Vajont, le scuse dello Stato. “Quando le vittorie partono dal basso”

“Ma le scuse non sono state “spontanee” come a qualcuno piace o fa comodo credere. Sono invece molto più importanti proprio perché dietro ad esse vi è stata la lotta di circa un decennio da parte di una cittadinanza particolarmente sensibile al tema Vajont”
di Lucia Vastano    

(articolo pubblicato sulla pagina FB dei Cittadini per la memoria del Vajont; le foto sono della veglia notturna sulla diga per il 50° anniversario, il 5 ottobre 2013)

In tanti mi chiedono, come portavoce dei Cittadini per la memoria del Vajont, cosa ne penso di come sono andate le cose relativamente alla pioggia di scuse che sono arrivare dagli alti vertici dello Stato per la strage del Vajont di cui proprio lo Stato (insieme all’Enel e alla Montedison) fu riconosciuto dal Tribunale dell’Aquila colpevole di omicidio colposo plurimo con l’aggravante della prevedibilità. Le scuse sono state portate a Longarone in vece del presidente Napolitano da Pietro Grasso, presidente del Senato, proprio in occasione del 50esimo anniversario dell’eccidio premeditato del 9 ottobre 1963.
2 1Penso che questo riconoscimento di colpa da parte dello Stato sia una grande vittoria dei cittadini italiani, non soltanto quelli direttamente coinvolti dalla strage. Credo sia un caso raro, se non unico al mondo, in cui uno Stato ammette ufficialmente di essersi reso responsabile dell’omicidio di circa 2000 persone. Un omicidio che i suoi più alti vertici non solo non hanno fatto nulla per evitare, ma sono di fatto stati complici consapevoli. Così dicono le sentenze e le migliaia di pagine di prove custodite negli archivi dei Comuni interessati e nei faldoni dei processi. Aldilà di ogni ragionevole dubbio.
Le scuse sono una vittoria della giustizia che mi rende personalmente molto orgogliosa perché se non era per il gruppo di cui mi onoro di essere la portavoce non sarebbero mai arrivate. Come Davide contro Golia siamo riusciti a sensibilizzare le istituzioni e le abbiamo accompagnate a prendere questa per noi storica decisione.
Per alcuni queste scuse sono state il frutto di un miracoloso e improvviso ripensamento delle più alte cariche istituzionali. Ma se così fosse sarebbero ben poca cosa perché potrebbero anche sembrare di circostanza, visto che arrivano proprio in occasione di un anniversario così importante e di così larga risonanza mediatica. Ma le scuse non sono state “spontanee” come a qualcuno piace o fa comodo credere. Sono invece molto più importanti proprio perché dietro ad esse vi è stata la lotta di circa un decennio da parte di una cittadinanza particolarmente sensibile al tema Vajont. Questa lotta ha inchiodato le istituzioni davanti alle sue responsabilità. E’ fondamentale riconoscere che all’inizio le istituzioni sono state sorde alla richiesta. Come avrebbe detto Gandhi all’inizio, quando nel 2004 abbiamo cominciato a portare avanti questa nostra richiesta, siamo stati ignorati, poi derisi, poi combattuti. Ma alla fine abbiamo vinto. Noi Cittadini per la memoria del Vajont, piccoli come Davide davanti a Golia, alla fine abbiamo vinto. Proprio come insegnava Gandhi.
Credo che la storia di questa vittoria di semplici cittadini andrebbe raccontata e presa ad esempio. Abbiamo fatto fatica, ma alla fine lo stato ha dovuto darci retta, ha dovuto ammettere che le nostre richieste erano in fondo sacrosante.
Come dicevo all’inizio come Cittadini per la memoria del Vajont siamo stati ignorati, derisi e combattuti (ci sono state minacce e anche la visita della Digos). Lo stesso Grasso, quando ancora era procuratore nazionale antimafia, non aveva voluto schierarsi al nostro fianco e aveva rifiutato di firmare la nostra raccolta firme: “non posso prendere posizioni, devo rimanere al disopra delle parti” aveva affermato come se i tribunali nei tre gradi di giudizio non avessero già dimostrato da che parte stesse la giustizia. Don Ciotti era invece stato dall’inizio al nostro fianco riconoscendo la necessità di un passo così importante per riappacificare i superstiti con le istituzioni.
Il presidente Napolitano, a cui avevamo portato le oltre 30mila firme raccolte (2007), allora non aveva ritenuto opportuno fare quel passo così importante soprattutto per ridare fiducia nello Stato e nella giustizia ai superstiti. Ora siamo davvero felici che entrambi, il presidente Napolitano e il presidente del Senato Pietro Grasso, ci abbiano ripensato, sollecitati dalla nostra ostinazione a cui ha dato voce anche il sindaco di Longarone Roberto Padrin.
4 3Crediamo che il nostro esempio possa diventare un precedente positivo anche per altri che ancora lottano per pacificarsi con lo Stato. Per esempio i familiari delle vittime dell’amianto (lo Stato italiano per dieci anni non ha accolto una direttiva europea per la messa al bando dell’amianto causando così circa 40mila vittime) e i familiari delle vittime della strage sui cieli di Ustica in cui organismi dello Stato hanno mentito, o della stazione di Bologna, in cui sempre organismi dello Stato hanno depistato le indagini per proteggere le identità dei colpevoli.
Credo che il nostro successo sia un esempio di alta politica perché senza violenza e senza mettersi sotto l’ala protettiva di nessun partito i cittadini sono riusciti a far sentire la loro voce.
Noi Cittadini per la memoria del Vajont siamo ora al fianco di tutti quelli che chiedono il riconoscimento di responsabilità da parte dello Stato.
Noi Cittadini per la memoria del Vajont da anni lottiamo anche perché dalla legge “9 Ottobre per la memoria delle vittime delle stragi industriali e ambientali causate dall’incuria dell’uomo” (ottobre 2010) venga tolta la parola “incuria” e torni ad essere quella da noi proposta nel 2007 in cui qualcuno ha pensato di inserire quel declassamento di colpa che non fa che creare ambiguità, declassare le responsabilità dei colpevoli e stravolgere così il senso stesso di memoria. Anche in questo caso siamo ora lieti che da più parti abbiano preso in considerazione le nostre richieste e le abbiano fatte proprie. Anche in questo caso la nostra tenacia ha vinto.
Forse davvero sarebbe importante che chi ha trovato il coraggio di fare questi importanti passi di civiltà abbia anche il coraggio di ammettere quanto possano fare dei semplici cittadini per far crescere il proprio Paese.

