“Anche nella questione della razza noi tireremo diritto”

Si conclude domani 31 gennaio la mostra “Per non dimenticare”, allestita in un vagone ferroviario al piazzale ovest della stazione di Ancona, da Anpi, Arci, Spi Cgil, Libera, altre associazioni e istituzioni. Il titolo completo della mostra è “Le SS ci guardavano: per
12345loro eravamo come scarafaggi”
, una citazione dal racconto delle poche sopravvissute dal lager di Ravensbrück, riservato alle donne, ve ne transitarono oltre cento mila, in gran numero politiche, molte prelevate per i bordelli degli altri campi o inviate come cavie umane agli esperimenti dei medici. Cavie, non per un sadismo fine a se stesso, ma per testare farmaci, per i profitti delle case farmaceutiche che sostenevano il regime. Una pagina particolarmente efferata, della quale solitamente si parla un po’ meno. Altre sezioni della mostra sono dedicate ad altri documenti, di carattere più generale, sui campi di sterminio, o anche a documentazione dalla stampa di allora, con la propaganda razzista dei regimi, compresa la campagna di difesa della razza del regime fascista in Italia. “Anche nella questione della razza, noi tireremo diritto” riporta la prima pagina del Corriere della Sera del 24 agosto 1938, e più sotto l’articolo di apertura titola: “Origini ed omogeneità della razza italiana”: che vergogna!  La mostra è stata molto visitata in questi giorni e molte, durante il mattino sono state le classi scolastiche della città e dei dintorni. Ho incrociato anch’io alcune di queste scolaresche, accompagnate da “guide” dell’Anpi e dai loro insegnanti. “Forse sono immagini troppo forti” sentivo commentare da un’insegnante un po’ perplessa, e in effetti le foto delle donne recluse a Ravensbruck, e le didascalie sotto, riportavano una realtà al di là del comunemente immaginabile. Sento un ragazzo che chiede: “Ma che avevano fatto di male per essere trattati così?” Una domanda che apre un mondo. Innanzitutto come una ricerca di una spiegazione che appare già impossibile. O anche, ben nascosta sul fondo di ciascuno di noi, l’idea che qualcosa di male possono aver fatto. E se anche fosse? E se anche qualche remota colpa potesse far meritare una punizione, ciò che poi accadde, e che spesso continua ad accadere, può essere mai paragonato ad una punizione? Semmai, spesso, sono stati proprio molti di quei criminali a scampare la giusta punizione che avrebbero meritato. “Che reazione hanno avuto i ragazzi” chiedo a una volontaria dell’Anpi che ha appena concluso il giro della mostra con loro: “Mi sono sembrati sempre tutti molto attenti, non li ho mai visti distrarsi o annoiarsi. la mostra ha un impatto forte, è stata pensata appositamente così.”  Chissà, davvero, che effetto ha? Qualche sera fa ho seguito una conferenza del filosofo Umberto Curi; ad un certo punto aveva parlato della poetica di Aristotele, spiegando come per Aristotele una tragedia da rappresentare a teatro è bella, nel senso di ben fatta, se suscita compassione e terrore, perché allora può favorire un processo di catarsi, di purificazione. Coinvolge, diremmo con il linguaggio corrente. Chissà se le immagini forti della mostra producono, o hanno prodotto, un effetto analogo? Nella mia esperienza personale ho sentito parlare davvero per la prima volta, in modo compiuto, della realtà dei lager, quando un professore a scuola – allora anche noi avevamo sedici anni – decise di togliere un po’ di tempo alla lettura dei Promessi Sposi – con tutto il rispetto dovuto a Manzoni – per leggere al suo posto “Se questo è un uomo” di Primo Levi. So benissimo che non basta una mostra o un libro, da soli, e che occorre la continuità e la coerenza di tutti i giorni, ma forse nemmeno la coerenza di tutti i giorni è sufficiente da sola, se non ha poi queste occasioni di approfondimento, di racconto diretto, di accesso alla documentazione. Il vagone ferroviario, simile a quello usato allora per le deportazioni, appare come un contenitore ampio e profondo quando si entra e lo si vede vuoto, è bello da vedere, da una sensazione di piacevole accoglienza. “Provate a immaginarlo – diceva un volontario dell’Anpi ai ragazzi – pieno zeppo di persone, più di cento, strette in piedi, in viaggio per giorni, senza mangiare, senza un bagno, senza sapere dove si è diretti!”. E’ difficile immaginarlo.

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