Bisogna andare a prenderli lì (ancora un naufragio)

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Ancora un naufragio. “Bisogna andare a prenderli lì, al loro paese, per salvarli” rispondeva Giusi Nicolini appena una settimana fa a Ruotolo che la intervistava. Spiegando che la parola migranti non è adeguata alla realtà di chi fugge e intraprende questi viaggi terribili, ribadendo anche “Non vogliamo contarli più”, riferendosi ai morti. Sembrano già parole al vento, di fronte a questa nuova strage di questa sera. In un mondo in cui anche le guerre le hanno fatte diventare umanitarie, solo l’accoglienza è rimasta disumana. Non si può attendere inerti di qua dal mare. Non si può costringerli a questa doppia roulette russa, prima attraverso il deserto e poi buttati in mezzo al mare. Una roulette russa dal prezzo esoso e dall’alta percentuale di morte. Uno dei paesi di partenza è l’Eritrea. Leggevo qualche giorno fa un rapporto di Amnesty. Leggevo anche su Internazionale che l’Onu aveva condannato l’Italia per forniture di armi al governo eritreo, nonostante l’embargo. Da Asmara a qui sono circa 5 mila km, quando va bene ci vogliono anche due anni a percorrerli, perché ci sono delle soste, nelle quali prima di proseguire bisogna farsi mandare soldi dai parenti, per proseguire per un altro tratto. Per pagare i pedaggi ma non solo, magari anche per uscire da qualche prigione o simile. Qualche anno fa fu prodotto un film, Come un uomo sulla terra, per raccontare queste odissee che al contrario di quella di Ulisse non hanno nulla di mitico e non riportano a casa, ma obbligano a fuggire, spezzare legami. Lavorarono al film, anzi nacque per merito loro, un gruppo di rifugiati, che nel frattempo erano riusciti ad integrarsi e a mettere a frutto le loro competenze per raccontare le storie dei loro amici. Un po’ di tempo fa ho avuto occasione, per preparare un corso di formazione a operatori dei progetti Sprar, di aiutare un ragazzo eritreo, rifugiato, a ricostruire la sua storia, per farla conoscere. L’abbiamo stampata e intitolata “Di notte guardavamo le stelle”, per dargli un po’ di suggestione ed esorcizzare il senso di oppressione, ma la frase intera era questa: “Avevamo una carta e una bussola, e così di giorno guardavamo il sole e di notte le stelle, sembra incredibile eppure è così che abbiamo viaggiato” . 

Ecco alcuni brani tratti dal suo racconto, iniziando dalla partenza: “Io ero sono stato accusato di aver aiutato a fuggire i miei amici, di conoscere il loro progetto ma di non averli denunciati. Non volevano credere che non sapessi nulla e per questo sono stato picchiato e torturato. Oggi faccio ancora fatica a parlare di quel periodo, mi da una grande sofferenza anche soltanto ricordarlo. Io non so ancora se è possibile spiegare con poche parole cosa è accaduto in quei lunghi nove mesi, ciò che ho vissuto in tutti quei momenti. Non mi sento bene quando cerco di ricordare. Mi sento strano.
Sono stato chiuso nel carcere di Hadish Measker, che si trova un poco più a sud del campo militare di Sawa. E’ un luogo terribile e molti muoiono. Eravamo tutti ragazzi della stessa età, circa venti anni, erano poche le persone erano più grandi, di 30 o 40 anni, rinchiuse lì da molto tempo.
Quando ti arrestano non c’è nessuna accusa formale, non c’è un processo, un avvocato, nulla, ti chiudono in prigione e poi ti picchiano e ti torturano, non riesci nemmeno a sapere quanto tempo dovrai restare chiuso lì dentro e quando potrai uscire. Non esiste nessun limite e non hai nessun diritto. Sei in balia di tutto. Se hai sete e chiedi dell’acqua da bere, rischi di essere picchiato anche duramente. Tutti vorrebbero fuggire da quel posto, anche se tutti sanno che si rischia la vita durante la fuga perché possono spararti alla schiena. Però non te ne importa nulla perché tanto sai che potresti morire ugualmente dentro la prigione. Tutti cercano di fuggire se ne hanno l’occasione.
Solo chi ha molti soldi oppure ha un parente importante, ad esempio è figlio di un colonnello o di uno che ricopre una carica alta dell’esercito, può difendersi o pagare qualcuno, in qualche modo, e quindi uscire di prigione, ma chi non ha nulla rimane lì da solo e non c’è nessuno che lo difende. Ci sono molte prigioni in Eritrea e ci sono tantissimi ragazzi dentro le prigioni, abbandonati e senza nessun aiuto.
Anche le donne che finiscono in prigione subiscono le stesse cose. Forse stanno un po’ meno peggio degli uomini ma è ugualmente una situazione terribile.
La loro cella non è sottoterra come la nostra, hanno il tetto di lamiera e sotto il sole diventa caldissimo. Una persona può anche morire in quelle condizioni.  Le nostre celle invece erano scavate sottoterra ed erano ancora peggiori, era ugualmente caldissimo, mancava l’aria e c’era una puzza così forte che non si poteva respirare.
Io ci sono rimasto per nove mesi, fino al 2005, quando finalmente abbiamo  avuto l’occasione di scappare.”

