra non durerà ancora molto, ma non finirà come avevo immaginato”, dice il fratello partigiano alla protagonista, in uno dei momenti di maggiore preoccupazione, alla vigilia della liberazione o dell’occupazione di Trieste, a seconda dei punti di vista, a cui poi segue la scelta del fratello di restare al proprio posto, perché comunque appare la soluzione migliore.
E’ un racconto nella forma del romanzo e non di un saggio storico o critico, non spiega le ragioni intricate o i torti della storia ma il modo con cui i singoli vi si trovano dentro. La dimensione umana e le scelte, ma non lo scegliere apparente, così tanto per fare, ma lo scegliere profondo, interiore, perché è parte di noi e della nostra identità. E poi quel senso di leggera amarezza o quasi malinconia che spesso affiora: “Sono passati tanti anni, è stato fatto tutto per il vostro bene e per la lotta”; “Avete deciso della mia vita”; “Ed è stata una decisione così brutta?”; “Non saprò mai se sarebbe stato meglio, ma ciò non toglie che non sono stata io a scegliere per me.”, si scambiano in una conversazione quaranta anni dopo, quando tornano da reduci a visitare l’ospedale nascosto di un tempo. Tutta la storia è narrata da questa prospettiva, attraverso i ricordi ancora molto vivi della protagonista, ora pronta anche a trasmetterli: “Sta tranquillo, non vedo l’ora di vederti. Devo raccontarti una storia”, dice telefonando la figlio. È tutto questo mondo, che fa parte della nostra storia celata, che questo romanzo stuzzica.
Il booktrailer e una delle presentazioni.

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3 risposte a Come la foresta ama il fiume

  1. Grazie sono lusingata, una preziosa recensione.

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