La linea sottile del disagio (tra 25 aprile e 1 maggio, in bicicletta sulla Linea Gotica)

Dove sottile non sta per leggero o effimero, ma per insinuante, penetrante, inafferrabile. L’insostenibile leggerezza del disagio, potrei dire, parafrasando Kundera.
imageTento di trarre un mio bilancio personale dalla pedalata nel mezzo dell’Italia che abbiamo appena concluso, cercando di scovare dentro e far venire alla luce quel sottile filo di disagio che mi ha accompagnato, e che si era insinuato in me già nei giorni precedenti la partenza (“Le memorie in senso lato”).
Non ha nulla a che fare con la Staffetta, il cui bilancio mi sembra invece assai positivo, per il senso di vitalità che ancora prevale, e di cui, in ogni caso, aspetta agli organizzatori trarre le conclusioni, e individuarne gli stimoli per ulteriori sviluppi – che sono già presenti, e non solo quelli “potenziali”, per i nuovi interessi e apporti esterni che si sono aggiunti quest’anno, come la partecipazione di Letteratura Rinnovabile e i contributi degli scrittori protagonisti delle serate a Scarperia, Casola Valsenio e Castagno d’Andrea, o come l’intervento di “Land Art”- il secondo consecutivo in due anni – dell’artista Ivano Cappelli,  ma anche quelle “reali”, per le attività già in sviluppo direttamente dall’interno della Staffetta, che sono tante e ora organizzate anche nella nuova associazione “Fuori dalle vie maestre”.

Quello che tento di fare qui è un discorso personale e del tutto “a margine”, e riguarda di più ciò che accade fuori di noi. Ancora prima della grande strage del Mediterraneo, avevo scritto “Dedichiamo il nostro 25 aprile a chi fugge dalle guerre”; poi il 23 aprile ho 10360338_10205238702301028_8344178257369899212_npartecipato al presidio in piazza ad Ancona, organizzato insieme ai sindacati, per fermare le stragi in mare – riporto sotto, in allegato, l’intervento che ho letto quelle sera, e che a causa della partenza per la Staffetta, non avevo avuto tempo di pubblicare (durante le serate della Staffetta, comunque, è stata cantata da Francesco anche una canzone, musicata da lui e scritta da Doriano, dal titolo Parto, dedicata proprio a chi attraversa il mare fuggendo dalle guerre).
Nel mio intervento, citavo l’articolo 10 della Costituzione (“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”), di questa Costituzione che due anni fa la neo Presidente della Camera definiva la più bella del mondo, e che ora invece rischia d’essere manomessa, nell’indifferenza dei più.
Mentre noi pedalavamo – per carità, eravamo lì non per un dovere faticoso da assolvere ma anche per nostro diretto divertimento, immersi in paesaggi magnifici e a nostro agio nei luoghi della memoria –  in Parlamento si discuteva di riforma elettorale e di voti di fiducia. Chi rappresenta chi? Qual è il valore delle Memorie, rispetto a tutto questo?

Ho sempre pensato che le memorie appartengono al presente, siamo noi qui oggi le nostre memorie,  ma “questo oggi” ora mi sfugge un po’ di mano. Le memorie appartengono al presente come noi apparteniamo alla Storia, ma forse è “questo oggi” che sta sfuggendo un po’ alla Storia. Come un legame che si spezza.
“La Resistenza è un processo storico”, diceva Simona Baldanzi nella serata della Staffetta a Scarperia. Un processo che si compone di tante realtà, e persone, e che nasce molto prima che i partigiani salgano in montagna, e coinvolge e ha coinvolto anche tante persone che non hanno mai avuto nessuna notorietà per la loro testimonianza, e spesso non hanno visto neanche i risultati, perché sono scomparse prima. È al processo che dobbiamo pensare e non solo ai singoli eventi. Un processo che dura anche oggi e ha una sua continuità nei problemi di ogni giorno. Simona faceva riferimento al Mugello, la sua terra e la terra ove in quel momento eravamo, con gli sfasci e i colpi che ha subito. Un processo storico, però, che è fatto non di eroi ma di persone normali, come noi. “È importante sottolineare gli aspetti di normalità, – diceva Simona, – non per sminuire ciò che di eroico quelle persone hanno fatto, quando le vicende storiche le ha costrette in questa strettoia, ma perché comunque loro non si percepivano come eroi. I toni delle lettere dei condannati a morte, rivelano un linguaggio preciso, chiaro e forte, ma mai al di sopra delle righe”.

