Dedichiamo il nostro 25 aprile a chi fugge dalle guerre

Rifugiati in fuga, l’emergenza è mondiale.  I migranti nel mondo sono circa 50 milioni (51,2 mln, dati UNHCR, aggiornati soltanto al 2013), un numero terrificante, più o meno quanti erano i profughi alla fine della catastrofe della seconda guerra mondiale. Sono triplicati negli ultimi dieci anni. Innanzitutto scappano dall’Afghanistan (circa 2,5 mln, in prevalenza diretti in Pakistan, Iran e Germania), dalla Siria (circa 2,5 mln, diretti in Libano, Giordania e Turchia), dalla Somalia (circa 1,2 mln, in prevalenza in Kenya, Yemen, Etiopia), dal Sudan (citca 700 mila, in prevalenza in Ciad e Sud Sudan), dalla R.D. Congo (circa 500 mila, in prevalenza in Uganda, Congo, Tanzania). Seguono Myanmar, Iraq, Colombia, Vietnam, Eritrea, e molti altri paesi, tutti quelli che subiscono guerre o tragedie legate alle guerre o agli interessi economici, sempre troppe.

rifugiati_sirianiTra i principali paesi di destinazione sopra ricordati, l’unico paese europeo, soprattutto per l’accoglienza  di fuggitivi afghani e irakeni, è la Germania. Tra i primi dieci paesi di accoglienza nel mondo, nel 2013, non figurava nessun pase europeo.
In rapporto al PIL, il peso maggiore di profughi è sostenuto da Pakistan (con 1,7 mln di profughi al suo interno), Etiopia, Kenia e Ciad; spesso i paesi di accoglienza sono a loro volta paesi da cui partono. In rapporto agli abitanti, il peso maggiore è sostenuto dal Libano, ai limiti del collasso con 850 mila profughi (circa un quarto della sua popolazione), seguito da Giordania, Ciad e Mauritania.
Nel corso del 2013 le nuove richieste di asilo presentate ai governi o all’Unhcr sono state più di 1 milione, in 167 paesi e territori diversi; il livello più alto degli ultimi 10 anni. Poi ci sono gli sfollati interni, oltre 30 milioni. In Siria una famiglia ogni sessanta secondi. In Ucraina hanno già superato il milione.

In Europa, il numero più elevato di richieste, oltre 100 mila (dati 2013), è stato presentato in Germania; seguono Francia (circa 60 mila), Svezia (54 mila) e Regno Unito (29 mila); l’Italia è al quinto posto (27 mila); divrebbe salire nel 2014 ma non al primo posto. Il nostro resta un paese di transito.

2014-06-12_crimen_nostrumNel 2014 gli arrivi dal mare nel sud dell’Europa sono stati 219 mila, di cui 170 mila sulle coste italiane e 45 mila in quelle greche. Questi numeri sono in crescita nei primi mesi del 2015 (oltre diecimila soltanto in questa settimana di metà aprile), mettono “paura” e si prestano a strumentalizzazioni di politica (cosiddetta) interna: “Sotto assedio” titolava appena ieri sera uno dei tanti telegiornali e un altro, appena pochi minuti fa: “l’immigrazione dilaga”. Ma se sono numeri percentualmente piccoli rispetto al totale mondiale, sono sempre numeri da esodo impressionanti, soprattutto se vi aggiungiamo le condizioni in cui sono costretti per incuria e voluta disattenzione, e cioè nel totale collasso e senso di abbandono, tra il deserto e il mare, in un viaggio che è come una roulette russa con la speranza di sopravvivere, costi quel che costi, in un degrado dell’uno contro l’altro che va oltre i confini della dignità: “Se questo è un uomo” intitolava le sue memorie dal lager Primo Levi. E comunque, se questi numeri mettono paura qui da noi, allora dev’essere davvero un disastro epocale in tanti altri paesi, se torniamo per un attimo alla consistenza del fenomeno a livello mondiale.

Ma non solo in questo senso l’emergenza è mondiale. Lo è anche e innanzitutto per le sue cause che nessuno disinnesca, i disastri prodotti dalle politiche estere degli stati, di oggi e di ieri, dei conflitti militari e commerciali e gli squilibri sociali che provocano (tra i conflitti militari, vediamo di non aggiungerne altri – chissà con cosa tornerà a casa Renzi dagli Stati Uniti? – e tra quelli commerciali  mi viene in mente il trattato di libero scambio TTIP, favorito dalle multinazionali, contro cui è in programma per il 18 aprile – domani, mentre scrivo – una giornata di protesta globale, ma oltre agli attivisti non se n’è accorto quasi nessuno).

