L’ape e l’architetto

DSC_0034 - Version 2Chissà quando questa metafora iniziò ad ispirarmi la filastrocca di ricordi che mi riconducono a mia madre? Quanto tempo richiese, per dispiegarsi, quel cammino fatto di trame? L’ordito. L’architetto lo pensa il suo progetto, e lo disegna, lo divide in sequenze che affida a maestranze preparate, e poi supervisiona, calcola, osserva, attende con ansia la realizzazione. L’ape agisce, è operosa, è lei la maestranza di se stessa e non si ferma mai, è paziente nel seguire il ritmo delle sue sequenze, non sa nemmeno cosa sia la pazienza, semplicemente la vive come un dato della sua natura, le è congenita.

Vicino alla nostra casa di campagna, quando ero bambino, c’erano delle arnie, in fila, colorate, sollevate da terra come piccole palafitte. Avevano un’apertura tonda al centro, sul lato rivolto al sentiero. E le api entravano e uscivano rispettando ognuna il suo turno, si fermavano sospese nell’aria e ripartivano verso la loro direzione. Il sentiero attraversava quel ronzio ordinato, ma se camminavi tranquillo le api ti aprivano un varco e ti osservavano pazienti, ronzando. Veniva voglia anche a me di ronzare, ma sottovoce. Poi tutto riprendeva, anzi, non si era mai interrotto, anche io ero parte di quel mondo, lo vivevo come un dato della mia natura, mi era congenito.

Trascorrevo le giornate nello spazio protettivo di quei campi, gironzolando anche io come un’ape attorno a mia madre, che lavorava china sulla terra, offrendo la sua schiena a quel cielo che doveva essere pesante. Spesso da sola. Non aveva il tempo di sollevarsi e controllarmi con lo sguardo, reputava sufficiente ascoltare i rumori che ero capace di produrre, zappettando un poco più in là, oppure mentre arrampicato su un albero lanciavo sassi o catturavo lucertole.
Spesso giocavamo ai numeri, gareggiavamo a chi riusciva a contarne il più a lungo, inanellando filastrocche fatte solo di parole ma che ripensandoci ora sembravano già concetti lanciati lontano, in esplorazione verso la vita.
Ogni numero in più era un ulteriore passo verso qualcosa che mi pareva di avere già raggiunto, ma poi ce n’era sempre un altro ancora e ancora uno di nuovo, come una pazienza lenta e infinita, che vivi come un dato della tua natura, ti è congenita.

Mi faceva raccogliere legni, qualche volta, mia madre, a gruppi di dieci e di dimensioni diverse. Il mio orizzonte si è sempre popolato di spazi rapporti e proporzioni, e dimensioni temporali, che puoi sommare o scomporre, a tuo piacimento: mi sentivo il padrone del tempo, era questo il luogo dello spazio che preferivo, sotto a quel cielo che io volevo leggero.

Mi dicevano che la mia mente era matematica, con i numeri non avevo problemi, mi erano congeniti. La lingua no. L’italiano, la scrittura, non facevano per me, ero troppo prolisso. I contadini non sanno esprimersi e se la fanno lunga, annoiano. La vita e le cose da raccontare per me erano una filastrocca ordinata di numeri che non finiscono mai. Ma se ne sei capace puoi anche saltellare qua e là e scoprire nuove relazioni, come io saltavo qua e là attorno a mia madre, che ripeteva con me quelle filastrocche e poi scivolava via verso altre storie, appena un numero evocava una data o un’età, o un’emozione già vissuta. Racconti da ripetere ancora e ancora più volte, come scantafavole della vita.

Ha sempre chiacchierato molto mia madre, forse non sopportava il silenzio e lo sfidava di continuo, non gli dava tregua. Forse aveva bisogno di essere rassicurata che quelle storie
DSC_0032 - Version 2un giorno qualcuno le avrebbe ricordate, e poi narrate ancora, senza fermarsi.
Anche da adulto – orami lontani da quei campi – mi piaceva farla chiacchierare. Bastava un niente e lei partiva, s’inoltrava nella sua memoria saltellando qua e là nei ricordi. Ne era capace. Parlava alzando lo sguardo di tanto in tanto, poi tornava a controllare che le sue mani continuassero sicure il loro lavoro, senza commettere errori. La sinistra sosteneva l’ordito e la destra vi danzava dentro reggendo l’uncinetto. E lo sguardo che sollevava non era sempre per me, si alternava invece con il disegno del suo progetto, preparato con pazienza durante il giorno, su un grande foglio a quadretti, dove aveva immaginato trame di fiori, di farfalle o colombe, o barche con la vela.
La maestra dell’uncinetto. Ape operosa e tenace, o architetto che indugia nelle pause dell’ordito? Ape che dimentica la sua pazienza e si fa ansiosa, sa che deve aggiungere sempre un altro nodo se vuole tenere tutta insieme questa vita più ampia di qualsiasi filastrocca mai immaginata.

