Il futuro (riflessioni)

04_emigrazione_genova_672-458_resizeLeggevo questo articolo di Francesco Ciafaloni, con una riflessione sulle differenze e somiglianze tra la grande migrazione dal meridione d’Italia negli anni ’50 e ’60 e le attuali migrazioni dal resto del mondo, con riferimento in particolare alla città di Torino, e citando anche il libro “pioniero” di Goffredo Fodi intitolato “L’immigrazione meridionale a Torino” , e mi sono ritrovato questo paragrafo che estraggo e riporto qui sotto, che sposta invece lo sguardo al futuro e mi pare anche in sintonia, ahimè, con analisi che mi è sempre capitato di fare, e a cui ho accennato anche nel recente intervento in consiglio comunale, di benvenuto ai nuovi cittadini italiani. Il paragrafo di Ciafaloni che cito s’intitola “Il futuro” (la foto invece è di Uliano Lucas ed è tratta da questo sito).

“Nessuno sa come andrà.
Per l’immigrazione meridionale le cose sono cambiate molto negli anni. Ciò che ho visto io, arrivato a Torino nell’estate del ’66, è un mondo diverso da quello del libro di Goffredo. Difficilmente però questa volta le cose andranno allo stesso modo.
Di sicuro il sistema è instabile, non solo perché l’equilibrio è un caso, ma perché la demografia italiana non promette nulla di buono per le badate da qui a venti anni.
Ora hanno 80 anni le donne nate nel ’20 (che sono poche perché quella generazione ha avuto buoni motivi per morire e per emigrare), che avevano 30 anni all’inizio degli anni ’50, quando la fecondità era di 2,5 figli per donna. Mediamente, per ogni vecchia c’è più di una figlia, che può curarla di persona o decidere di prendere una badante, e pagarla. Tra venti anni avranno 80 anni le nate nel 1950, che sono molte perché sono nate nella prosperità, con la mortalità infantile a livelli europei, e che, tra i 25 e i 35 anni, tra il ’75 e l’85, hanno fatto poco più di un figlio a testa. Non ci saranno abbastanza figlie, in media, non solo per pagare, ma anche per decidere.
Questa è una società di single. Le vecchie – e i vecchi, che saranno un terzo delle vecchie, se continua come ora – non avranno discendenti in grado di prendersi cura di loro, direttamente o indirettamente. Ci vuole un sistema sociale, non famigliare. Se non ci sarà, come credo, e se il Sistema sanitario nazionale non riuscirà a far fronte, i vecchi moriranno.
Il nostro provvido governo ha pensato di legare l’età di pensionamento all’attesa di vita. Temo che la misura farà la fine del provvedimento del governo di pagare la parte dei mutui a tasso variabile che superava il 4%. Il tasso variabile è sceso al di sotto del 4. Così, temo, l’attesa di vita scenderà, come è scesa nelle società troppo divise tra ricchi e poveri e in disfacimento e abbasserà l’età di pensionamento. Spero di non dare un contributo personale all’abbassamento.
Non ci sarà un’onda che ci porti con sé verso l’alto, come, più o meno è avvenuto fino agli anni ’70 e, con una folle politica di disavanzo, negli anni ’80.
Al momento sono proprio le pensioni e la spesa pubblica a tenerci in acque non molto agitate, ma in futuro ci salveranno soltanto la cittadinanza condivisa, dovunque si sia nati, l’apertura, la solidarietà tra tutti, soprattutto con gli stranieri.”

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