I principali focolai di crisi che ci riguardano più da vicino sono lungo le frontiere degli antichi imperi coloniali o di quelli distrutti a seguito dei confilitti internazionali (quest’anno è il centenario della prima guerra mondiale: il Nord Africa e il Medio Oriente, in quello che era un tempo l’impero ottomano, e in Europa, prima i balcani e ora l’Ucraina, lungo i confini degli allora “imperi centrali”.
In Italia, i flussi maggiori continuano a provenire da Eritrea e Somalia, due ex colonie. Tra loro ci sono figli e discendenti di ex soldati, talvolta direttamente italiani ma più spesso indigeni allora inquadrati sotto il regio esercito italiano, e che magari ancora oggi conoscono un po’ di lingua italiana (ne ho conosciuto qualcuno di persona, tra i rifugiati giunti dopo mille peripezie). Le Divisioni militari del regio corpo libico (circa 10 mila arruolati) parteciparono con il tricolore alle invasioni dell’Egitto e dell’Abissinia mentre le Forze Armate dell’Africa Orientale comprendevano truppe di eritrei e somali. Ci furono perfino reparti di carabinieri formati da eritrei, somali o libici. Oltre alle truppe coloniali, c’erano anche altri corpi formati da stranieri, come le truppe “arabe”, volontari proventieni da Iraq, Palestina, Transgiordiania e Persia, che combatterno prima in Nord Africa e poi alcuni, seguendo le sorti della guerra, presero parte addirittura alla difesa di Roma dopo l’8 settembre. In altri battaglioni sempre del regio esercito erano inquadrati indiani, sikh, gurgha, jugoslavi, albanesi, greci e addirittura cosacchi antisalinisti, arruolati durante la campagna di Russia.

Parlo di un’emergenza mondiale e sto citando la seconda guerra mondiale. La presenza di soldati da ogni angolo del mondo era ancora maggiore tra gli eserciti Alleati – gli Alleati erano colonialisti più professionisti di noi – che parteciparono direttamente alla campagna d’Italia, e quindi alla Liberazione che festeggeremo tra pochi giorni.

img2466Helena Janeczek nel bel libro “LE RONDINI DI MONTECASSINO” ricorda i soldati maori, addirittura i maori dalla Nuova Zelanda, e poi il corpo di spedizione polacco, che si era formato e addestrato nell’Asia sovietica, dopo che i polacchi, già in fuga dal loro paese smembrato, furono scarcerati dai lager staliniani. Maori e polacchi furono in prima linea all’assalto, truppe di fanteria, su quel monte dove si bloccò per mesi il fronte di guerra. I polacchi parteciparono anche alla liberazione della nostra zona, nell’anconetano. Certo, ci furono anche le “marocchinate”, (nel basso Lazio e anche in alcuni angoli di Toscana), termine che non mi è mai piaciuto perché riduce linguisticamente un orrore a qualcosa di biricchino: fu una tragica eccezione, erano truppe, del resto, dirette da ufficiali francesi accusati di aver concesso 50 ore di libertà, e ci furono casi di soldati di altri paesi, ad esempio i canadesi, che intervennero per porre fine a ciò che stavano compiendo. La guerra è sempre piena di orrori, non dimentichiamolo.

img0494soldati a monteseUn crogiolo di truppe da paesi diversi inquadrate anche nell’esercito di Sua Maestà, i Gurkha, gli indiani e tanti altri. I Gurkha liberarono diversi paesi del pesarese nel settembre del ’44, lo racconta in alcune pagine memorabili del libro “Linea Gotica” il partigiano Cristoforo Moscioni (che è lo stesso tenente Moscioni citato da Rigoni Stern nel suo “Il sergente nella neve”, alpino anche lui, come Nuto Revelli, e anche lui poi tra i partigiani e infine, dopo il passaggio del fronte, insieme ai Gurkha, per liberare questa volta i paesi di casa sua).
E poi, i corpi di spedizione autonomi, come quelli dall’Australia o dal Brasile. La Forza di spedizione brasiliana, circa 15 mila soldati, male equipaggiati, fu impiegata sulla Linea Gotica, avanzando nell’inverno del 44/45 tra le nevi dell’Appennino, dalla Garfagnana al modenese. Ho avuto l’occasione di parlarne all’inizio di questo mese, in una serata a Bologna dedicata alla memoria dello scrittore di origine brasiliana, da anni in Italia e anche animatore culturale e amico, Julio Monteiro Martins. Spesso etichettato qui da noi come “scrittore migrante”, in realtà scriveva direttamente in lingua italiana, ma il suo ricordo, proprio per questa parola “migrante” spesso usata in modo improprio, mi ha stimolato le righe che sto scrivendo ora.

