Ricordando i martiri del XX Giugno

di Maria Eleonora Camerucci

L’orazione letta da Maria Eleonora Camerucci, della Segreteria ANPI di Jesi, alla commemorazione dei Martiri del XX Giugno (Jesi, località Montecappone, 20 giugno 2013)

1017227_10200544801236172_1188213735_nMario Saveri, 23 anni. E’ da poco tornato dall’Africa dopo due anni di guerra. Sua madre, con tutta la tenacia di cui solo una donna e una madre sono capaci, ha fatto l’impossibile per farlo tornare, con l’ultimo aereo che lascerà l’Etiopia. Mario torna a Jesi, s’innamora di Aldemira, la vita comincia a riprendere un ritmo diverso fino a che, in un giorno qualunque del ’44, morirà a pochi passi da casa.

Francesco Cecchi, 18 anni. Ha conosciuto una bella ragazza, in montagna, nel paesino di Precicchie dove si era rifugiato con alcuni compagni: si chiama Quinta e come pegno del suo amore le regala una macchina fotografica tedesca, che chissà come era finita nelle sue mani…. quel pegno diventerà solo un ricordo perchè Quinta non rivedrà mai più Francesco.

Armando e Luigi Angeloni, 25 e 18 anni, fanno i muratori, sono giovani, antifascisti, ma soprattutto sono uniti da un legame indissolubile nella vita e nella morte: sono fratelli.

Alfredo Santinelli ha appena 18 anni, è il più piccolo del gruppo, ha perso i genitori e vive con sua nonna.

Gli altri due ragazzi non sono di Jesi. Enzo Carboni, 20 anni, calabrese, è un militare dell’esercito; Calogero Grasceffo, 20 anni, di Agrigento, è un carabiniere.

Si trovano entrambi a Jesi perchè sono fuggiti dopo un bombardamento dal campo di Sforzacosta, o forse dalla caserma Villarey di Ancona. Le testimonianze storiche non sempre coincidono, sulla loro provenienza, ma quello che ci interessa è che si sono rifugiati a Jesi, presso una famiglia di Via Roma, dove collaborano attivamente con gli antifascisti del quartiere.
Il pomeriggio del 20 giugno del 1944 si trovano tutti in Via Roma, il loro quartiere, una zona popolare della città profondamente antifascista. Da lì, vengono prelevate, dai fascisti e da alcuni tedeschi, circa 20 persone, condotte in una località poco distante, Montecappone, dove vengono rinchiuse in una casa colonica, interrogate, picchiate e rimesse in libertà…  tutte tranne 7 di loro.

Che cosa accomuna questi 7 ragazzi? Indubbiamente il loro essere antifascisti. Il rastrellamento da parte dei nazi-fascisti. La scelta crudele di una donna, che per un qualche motivo ancora sconosciuto, sceglie proprio loro tra i 20. Li accomuna le torture subite, le urla che si confondono e creano un’eco sinistra in tutta la campagna intorno. Li accomuna, infine, lo stesso atroce destino.

Ma c’è un un altro elemento importantissimo in comune tra loro: la gioventù, la loro età. Non dimentichiamoci mai che quando si parla di Resistenza si parla di una rivolta di giovani, di un fenomeno storico carico di lotta e dolore ma anche di gioventù e di amore.

Parlare di Resistenza oggi significa adottare lo sguardo di chi all’epoca aveva più o meno 20 anni, perchè la maggior parte dei partigiani sono giovanissimi. Operai, studenti, apprendisti, contadini che hanno deciso di non sottostare all’ammaestramento delle parole e del pensiero imposto dal fascismo con i suoi metodi coercitivi e punitivi. Sono giovani uomini e donne che decidono di mettersi in gioco per amore del padre picchiato dagli squadristi, della madre contadina umiliata dai padroni, di cui i fascisti sono percepiti come cani da guardia. Per amore del fratello comandante partigiano nascosto in montagna. Si entra in clandestinità per amore dell’amico deportato, del vicino vessato. Ma soprattutto per amore di una libertà che va riconquistata.