I suoi racconti andavano con maggior frequenza al periodo dell’Italia buia.
Il primo giorno che aveva visto i fascisti entrare a Chiaravalle, caricati su un camion chiassosi e strafottenti, ad azzardare incoscienti con gli istinti cattivi della gente.
O quel partigiano chiuso per mesi in soffitta, a spiare attraverso gli occhi dei contadini i movimenti dei tedeschi, da ritrasmettere via radio al comando nazionale.
O il mitra nascosto nel letto di sua figlia. E quei soldati poco più che ragazzi, che davvero erano entrati in casa cercando l’arma dappertutto. Poi avevano seguito lo sguardo della madre, sussurrandosi qualcosa tra loro in quella lingua incomprensibile, e avevano scelto di non svegliare quella bambina che dormiva il sonno degli innocenti.
O quel rifugio grattato via da sotto la terra, quasi con le mani, per scampare alle bombe degli Alleati, che preferivano procedere sicuri. Come il bombardamento dell’ospedale di Chiaravalle.
O mio padre e i suoi compagni, che di notte andavano a prelevare viveri e vestiti nel magazzino dei tedeschi, per spedirli in montagna a chi ne avrebbe fatto un uso migliore. Era normale per quei contadini fare ciò che si poteva, per cacciare via quell’esercito straniero che non aveva radici in questa terra. Nessun eroismo o calcolo, nessun disegno o progetto, erano come delle api generose, che agiscono così perché questa è la loro natura, gli è congenita.

O la storia di quella donna a cui aveva salvato la vita, raccontata più e più volte e ogni volta fresca come la prima volta, come se quella vita ogni volta tornasse ad apprezzare se stessa, contenta di esserci stata una volta in bilico con se stessa e ora potersi riascoltare di nuovo ma da lontano. Attraverso il ricordo annodato con cura in quella trama, e che torna ad annodarsi ogni volta che è capace di ripetersi. Come una scantafavola. Quella donna amica di famiglia era rimasta catturata per le mani, in quel cortile, da un filo di ferro attraversato dalla corrente, che non voleva mollarla, e mentre tutti si sparpagliavano accapigliandosi nei loro passi convulsi e confusi, gridando persi, mia madre aveva fermato il tempo giusto l’attimo sufficiente per dare uno sguardo attraverso, cercando il giusto rimedio, che di solito sta lì fermo da qualche parte, banale, davanti ai tuoi occhi ma tu potresti non avere occhi per vederlo. Come l’architetto che indugia sulle sue trame e getta loro uno sguardo d’insieme. Aveva raccolto da terra una tavola di legno e gliel’aveva appoggiata sotto i piedi, liberando l’amica con delicatezza da quell’abbraccio terribile.