Il mondo in Italia, con la seconda guerra mondiale, e con le migrazioni, ma anche gli italiani nel mondo, sempre con le migrazioni: i discendenti di italiani nel mondo sono stimati in circa 60 milioni, forse il primo paese al mondo per questo fenomeno; pare che la città italiana più popolosa al mondo sia  San Paolo del Brasile; gli italiani stabilmente residenti all’estero che hanno mantenuto la cittadinanza sono all’incirca pari ai migranti residenti oggi in Italia.

11111Tornando alla seconda guerra mondiale, ci sono anche i partigiani, a testimoniare la partecipazione diretta del paese che conta. Anche ai nostri partigiani s’erano uniti tanti stranieri, dai disertori tedeschi agli ex-prigionieri di guerra di varie nazionalità, inglesi, russi, americani. Nella nostra regione, tra il monte Catria e il Monte Nerone ci fu una brigata formata totalmente da jugoslavi. Tra i partigiani fucilati dalle truppe di occupazione o dai repubblichini, non ci furono soltanto italiani. Ma ci furono anche partigiani italiani che andarono in Africa, come il livornese Ilio Barontini, che dopo essere stato in Spagna con le brigate internazionali, andò a combattere insieme ai partigiani Etiopi che si battevano contro l’occupazione dell’Italia fascista.

Penso che sia giusto proporre che nelle manifestazioni di quest’anno dedicate alla Liberazione, il settantesimo anno dalla Liberazione di Milano, siano ricordati i tanti “migranti” che fuggono anche oggi dalle guerre nel mondo richiedendo asilo e un po’ di sicurezza in più. E’ il minimo che possiamo fare, se vogliamo dare alla nostra Liberazione un significato davvero attuale e non solo di nostalgica memoria. Una Liberazione che dovremmo continuare a guadagnarci anche oggi. Penso che mi verrà in mente spesso nei prossimi giorni, quando parteciperò alla traversata lungo la Linea Gotica con la Staffetta della Memoria, dal 25 aprile al 1 maggio.

Certo, ci sono tanti in Italia che gridano “ributtiamoli a mare” o più ipocritamente rifiutano qualsiasi accenno all’accoglienza dicendo che è meglio aiutarli riportandoli a casa loro: quale casa, per chi non ce l’ha più? Litanie sinistre, simili a quelle xenofobe del tempo delle deportazioni degli ebrei e di tutte le altre minoranze che furono colpite insieme a loro, anche se non sempre ricordate. Infatti, guarda un po’ il caso alle volte, coloro che gridano contro l’accoglienza sono anche gli stessi che una festa come quella della Liberazione la vorrebbero eliminare. Per questo dobbiamo riguadagnarcela di nuovo. Allora, dopo l’8 settembre, furono tanti gli italiani che abbandonati a se stessi si rimboccarono le maniche, come fanno oggi tanti volontari oppure operatori che si trovano in prima linea nel soccorrere in mare chi fugge.

Peccato che, proseguendo con questa analogia storica, il nostro Stato somiglia troppo spesso a quello dell’8 settembre, vulnerabile e attaccabile da tutte le parti. Il sistema di accoglienza in Italia poggia sulla rete Sprar, che è stata capace di accogliere nel 2013 e 2014 poco più di diecimila persone ogni anno, potenziata poi con altri interventi di emergenza. Un impegno da non minimizzare ma c’è solo questo, un’enorme emergenza improvvisata di giorno in giorno – certo, è molto meno peggio la missione Mare Nostrum (comunque chiusa) rispetto alle cieche politiche di respingimento di precedenti governi – ma non c’è nulla di più e non c’è di meglio e certamente non basta e non è adeguato, e offre purtroppo spazio a “zone grigie” capaci di farsi strada nei vuoti che trovano. Un po’ come il mercato nero durante la guerra, tanto per restare nell’analogia storica che sto usando come metafora. In che mondo vivremo?
Dedichiamo la nostra Liberazione a coloro che fuggono.

(Le foto, nell’ordine: Rifugiati siriani nel campo profughi di Deir al-Ahmar; soccorso di migranti in pericolo in mezzo al mare; soldati indiani sulla Cresta del Serpente a Montecassino, febbraio 1944; tre soldati dei Fucilieri Reali Gurkha inquadrati nella 8ª Divisione indiana; soldati brasiliani a Montese – Linea Gotica; la lapide di un soldato neozelandese di 23 anni, al cimitero militare britannico di Torino di Sangro – CH)

Sullo stesso argomento:
Il silenzio dell’Europa
Bisogna andare a prenderli lì (ancora un naufragio)
Di giorno guardavamo il sole e di notte le stelle
Rivoluzione culturale

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