Addio a Luca Rastello (“saltellando come un eschimese sui ghiacci”)

195102111-c85959af-66cd-489b-b014-a1c01fb332ecHo conosciuto Luca Rastello innanzitutto attraverso il suo libro “La guerra in casa” (Einaudi) del 1998, quando insieme all’amico Giacomo Scattolini dovevo rimettere in ordine gli appunti di alcune storie raccolte in Bosnia e poi pubblicate, l’anno dopo, nel libro Izbjeglice; poi l’ho incontrato nel 2011, per una lunga chiacchierata con il registratore acceso, da cui poi è nato il capitolo “Il fallimento virtuoso”, inserito nel libro Jugoschegge (Infinito edizioni, del 2011), curato di nuovo insieme da me e Giacomo Scattolini.
Ogni tanto ci scambiavamo qualche email di saluto, l’ultimo poco più di un mese fa: era in giro, a presentare il suo ultimo libro, “I BUONI”, il cui tema è già presente anche nel capitolo “Il fallimento virtuoso”, di cui riporto un breve passaggio:

“… a poco a poco il modello organizzativo si struttura su una logica di marketing, si lanciano messaggi emotivi che catturino l’emotività dei donatori, allontanandosi sempre più sia dalla società su cui si interviene, sia dalla società a cui si chiede la solidarietà per intervenire.
Alla fine si crea un meccanismo di finzione, riproducendo anche un secondo mercato del lavoro sfruttato, simile al modello d’impresa che si cerca di criticare. Si arriva ad accettare una logica conciliatoria del tipo: “Ci siamo noi che siamo Buoni e quindi questa società è sopportabile”. E invece non è sopportabile per niente. Dobbiamo affrontare questo paradosso, altrimenti restiamo nell’accettazione del mondo così com’è, limitandoci a correre ogni volta dietro all’ultima emergenza.
Come se ne esce fuori? Non lo so! Innanzitutto non concedendosi mai alla retorica dell’identità soddisfatta, che sopravanza sempre l’intervento e diventa il fine.
Forse se ne esce fuori lentamente, saltellando. A me piace l’immagine dell’eschimese sorpreso dalla primavera sui ghiacci, che si salva saltellando di continuo da un pezzo di ghiaccio all’altro.
Ogni volta che un’azione politica si ossifica su un’identità virtuosa è ora di abbandonarla, perché limita la possibilità di azione e chiede di difendere se stessa, immobilizzando il proprio target nell’immagine che ha di sé, evitando di porlo di fronte a contraddizioni. Occorre lusingarlo perché si creda migliore solo per il fatto di sostenerti. Tutto questo crea appartenenza a tribù di consumo – in questo caso di pace, bellezza, virtù politica – che consumano invece di creare cambiamento.
È un cammino lungo, per affrontarlo occorre saper accettare di essere minoranza, etica e non politica, che è una maggioranza travestita da minoranza. Occorre non cercare di essere rappresentati ma agire direttamente, con un continuo sguardo critico su ciò che si sta facendo, sempre disposti ad abbandonare una cosa e partire per un’altra. Non è detto che ciò sia sufficiente, però è necessario, per non ripetere gli stessi errori.”

Luca era giornalista di Repubblica, di seguito l’articolo uscito poche ore fa su repubblica on line:

Luca Rastello non c’è più. Lo scrittore e giornalista di Repubblica è morto attorno alle 19, per colpa del cancro contro cui lottava da anni. Si è spento nella sua casa di San Salvario, a Torino. Lascia la compagna Serena, la moglie Monica e le figlie Elena e Olga. Giovedì avrebbe compiuto 54 anni.
Originario di Pont Canavese, laureato in filosofia, è arrivato al giornalismo dopo aver attraversato negli anni 70 e 80 i movimenti e la passione politica, mai abbandonata. E’ stato inviato di Diario, ha diretto “Narcomafie”, prima di approdare nel gruppo Espresso, in cui ha lavorato per l’Espresso, per “D” e per le redazioni di Repubblica di Milano e di Torino. E’ stato anche a capo dell'”Indice”.
Negli anni 90 ha vissuto sulla sua pelle come reporter e come cooperativista il conflitto in Jugoslavia, da cui ha tratto il suo primo libro “La guerra in casa”. Da allora il suo rapporto con i Balcani è stato sempre molto stretto, anche grazie alle tante persone che aveva contribuito a salvare dal conflitto portandole in Italia e, in particolare nel Canavese. Ma Luca Rastello era un ottimo conoscitore anche del narcotraffico, tema su cui scrisse “Io sono il mercato”, e dei diritti dei rifugiati, su cui incentrò “La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani”. Ma Luca, “esploratore” instancabile aveva viaggiato anche nel Caucaso, in Asia Centrale, in Africa e in Sudamerica e nemmeno al malattia che lo aveva colpito dieci anni fa era mai riuscita a fermarlo.
In “Piove all’insù”, il suo primo romanzo, aveva invece descritto forse meglio di chiunque altro gli anni 70 italiani e torinesi e il clima che si respirava in quei tempi.
Negli ultimi anni aveva dedicato parte dei suoi sforzi alla Torino-Lione e all’alta velocità ferroviaria, di cui contestò l’utilità in “Binario Morto”, reportage scritto assieme a Andrea De Benedetti. Nel suo ultimo romanzo, “I Buoni”, Luca Rastello ha invece raccontato i tanti compromessi cui vengono costretti i “professionisti” del bene.

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