L’aviatore (della Sibilla)

L’aviatore (della Sibilla)
di Tullio Bugari

“Portatevi una bici e vi conduco in un posto magico.”
“Prendo quella di zia.”
“Io ho la mia.”
“Se torniamo presto ne frego una ai Cordari: mica s’accorgono!”
“Domandagliela.”
“Sììì… ieri a pallone li ho colpiti con un tiro e mi hanno corso dietro.”
“E se s’accorgono?”
“La lascio da lontano.”
“Allora, alle scalette della scuola alle 2 dopo pranzo.”

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Dev’essere stato il 1964. La mia famiglia s’era trasferita dalla campagna in città da quattro anni, e l’idea di mostrare ai miei amici un posto di cui ignoravano perfino l’esistenza, mi stuzzicava. Non esageravo a definirlo magico, era così insolito che la magia non avremmo faticato a mettercela noi.

La ricordo come una giornata di settembre ancora calda, e di vacanza. La scuola era al centro del quartiere Prato e le scalette del portone di sinistra, quello sempre chiuso, il nostro ritrovo. Quando eri solo ti sedevi lì e dieci dopo c’era già un gruppo di amici a chiacchierare. Ci ritrovammo in cinque con le bici, non ci fu bisogno di rubarne una ai Cordari, aveva provveduto nel frattempo uno zio generoso, però senza saperlo.

Partimmo. Le vie erano due. La prima, lungo la statale per Chiaravalle, più breve, tre o quattro chilometri in tutto: allora bastava compiere piccole distanze per raggiungere altri mondi.  La seconda però s’avventurava da subito nella campagna, per una stradina bianca di sassi giusto dietro la chiesa di San Savino, e poi oltre il Cascamificio. Più avanti attraversavi a piedi, chinandoti sotto le sbarre, il binario della ferrovia e poi il ponte sulla Granita, alto. Scelsi questa, più ricca dell’altra.

Procedevamo con andatura lenta, già sognanti, ragazzini di undici o dodici anni con biciclette da donna più grandi di noi, e pesanti, soprattutto le più vecchie, ricordi di altre epoche. A tratti correndo e in altri spingendo a piedi, fermandoci vicino ai rovi in cerca delle ultime more.

Spesso allora le strade di campagna entravano dritte nel cortile di una casa. Se il cancello era chiuso lo aprivi tranquillo, se c’era il contadino in giro lo salutavi, attraversavi l’aia, aprivi il cancello dall’altra parte e riprendevi la strada, che proseguiva come se niente fosse. Un saluto. Ci ho riprovato da adulto ma il contadino non c’è più, al suo posto cartelli di proprietà privata e cancelli con i lucchetti.

La strada che percorremmo quella sera era di transito, non attraversava le aie dei contadini, incontrava invece altre stradine. Quelle sulla destra scendevano al fiume, dove oggi c’è l’oasi del wwf. A quel tempo c’erano le cave di breccia, che i carrettieri portavano in città stando alti in piedi sul mucchio di sassi sopra al carretto trainato da un cavallo. Un carretto con i pneumatici di gomma, come un autocarro. Oggi al posto delle cave c’è un laghetto che accoglie aironi e altri uccelli migratori. Lungo la stradina prima dell’oasi c’è un cavallo chiuso in un recinto ma non ha nessun carretto. La breccia allora la toglievano anche dal letto del fiume, dove i carretti ma anche i camion entravano tracciando piste di terra. Allora entravi facilmente nel fiume, e i contadini portavano via i tronchi morti degli alberi che la corrente d’inverno aveva trascinato nell’acqua. Potevi percorrere quelle piste anche in bici, e da queste si diramavano sentieri verso angoli nascosti tra gli alberi, in cui giocare, o fare il bagno. Uno era presso la chiusa della centrale dell’Enel, due metri di acqua, ti potevi tuffare dal ramo di un albero sulla riva che si spingeva provvidenziale sopra la corrente.

L’avevo già fatto scoprire ai miei amici, e comunque ne avevamo tanti di posti simili lungo il fiume, così proseguimmo fino a dove la strada costeggia dritta un largo campo vuoto, come un vuoto nella campagna, delimitato da una vecchia rete.