La fuga a piedi verso il Sudan, poi su fino a Karthoum, in attesa dei soldi e dell’occasione per un’altra tappa: “Il viaggio da Karthoum a Kufra, in Libia, dura in tutto 20 giorni. Non esiste però un tempo uguale per tutti,. Potresti impiegarci di meno o anche di più. Dipende dalle condizioni del viaggio, se ci sono imprevisti. Non sai quanto tempo occorre di preciso. La prima parte del viaggio è avvenuta con il camion, da Karthoum fino ad un luogo vicino al confine con la Libia. Il camion è un po’ più comodo del pulmino. Gli autisti sudanesi ti portano fino ad un certo punto e poi si fermano. A metà strada arrivano i libici, oltre il confine del Sudan, e ti prendono loro. Lì siamo saliti su un pulmino piccolo in 30 persone. Eravamo tutti incastrati tra noi, senza poterci muovere, uno sopra una gamba dell’altro, l’altro che ti sta incastrato sotto, con le braccia e i gomiti intrecciati. Qualcuno addirittura è caduto dal pulmino durante il viaggio, perché non c’è posto e puoi anche cadere fuori. Quando ci ripenso non riesco ancora a credere di aver viaggiato in quelle condizioni. Nemmeno un animale o una capra riesce a stare così. Abbiamo dovuto sopportare tutto. Dopo un viaggio del genere, incastrato per ore ed ore con il pulmino che corre su una pista accidentata, quando alla fine scendi sei diventato un blocco unico, non senti più nulla e non riesci subito a muovere le braccia e le gambe o a camminare in modo normale. E’ terribile. Il viaggio è lungo, il pulmino viaggia per ore, si ferma raramente, in qualche oasi. Anche qui bisogna fare attenzione e si rischia se non si ha esperienza o se nessuno ti ha consigliato. Molti infatti sono morti per aver bevuto l’acqua tutta in una volta, dopo che per alcuni giorni sono restati senza bere. Non devi bere tutto in una volta, ma un poco alla volta, a piccoli sorsi. Il viaggio da Karthoum a Kufra l’ho pagato in tutto circa 500 dollari. Oggi mi dicono che costi anche di più. Mi ha aiutato sempre mio cugino a pagare il viaggio. Solo in questo modo puoi viaggiare, altrimenti resti bloccato nelle prigioni oppure a Karthoum. Kufra è la prima grande oasi che s’incontra entrando in Libia dal sud. E’ il posto dove devono per forza passare tutti quelli che scappano dall’Eritrea, dall’Etiopia e dalla Somalia. Kufra è anche un posto terribile se ti prendono e ti mettono in prigione, puoi rischiare di non uscire più oppure sei costretto a spendere molti soldi. Sono gli stessi poliziotti libici che ti mettono in galera se non li paghi. Alcuni miei amici, che erano con sullo stesso pulmino, sono stati fermati a Kufra per molto tempo. Io sono stato fortunato e sono riuscito a partire il giorno dopo il mio arrivo, senza farmi prendere dalla polizia. Da Kufra siamo andati a Bengasi, più di 1.000 km a nord, vicino al mare.”

