Il silenzio dell’Europa

Domenica 17 febbraio, dalle 10.15  a Santa Maria Nuova (An):
“MEDITERRANEO UN MARE DI PACE: I DIRITTI NON SONO CLANDESTINI”.

images-1Quanti rifugiati sono inghiottiti dal mare, nella indifferenza dei più? “Un giorno a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril – leggiamo sul blog di di Fortress Europe) – saranno eretti dei sacrari con i nomi delle vittime di questi anni di repressione della libertà di movimento. E ai nostri nipoti non potremo neanche dire che non lo sapevamo. Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa almeno 18.673 persone. Di cui 2.352 soltanto nel corso del 2011. Il dato è aggiornato al 10 novembre 2012 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 24 anni.”

Per questo è molto importante l’iniziativa del Comune di Santa Maria Nuova, che pur essendo lontano fisicamente da quelle zone vuole comunque dimostrare la propria vicinanza, conferendo la cittadinanza onoraria a Giusi Nicolini,  Sindaco di Lampedusa, e a Laura Boldrini, già portavoce dell’UNCHR, domenica 17 febbraio, con una cerimonia alle 10.15  in Consiglio comunale. Seguirà alle 10.45 all’ex teatro comunale un dibattito dal titolo “MEDITERRANEO UN MARE DI PACE: I DIRITTI NON SONO CLANDESTINI”.

Al Comune di Santa Maria Nuova l’idea dell’iniziativa è nata dopo l’appello lanciato lo scorso novembre dal Sindaco di Lampedusa (che riporto di seguito); l’appello è stato letto ed è stato al centro già della festa “Gente in cammino” organizzata a Jesi lo scorso dicembre dal Circolo Arci Shambhala, insieme alle ospiti del progetto sprar gestito a Chiaravalle dall’Arci di Ancona.

L’appello del sindaco di Lampedusa all’Unione Europea
UnknownSono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa.
Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?
Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.
Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra.
Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa  motivo di vergogna e disonore.
In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.
Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene  consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza.
Giusi Nicolini

9627-1Durante lo stesso incontro – “Gente in cammino”  – che abbiamo avuto in dicembre a Jesi, oltre all’appello del Sindaco di Lampedusa sono stati letti alcuni brani dal diario di un rifugiato che è stato costretto ad affrontare quel viaggio ad alto rischio, pieno di incognite, attraverso il Sahara e il Mediterraneo, senza la certezza di essere accolti quando alla fine si riesce ad arrivare.
Di giorno guardavamo il sole e di notte le stelle
“Il viaggio in mare è stato molto difficile, anche se era luglio. Si può viaggiare solo d’estate perché le barche sono piccolissime e sono scoperte, e quindi d’inverno sarebbe troppo freddo, anche se molti partono in qualsiasi stagione, appena hanno la possibilità di partire.
Le cose che avevamo portato per mangiare e bere erano sufficiente soltanto per due giorni, perché quando parti ti dicono che il viaggio è breve e si arriva dopo 12 ore, così non ti porti quasi nulla. Ma non è vero, il viaggio è più lungo. Abbiamo finito tutto il pane e l’acqua dopo due giorni e possiamo dire di essere stati fortunati a restare in mare soltanto 5 giorni. Ci sono barche che restano disperse in mare anche 8 o 10 giorni o ancora di più, e così molti muoiono di fame e di sete, dopo aver fatto tanta strada a piedi o coni pulmini in mezzo al deserto o essere stati in prigione pur di arrivare in Europa.
Ci sono anche barche intere che spariscono nel nulla, affondano e non si riesce più nemmeno a sapere come siano morti o scomparsi. Si sa soltanto che sono partiti e non sono mai arrivati sull’altra sponda. Ci sono tanti episodi di cui si continua a parlare, anche per mesi, senza riuscire a sapere nulla. Spesso sono persone che conosciamo personalmente, con cui siamo partiti insieme dal paese o che abbiamo conosciuto durante il viaggio, abbiamo diviso insieme i disagi. Altre volte sono amici o parenti di nostri amici. Qualche volta se ne parla su qualche giornale, altre volte nemmeno si sa nulla di preciso
Sulla nostra barca invece è morto un ragazzo nigeriano. Stava male ed è morto, in mezzo a noi, senza che noi potessimo fare nulla. Noi eravamo 25 persone: 8 o 9 nigeriani, 10 eritrei e 5 o 6 etiopi e questo ragazzo ghanese che ha preso il posto del pilota. C’erano anche alcune donne sulla barca, due nigeriane e tre eritree. Con una bambina di 3 mesi: mamma mia quella bambina… stava piangendo quando è arrivata, però per fortuna gli è andata bene.
Noi siamo arrivati grazie a questo ragazzo ghanese di diciassette anni. Lui non era mai stato in Sicilia e non aveva mai attraversato quel mare però avevamo una carta e una bussola, e così di giorno guardavamo il sole e di notte le stelle.
Sembra incredibile eppure è proprio così che abbiamo viaggiato e trovato la nostra via in mezzo al mare.
Quel ragazzo è stato bravissimo, durante quei 5 giorni non ha mai dormito, un giorno ha anche pianto, c’era il mare mosso, lui diceva “basta, la nostra vita è finita”, eravamo tutti impauriti e stavamo pregando con lui. Io faccio fatica ancora oggi a credere che cosa ho passato e come abbiamo fatto ad attraversare il mare, la barca era piccolissima e bassa e mi sembra ancora impossibile che siamo riusciti ad arrivare.”

2f5ac48edfc972e696a60292f0ce0767__“Mediterraneo un mare di pace” non è uno slogan ma un impegno e un programma preciso: dal 26 al 30 marzo è previsto a Tunisi il Forum Sociale Mondiale 2013, uno straordinario incontro e una straordinaria occasione per intrecciare insieme i percorsi sociali dal basso delle sponde sud e nord del mediterraneo, nell’esperienza già tracciata dal primo forum che si tenne a Porto Alegre (Brasile) nel 2001.

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