Assalto al treno (2015)

Albacina – Si è tenuta ieri, sabato 7 febbraio, la commemorazione dell’assalto al treno, avvenuto 71 anni fa ad Albacina, il 2 febbraio 1944. Come tutti gli anni un significativo Anumero di persone, invitate dall’Anpi di Fabriano, si è riunito per commemorare questo che è uno dei più importanti eventi della Resistenza nella nostra regione. Dopo i saluti del Sindaco di Fabriano, davanti al cippo sul piazzale della stazione, nei pressi dei binari, per rendere omaggio ai caduti di quel giorno, la commemorazione è proseguita all’interno della stazione, a causa della fitta pioggia. Quest’anno ho avuto l’onore d’essere invitato per tenere l’orazione; di seguito il testo che ho letto, preceduto dall’intervento introduttivo di Valeria Carnevali dell’Anpi di Fabriano, molto efficace ed attuale.

“Osservare e conoscere le esperienze di Resistenza contemporanee” 
di Valeria Carnevali

BLa ricorrenza del 2 febbraio, che quest’anno abbiamo scelto di posticipare a sabato 7 per ovvie ragioni di calendario, è molto importante per l’associazione, perché permette di porre un punto di inizio al nuovo anno di attività, incontrando le persone che, a vario titolo, come familiari dei partigiani, lavoratori, pensionati, politici, persone di cultura, insegnanti, studenti, membri della società civile, tra cui anche rappresentanti di altre sezioni ANPI della regione, hanno a cuore la memoria degli avvenimenti della Resistenza, ma anche l’attualità dei suoi valori. Insieme ai successivi fatti della zona (l’eccidio di Braccano di Matelica, 24 marzo, l’eccidio di Monte S. Angelo di Arcevia, 4 maggio, la battaglia della Vallina di Monte Cucco, 4 luglio 1944), questo episodio fa parte di una catena di eventi di notevole rilevanza nella storia della Liberazione d’Italia.

Tutti voi siete intervenuti qui mossi dalla consapevolezza che è dalla Resistenza che si fondano i presupposti del nostro Paese, nato rinnovato dopo il bagno di sangue della seconda guerra mondiale, ed è dalla lotta vittoriosa al nazifascismo, con tutto quello che essa ha implicato in termini di sacrificio ed abnegazione, che nasce la nuova Europa, quella dei cittadini, uniti nei valori della democrazia, del lavoro, del rispetto della persona, non nelle regole imposte di una economia aliena. Ma la consapevolezza di chi è qui, nella certezza della profondità dei sentimenti, non è abbastanza: è necessario portare al di fuori di questo consesso tutti i nostri valori ed i nostri contenuti, perché il Paese rischia di dimenticare da dove è nato: conoscere la nostra storia ci permette di capire il presente, e capire il presente ci permette di agire sul futuro.

All’indomani del tremendo attentato di Parigi alla redazione di Charlie Hebdo, la comunità europea, dai vertici all’uomo della strada, si è alzata indignata, unanime sotto un solo slogan. Ma la situazione era davvero complicata. Dopo pochi giorni il dibattito su cosa andasse realmente difeso era già un coro stonato di “ma” e di “se”, tanto da non capire più se quella che andava difesa era la libertà di espressione, la cultura occidentale, oppure le religioni, la cristianità, la dignità nel non essere offesi.

Nella percezione comune, il tragico e complicatissimo evento ha scoperchiato tanta di quella confusione, che è evidente che è davvero necessario fare chiarezza, riflettere sul nostro essere europei, ricordare da dove veniamo. Un giorno tutti erano Charlie, paladini d’occidente, poi una settimana dopo, le stesse persone, e come l’ho sentito io, tutti lo avete sentito, le stesse identiche persone, nei social network e nei corridoi, in pausa davanti alla macchinetta del caffè, inveivano contro Greta e Vanessa, le due giovani cooperanti rapite e rilasciate in Siria, dicendo che “…poco, se la sono cercata”. Se nell’opinione comune, che è specchio della consapevolezza di un popolo, esistono queste idiosincrasie, vuol dire che è davvero necessario fare un po’ di chiarezza. E ognuno di noi qui può contribuire a fare chiarezza, sforzandosi ad assumere un impegno pedagogico, rivolto soprattutto alle giovani generazioni, ma anche alle persone con cui ci rapportiamo quotidianamente.

