Jugoschegge, di Tullio Bugari e Giacomo Scattolini

“Il pericolo di crisi esistente non dipende però solo dai focolai ancora accesi, ma dal fatto che l’Italia e la stessa Europa si stanno balcanizzando. Un processo che vede l’indebolimento dei legami interni e in cui si manifestano contrasti e punti di vista più particolari. Lo stiamo vedendo nel modo di porsi di fronte alla questione nordafricana, rispetto alla quale l’Unione Europea è in netta crisi. È la stessa  debolezza che rivelò nell’affrontare la guerra in corso in ex-Jugoslavia. In questo senso, la forza ammonitrice della guerra dei Balcani è ancora assolutamente presente e viva, e continua ad ammonirci, ma inascoltata.  (…) È interessante anche il fatto che entrambe le crisi – quella jugoslava venti anni fa e ora nei Paesi del Nord Africa – interessino territori ai confini dell’Europa che circa un secolo fa facevano parte di un unico impero, quello Ottomano. Territori limitrofi, che coinvolgono in particolare il nostro paese. (…) Rispetto a queste crisi, l’Italia si trova potenzialmente in una posizione estremamente favorevole, perché non ha atteggiamenti coloniali. È, sì, un Paese cattolico ma con tratti che la pone anche caratterialmente vicino a questo particolare Oriente. Questo è vero soprattutto per le regioni del nostro meridione, che hanno ancora profonde affinità culturali sia con il mondo ortodosso che con quello musulmano. (…) Sono dell’idea che si dovrebbe raccogliere il valore della lezione appresa da tutte le persone che in modi diversi hanno lavorato – e ancora lavorano – come volontari, cooperanti e simili in queste aree, perché costituisce un collante sociale di enorme importanza per il nostro Paese. Quando tornano in Italia, queste persone portano con sé un messaggio unitario profondo (…) Queste persone hanno capito la lezione. E cioè che un Paese diviso difficilmente vive meglio di un Paese unito. Inoltre, sono in grado di leggere la situazione dei Paesi in cui agiscono da volontari della cooperazione, molto meglio dei giornalisti che guardano il mondo  vivendo esclusivamente tra i mezzibusti e i talk show.”

111Abbiamo aperto così, con la lettura di questo brano di Paolo Rumiz dal libro Jugoschegge, la serata di ieri sera alla biblioteca del Comune di Agugliano, presentandoci al secondo appuntamento di due incontri – il primo già svolto, sulla guerra di civile spagnola – dedicati alle guerre di ieri e di oggi.

Una riflessione, quella di Rumiz, nata dentro la attualità di quattro anni fa, quando il libro fu realizzato, e che allora poteva anche sembrarci destinata ad essere riassorbita dall’incedere di altre attualità sempre incalzanti, e invece sembra una pagina ancora di oggi. Ho scelto questo pezzo, per aprire la serata, anche per l’apprezzamento di Rumiz all’enorme bagaglio di esperienze sociali dei tanti volontari che scelgono di seguire in prima persona i tanti avvenimenti del mondo, sia lontani che vicini, e l’insegnamento utile che possono trarne per tutti noi, se le ascoltassimo. Pensavo alla recente campagna denigratoria e vergognosa, ottusa, contro le due ragazze rapite, e poi per fortuna liberate, in Siria: Greta Ramelli e Vanessa Marzullo.

Subito dopo abbiamo proiettato le foto del libro, gli stessi luoghi di Sarajevo e di Mostar durante la guerra e poi oggi, testimonianze di una vita che prosegue e di una ricostruzione che magari non sempre procede veloce come dovrebbe.

Un occasione, comunque, anche per parlare non esclusivamente di guerre, ma anche delle tante iniziative di ricostruzione, attive ancora oggi, e raccontate o citate anche in Jugoschegge, come la storia raccontata da Mario Boccia della cooperativa agricola “Insieme” di Bratunac – che, tra l’altro, ho avuto l’occasione di incontrare a L’Aquila all’inizio di questa stessa settimana: il 6 aprile è la data del terremoto a L’Aquila ma anche dell’inizio della guerra in Bosnia – o quella della transumanza della pace ricordata da Roberta Biagiarelli, o altre iniziative ancora.
Due le linee principali di riferimento alle tante cose dette: il significato che quell’esperienza ha avuto, un patrimonio che dovrebbe essere recuperato, e il racconto della guerra: come le guerre vengono raccontate e distorte e strumentalizzate dai media e dalle propagande di parte, che nascondono altri interessi (“L’imbroglio nascosto” è il titolo proprio del racconto di Paolo Rumiz); e il racconto delle storie travolte dalle guerre, facendo sì che almeno il racconto non le travolga di nuovo ma sappia rispettarle. Sono temi che attraversano tutti gli interventi contenuti in Jugoschegge, ciascuno dal punto di vista della sua specifica esperienza: il fotografo Mario Boccia (“Fotografare la guerra”, il suo racconto), il giornalista Ennio Remondino, l’attrice Roberta Biagiarelli attraverso il teatro civile, il giornalista e anche cooperante Luca Rastello con le sue riflessioni autocritiche e critiche sulla relazione di aiuto (“Il fallimento virtuoso” è il titolo del suo racconto), il freelance e viandante balkan Alessandro Gori, la cooperante Silvia Maraone con le attività ancora in corso e che coinvolgono molti giovani, lo scrittore Paolo Rumiz. Ho utilizzato per ciascuno una qualifica, che vale solo come un riferimento, dal momento che poi, quando si è direttamente sul posto,  tutte le qualifiche tendono a sentirsi strette dentro i loro confini.

Sarebbero ancora tante altre le cose  le cose da dire. Un’occasione, comunque, quella di ieri sera, per riproporre il nostro contributo a non dimenticare queste esperienze; lo abbiamo fatto utilizzando un libro che ci sembra ancora molto attuale e realizzato grazie alla collaborazione attiva di tanti amici, tra i quali, oltre agli autori già citati, anche Massimo Cirri con la sua prefazione e Agostino Zanotti con l’introduzione.

Non ce ne ricordiamo sempre, ma in testa al nostro libro c’è anche una bella citazione di Paolo Vittone (dal libro “La lumaca e il tamburo”), a ricordarci, appunto e nonostante tutto, il sentimento che può essere suscitato da quei luoghi: “Resto impigliato con lo sguardo nel magnetismo del filo dell’orizzonte marino. E mi accorgo di aver capito fino in fondo che quando si ama un luogo, così come quando si ama una persona, non ci si chiede come possederlo, come controllarlo, ma piuttosto come appartenergli.”

JUGOSCHEGGE: www.jugoschegge.it/

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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