Una coalizione sociale? Ci vuole pazienza.

11072174_447664578723381_2135992454597809132_nQualche libera riflessione su questa benedetta “Coalizione Sociale” che viene ricondotta a Maurizio Landini: come mai è diventata subito così popolare sui media? Ma al tempo stesso nessuno riesce a definirla, e dunque valutarla per cioè che è o dovrebbe essere ma accanendosi piuttosto con tentate definizioni e battute, per farla sembrare uno strano e nuovo partito? Farla sembrare, cioè, qualcosa d’altro? Ma è un gioco difficile, come si può  farla sembrare qualcosa d’altro, se ancora non è? Infatti, potrebbe non essere nulla – una proposta, tenta di rispondere Landini, ma per proporre occorre che gli altri ti prendano sul serio e non ti svuotino in partenza – e quindi  potrebbe anche svanire via presto come tante cose di cui si perde perfino il ricordo. Ma il ricordo ha anche i suoi paradossi, nel senso che di solito ricordiamo solo ciò che non dimentichiamo, ma ciò che dimentichiamo continua ugualmente ad esistere, indipendentemente da noi (o forse, ci dimentichiamo soltanto di ricordarlo?).

CBMSCQ1WYAAO6oI CBMGhWJWQAERrch CBMGhRzWsAEgvF7 CBMGhNzWcAEfx8n CBMGhNzWUAA0Yg_L’accanimento mediatico maggiore su Landini riguarda la parola “partito politico”, come se tutto ad un tratto solo la forma di partito politico possa garantire una consistenza sociale e una sostanza certa, in un momento storico in cui sfiderei chiunque a spiegarmi davvero che cosa è diventato un partito oggi, su come un partito assicura la rappresentanza e la partecipazione dei suoi iscritti e dei suoi elettori, sul modo in cui la esprime e, soprattutto, una volta arrivato sulla scena del potere istituzionale, quale potere esercita davvero. I partiti mi sembrano piuttosto il vuoto al potere. Le grandi coalizioni di interessi internazionali, il potere della finanza, dei complessi militari industriali e le settanta guerre in giro per il mondo, gli accordi di cui non sappiamo nulla o quasi, come il ttip, le imprese che decidono come investire o disinvestire come quando e dove vogliono, le società di consulenza internazionale e dei super tecnici che controllano i conti degli stati – o magari vengono chiamati anche direttamente a governare -, le conseguenze sociali che producono, il proliferare di liste civiche e partitini inventati che aspirano ad amministrare senza risorse enti locali, ma non solo, sempre più alla deriva. Ce n’è abbastanza per fare della fantascienza catastrofista. Landini, fai un partito anche tu, mettiti dentro, ti scecheriamo noi, partecipa ai talk show, facci divertire.

“I processi di disintegrazione che hanno cominciato a manifestarsi in questi ultimi anni – il deterioramento dei servizi pubblici: la scuola, la polizia, il servizio postale, la raccolta dei rifiuti, i trasporti ecc.; il tasso di mortalità sulle autostrade e i problemi del traffico nelle città; l’inquinamento dell’aria e dell’acqua – sono conseguenza sintomatiche dei bisogni diventati incontrollabili delle società di massa. Essi sono accompagnati e spesso accelerati dal simultaneo declino dei vari sistemi partitici, tutti di origine più o meno recente e destinati a servire i bisogni politici di massicce concentrazioni di popolazione (…) la trasformazione del governo in amministrazione, o delle Repubbliche in burocrazie, e la disastrosa contrazione dell’ambito pubblico che ne è seguita, hanno una storia lunga e complicata nel corso dell’era moderna; e questo processo è stato notevolmente accelerato durante gli ultimi cento anni attraverso la nascita delle burocrazie dei partiti. Ciò che rende l’uomo un essere politico è la sua facoltà di agire; gli consente di riunirsi con i suoi simili, di agire di concerto e di raggiungere obiettivi e realizzare imprese che non sarebbero mai venute in mente, per non parlare delle aspirazioni del suo cuore, se non gli fosse stato dato questo dono: di imbarcarsi in qualcosa di nuovo. Filosoficamente parlando agire è la risposta umana alla condizione di essere nato”.