Quando frequentavo la scuola elementare, erano i primi anni ottanta, la mia maestra, cresciuta durante il fascismo e che aveva vissuto ogni evento della Liberazione del nostro territorio, ci faceva cantare Bella Ciao quando facevamo la fila per andare in mensa. La cantavamo perché quella canzone, con tutto il suo significato, faceva parte del nostro patrimonio. Oggi questo risulta quasi inconcepibile: come Bella Ciao è a torto ritenuto un canto politico, così la Resistenza è stata rinnegata da una parte del Paese, e bollata come un’esperienza di parte, ma il nostro sforzo deve essere quello di riportare la Resistenza ad essere valore di tutti gli italiani, poiché è stato il momento in cui il sentimento nazionale ha toccato la sua massima espressione, in cui etica e morale hanno coinciso nella ricostruzione di una terra libera e di nuovo dignitosa.

Bella Ciao è stato sentito cantare nei momenti di nuova resistenza in Europa: ai funerali dei giornalisti satirici parigini, durante le manifestazioni in Turchia, durante la campagna elettorale in Grecia, solo in Italia non si canta quasi più.

E a proposito di ciò concludo con l’invito ad osservare e conoscere le esperienze di Resistenza contemporanee, per non pensare che questo sia solo passato: la vittoria di Syriza in Grecia, risposta politica, popolare e finalmente assertiva, non populista e non distruttiva del popolo greco contro le imposizioni dell’Europa dei forti; le lotte dei lavoratori italiani, che da nord a sud cercano di difendere il posto e la dignità in questo periodo di negazione progressiva dei diritti; e un po’ più lontano non dimentichiamo la Resistenza di Kobane, cittadina curda al confine tra Siria e Turchia, che grazie anche al coraggio delle sue soldatesse, e nonostante il mancato appoggio della Turchia, sta bloccando l’avanzata dell’Isis; e sempre, mai dimenticare, la Resistenza del popolo palestinese, che ha pagato e sta pagando più di tutti l’incomunicabilità tra occidente e mondo islamico. Penso infine a Malala, e alla sua ostinata resistenza nella difesa del diritto all’istruzione delle donne pakistane. Chiedo un pensiero di ciascuno di voi ad altri esempi di lotta che non ho qui citato, nella consapevolezza che sì, ora e sempre Resistenza, perché, ora e sempre, restiamo umani.

Assalto al treno: La Storia e la Memoria
di Tullio Bugari

DRingrazio tutti per l’invito. E’ veramente un grande onore partecipare a questa importante cerimonia. Sono già stato qui in mezzo a voi nei due anni precedenti, ascoltando gli interventi dei relatori e scattando foto. Nelle foto di due anni fa si vede Angelo Falzetti, in piedi accanto al relatore, che ha preso la parola anche lui per qualche momento. Quando lo salutai, quel giorno, mi abbracciò come se io fossi chi sa chi e mi conoscesse da sempre, e invece l’avevo conosciuto di persona appena quella mattina. Ricordo ancora bene, con emozione, i suoi occhi vivi e lucidi. Ci avrebbe lasciato soltanto due mesi dopo, un niente nel tempo. Ciao Angelo, un pensiero da tutti noi qui.

L’assalto al treno di Albacina fu una delle azioni più importanti della Resistenza nella regione. L’azione fu decisa in un incontro tra un esponente del Cln fabrianese e i comandanti Bartolo Chiorri, del “gruppo Lupo”, e Piero Boccacci, del “gruppo Piero”.