Raccontava tutto questo tra un nodo e l’altro del suo uncinetto, come se lavorasse senza sosta anche i suoi ricordi.
Una sera, io ero già un ragazzo maturo – insomma, autonomo negli anni! – lei raccontava una di queste storie mentre lavorava con l’uncinetto seduta più in là, sul divano, e io a tavola mangiavo la mia cena, quando sullo schermo del televisore appare la mia faccia. Era accaduto la settimana prima, alla città universitaria di Roma. C’erano state brutte cariche della polizia, ne avevano parlato tutti i notiziari, un lacrimogeno aveva incendiato un appartamento, dei fotografi erano stati picchiati e altri avevano fotografato tre poliziotti che tenevano stretto un ragazzo – anzi, un compagno – e gli affondavano una lima, sì, una lima da falegname, chissà dove l’avevano raccolta, gliela infilavano nella milza: ora era in ospedale in gravi condizioni.
Il giorno dopo c’era stata una grande manifestazione per le vie di San Lorenzo ma un gruppo più ristretto era tornato dentro la città universitaria, per cacciare via la polizia, più numerosa di loro. Si erano fronteggiati a lungo, minacciandosi a vicenda con un colorito miscuglio di insulti romani e varie città del meridione. La televisione aveva avuto il tempo di arrivare, sistemarsi e riprendere quel manipolo. Anche io ero lì, senza un passamontagna, a volto scoperto, beato e tranquillo, come un cartello stradale. E proprio in questo istante la televisione mi dedicava un bellissimo primo piano.
Mia madre aveva da controllare le trame del suo uncinetto, e delle storie che mi stava raccontando. Non alzò mai gli occhi durante quella lunghissima decina di secondi. Non l’ho fermata. Non gli ho detto: guarda tuo figlio! Avevo paura di scombussolare i suoi nodi. Io non ero un’ape operosa. E nemmeno un architetto, credo. Comunque non ci picchiammo quel giorno, la polizia andò via davvero e noi potemmo recarci a pranzo tranquilli, non si era fatto nemmeno troppo tardi.
Forse accadeva ancora come quando ero bambino, lei china sul suo lavoro e io a scorazzare qua e là, senza combinare mai, o quasi mai, guai più grandi del normale. Ora ero maturo – sì, lo ripeto, nel senso dell’età! – e mi ero soltanto allontanato un po’ di più. Per il resto, continuavo ad arrampicarmi verso il cielo, per lanciare chissà che cosa, e sperando di non combinare guai più grandi del normale.

Non riesco a pensare a mia madre senza passare attraverso di me, e ricordarmi che io comunque gironzolavo lì attorno, in uno spazio e in un tempo che mantenevano le loro coordinate. A differenza di mio padre, la cui presenza era discreta e si collocava in uno spazio simile a quello del mito, o della fantasia, mia madre c’era, caratterizzava la scena e la rendeva concreta, e anche quando raccontava le stesse storie di mio padre il suo ritmo era diverso, capace di farsi dettaglio e incorniciare quel dettaglio in una scena accaduta davvero in una piega precisa del tempo. Il suo racconto aveva l’agilità del disegnatore di fumetti, capace di mostrarti al tempo stesso il tutto e le sue parti.
Come la trama dei suoi progetti, che disegnava tracciando una crocetta dietro l’altra, dentro i quadratini del foglio, fino a farne un disegno che potevi vedere tutto insieme guardandolo da lontano, e poi lei lo eseguiva un nodo alla volta, con una sequenza che pareva naturale. Le era congenita.

Una sera mi raccontò una storia che le avevano confidato altri: quella dei ragazzi di via Roma trucidati a Jesi la notte del 20 giugno del ‘44. Un racconto forte, capace di trasmettere lo strazio rievocato dalla persona che si confidava, sorella di una vittima, e l’inenarrabile strazio, l’intera notte, delle urla di quei ragazzi, torturati prima di essere uccisi. Inenarrabile, cioè qualcosa che non ci appartiene, non ci è congenito.
Quando raccontava, percepivo nelle sue emozioni la capacità istintiva di collocarsi dalla parte giusta, di capire ciò che è bene e ciò che è male. Senza confusioni. In questo era limpida, come mio padre: nessuna differenza, soltanto due metodi diversi.

Da bambina le sarebbe piaciuto diventare maestra, non lo nascondeva, ne parlava come una specie di vanto, come se il solo raccontarne il desiderio fosse già capace di risarcirla. Ai suoi tempi i meccanismi di selezione sociale – di classe potrei dire, se oggi l’uso di questo vocabolo fosse ancora rispettato – consentivano solo a pochi di proseguire gli studi. Il resto dovevi imparartelo da solo. Ma la sua scuola lei in qualche modo l’ha sempre coltivata, sempre pronta a collocarsi al centro delle conversazioni.

