… come ritrovino nel valzer la leggerezza di un tempo…

Cristoforo Moscioni Negri,  “Linea Gotica”, Il Mulino Collana “Intersezioni”, pp. 136, € 10,00, anno di pubblicazione 2006

Ho trovato questo libro di recente, spinto a documentarmi almeno un po’ sulle vicende della Linea Gotica, e ho scoperto una bel racconto di storia vissuta, alla pari, credo, per importanza del contenuto, di altri più famosi e noti, tra i quali mi viene ora in mente “La guerra dei poveri” di Nuto Revelli, che ugualmente ho letto soltanto di recente.
“Linea Gotica” segue un altro libro dell’autore, “I lunghi fucili”, di memorie sulla campagna di Russia, pubblicato nel 1956. Lo segue di molti anni perché l’autore riesce a pubblicarlo solo alla fine degli anni Settanta, con un piccolo editore.
Scritto con un linguaggio asciutto, si compone di una serie di piccoli racconti, memorie e riflessioni, sull’esperienza partigiana lungo la linea gotica pesarese, fino alla battaglia di Tavoleto.

Per certi aspetti è anche un racconto impolitico, lontano da toni enfatici o retorici, nel quale non mancano nemmeno osservazioni sprezzanti nei confronti degli “antifascisti professionisti”: “Nel mese di agosto mi avevano dimesso dall’ospedale; (a Pesaro) trovai la stagione balneare in normale svolgimento, con gli ombrelloni e i capanni sul mare (…) arrivavano per la passeggiata i vecchi onorevoli, quelli che nessuno conosceva, perché avevano lasciato la scena politica tanti anni prima (…) vestivano per cerimonia, con candide camicie di lino, portavano il cappello, panama o magari a paglietta,  e si muovevano con quella sufficienza di chi rappresenta il potere, riveriti, seguiti, ricercati, come se gli avvenimenti che stavano accadendo dentro e fuori l’Italia fossero opera loro…”

Oppure nei confronti degli Alleati: “Avevamo passato il fronte da qualche giorno e sembrava che, appena di là, noi fossimo all’improvviso caduti in un ambiebte irreale, impossibile assurdo. venendo a contatto con gli inglesi, e gli ufficiali italiani, avevamo trovato un muro di indifferenza, di ostilità, di rancore e disprezzo, contro il quale non riuscivamo a lottare (…) Afrikaner, indiani, zelandesi, negri, canadesi, inglesi, polacchi, ciprioti, sembrava un carnevale. Indifferente, assenti, facevano la guerra come un lavoro qualsiasi, tanti chilometri al giorno, tante cannonate ogni ora, incapaci di amare, di odiare. E il nostro esercito non c’era. Ci portavano la liberazione com un’offesa, con ostentato disprezzo.”

Eppure è ugualmente ben netta la percezione di essere dalla parte giusta: “…dalla città arrivava all’improvviso un rastrellamento, sul terreno restavano i morti, gli scampati fuggivano lontano, sparpagliati, dispersi. Feriti e prigionieri venivano uccisi (…) morivano fuvilati o impiccati, derisi, ma guardando lontano, parlando di un’Italia migliore, fedeli agli ideali per cui si battevano. Lasciavano ai genitori lettere semplici, perché non piangessero, e andavano a morire da soli, in mezzo ad una piazza diversa. Per questo io avevo deciso di guidarli (…) volevo dare loro la mia preparazione, la mia capacità di comando, metterli in grado di combattere alla pari.”

E poi le uccisioni. E le rappresaglie: “Io dovevo attaccare queste truppe (…) si trattava di fare il massimo danno, perdendo meno vite possibile. Muoversi soltanto  di notte., di giorno restare fermi e nascosti, colpire, fuggire, attaccare di nuovo. Non impegnarsi a impedire rappresaglie, non cadere prigionieri. Ma quante vite per un ponte? Quante per dieci autocarri? (…) Sempre meno di quanti ne ammazza un aereo che non colpisce un ponte e distrugge le case vicine.”

Ma ho citato solo alcuni aspetti parziali; il libro, come tutti i racconti di storia davvero vissuta, è asciutto, scorrevole e al tempo stesso denso di stimoli, inviti ad riflessione non di maniera e tantomeno epica o nostalgica. Direi intima piuttosto, se volessimo dare a questa parola un significato più pieno, capace di entrare dentro alcuni dei risvolti umani e storici che fanno da sfondo alle nostre memorie e a ciò che siamo  oggi, nella nostra complessa umanità. Anzi, aggiungo questo breve frammento: ” ‘Vittorio, questa sera danno un ballo ai Molinacci. Tu sei il comandante e devi venire.’  (…) ‘Dai tocca a te’ mi disse Benedetto ridendo. ‘Devi ballare con la capoccia, non sarà mica peggio che contro i tedeschi.’ Così entrai nei balli anch’io, non so come, perché mi pareva di andar sempre via di fianco. Mi portava la donna ed è incredibile come quelle vecchie, che sembrano fatte col legno, ritrovino nel valzer la leggerezza di un tempo e si lascino andare ridendo felici di cose che vedono soltanto loro.”

Dalla quarta di copertina
“Nella campagna di Russia aveva vissuto lo sfascio dell’Armata italiana. Due volte ferito, era tornato in Italia carico di umiliazione e rabbia solo per assistere a un’altra e più grave rotta, quella dell’esercito e del paese dopo l’8 settembre 1943: “un inferno di abiezione, di caos, di miseria”. Il tenente Moscioni, straniero in una patria che, soprattutto nella sua classe dirigente, pare aver perduto il senso stesso della dignità individuale e collettiva, compie allora la sua scelta entrando nella Resistenza. “Linea Gotica” racconta, per brevi quadri incisivi, l’esperienza partigiana del tenente divenuto, entro il paesaggio domestico e amico della campagna marchigiana, il “comandante Vittorio”. E’ una guerra nuova, volontaria e spontanea, quella cui Moscioni si unisce, ma questo “slancio di amore” è destinato a infrangersi contro l’inadeguatezza dei comandi italiani e alleati, e dopo la liberazione contro lo stesso antifascismo storico che si dispone a occupare i posti di comando, contro il vecchio ordine che ripiglia il sopravvento. Promessa illusoria di una vita diversa, nel resoconto amarissimo di Moscioni la Resistenza si spegne senza speranze nel pantano del dopoguerra.”

Cristoforo Moscioni Negri ha preso parte alla campagna di Russia come sottotenente degli alpini. Dopo l’8 settembre 1943 nel Pesarese ha comandato un battaglione partigiano e in seguito si è aggregato all’VIII armata inglese. Sull’esperienza in Russia, che ha condiviso con Mario Rigoni Stern, ha scritto “I lunghi fucili” (1956, nuova ed. Il Mulino, 2005). Nato a Pesaro nel 1918, è morto nel 2000.

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https://tulliobugari.wordpress.com/
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