Il gruppo Piero era stato costituito nella zona di Serra San Quirico da Goffredo Lucarini, un’antifascista di vecchia data, incaricato a questo compito già dal mese di settembre da Gino Tommasi, detto Annibale. Il gruppo crebbe subito di numero con l’arrivo di ex prigionieri, soldati sbandati e antifascisti da Jesi e altri paesi. Tra i nuovi arrivi c’era anche Piero Boccacci, che ne divenne il comandante: un sottufficiale di marina, di origine genovese ma sposato ad Ancona, con la famiglia sfollata a Serra San Quirico.
2Alla fine di ottobre il gruppo si spostò a Poggio San Romualdo; per questo era conosciuto anche come gruppo
 “Porcarella”.
In gennaio viene rifornito dagli Alleati con un lancio sulle piane di Poggio San Romualdo: viveri, vestiario e soprattutto armi, moderne, che vengono subito utilizzate per compiere atti di sabotaggio; tra questi, viene fatto saltare un tratto di venti metri di binario ferroviario nella galleria di Valtreara, facendo deragliare una locomotiva e interrompendo per un po’ il traffico ferroviario.

A fine gennaio, arrivano in zona una quarantina di partigiani fabrianesi del gruppo Lupo, con una bella scorta di esplosivo. La notte del 30 gennaio i “lupi fabrianesi”, appoggiati dal gruppo Piero, attaccano la stazione di Genga.
Lasciano il campo al tramonto e scendono giù, alle 10 di sera fanno irruzione alla stazione, immobilizzano il personale, distruggono i telefoni. Poi mandano via tutti, piazzano le cariche e fanno saltare la stazione e i tralicci, interrompendo così la corrente elettrica in tutto il tratto ferroviario. Il botto dell’esplosione è così forte che lo sentono anche i loro compagni rimasti su al campo.

Gli effetti sono subito importanti. La mattina dopo arriva la notizia che un treno carico di reclute dirette a sud di Pescara, è rimasto bloccato alla stazione di Albacina. In alcune ricostruzioni storiche si sostiene che non si tratta di soldati ma giovani da utilizzare per i lavori di rafforzamento delle linee difensive, dopo lo sbarco degli Alleati ad Anzio il 22 gennaio. Secondo altre fonti si tratterebbe invece di renitenti alla leva, rastrellati per essere tradotti in Germania. Anche sul numero le cifre sono diverse, si parla di 500 o 600, comunque tanti; alcuni sembrano essere più precisi e parlano di 720 giovani.

La mattina del 31 arrivano però anche altre notizie. Mentre i partigiani si stanno addestrando con gli Sten appena ricevuti dagli Alleati, alcune staffette riportano che la sera precedente i nazifascisti di scorta al treno hanno girato nella zona rapinando la gente e commettendo atti di violenza.
Ci si consulta tra i due gruppi di partigiani, forse viene anche un esponente del CLN di Fabriano, e si decide di andare all’attacco, di attaccare il treno. Si raccolgono informazioni: pare che la scorta al treno sia formata da una cinquantina di repubblichini armati di moschetto e una ventina di tedeschi; c’è anche un’autoblindo ferma accanto ai binari.

Vengono mandate alcune staffette ad Arcevia, sul Monte Sant’Angelo, a chiedere rinforzi al gruppo comandato da Attilio Avenanti; con loro ci sono anche slavi ex prigionieri di guerra fuggiti dopo l’8 settembre dai campi fascisti. All’assalto al treno si uniranno anche partigiani del gruppo Mario, della zona del San Vicino.
Insieme, le varie formazioni mettono su un gruppo di una cinquantina di partigiani che si organizzano in squadre leggere, di 4 o 5 uomini, armati con fucili mitragliatori e bombe a mano. Per diversi di loro l’addestramento all’uso delle armi è stato forse un po’ troppop veloce, ma la sera dell’1 febbraio si preparano tutti a partire. Scendono giù a gruppetti, costeggiano il fiume, si ricongiungono nei pressi del treno e poi vanno a prendere ciascuno la propria posizione. Alcuni si sistemano dal lato opposto a quello della ferrovia che da sulla strada. Un gruppetto guidato da Eraldo Barocci, va a mettersi dietro al treno nei pressi della pensilina dove è parcheggiata la autoblindo tedesca: solo dopo la battaglia scopriranno che è vuota e che i tedeschi sono tutti sul treno.