La Resistenza, dunque, è una storia di giovani. Lo è stato allora è lo è ancora oggi in tutti quei luoghi dove il desiderio urgente di libertà, giustizia, pace e rispetto dei diritti civili e sociali, riempie le piazze di ragazze e ragazzi che non si arrendono e resistono a politiche discriminatorie, di sfruttamento, di profitto e di segregazione. Pensiamo alla primavera araba, a Gezi park… si lotta pacificamente per difendere un parco….. io lo trovo straordinario, anche questa è una storia di gioventù e amore.

8La Resistenza è anche una storia di donne. Per la prima volta nella storia d’Italia, maschi e femmine si ritrovano in montagna a condividere il senso di pericolo e la voglia di un futuro diverso. Si ritrovano a dormire insieme all’aperto, a dividere la paura, l’entusiasmo, il coraggio, insieme si ritrovano a combattere e a morire fianco a fianco.
Fu quindi tra i partigiani che per la prima volta, uomini e donne ebbero pari dignità. E l’uguaglianza sancita dalla Costituzione a guerra finita, non fu un regalo, ma una conquista e un riconoscimento.

Con la partecipazione delle donne alla Resistenza ci fu un capovolgimento repentino di tutto l’impianto culturale trasmesso da generazioni. Le donne parteciparono alla lotta di liberazione ricoprendo molteplici funzioni che le portarono a lasciare i ruoli più tradizionali di mogli, madri, studentesse. Le loro azioni furono importanti e rischiose quanto quelle degli uomini, e quando venivano catturate subivano le più atroci torture.

Impossibile non ricordare le staffette, un ruolo che spesso era ricoperto da giovani donne tra i 16 e i 18 anni per il semplice fatto che si pensava destassero meno sospetti, e non venissero sottoposte a perquisizioni. Il loro compito era di mantenere i contatti tra le varie brigate e tra i partigiani e le loro famiglie: furono figure determinanti e il loro ruolo fu estremamente rischioso anche perchè non erano armate.

Per decenni a livello storiografico e istituzionale il contributo delle donne alla Resistenza non è stato adeguatamente riconosciuto. Finalmente le ricerche storiografiche condotte anche dall’Anpi, ci restituiscono la dimensione e l’importanza di questa partecipazione:
Furono 35 mila le partigiane combattenti; 20 mila le patriote appartenenti a Gruppi di Azione Patriottica o ai Gruppi di difesa della donna; 683 le donne fucilate o cadute in combattimento, 1.750 ferite, 4.633 arrestate, torturate e condannate da tribunali fascisti. Circa 2.000 le deportate in Germania. Questi sono i numeri della Resistenza al femminile, di donne spesso invisibili nella loro lotta per la libertà, che hanno contribuito con coraggio a restituire dignità al nostro paese. Per questo ho provato una grande soddisfazione quando il 18 maggio scorso la città di Milano ha intitolato loro una piazza: “Piazza delle donne partigiane.”

Provo invece una profonda indignazione e tristezza nel constatare che oggi le donne devono resistere e combattere per salvarsi la vita. I numeri del femminicidio sono altissimi, sono i numeri di una guerra, ed è sconvolgente pensare di essere di fronte ad una guerra di genere, maschi contro femmine, uomini contro “cose” non più persone. Dati ufficiali dell’OMS ci dicono che la prima causa di morte delle donne nel mondo è l’omicidio.

Alle giovani donne dico: ribellatevi a tutte le forme di discriminazione e ai tentativi di annullare la vostra identità e libertà, in tutti i settori della vostra vita, dalla scuola che ha il compito di formare la vostra coscienza, al lavoro dove la maternità non deve essere causa di licenziamento, alla vita affettiva dove un marito, un compagno, non deve diventare il vostro carnefice.
Abbiate sempre il coraggio di denunciare qualsiasi sopruso, qualsiasi tentativo di sottomissione, qualsiasi atto rivolto contro di voi in quanto donne!