Me la ricordo così già allora in campagna, quando i lavori dei campi richiedevano che si agisse in gruppo, in modo corale. Oppure più tardi, con le sue allieve di uncinetto che ogni pomeriggio venivano a trovarla a casa, per imparare da lei. Ricamavano e chiacchieravano, ma io non ero più lì ad ascoltarle, eravamo già negli anni Sessanta.
E poi Settanta, Ottanta, Novanta…
DSC_0027 - Version 2Una volta, avevo tredici anni ed ero andato con mio padre a farle visita in un ospedale abruzzese, a Teramo, dove era curata con una terapia sperimentale. Un viaggio complicato per noi due, tra treni da cambiare, corriere e infine una città a noi sconosciuta da attraversare a piedi. Era il 2 novembre e c’era anche una certa confusione, soprattutto in prossimità dei cimiteri. Arrivammo da lei e ci fermammo per le ore programmate. Lei stava già bene e aveva creato attorno a sé quella sorta di complicità corale in cui quelle donne si raccontavano allegre o comprensive le loro storie. Ogni tanto sfuggiva via una frase incomprensibile in un dialetto che pareva un’altra lingua, ma lei le riportava tutte ad un italiano più comprensibile, veicolare, come si dice e come fanno oggi tra loro tanti degli immigrati che da diversi paesi sono venuti a vivere presso di noi.
Sì, era una specie di scuola d’italiano quella che animavano con i loro racconti. Scuola d’italiano e di vita, per sentirsi insieme anziché sole, e lo facevano così senza nemmeno pensarci più di tanto, perché era questa la loro natura, gli era congenito. Erano come le api operose, come le mani che immergono fantasiose l’uncinetto nella trama della vita.
La ricordo ancora come una bella giornata, una scuola di vita, con mio padre, anche lui con i suoi racconti durante il viaggio, secondo il suo ritmo e il suo sguardo.

Potrei continuare a lungo, come quelle gare da bambino a chi contava i numeri il più a lungo possibile e c’interrompevamo soltanto quando era ora di tornare a casa, rinviando al giorno dopo l’appuntamento con il limite ultimo.
Forse è per questo che ho sempre immaginato l’infinito come qualcosa di certo, che si trova da qualche parte, solo che è grande e non ce la facciamo a contenerlo tutto. Ma potevamo giocarci, contarne i passi, prima uno alla volta, poi a due a due come due compagni che se ne vanno tenendosi per mano, e poi a tre a tre e a quattro a quattro e così via, come un coro che cresce, e poi a giocarci ancora con nuovi incastri, togli e metti, moltiplica e dividi, separa e unisci, vai indietro e avanti nel tempo, avanti e indietro con l’immaginazione, avanti e indietro negli anni e nelle epoche già vissute, che trattieni e porti con te perché vorresti ancora dividerle con qualcuno. Per diffonderle, riannodarle e mostrarle.

Come una maestra di uncinetto. Seduta lì, che osserva le sue mani come un architetto osserva le sue api, fino agli ultimi giorni, quando oramai hanno perso la scioltezza di un tempo, e questo le rende ancora più inquiete, non riescono più ad annodare quelle trame con nodi tenaci.
Un giorno la fotografai, seduta così, al suo divano. Poi le regalai un libro intervista, una lunga chiacchierata tra la più giovane Silvia Ballestra e la mitica Joyce Lussu, coetanea di mia madre, nate nello stesso anno, vissute nelle stesse epoche e nello stesso mondo, ma in pieghe della realtà diverse.
Una vita vissuta nella dimensione pubblica, e l’altra in quella privata. E’ così che si dice, ma è corretto dirlo in questo modo?
Teneva il libro, mia madre, dietro di lei, sullo schienale del divano dove si sedeva con il suo uncinetto, e quando la mano si stancava, oppure era la filastrocca di quella trama di nodi a volere una pausa, come quando anni prima nei campi interrompevamo il flusso infinito dei numeri per chiacchierare d’altro, allora lei si prendeva una pausa e leggeva un po’ di pagine.
Ricordo che lo lesse relativamente in fretta, segno che quelle storie le erano piaciute, e che a quella chiacchierata tra donne aveva partecipato anche lei, senza rimpianti o invidie, credo, ma soddisfatta che quella sua coetanea aveva sollevato lo sguardo un po’ più in là, dispiegando caparbia i suoi sogni. Senza confusioni, in modo limpido: nessuna differenza, soltanto due metodi diversi. Sembra banale detto così, ma provate a viverci una vita intera!

(Mettiamoci una pezza: il PROGETTO e l’ALBUM FOTOGRAFICO )

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