Io sono stato fortunato, ripeteva spesso il mio amico, per sottolineare che spesso le cose possono andare anche peggio. A Kufra molti restano bloccati im prigione o finiscono in schiavitù, ma non solo quelli che arrivano da Eritrea, Somalia o Etiopia, accade anche a quelli che sono già arrivati sulla costa mediterranea o addirittura già in mare, e da lì vengono respinti e riportati indietro. come in un infernale gioco dell’oca. Poi altre tappe, altri pedaggi:
“Il viaggio può essere molto rischioso anche per le condizioni in cui viaggi, perché puoi sbattere la testa e farti male. Oppure il pulmino può sbandare e rovesciarsi, perché gli autisti corrono come pazzi e così puoi morire. Se il pulmino è di quelli aperti forse è un po’ meglio, se il rovescia puoi cadere sulla sabbia o sulla pista ed è più facile anche salvarsi ma se sei dentro resti intrappolato e rischi di più.
Gli autisti decidono le soste solo quando fa comodo a loro. Non le fanno certo per te. Anche gli autisti possono picchiarti se protesti o dici qualcosa. Sono armati e possono spararti, così ti conviene sopportare e non dire mai nulla. Se protesti ha dei guai. Se ti va bene non ti sparano o non ti picchiano però possono anche lasciarti in mezzo alla strada, così rischi di rimanere lì e morire da solo in mezzo al deserto se non passa un altro pulmino. Se invece passa un altro pulmino, devi pagare di nuovo se vuoi salire e proseguire con loro il tuo viaggio loro, altrimenti anche loro ti lasciano lì in mezzo, a morire. Non conviene battersi con gli autisti. La speranza, che ti fa sopportare tutto, è quella di arrivare comunque alla fine del viaggio.
Certe volte sono i poliziotti lungo la strada che ti sparano addosso qualche raffica di mitra. Quando succede questo l’autista del camion non si ferma, continua a correre mentre i poliziotti gli sparano dietro. C’è un amico che ho conosciuto in Sudan, i poliziotti hanno sparato contro il suo pulmino e lo hanno colpito, lui è caduto a terra ferito, però il pulmino è fuggito, non si è fermato, così lui è rimasto a terra ferito e nessuno lo ha aiutato, è morto lì da solo. Neanche i poliziotti lo hanno raccolto, sono andati via. Questo è accaduto da Kufra a Bengasi,
Nel nostro pulmino la situazione per fortuna è stata abbastanza tranquilla, però ho sentito racconti di situazioni molto peggiori in altri viaggi. Ci sono persone rimaste bloccate lungo la strada, anche 10 giorni fermi senza bere o mangiare, alcuni sono morti, a causa del sole perché non avevano da ripararsi. Sono tante le persone che muoiono nel deserto. Le lasciano lì e muoiono. Noi siamo stati più fortunati.”

