Castagne

643n1“Ricordo che mia madre ci accompagnava alla messa, a me e mio fratello, la domenica mattina presto, quando ancora era notte. Davanti alla chiesa ci comperava le castagne. C’era una vecchietta che le cuoceva sulla brace, per due soldi ce ne dava un pugno”.
Non capiremo mai come fa quella infrastruttura fisica che chiamiamo cervello a tenere nascosta dentro, per ottanta e più anni, un’emozione nata un giorno per caso, sul sagrato umido di una chiesa che io immagino posta un po’ in alto, su una piazzetta stretta e col pavimento irregolare, che scende da un lato e poche persone che salgono, tra cui quella madre che arranca stanca: la fatica le ha reso poco aggraziata l’andatura.
E’ proprio vero che l’eleganza dell’incedere è un segno distintivo tra le classi. I due figli le camminano dietro bighellonando qua e là, anche i loro passi sembrano scomposti ma la giovane età li rende ancora un po’ vagabondi. Stringono nel pugno alcune castagne, calde, appena cavate dalla brace. Ognuno scruta il pugno dell’altro e lo confronta con il proprio, come se a osservarle insieme potessero raddoppiarsi, quelle quattro castagne.
Quel pugno è restato chiuso per ottanta e più anni in un angolo della sua mente, e ora che il suo nipotino lo intervista aiutandosi con un registratore, e gli chiede “raccontami un ricordo lontano”, lui lo apre quel pugno, come allora lo aveva mostrato giocando con il fratello. Lo apre di nuovo, come se dentro vi custodisse ancora il calore di quel mattino, non solo delle castagne ma del mattino tutto intero, con la nebbia umida sul sagrato, la schiena di sua madre vestita di nero, le pietre bagnate della strada, e quella vecchietta che cavava le castagne dal fuoco.
Non c’è altro a colorare questo quadro, solo un calore che si schiude e si sparge. Chi si trova lì e ascolta, percepisce che qualcosa di vero è riemerso dal tempo, così si affretta ad afferrare con il pugno quelle sensazioni liberate nell’aria, prima che svaniscano via di nuovo.

(pubblicato su Sagarana, n. 50, gennaio 2013)

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