I martiri di via Cannuccia: chi erano?

“Chi erano? Guardando il cippo che si trova proprio davanti casa mia, mi sono chiesto qual era la storia di quelle persone, così ho iniziato a fare una ricerca, per trovare chi abitava qui a quel tempo e farmi raccontare qualcosa.”
bbbInizia così, martedì scorso al circolo Arci F.lli Cervi, il racconto di Adelmo Calamante, socio sia dell’Arci che dell’Anpi di Jesi, che da vero autodidatta, spinto dal più genuino dei sentimenti, quello della curiosità, ha iniziato una sua ricerca personale partendo proprio dal cippo, una pietra con dei nomi incisi, messa lì per ricordare. Ma poi, per ricordare davvero, ci vuole qualcuno che quella memoria la fa rivivere. Così ecco Adelmo che cerca documenti e notizie scritte in alcuni libri, talvolta anche con discrepanze tra loro, partendo da un fascicoletto di Don Ezio Balestra, con appunti che risalgono al tempo della guerra, o dai libri di storia della resistenza di Giacomini o di Luconi, fino a trovare anche testimonianze di qualcuno che allora era ragazzo ma dei fatti di quei giorni, per la loro drammaticità, ha conservato dei lucidi ricordi.
Ci sono anche discrepanze tra tutti i racconti ma funziona un po’ come con gli sguardi che si lanciano da angolazioni diverse, che confrontate tra loro riescono però a ricostruire qualche dettaglio in più, restituire non solo un significato alla memoria di quelle vittime, ma anche a dare una vivida e immediata immagine, come se fosse accaduto pochi momenti fa, sotto ai nostri occhi. Gli episodi legati a via Cannuccia – che allora si chiamava via Torre, perché la strada da qui iniziava a salire verso la Torre di guardia, poi fatta saltare dai tedeschi, sù a Santa Maria del Colle – si inquadrano negli avvenimenti dei mesi che precedono la battaglia di Filottrano, strategica per la liberazione di Ancona.

