“La narrazione fatta e non ascoltata” (la memoria)

9788806116057“Se questo è un uomo” di Primo Levi.  La prima volta che ho incontrato questo libro di Primo Levi è stato a scuola; ce lo ha letto un professore, sottraendo un po’ di tempo – il giusto, senza eliminarli – ai “Promessi sposi”: correva il lontano 1968. L’ho riletto più volte e di tanto in tanto, quando mi occorre, lo consulto. Tra le cose che più mi hanno colpito, c’è questo sogno dal lager, che Primo Levi racconta così:

“… c’è mia sorella e qualche mio amico non precisato, e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando proprio questo: il fischio su tre note, il letto duro, il mio vicino che io vorrei spostare, ma ho paura disvegliarlo perché è più forte di me. Racconto anche diffusamente della nostra fame, e del controllo dei pidocchi, e del Kapo che mi ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perché sanguinavo. E’ un godimento immenso, fisico,inesprimibile, essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente d’altro fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.
Allora nasce in me una pena desolata, come certi dolori appena ricordati della prima infanzia: è un dolore allo stato puro, non temperato dal senso della realtà e dalla intrusione di circostanze estranee, simile a quelli per cui i bambini piangono; ed è meglio per me risalire ancora una volta in superficie, ma questa volta apro deliberatamente gli occhi, per avere di fronte a me stesso una garanzia di essere effettivamente sveglio.
Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io, benché sveglio, sono tuttora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono qui l’ho già sognato, non una ma molte volte, con poche variazioni di ambiente e di particolari. Ora sono in piena lucidità, e mi rammento anche d’averlo raccontato ad Alberto, e che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti. Perché questo avvoene? Perché il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?”

ScansioneNel ’68 in provincia eravamo – almeno per quello che mi riguarda – carichi di tanti ideali; della guerra e i suoi orrori sapevamo poco, quel poco che capitava sentire narrare quasi per caso da qualche genitore, o da qualche adulto ex- partigiano che capitava d’incontrare, magari, nelle prime osterie che iniziavamo a frequentare. La guerra era terminata “appena” da ventitré anni –  se faccio i conti in questo momento, mi rendo conto che il muro di Berlino è stato già tirato già da ventiquattro anni! Della guerra sapevamo poco, dicevo, e Auschwitz lo conoscevamo meglio attraverso la canzone di Guccini. Poi è arrivato questo professore, con questo libro.

M’è capitato di leggerlo più volte, in particolare negli anni in cui seguivo la guerra di Jugoslavia e poi lavoravo al libro Izbjeglice, perché il libro di Levi era come una guida – estrema – per non perdere l’orientamento. Esattamente un paio di volte m’è caputato d’essere invitato proprio nella giornata della memoria, per parlare anche di queste memorie più recenti, ed ho sempre iniziato leggendo il brano che riporto sopra, così come ho fatto lo scorso anno a Osimo, accostando poi il brano di Levi ad altri racconti – in quel caso dalla Jugoslavia – sulla difficoltà di  ricordare.

Chiudo questa nota con una citazione, di un brano letto questa mattina dal libro “La Fortezza” di Meša Selimović:
Gli dice l’amico, rimproverandolo amichevolmente, perché parlando troppo – per voler dire la “verità” – si è cacciato nei guai:
“Sei andato in guerra molto giovane, senza esperienza, onesto come la maggior parte dei giovani. dalla guerra sei tornato immaturo, così come eri partito.  Confuso anche, perché non credevi che gli uomini possano essere crudeli. Ma ancora di più ti ha confuso la crudeltà nella vita senza guerra. Pensavi, la guerra è terribile, ma perché lo è altrettanto la vita nella pace? E ti sembrava che la gente non lo vedesse e che fosse tuo dovere dirglielo.”
E risponde il giovane protagonista:
“Chi potrebbe capire il mio incessante ricordare i miei compagni morti nei boschi di Hocin, essi rappresentano l’accusa o la parte lesa? A chi posso raccontarlo, a chi importa delle mie piccole soddisfazioni, per le quali la gente riderebbe e che invece io non scambierei per nessuna delle loro: ascoltare il rumore della notte e il suo profondo ululare, guardare incantato lo splendore della luna che si riflette sulle foglie, sentire il respiro di mia moglie nel sonno.”

Mi rinvia, questo passo di Selimovic, ad un altro brano del libro di Levi, forse quello di maggiore intensità e poesia, quasi un controcanto al resto della narrazione contenuta in Se questo è un uomo.  E’ quando Levi cerca d’insegnare l’italiano a “Pikolo“, un belga internato nel campo insieme a lui, e per farlo ritrova nella sua memoria, come in uno squarcio di umanità, il canto di Ulisse:  fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.  Alla fine lo stesso Levi esclama: “era come se anch’io lo sentissi per la prima volta”.

 

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