Per alcuni la posizione non è delle migliori, hanno davanti un lungo tratto scoperto ma avanzano ugualmente, carponi. Dal treno qualcuno si affaccia. Non si può più indugiare, si da il segnale dell’attacco, esplode la prima bomba a mano. Subito si scarica sul treno e sulla autoblindo tutto il fuoco possibile. Qualche testimone riferisce addirittura di bengala in cielo lanciati per illuminare la scena. La battaglia dura una mezz’ora, quelli sul treno non mollano ma a un certo punto alcuni partigiani del gruppo “Piero” – due sono operai alle cave di Serra San Quirico, uno è noto con il nome di Peppe da Roma – si avvicinano alla coda del treno e lanciano candelotti di dinamite. Salta in aria l’ultima carrozza. La 1potenza dell’esplosione è tale da far schiantare a terra i fili dell’alta tensione. Cadendo provocano incendi, ma colpiscono anche, purtroppo, uno dei partigiani, Attilio Roselli, che muore fulminato. Il caos è totale. Dal treno iniziano a fuggire, non solo le giovani reclute ma anche i repubblichini e i tedeschi. I partigiani danno l’assalto finale e prendono il treno, fanno scendere tutti con le mani in alto. Attorno ci sono ancora sparatorie, poi pian piano tutto cessa.
Durante la battaglia, oltre ad Attilio Roselli, è caduto anche Ercole Ferranti, raggiunto da colpi di mitraglia. Sono due le perdite. Oltre a quella posta qui, c’è una lapide che li ricorda entrambi anche all’inizio della valle, nel punto dove più o meno prese il via l’attacco. Ma anche sulla posizione esatta di questa lapide, le testimonianze non sono tutte concordi. Alcune fonti, inoltre, sostengono che ci fosse stato anche un terzo caduto, un partigiano slavo di cui si è perso il nome.

L’entusiasmo di quel momento è alle stelle, qualcuno intona Bella Ciao. I prigionieri vengono incolonnati e ci si avvia sul monte; lungo la salita si decide di trattenere solo i prigionieri fascisti e lasciar andare via le giovani reclute, alcune di queste decidono di restare con i partigiani. Non se ne conosce il numero esatto. Poi il gruppo di Arcevia prende la via per la propria zona e gli altri risalgono alla Porcarella; arrivano mentre sta iniziando ad albeggiare.

Con questa azione i due gruppi sono entrati in possesso di un’ingente quantità di viveri, ma anche di armi e munizioni.
Pare che tra queste armi ci fosse una mitragliatrice, che si rivelò molto importante il mese dopo, il 24 marzo, nella battaglia di Chigiano, nella zona del San Vicino.
Pare che nel bottino di Albacina ci fosse anche un cavallo, e che vi salisse sopra Bartolo Chiorri, ma tutto inizia a confondersi un po’ anche con la leggenda; secondo alcuni il cavallo era marrone, qualche altro sostiene che fosse bianco.
La prima ricostruzione, in tutta fretta, per propagandare e far conoscere l’azione, perché era molto importante diffondere un messaggio positivo, appare subito sul giornale clandestino “La Riscossa”, di Fabriano.

Due anni fa Alvaro Rossi, nel suo intervento commemorativo sottolineava come di questo episodio importante in realtà si sia sempre parlato poco, tanto che ancora oggi si sente il bisogno di ricostruire con maggiore accuratezza i dettagli e le fasi di quella che fu un’operazione complessa. Diceva Rossi: “conosciamo la sintesi ma non è stata ancora scritta la sceneggiatura completa”, e lanciava anche un appello per sollecitare la ripresa di una ricerca più completa, che consenta di valorizzare in modo più pieno l’episodio, mettendo insieme i resoconti ancora sparsi, raccogliendo le testimonianze che ancora esistono, provando a raccogliere nuova documentazione negli archivi storici.

