I tre alberelli

alberi - Version 2Magnifica giornata di sole di fine ottobre, quando il cielo è ancora tiepido e di un azzurro più pieno della sciatteria che spesso ci circonda sbiadita.
Padre e figlio passeggiano negli angoli nascosti del parco comunale, tra ippocastani e platani carichi dei colori dell’estate appena conclusa. Il figlio ha otto anni, è il minore dei due fratelli, è una giornata importante, è da solo con suo padre, osserva i colori, lo attirano le cortecce, la pelle rugosa degli alberi che il tempo ha accarezzato. Forse lo attirano i ricordi che il tempo custodisce nei luoghi riparati dagli sguardi indiscreti. Il babbo si arrangia, inventa, aggiusta, attinge dai ricordi lontani, quelli più veri, che sembrano dimenticati ma in realtà ci dimentichiamo soltanto di rievocarli.
E allora camminano, scoprono, parlano dei luoghi da percorrere a piedi e di quelli ove è la mente ad avventurarsi. Il bimbo chiede dei tempi che lo hanno preceduto, cosa faceva e si diceva la gente. Infine incontrano due alberi diversi dagli altri, sembrano due amici in viaggio, suggerisce il figlio, come si chiamano? Forse Eurialo e Niso azzarda il padre, e gli viene in mente una vecchia storia raccontata da pochi in città ma che ancora resiste all’oblio.
Il figlio è curioso e il padre ci prova, ha a disposizione solo suggestioni raccolte chissà dove e quando, per ridare un senso al passato. Racconta allora dei fascisti quando governavano l’Italia in camicia nera, e avverte una sensazione di buio e umido, come se tutto allora fosse buio nei cuori della gente e il disagio avesse a che fare con l’aria bagnata e le pozzanghere in terra. E non si è mai al riparo, c’è sempre la presenza di qualcosa che può intromettersi.
Il fascismo di notte era ancora più buio delle camice nere dei camerati caciaroni, che come una ciurma di goliardismo italico rincasavano, dopo la riunione alla sede del fascio e un fiasco di vino all’osteria, con quella loro baldanza scarica di pensieri: quando si deve tenere tutto sotto controllo la prima regola è di non preoccuparsi.
Il fascismo in provincia poteva regalare anche pause più asciutte dell’umido con cui penetrava nelle ossa, e nella testa della gente, che non poteva fare a meno di avere pensieri. E le pause aiutano, chi pensa si riposa e riposando nascono nuovi pensieri non immaginati prima, e quando si approfitta delle piccole occasioni la prima regola è di non preoccuparsi.
C’era lì vicino anche un’altra osteria, e altri giovani allegri e caciaroni, che con il pieno in corpo e la mente in viaggio parlavano, forse di amori mai vissuti, o forse si sfottevano, chissà? Il padre non può saperlo ma preferisce immaginarli così, perché l’allegria va conservata adoperandola senza rimorsi.
Camminando erano sbucati sulla piazzetta vicino al convento delle suore, dove tutto era pronto per la cerimonia dell’indomani. Forse, babbo, dovevano inaugurare un monumento? Chissà, è certo però che c’erano tre alberelli da poco piantati, coperti da un lenzuolo, pronti per l’avvenimento.
Quei giovani immaginarono subito la fanfara del giorno dopo, il comandante del fascio, i gagliardetti e le mostrine. La tentazione era troppo forte, sradicarono quegli alberi. Quanti erano, babbo? Tre ma uno si spezzò e rimasero in due, Eurialo e Niso. Nelle buche ci cagarono dentro e poi coprirono con il lenzuolo.
Era un peccato uccidere gli alberelli e li portarono qui, di nascosto, dove nessuno si è mai accorto che ancora vivono. Allora è meglio non dirlo, suggerì il figlio, perché magari qualcuno si arrabbia e poi li uccide.
Chissà perché, si domanda il padre, chi li ha portati qui non ha mai voluto raccontarlo a nessuno? Non hanno mai saputo chi è stato?, chiese ancora il figlio. No, i primi ad accorgersi furono quei giovani fascisti usciti dall’osteria, poi mentre si aggiravano agitati attorno alle buche piene di merda, li videro altri fascisti, ma nel buio si capì poco e si diedero la colpa uno con l’altro.
Il giorno dopo la fanfara suonò ugualmente, davanti alle merde sotterrate. Nessuno seppe mai nulla, solo qualche voce di leggenda ogni tanto. Forse quelle persone sono venute qui tante volte da sole, disse il padre, a guardare gli alberi che di nascosto crescevano, ricordandosi di quando erano ragazzi, e tra un po’ magari non potranno più venire.
Potremmo venire noi, aggiunse il figlio.

(pubblicato sul n° 39 di Sagarana, gennaio 2010)

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