Le spese militari (“viva la guerra?!”)

“Le spese militari: a cosa servono, per difendere chi e che cosa?”.  Questo il titolo del secondo e ultimo incontro del ciclo “Viva la guerra?!”, con gli interventi di altri due relatori, diversi tra loro sia per l’argomento specifico trattato da ciascuno che per i punti di vista espressi, arricchendo così ulteriormente le nostre domande e gli spunti di  approfondimento e riflessione.

13Vincenzo Comito, collaboratore della campagna Sbilanciamoci e autore del libro “Le armi come impresa, il business militare e il caso Finmeccanica“, ha presentato il quadro aggiornato delle spese militari nel mondo – pari globalmente a circa il 2,5% del Pil mondiale e di nuovo in aumento negli ultimi anni, secondo i dati e le stime del Sipri (lo Stockholm International Peace Research Institute) – e ha illustrato le tendenze in atto, le diverse strategie militari dei principali paesi, a iniziare dagli Stati Uniti, le nuove direzioni degli investimenti, il complesso degli interessi industriali e militari, la privatizzazione in atto nel settore della difesa e della sicurezza, le strategie delle principali imprese mondiali del settore e la loro propensione ad assumere generali o ammiragli in congedo, fenomeno che potrebbe essere definito un conflitto d’interesse. L’attenzione infine si è soffermata sul nostro paese, sul ruolo della Finmeccanica e delle altre principali imprese, quali la Fincantieri o la Fiat Iveco. Tante le domande che possono sorgere dopo un’analisi così articolata; la più immediata, che possiamo porci, riguarda quale sarà l’impiego di tanti mezzi di distruzione, in cerca sempre di nuovi sbocchi. Tra i tanti aspetti, appare particolarmente preoccupante la spesa per le armi nucleari. Lo sguardo generale all’industria degli armamenti, la consapevolezza della quantità di risorse che vi vengono investite a scapito anche di investimenti sociali,  potrebbe indurre anche al pessimismo chi vorrebbe invece più pace e meno armi, più diplomazia e meno interventi militari, proprio perché dall’analisi si evidenzia la complessità degli interessi in campo e il loro intreccio con chi ha il potere di prendere le decisioni. Come reagire?

24Lisa Clark, dei “Beati i costruttori di pace” e collaboratrice anche delle campagne “Senzatomica” e della “Rete disarmo“, ha iniziato il suo intervento mostrandoci una parte di un video dedicato all’utilizzo delle armi atomiche durante la seconda guerra mondiale, con la distruzione delle città di Hiroshima e Nagasaki, per richiamare l’attenzione sull’assoluta necessità di messa al bando delle armi nucleari; una riflessione anche su che cosa si può fare e sull’importanza della mobilitazione dal basso, in particolare partendo proprio dalle Città,  il ruolo che possono svolgere le città in quanto tali per la difesa delle comunità locali e per la pace, un tema che a questo livello si coniuga direttamente con l’uso equilibrato delle risorse e la difesa dell’ambiente. È possibile, dunque, mobilitarsi e ottenere risultati, come ad esempio negli anni scorsi la mobilitazione per la messa al bando delle mine antiuomo, campagna che ha avuto anche il riconoscimento del nobel per la pace, anche se naturalmente l’argomento richiede che la mobilitazione continui ancora; oppure le campagne per la messa al bando delle armi chimiche e di quelle batteriologiche, facendo leva anche sulle istituzioni internazionali, affinché la loro azione sia più efficace. E tuttavia, proprio quando si può essere almeno parzialmente ottimisti sui risultati ottenuti da certe campagne, ecco insinuarsi proprio qui il vecchio dubbio se può essere sufficiente tutto ciò, oppure occorra porsi, in determinati casi, anche altri tipi di intervento. Ma di che tipo? Se non si vuole cadere nel paradosso che chi decide il tipo d’intervento sia qualcuno intrecciato con quegli interessi di cui sopra?

Ci sarebbe da discutere a lungo, e se ne discute, infatti, non solo da oggi. Personalmente valuto molto positivamente i due incontri, quello di sabato 7 sul tema “Isis, protagonisti e comparse in Medio Oriente“, con Wasim Dahmash e con Cam Lecce e Jörge Grünert, e quello odierno di sabato 14, con tutte le questioni che hanno posto, di cui ho cercato, in un modo assai schematico e anche personale, di riassumere i riferimenti principali. Penso che la cosa più utile sia di valutare i due incontri non tanto per le risposte – di cui non potevano farsi carico – quanto proprio per il loro contributo a porre le domande, da formulare in modo sempre più adeguato per trarne gli spunti utili da approfondire e su cui riflettere, evitando le risposte frettolose, magari pressati dall’emozione dei fatti tragici come ce li presentano i media o, peggio ancora, dalle manipolazioni e propagande di chi ha interessi diversi. Credo che andrebbero ripresi di nuovo tutti i temi trattati in questi due incontri, per ritornarci e discuterli ancora, trovando anche modalità diverse di approfondimento e studio, e soprattutto di confronto e di dibattito, proprio perché si tratta di questioni complesse.

Il ciclo dei seminari è stato organizzato da “L’Altra Europa, comitato Jesi-vallesina”, con la partecipazione di Arci, Anpi, Libera e Comitato Italia Cuba.

link utili: SIPRI, yearbook 2014, sintesi in italiano

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https://tulliobugari.wordpress.com/
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