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Ora pedalavamo in fila indiana. Nessuno chiedeva e io aspettavo. In fondo più avanti sulla sinistra, prima della statale a cui stavamo tornando, c’era una montagnola di tre o quattro metri e larga e lunga una dozzina. Ricoperta d’erba. Adagiammo le bici.

“Facciamo finta che è una montagna e noi gli esploratori.”

Non litigammo nel dividerci i ruoli. Salimmo. Anzi, ci arrampicammo, lentamente, la montagnola era piccola come un gioco e non volevamo finirla subito. L’ultimo metro lo strisciammo con la pancia sull’erba, eccitati ma sotto voce. Prima scorgemmo lontano sullo sfondo il campanile e le torri della città, e dietro ancora la linea delle montagne con la gobba del San Vicino. Poi lo sguardo dilagò improvviso sulla piana stesa davanti a noi. Avevamo ritrovato la mitica base spaziale dimenticata in mezzo… alla Roncaglia.

Il vecchio aeroporto militare di Jesi, attivo durante la guerra, venti anni prima, ma anche a inizio secolo con i suoi dirigibili. Non c’era quasi più nulla, solo un paio di vecchie piste con buche rattoppate, dalle quali comunque la domenica s’alzavano ancora in volo, negli anni ’60, piccoli trabiccoli turistici a due posti. Riuscii pure a salirci, un anno dopo di quella sera, un volo di dieci minuti sulla città Jesi, le sue mura e più in là il Prato, visto dal cielo, con scuola e Cordari compresi.

C’erano ancora abbandonati dalla guerra gli scheletri di vecchi hangar. Vi entrammo. Io immaginavo mio padre, che ci aveva lavorato, dopo la guerra, a smontare, mentre là in fondo magari un aereo superstite prendeva il volo per il suo ultimo cielo. Quando ritornammo sulla montagnola giocammo ancora, poi non ci siamo più andati, è stato quello l’ultimo ricordo.

Trent’anni dopo, in un giorno di agosto, salii su una montagna vera, il Monte Priora, per superarlo e scendere di là, dentro la gola dell’Infernaccio, dirimpetto alla Sibilla. Un’altra specie di gioco, facciamo finta che… chi fingeva era mio figlio che camminava insieme a me. Durante la discesa perdemmo il sentiero, l’erba era troppo alta e vagando incontrammo un pastore di oltre settant’anni. Seguiva con un binocolo le sue pecore guidate dai cani, sull’altro costone, quello con la Sibilla sullo sfondo. Noi eravamo i primi viandanti che lui vedeva passare da due settimane. Ci raccontò che era stato militare in aviazione a… Jesi, durante la guerra, in quell’aeroporto. Chissà dove sarà ora? L’ho sempre immaginato come l’aviatore incrociato da mio padre prima di prendere il volo quel giorno per la montagna, e non era stato più capace di scendere dal suo cielo, dove così ero salito io, inseguendo ancora una volta chissà quale immaginazione, come in quel lontano pomeriggio da ragazzo.

cordaro-300x244Questo racconto l’ho scritto e letto in pubblico per la “Festa del Cordaro”, il 28 agosto 2016 a Jesi; l’invito mi ha stimolato vecchi ricordi tra infanzia e adolescenza, legati ad un quartiere nel quale ho vissuto per alcuni anni, e ricordi un po’ meno vecchi, di un curioso incontro con un vecchio pastore sul Monte Priora, che da ragazzo, durante la guerra, aveva fatto il servizio militare presso l’allora aeroporto di Jesi.  Mentre leggevo, sotto il palco e in mezzo al pubblico, Pietro Montesi, un “cordaro” di Jesi, o per essere più precisi, “del Prado”, girava la ruota e filava la corda come negli anni giovani della sua attività, quando noi ragazzini ci giocavamo a pallone attorno, dando ovviamente fastidio.  La foto dei “cordari”  è tratta dal sito del Comune di Jesi; la foto dell’aeroporto negli anni Trenta dal sito  “terra di grandi imprese”.