Condivido. È in questo senso che dico che le nostre Memorie siamo noi, nella nostra normalità. La retorica ce lo fa dimenticare, e se lo dimentichiamo non avvertiamo più lo strappo che c’è tra la Storia e “questo oggi”. Che cosa è diventato oggi l’articolo 1 della Costituzione? Il lavoro è un diritto, ma se è un diritto in cosa deve consistere la sua sostanza? Perché se si tratta solo della fatica, dell’alienazione di cui parlava Marx o dello sfruttamento, allora diventa una condanna. Oppure si svuota, diventa un lavoro senza retribuzione e riconoscimento, come avviene troppo spesso in “questo oggi”.

E arriviamo al 1 maggio, in questa moderna sovrapposizione di date (mi pare ci sia stata anche una manifestazione dei sindacati aPozzallo, per ricordare i rifugiati, ma lo so perché me lo hanno detto di persona, non ne ho trovato traccia sui giornali). Quest’anno il 1 Maggio ha coinciso addirittura con l’apertura dell’Expo sponsorizzato da Mc Donald e Coca Cola. Il movimento No Expo è stato bruciato nel giro di due ore, così come tre anni fa, il 15 ottobre, fu bruciato il movimento degli Indignati a Piazza San Giovanni – la stessa piazza del concerto del 1 maggio. È stato bruciato o si è bruciato? I black block di allora e i Riot di oggi, come vengono definiti, non vengono da Marte, vivono tra i buchi della società di “questo oggi”: non saremo mica noi a diventare un poco alla volta anacronistici, nel riproporci sempre negli stessi modi? Cosa finisce dentro questi buchi che si aprono?

La mattina del 30, durante una sosta della Staffetta in un bar di Poppi – appena scesi dal monte Falterona, costeggiando, tra gli altri luoghi, la località di Vallucciole, la strage di cui fu testimone Carlo Levi – discutevo con Francesco, mentre su una tv scorreva un telegiornale, sulla manifestazione, in corso in quel momento, degli studenti a Milano, e mi era venuto da commentare: “Perché ogni tema serio, in questo caso il complesso degli interessi di potere dietro l’Expo, anziché diventare un processo politico da costruire nel tempo, è destinato a bruciarsi nell’immediato, diventando subito un simbolo. Tutto diventa simbolo e la realtà non la raggiungi più. Una lotta che si trasforma immediatamente in un simbolo, prima ancora di prender corpo, e quindi è già bruciata?”
Era ancora la mattina del 30, il corteo dei trentamila doveva ancora mettersi in viaggio dai diversi luoghi d’Italia.  Mi fermo qui, tenendomi il mio disagio, che, mi accorgo, non è soltanto mio. Fori dalle vie maestre, è il nome dell’associazione proposta dagli “inventori della Staffetta”, Andrea e Doriano, per strutturare ancora meglio lo sviluppo del loro progetto; forse può essere usata anche come metafora per indicare il bisogno di percorrere strade nuove (le quali tra l’altro non escludono affatto i vecchi sentieri, anzi, li cercano per riscoprirli).

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Intervento al presidio per fermare le stragi in mare, Ancona, 23 aprile

Sono tre i principali traffici internazionali con cui le mafie accumulano ricchezze che poi riciclano nell’economia reale: il traffico di droga, il traffico di armi e il traffico degli esseri umani.

Sono tutti e tre collegati e intrecciati tra loro e con tanti altri traffici. Questa sera, in questa piazza, parliamo in particolare del traffico degli esseri umani, ma occorre essere chiari, perché tanti opportunisti cercano di strumentalizzare la lotta contro le nuove schiavitù, come pretesto per promuovere nuovi interventi militari. E’ questo che si nasconde dietro le richieste di blocchi navali, di distruzione dei barconi, o di controlli e sicurezza delle frontiere.

La missione Triton, di cui l’Unione Europea non vuole modificare le regole di ingaggio, non ha finalità di salvataggio ma esclusivamente di controllo e di contrasto ai traffici.

Se in un palazzo in fiamme le persone vogliono salvarsi gettandosi dalle finestre, e sotto, quelli che reggono i teloni lo fa soltanto in cambio di ingenti somme di denaro, non possiamo limitarci a porre fine all’ignobile ricatto solo sequestrando tutti i teloni, e buonanotte; dovremmo fare intervenire i pompieri, per spegnere l’incendio, e metterci loro sotto a salvare le persone, e poi anche a migliorare la prevenzione agli incendi. Ma intanto, salvo le persone. Mando subito qualcuno, per evitare che altri approfittino del mio vuoto per i loro interessi, e in mia assenza esercitino poteri di vita e di morte sulle persone che scappano.