Ci vogliono quasi due anni prima di arrivare all’ultima tappa, quella attraverso il mare:
“Il posto dove avrei dovuto imbarcarmi era a Zelten, 30 o 40 km a est di Tripoli. Però è arrivata la polizia e diversi miei amici sono stati presi, messi in prigione e riportati a Kufra. Io e un altro mio amico per fortuna siamo riusciti a scappare e a ritornare a Tripoli.
Quando sono rientrato in città ho chiamato al telefono un mio amico e gli ho raccontato che cosa era accaduto; lui mi ha detto che stava per partire con una barca, gli ho chiesto di aiutarmi a trovare un posto anche per me su quella barca, così lui ha parlato con il mediatore, che lo ha messo in contatto con chi organizzava il viaggio. Poi anche io ho parlato con il mediatore e ho trovato un posto sulla barca.
Il viaggio in mare è stato molto difficile, anche se era luglio. Si può viaggiare solo d’estate perché le barche sono piccolissime e sono scoperte, e quindi d’inverno sarebbe troppo freddo,  anche se molti partono in qualsiasi stagione, appena hanno la possibilità di partire.
Le cose che avevamo portato per mangiare e bere erano sufficiente soltanto per due giorni, perché quando parti ti dicono che il viaggio è breve e si arriva dopo 12 ore, così non ti porti quasi nulla. Ma non è vero, il viaggio è più lungo. Abbiamo finito tutto il pane e l’acqua dopo due giorni e possiamo dire di essere stati fortunati a restare in mare soltanto 5 giorni. Ci sono barche che restano disperse in mare anche 8 o 10 giorni o ancora di più, e così molti muoiono di fame e di sete, dopo aver fatto tanta strada a piedi o coni pulmini in mezzo al deserto o essere stati in prigione pur di arrivare in Europa.
Ci sono anche barche intere che spariscono nel nulla, affondano e non si riesce più nemmeno a sapere come siano morti o scomparsi. Si sa soltanto che sono partiti e non sono mai arrivati sull’altra sponda. Ci sono tanti episodi di cui si continua a parlare, anche per mesi, senza riuscire a sapere nulla. Spesso sono persone che conosciamo personalmente, con cui siamo partiti insieme dal paese o che abbiamo conosciuto durante il viaggio, abbiamo diviso insieme i disagi. Altre volte sono amici o parenti di nostri amici. Qualche volta se ne parla su qualche giornale, altre volte nemmeno si sa nulla di preciso.
Quando ti imbarchi in realtà non c’è nessuna preparazione, non si capisce nulla, sembra tutto improvvisato. Il nostro gruppo è partito da Zelten con due barche, tutte e due con  un pilota egiziano ma il pilota della nostra barca in realtà non era esperto e non sapeva come si guida una barca.
Così dopo un po’ di ore ha lasciato la guida della barca ad un ragazzo ghanese di 17 anni che era in viaggio come tutti noi e che per fortuna aveva un po’ di esperienza nella guida della barca al suo paese.
Il pilota egiziano ci ha lasciati, ha fatto accostare l’altra barca e si è trasferito allontanandosi con loro. Dopo un po’ però quella barca non l’abbiamo più vista, si è persa e nessuno di loro è uscito vivo dal mare. Erano 25 o 30 persone in tutto.
Sulla nostra barca invece è morto un ragazzo nigeriano. Stava male ed è morto, in mezzo a noi, senza che noi potessimo fare nulla. Noi eravamo 25 persone: 8 o 9 nigeriani, 10 eritrei e 5 o 6 etiopi e questo ragazzo ghanese che ha preso il posto del pilota. C’erano anche alcune donne sulla barca, due nigeriane e tre eritree. Con una bambina di 3 mesi: mamma mia quella bambina…stava piangendo quando è arrivata però per fortuna gli è andata bene.
Noi siamo arrivati grazie a questo ragazzo ghanese  di diciassette anni. Lui non era mai stato in Sicilia e non aveva mai attraversato quel mare però avevamo una carta e una bussola, e così di giorno guardavamo il sole e di notte le stelle. Sembra incredibile eppure è proprio così che abbiamo viaggiato e trovato la nostra via in mezzo al mare.
Quel ragazzo è stato bravissimo, durante quei 5 giorni non ha mai dormito, un giorno ha anche pianto, c’era il mare mosso, lui diceva “basta, la nostra vita è finita”, eravamo tutti impauriti e stavamo pregando con lui. Io faccio fatica ancora oggi a credere che cosa ho passato e come abbiamo fatto ad attraversare il mare, la barca era piccolissima e bassa e mi sembra ancora impossibile che siamo riusciti ad arrivare. E’ stato questo il momento più terribile di tutto il mio viaggio.
Non abbiamo incontrato nessuna nave in mezzo al mare. Nessuno ci ha visto. Se affondavamo nessuno avrebbe saputo nulla.  Solo una volta abbiamo intravisto una nave ma era troppo lontana, abbiano provato a fare una specie di bandiera per richiamare l’attenzione, avevamo bisogno di qualcosa da bere e da mangiare ma non ci hanno visti.
Siamo stati in mare 5 giorni. Soltanto quando eravamo oramai vicini alla costa italiana, a 15 o 20 km, abbiamo incontrato alcune barche di pescatori. Noi avevamo anche finito la benzina. Prima ci hanno dato da mangiare e bere e poi hanno chiamato la Guardia Costiera, che è subito arrivata e ci ha accompagnato a Porto….., non ricordo il nome. Dopo ci hanno portato a Siracusa. 
Il viaggio in mare è stato un momento difficilissimo, quando lo ricordo non mi sembra vero… è un momento molto difficile perché prima di salire sulla barca lo sai che tanti muoiono in mezzo al mare, finiscono dispersi e non si sa più nulla…lo sai bene, lo senti raccontare prima di partire delle tante barche che partono ma non arrivano dall’altra parte e allora ti preoccupi… però parti ugualmente perché non puoi più tornare indietro da dove sei scappato.”

Parti ugualmente, perché non puoi più tornare indietro da dove sei scappato. “Si scrive respingimento ma si legge condanna”, dice la voce narrante del film  “Come un uomo sulla terra”. Questo che ho raccontato è l’esito di un viaggio fortunato, non solo perché ha avuto un esito ma anche perché mediamente non ha incontrato disagi ancora maggiori. Nel periodo in cui aiutavo questo ragazzo a scrivere la storia del suo viaggio, due degli amici con cui era scappato dal paese, erano ancora bloccati in un carcere in Libia da due o tre anni (ancora c’era Gheddafi), senza nessuna possibilità di aiutarli. E comunque il viaggio, una volta ottenuto lo status di rifugiato (quindici giorni di tempo, tutto sommato poco, nel caso di questo ragazzo) non è ancora finito ma prosegue dentro l’Italia: solo una carta con un timbro in mano, fuori dal campo a Trapani, pronti a salire senza biglietto su un treno diretto a Roma, per poi ritrovarsi ammassati con altri in una catapecchia abbandonata in una borgata, prima di scappare via anche da lì, in cerca di un posto migliore, per finire nel progetto di accoglienza Sprar quasi per caso, dopo aver incontrato per strada una loro connazionale già in Italia da qualche anno. Insomma, abbiamo davanti ampi margini di miglioramento.

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