Per quanto mi riguarda, personalmente, io ho conosciuto per la prima volta questa storia leggendo la ricostruzione realizzata dal gruppo della Staffetta della Memoria. E’ questa la traccia di riferimento che ho seguito, integrandola con altre ricostruzioni. Si tratta di un racconto illustrato, nella forma del fumetto, di qualche anno fa, destinato ai più giovani: un’opera di trasmissione delle memorie rivolta ai tragazzi delle scuole, distribuita durante l’evento “In bicicletta sulla Linea Gotica”, organizzato dalla Costess di Jesi. Il fumetto utilizza il ritmo del film, che alterna l’azione a squarci e dettagli che stimolano a identificarsi, ma il tessuto del racconto è ricostruito facendo attenzione alla dinamica storica, pur tra le sue approssimazioni su qualche punto, come ho già detto.

Era il primo viaggio “In bicicletta sulla Linea Gotica” e i suoi organizzatori scelsero proprio questa storia, perché uno di loro aveva avuto il nonno nel gruppo dei cinquanta partigiani. Giulio Coltorti di Jesi, al quale poi il gruppo della Staffetta ha dedicato, dopo il ritrovamento qualche anni fa del suo diario, uno spettacolo conferenza, “Mi firmo, compagno Gulio”, che a Jesi insieme come Anpi, Arci e Libera abbiamo voluto fosse rappresentato al teatro Moriconi; così, insieme alla vita del partigiano Giulio, abbiamo sentito parlare di nuovo dei gruppi Mario e Lupo e dell’Assalto al treno.
In quello stesso quaderno della Staffetta che contiene il fumetto Assalto al treno, ci sono anche il racconto “La guerra e la Resistenza spiegata ai bambini” e poi la sezione “La Costituzione spiegata ai bambini”, con un testo introduttivo e poi dodici pagine, ciascuna con uno dei primi 12 articoli e il resto della pagina bianca, per lasciare ai bambini la possibilità di illustrare l’articolo della costituzione con un disegno.
Insomma, si trasmettono le memorie per riflettere sulla realtà di oggi, questo vale per tutti, per i ragazzi delle scuole e per noi qui adesso. E’ questo il senso del ritrovarsi qui ogni anno.

Io personalmente non sono uno storico, anche se mi appassiono alle ricostruzioni storiche degli altri e cerco di rimetterle insieme. Di solito mi appassiono anche al tema di cosa significano le cerimonie, e al carattere un po’ leggendario e identitario che assume la memoria. Ho sempre paura di quelle cerimonie che diventano un po’ ingessate e retoriche, che non trasmetttono emozioni e rischiano di annoiare i destinatari ultimi del messaggio, i più giovani. Non è il caso di questa cerimonia, con l’emozione che questo luogo già da solo suscita.
So anche bene, lo sappiamo tutti, che non basta nemmeno una bella cerimonia ogni tanto, e che occorre invece la continuità e la coerenza di tutti i giorni, ma forse, è vero anche il contrario, e cioè che nemmeno la coerenza di tutti i giorni è sufficiente da sola, si sterilizza se non ha poi anche queste occasioni di incontro, come oggi, di approfondimento, di racconto, di riflessione collettiva, per vivere tutte e due insieme sia la dimensione della leggenda – “Partigiani leggendari”, era stata intitolata qualche tempo fa una bella iniziativa sul Monte Sant’Angelo dall’Anpi di Arcevia – sia la dimensione storica, fatta di ulteriori approfondimenti.