I nuovi schiavismi, i traffici internazionali di persone umane nascono da questi vuoti. E l’esigenza di scappare nasce dalle guerre e dai traffici d’armi, e dagli squilibri socio-economici prodotti da economie finalizzate esclusivamente al profitto.

Sono da decenni che conosciamo queste cose. Un viaggio dall’Eritrea, dalla Somalia o dai paesi sub sahariani richiede circa un paio di anni di tempo, e somme tra i due, tre, anche 5 mila dollari, per le varie tratte nel deserto, stipati su camion. Lo hanno raccontato inchieste sul campo, come i giornalisti Fabrizio Gatti, nel libro “BILAL”, o Gabriele del Grande, nel libro “Come un uomo sulla terra”. Tra i nostri politici, oggi, c’è chi invoca la stabilità politica della Libia al tempo di Gheddafi: a quel tempo era prassi che chi arrivava dall’Africa orientale all’oasi di Kufra – dopo aver già pagato cari i primi trasferimenti dal Sudan- veniva imprigionato, per mesi, magari anche stuprato dalle guardie, e poi venduto, sempre dalle guardie, sì venduto, come al mercato degli schiavi, chi li comprava fissava poi il prezzo del loro riscatto da parte dei parenti, prima di rivenderli a chi gli organizzava un altro pezzo di viaggio, a tappe, così fino al mare e in mezzo al mare. Durante il periodo degli accordi tra il nostro paese e Gheddafi, quello dei respingimenti, capitava anche di essere presi in mezzo al mare, già sulla barca e dopo aver già pagato, per essere ritrasportati giù nel sud della Libia, di nuovo a Kufra, per ricominciare tutto da capo. Quando, con lingua biforcuta, dicono “aiutiamoli al loro paese”, in realtà intendono questo.

E’ così da decenni. Cambiano nel tempo soltanto le forme o gli itinerari, a seconda delle congiunture politiche. Un periodo, non so se ancora sia così, dei rifugiati che ce l’avevano fatta mi raccontavano che chi tentava la strada dell’Egitto rischiava di perdersi nel nulla.

Oggi il fenomeno è più intenso. Le guerre nel mondo sono in aumento, e anche gli squilibri economici lo sono: è in atto una gigantesca redistribuzione degli equilibri economici mondiali e molti strati sociali di tanti paesi, anche all’interno del nostro paese, ne fanno le spese. I rifugiati sono triplicati negli ultimi anni. Nel 2013, gli ultimi dati disponibili dell’UNCHHR, si stimano oltre 50 milioni di fuggitivi nel mondo, una cifra enorme, che per la prima volta ha eguagliato il numero enorme alla fine della seconda guerra mondiale. Ma allora almeno la guerra era finita, oggi invece non sappiamo che cosa abbiamo davanti.

Una piccola parte di questi fuggitivi si dirige verso l’Europa e siamo tutti nel panico. Occorre un atteggiamento diverso. Di apertura e volto al soccorso immediato, e poi a un’articolazione di interventi che vada davvero alla radice delle cause, metttere fine alle guerre e ai traffici di armi, e soprattutto, per l’emergenza, corridoi umanitari e una diversa politica dei visti: chi scappa, se avesse il visto che noi gli neghiamo, potrebbe fare il viaggio in sicurezza e sui normali mezzi di trasporto, pagando costi normali, e tutte le risorse che si risparmierebbero – non pagando i trafficanti e non finanziando gli interventi di salvataggio in mare non più necessari – potrebbero essere impiegate per una gestione dell’accoglienza più efficiente, efficae e soprattutto umana. E anche socialmente più equilibrata per tutti, noi compresi, al riparo dalle economie sempre più inquinate dal riciclio dei capitali illeciti accumulati proprio con questi traffici. Dobbiamo spezzare questo meccanismo perverso.

E’ una battaglia lunga e dura; personalmente, non sono ottimista. Propongo un coordinamento permanente tra tutte le associazioni e i sindacati qui presenti, e propongo un Osservatorio permanente per monitorare la realtà anche nella nostra regione, una specie di agenzia stampa, che raccolga e redistribuisca informazioni, e che sia diretta anche a rieducare l’opinione pubblica. Non possiamo delegarlo ai media attuali, che spesso soffiano sul fuoco. Esiste troppo razzismo in giro, non dobbiamo sottovalutarlo. E’ la solita trappola degli egoismi e delle ignoranze che finiscono per fornire argomenti a chi strumentalmente ne approfitta per organizzare traffici, o addirittura spedizioni militari.
C’è da fare anche molta attività culturale e non è per nulla semplice. Diamoci da fare e coordiniamoci.

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