Scriveva così Hannah Arendt, non ieri sera a Ballarò o da Santoro ma quasi mezzo secolo fa, nel 1969 (“Sulla violenza”, Guanda Editore), ammonendo anche che “dove il potere è scosso compare la violenza”.

“Riunirsi con i propri simili e agire di concerto”, potremmo chiamarla “democrazia partecipativa”, e il canale per ottenerla non mi sembra che siano i partiti politici, almeno nella forma con cui oggi li conosciamo e agiscono in questo sistema rappresentativo. Nel corso dell’Ottocento nacquero prima le società di mutuo soccorso, le leghe operaie e contadine, i prototipi di un welfare dal basso, prima ancore che le democrazie borghesi concedessero a tutti il diritto di voto; nel secondo dopoguerra una delle battaglie sindacali più importanti riguardò il controllo del collocamento, tolto ai lavoratori, per il tramite dei sindacati, e trasferito alla burocrazia statale, sotto lo sguardo dei prefetti. Non credo si debbano ripercorrere oggi vecchie strade, rispolverare vecchi simboli che incorporavano anche altre contraddizioni, o inseguire tardo nostalgie di tempi mitici che mitici in realtà non sono mai stati, ma forse, sgranare meglio gli occhi sull’oggi potrebbe tornare utile. Tutti a chiedersi che cosa sia mai questa coalizione sociale,  e quanti voti potrebbe aspirare a raccogliere alle elezioni – tentando quindi di assegnargli un’identità, o forse una marcatura di contenimento –  ma nessuno che si chiede: per fare che cosa?

Di tentativi a fare nuovi partiti o partitini o coalizioni elettorali se ne sono succeduti uno all’anno ultimamente, come una coazione a ripetere. Scrive la Arendt, che “la qualità essenzialmente umana (della sfera politica) è garantita  dalla facoltà dell’individuo di agire , dalla capacità di dare inizio a qualcosa di nuovo.”  Qualcosa di nuovo.  Certo, non basta desiderarlo. Anche la “coalizione sociale” – come oramai è stata battezzata – potrebbe essere un vuoto, o una specie di buco nero dove non sappiamo più bene cosa ci sia finito dentro, ma forse proprio per questo potrebbe essere indispensabile cercare di gettarci dentro uno sguardo. Magari non è nemmeno un vero buco nero, magari ci sono tante realtà piccole e meno piccole, e anche quando non si siano già formate – perché non è così semplice “il riunirsi con i propri simili e agire di concerto” – magari ne scopriamo il bisogno che potrebbe alimentarle.

Ma per una coalizione sociale non ci vuole tempo, addirittura anni? Chiede Giacomo Russo Spena a Stefano  Rodotà (qualche mese fa, in un’intervista su Micromega); risponde Rodotà: Ci vuole pazienza e occorre ricostituire nel Paese un pensiero di sinistra. A livello istituzionale abbiamo assistito alla chiusura dei canali comunicativi tra politica e mondo della cultura, ciò si è palesato durante la riforma costituzionale. Come negli anni ’60-’70, per il cambiamento istituzionale, deve tornare la rielaborazione culturale. Il lavoro che ha svolto MicroMega in questi anni è prezioso e va continuato in tal senso. Insieme a Il Fatto sono le due testate che hanno tenuto dritta la barra. Ora vanno moltiplicate le iniziative, vanno connessi i soggetti sociali (anche attraverso la Rete) e va recuperato quel che c’è di produzione culturale operativa. Infine, tassello fondamentale: organizzazione. Tali processi non possono essere affidati semplicemente alla buona volontà delle persone.”

(le foto, tratte dal sito della Cgil, sono di qualche secondo fa, della manifestazione in corso a Roma)

un po’ di documentazione:
I documenti dell’assemblea nazionale Fiom, Cervia, 27-28 febbraio
– La Coalizione sociale, una risposta alla fine del movimento operaio
– Arci: siamo con la coalizione sociale di Landini. Per ora 
– Sulla “Coalizione sociale” di Landini piena attenzione dell’Anpi ma non adesione
– Don Ciotti: “La coalizione sociale di Landini? Ben venga, collaboriamo”
– Oggi tutti “Unions” con Landini: è la coalizione anti-Renzi

 

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