IL TESTO DELLA NOSTRA PETIZIONE PORTATA AL QUIRINALE
E L’AVVIO DELLA RACCOLTA FIRME DEL 2006 DAI CITTADINI PER LA MEMORIA DEL VAJONT

Al Presidente della Repubblica Italiana
Al presidente dell’Enel
Al presidente della Montedison (ora Edison)
e per conoscenza a…

La notte del 9 ottobre 1963 si compì la più spaventosa delle tragedie annunciate della storia italiana che rubò la vita a quasi duemila persone e segnò per sempre quelle dei loro familiari che sopravvissero. L’onda che scavalcò la diga del Vajont si abbatté su quattro Comuni: Longarone e alcune sue frazioni (pirago, Rivalta, Villanova, Faè) vennero rase al suolo e pagarono il conto più alto anche in termini di vittime (1450 persone), e poi Erto e Casso (158 morti) e Castellavazzo (111). Ci furono 191 morti di altri Comuni, regioni e nazioni: uomini, donne e bambini che furono travolti dall’onda mentre si trovavano in uno dei paesi coinvolti per guardare una partita di calcio in un bar, per visitare amici o parenti, o semplicemente per essere puntuali a un ultimo fatale appuntamento.
Molte centinaia di morti(tra cui le famiglie completamente estinte dall’onda) non furono nemmeno mai risarciti. Per tutti gli italiani e per i cittadini del mondo”vajont” è diventato il sinonimo di ciò che uno Stato, delle aziende pubbliche, dei professionisti non dovrebbero mai fare: anteporre interessi e ambizioni economiche, personali e politiche alla sicurezza dei cittadini, alla loro stessa vita.
Il Vajont insegna anche dove possono condurre l’omertà e il silenzio con i quali anche quelli che non sono direttamente responsabili, ma che sanno e potrebbero fare qualcosa per impedire che un delitto si compia, smettono di essere innocenti e sono chiamati a rispondere, se non in tribunale, almeno di fronte alla propria coscienza.
Il Vajont insegna l’importanza della partecipazione civile alla vita pubblica e quanto sia pericoloso non esercitare un diritto dovere fondamentale in ogni democrazia: il controllo dei cittadini sui propri rappresentanti.
Il Vajont insegna quale può essere il ruolo della stampa e dei media nel prevenire eccidi come questo: possono tacere, far finta di non vedere, non fare domande scomode, come fecero in molti; possono aiutare i cittadini a esercitare il proprio diritto di controllo, come fece Tina Merlin.
A oltre 43 anni da quella notte, e dopo numerose commemorazioni anche da parte dello Dtato italiano, i firmatari di questa lettera, cittadini italiani e del mondo, inoltrano formale richiesta affinché:
1) lo Stato italiano, l’Enel e la Montedison (diretti responsabili della tragedia) esprimano formali scuse ai familiari delle vittime, alla cittadinanza italiana dei paesi interessati, ai cittadini italiani tutti, per la loro respinsabilità per quello che accadde quella notte.
Le scuse sono un atto dovuto e rappresentano, anche se purtroppo tardive (non sono mai state espresse nemmeno in seguito alle sentenze), un atto di giustizia verso chi non c’è più e verso chi ancora si porta dentro le profonde ferite per quello che avvenne.
Durante la sua visita a Gerusalemme nel 2000, Papa Giovanni Paolo II ha presentato le sue scuse alla comunità ebraica e allo Stato d’Israele per le responsabilità cattoliche nella Shoah. Ha insegnato a tutti noi quanto sia doveroso, ma anche coraggioso, storicamente e umanamente, un simile atto formale.
2) lo Stato italiano renda omaggio alle vittime conferendo loro la medaglia d’oro alla memoria e dichiari il 9 ottobre Giornata della memoria per le vittime del Vajont
3) … che venga inserito nei testi scolastici della scuola dell’obbligo la storia della diga del Vajont senza tralasciare di citare responsabili e responsabilità per quella tragedia che doveva e poteva essere evitata.

Rispettosamente,
I cittadini per la memoria del Vajont

Con questa lettera si iniziò la raccolta firme che poi vennero portate al Quirinale e affidate nelle mani dell’allora consigliere di Stato del presidente della Repubblica per gli affari interni, Alberto Ruffo.
Poco dopo l’avvio della raccolta firme, tutti i primi firmatari della petizione vennero visitati dalla Digos di Belluno.

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