2173456Ricorda così, Patrizia Rosini, storica e ricercatrice di questi avvenimenti accaduti nei nostri territori. In quel periodo aumentano di frequenza le azioni di tedeschi e di fascisti volte a terrorizzare la popolazione, e in particolare i contadini, rei di aiutare i disertori, i renitenti, i partigiani in montagna.
Alcuni giovani costituiscono una banda partigiana anche in queste zone, conosciuta come Gruppo Alvaro, ma si tratta anche di una storia cosiddetta minore, secondo alcuni controversa, perciò lasciata un po’ in disparte ma che, forse proprio per questo, meriterebbe, seppure dopo così tanti anni, di essere ripresa, scoperta, approfondita, valorizzata. Soprattutto tenendo conto della giovane età dei partecipanti, ragazzi che non avevano frequentato nessuna accademia ma si ribellavano ugualmente a quello stato di cose.
I rastrellamenti dunque sono frequenti, talvolta guidati, come quando si va a colpo sicuro per scovare un renitente che dovrebbe nascondersi da quelle parti. L’episodio, o gli episodi, perché forse si tratta di più storie che si sommano insieme, quelle delle famiglie ricordate nel cippo, i Carbonari (il padre Nazzareno, di 44 anni e i figli Cesare e Mario, quest’ultimo di soli 17 anni, il cui nome sul cippo per errore è diventato Manlio), i Nicoletti (Domenico e Luigi), e poi Umberto Carletti, un diciannovenne renitente alla leva. I primi dovrebbero essere stati uccisi, oppure catturati, dalle parti di Filottrano, i secondi nella contrada Gangalia, proprio qui sopra. Su questi ultimi le testimonianze raccolte sono più ricche di dettagli, si percepisce in modo immediato la dinamica dell’efferatezza in atto, l’irruzione improvvisa in casa, le persone trascinate fuori e allineate sul portone per essere fucilate, pare che ci sia anche una donna poi lasciata andare o scappata per ricongiungersi al suo figlioletto, qualche altro che grida di non fucilarli lì, davanti casa, sotto agli occhi dei bambini, e poi le persone trascinate dietro casa, oltre un fosso, uno che tenta di scappare o resistere e gli sparano una raffica alla schiena, gli altri con le mani legate dietro la schiena e poi finiti con un colpo alla nuca. Gli episodi sono più di uno e le storie diverse, che si sommano, e i nomi finiscono tutti sullo stesso cippo. “Tante singole storie che contribuiscono a disegnare un unico quadro”, sottolinea Patrizia Rosini, e l’immagine può essere estesa, credo, all’intera storia della Resistenza, perché non fu un esercito di coscritti ma la spontaneità di un’intera popolazione, ciascuno da dove si trovava.
La serata è stata molto emozionante, soprattutto per la sua spontaneità, partita da una singola curiosità, che ha stimolato un lungo lavoro di ricerca; erano presenti una cinquantina di persone, la sede del circolo stracolma. Adelmo è stato introdotto da Daniele Fancello e accompagnato poi nel suo racconto da Patrizia Rosini, con i commenti sul contesto storico, e da Aroldo Cascia, che ha auspicato la sistemazione dei risultati della ricerca in un opuscolo o libretto adeguato.
Ho avuto anch’io il piacere di intervenire, in chiusura, invitato a raccontare in questa sede delle mille altre storie – quelle, appunto, che contribuiscono a disegnare un unico quadro – che incontriamo e incontreremo di nuovo, con la Staffetta della Memoria, in bicicletta sulla Linea Gotica dal 25 aprile al 1° maggio.
Ma il compito di spiegare lo spirito della Staffetta, nel riscoprire le memorie attraverso un viaggio in bicicletta, me lo ha facilitato un ragazzo di terza media, presente all’incontro con altri amici, accompagnati dal professore Claudio Sbaffi, che da qualche anno organizza per il 25 aprile, qui a Jesi, l’iniziativa “la memoria va in bici”, un itinerario in città con i ragazzi delle media Lorenzini – a cui si aggregano spontaneamente anche altri – sui luoghi storici della città: quest’anno partiranno dagli Orti Pace, dove c’è un cippo dedicato a Riccardi, un bersagliere morto nella battaglia di Montegranale, un episodio legato alla battaglia di Filottrano, poi proseguiranno per il cippo di via Cannuccia, di cui abbiamo parlato durante la serata, da qui si sposteranno al cippo di via Montecappone, in ricordo dei martiri del XX giugno, e alla fine arriveranno all’Arco Clementino, per unirsi al tradizionale corteo del 25 aprile, una delle più sentite manifestazioni che si svolgono da sempre in città.

“E’ importante ricordare i cippi – diceva Claudio Sbaffi – che spesso sono dimenticati e inosservati, e arrivare in bicicletta serve a riportarli alla nostra attenzione”. E un suo alunno aggiungeva: “Noi in questo modo portiamo anche un po’ di leggerezza, per il modo con cui affrontiamo il percorso, non solo l’angoscia: il nostro è un modo semplice che però ci fa conoscere anche le cose dure!”. Il 25 aprile, con la Staffetta della Memoria, noi in quel momento saremo in partenza dal comune di Forno, vicino Massa, sulle Apuane, ed è bello sapere che anche a Jesi, in quel momento, un staffetta di ragazzi si sposta lungo le memorie della città, con un progetto analogo al nostro.

Insomma, una serata piena, partecipata, con persone di tutte le generazioni. Ciò che ho riferito qui sopra è solo una piccola parte. L’auspicio è che questi percorsi di memoria, non siano solo rievocativi ma anche permeati da iniziative odierne, che rendano quella memoria viva. E nell’immediato, che la ricerca presentata in anteprima da Adelmo si traduca presto, anche attraverso la collaborazione di un lavoro collettivo, in una storia che tutti possano leggere.

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