Vorrei provare a concludere dicendo qualcosa sul rapporto, indissolubile, che deve esserci, tra la Storia e la Memoria.
20La Storia è una disciplina dai metodi precisi, si basa sul riscontro delle fonti, che devono essere certe, valutate, messe in relazione, e quindi anche contestualizzate, re-interpretate e fatte parlare, per aiutarci a interpretare anche il presente.
Negli anni più recenti, tra le fonti hanno assunto una maggiore importanza anche quelle orali e le testimonianze dirette, che spesso si basano anche su nuove rielaborazioni dei ricordi, stimolati magari dalla scoperta di nuove fonti scritte.
E’ un lavoro incessante e continuo, perché noi, ancora oggi, viviamo dentro le conseguenze di quei contesti, anche se tendiamo a perderne la percezione, perché molte cose odierne ci distraggono. Spesso lo fanno apposta a distrarci.
Allora, il lavoro dello storico, che ritorna sui documenti, cercando relazioni che prima erano sfuggite, integrandole con altre emerse nel frattempo, lavorandoci sopra per verificare le ricostruzioni già fatte o per aggiornarle, è fondamentale, per restituirci non solo i fatti nudi e crudi ma anche il loro significato, dandoci una visione d’insieme del nostro mondo, adeguata a fornire risposte anche ai nostri problemi di oggi.

Se questo vale per la Storia, a maggior ragione vale per la Memoria: una dimensione ancora più fuggevole. La scienza ha dimostrato che il nostro cervello non è un archivio di ricordi che stanno lì fermi, identici al primo giorno, in attesa di essere ricordati.
È invece una continua ricostruzione, selezione e rielaborazione di ricordi individuali, che noi reinterpretiamo dentro una dimensione condivisa con gli altri, in una memoria collettiva, e tutto questo lo facciamo alla luce di come noi vediamo oggi il nostro presente.
SCiamo noi oggi qui la nostra memoria.
Questo lavorio di rielaborazione non rende la memoria meno attendibile della Storia; si tratta di un’attendibilità di tipo diverso, di coerenza rispetto ai principi sui quali costruiamo la nostra identità, che ci consente di rivivere oggi quei principi nati in determinate esperienze del passato, di riviverli nel presente adattandoli ai contesti diversi di oggi. E’ un lavorio sociale, di ri-condivisione continua.

“La memoria è un campo di battaglia”, ho trovato scritto in un libro del filosofo Remo Bodei. A sottolineare anche il fatto che nulla è mai scontato e dato una volta per tutte. La Memoria va coltivata e trasmessa, va condivisa. Di solito facciamo appelli a “non dimenticare”. Dovremmo invece riflettere di più su come facciamo a ricordare, dice Bodei; si scopre allora che la memoria è un campo di battaglia, in cui si lotta per la conquista del passato.”
Battaglia ideale, di passioni e riscoperte, di ricerca storica e di attestazione di impegno civile, di attualizzazione del passato.
La Memoria e la ricostruzione storica, allora, si completano a vicenda, restituendoci insieme la certezza e il sentimento individuale, il punto di vista del singolo, avvicinandoci di più alla grandezza delle scelte e dell’impegno di queste persone, questi ragazzi di venti anni che diedero l’assalto al treno, a rischio di tutto.

In questo senso la Memoria e la Storia, pur così diverse nei metodi, si integrano e convergono sullo stesso risultato, sono vive e rendono vivo il passato, e ci aiutano e ci accompagnano negli impegni del presente.Insieme ci restituiscono il punto di vista umano: grazie, ragazzi di vent’anni, che un giorno avete scelto di salire in montagna per difendere il nostro futuro!

————————————————-

(Le foto della cerimonia sono di Emanuele di Marzio; i due disegni sono tratti dal racconto “Assalto al treno”, da Gli albi di In bicicletta sulla Linea Gotica)
Sullo stesso tema:
– Assalto al treno: commemorazioni del 2013 e del 2014.
Engles Profili
I martiri del xx giugno
Partigiani leggendari
Staffetta della Memoria

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