Il passato è un paese straniero in cui si parla in un altro modo

guernicaIl libro di mio fratello, di Bernardo Atxaga, Einaudi editore.
“Il passato è un paese straniero in cui si parla in un altro modo”, scrive Atxaga citando lo scrittore inglese Hartley. Ho trovato la lettura molto interessante; è una storia raccontata con lentezza, secondo un ritmo al quale non siamo più abituati, sempre più spinti alla bulimia della quantità da leggere o vedere, da incamerare in fretta e a dosi giganti. Il protagonista vive in California e scrive un memoriale della sua vita, iniziata circa cinquanta o sessanta anni prima in un paese tra San Sebastian e Gernika – quella del bombardamento e del quadro di Picasso -, dove ha vissuto fino alla metà degli anni Settanta. Il memoriale però lo scrive in lingua basca, che nessuna delle persone care attorno a lui è in grado di leggere, e inoltre ne stampa solo tre copie, di cui una destinata alla biblioteca del suo paese natale. Dopo la sua morte la moglie affida questa copia al suo più caro amico, amico fraterno, il quale prima di consegnarla ne fa una copia e poi la riscrive, come se ripassasse un’incisione fatta sulla corteccia di un albero. Come un fratello. Da qui il titolo del libro. Se vogliamo, questo inizio è anche una metafora sull’impegno della lettura, per invitare il lettore ad una lettura dai ritmi calmi.
Senza titoloLe storie raccontate, rievocate, riaggiustate, riferite anche più volte da angoli visuali diversi, sono per lo più le storie dell’adolescenza al paese, a metà degli anni Sessanta, la ricostruzione di un mondo in transizione, tra le piccole goliardie dei giovani, le prime avventure e delusioni, i conflitti generazionali, comprese le scoperte, a poco a poco, delle vicende accadute negli stessi luoghi durante la guerra civile, le responsabilità dei colpevoli e i torti subiti dai vinti. Tutto emerge a poco a poco e procede tra strappi e traumi ma anche in parallelo al passaggio dall’adolescenza alla gioventù, come una sorta d’iniziazione, fino a lasciare al lettore – ma sempre soltanto col procedere della storia e sempre in modo molto graduale, tra salti in avanti e ritorni indietro per riapprofondire e mostrare ulteriori punti di vista – gli ultimi racconti da svelare, che questa volta riguardano direttamente i protagonisti – le loro vite, le scelte e anche gli errori – come se si trattasse di un’ulteriore e questa volta più consapevole maturazione. Protagonista – oltre ai due personaggi che scrivono e riscrivono il memoriale uno sulle tracce dell’altro – è la terra basca, con le sue persone, i suoi paesi, le sue vicende difficili, le intimità del suo mondo, e la lingua, che l’autore usa spesso, per denominare cose e concetti e soprattutto gli oggetti e i pensieri più intimi, trasmettendoci – come farebbe un poeta – la sonorità di quella lingua che, dicono, sia più antica della prima lingua indoeuropea.
(nelle foto, la piccola stazione ferroviaria di Gernika e  un riproduzione sulla strada del celebre quadro di Picasso, quando qualche anno fa sono passato a visitare il museo alla memoria del bombardamento della città)

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