Anche per questo e’ importante non dimenticare. La memoria storica deve divenire attiva, questo dovrebbe essere il compito dei giovani oggi, dare un senso alla storia e valore alla memoria. Il mio messaggio ai giovani è quello di tenere attiva la coscienza: innamoratevi del vostro coraggio, sappiate dire di no a chi ha paura del vostro pensiero, difendete i vostri ideali di libertà e giustizia, sia che si tratti di difendere un diritto negato, sia che si tratti di difendere un parco, perchè non ci sono diritti su cui si può contrattare, ma soprattutto imparate a condividere, a partecipare.
La libertà è veramente partecipazione, le vittorie si ottengono quando si è uniti, una voce sola si può perdere nell’aria ma migliaia di voci si è obbligati ad ascoltarle!

Ed è anche per questo che provo un senso di profondo smarrimento nel vedere che, anche nel nostro territorio, tentano di riprendere spazio fenomeni come Casa Pound, o il raduno di nazi fascisti a Milano. Rigurgiti pericolosi di un’ideologia condannata dalla storia e messa al bando dalla Costituzione… che ancora una volta viene disattesa! Allora quello che mi sento di dire con forza a chi è più giovane di me è di assumersi il compito di vigilare sulla Costituzione, di indignarsi contro chi vuole demolirla articolo dopo articolo, di combattere chi ha il dovere di applicarla e non lo fa, di prendere posizione contro una politica che rinnega i valori nati dalla volontà dei padri costituenti e dal sacrificio di migliaia di donne e uomini, di pretendere che venga applicata, che venga rispettata senza condizioni! In un Paese come il nostro che giorno dopo giorno perde i suoi valori, perde i suoi diritti sociali, lavorativi, sindacali, culturali, in un paese in cui sono finite le certezze, si tenta ancora di demolire l’unica base concreta da cui si può e si deve ripartire: la Costituzione

Questo per me, e per tutti noi dell’Anpi, significa rendere attiva la memoria. Significa continuare a camminare sui sentieri e sulle tracce di chi ha fatto la Resistenza, significa resistere oggi a tutti i tentativi di revisionismo, a tutti i tentativi di voler cancellare le fondamenta storiche della nostra Repubblica: negare il valore di ricorrenze come il 25 aprile, il 1 maggio è un subdolo tentativo di assecondare le teorie revisioniste che provano ancora oggi ad uniformare la storia di vittime e carnefici.

Sappiamo che non può esserci una pacificazione ideologica perchè i morti, come i vivi, non sono tutti uguali. Con questo non voglio mettere in discussione la dimensione umana del dolore per la perdita di una persona cara, che è assolutamente uguale e degna di quel rispetto che si deve a qualunque appartenente alla razza umana… ma da vivi si è diversi, indubbiamente, e non possiamo collocarci al centro equidistante tra aggressore e aggredito, tra sfruttatore e sfruttato, tra vittima e carnefice. Sappiamo bene che morire per la libertà, morire da oppresso non è affatto uguale a morire da oppressore. Accettare questa similitudine significherebbe negare la storia, e la storia è assolutamente incontrovertibile, nessuno può negare che il fascismo portò in Italia miseria, guerra, leggi razziali, repressione, violenza, confino, deportazioni. E altrettanto, non si può negare che la lotta di liberazione,la Resistenza, ha portato a questo Paese la libertà, l’uguaglianza tra uomini e donne, la Costituzione, la democrazia, la pace.

Vorrei concludere citando due domande che spesso ci sentiamo rivolgere noi appartenenti all’Anpi. La prima è: che cosa è l’Anpi, qual è il suo ruolo oggi che la guerra partigiana è finita da quasi 70 anni?

La risposta è semplice. L’Anpi è la casa di tutti gli antifascisti senza distinzione di appartenenza politica, religiosa, sociale. Noi siamo in prima linea per la difesa e la promozione delle libertà sociali e individuali contro ogni forma di razzismo e autoritarismo, siamo per la difesa dei beni comuni, siamo contro chi nega i diritti e la giustizia sociale e discrimina i cittadini e respinge i migranti, i senza cittadinanza, i rifugiati di ogni genere. Oggi attraverso l’Anpi possiamo far si che la Costituzione venga difesa e finalmente applicata, possiamo combattere di nuovo per una democrazia reale, con le armi della solidarietà, dell’accoglienza, della conoscenza, della testimonianza, della giustizia.

La seconda domanda che ci viene spesso rivolta è: che cosa vuol dire essere partigiano? Vi risponderò con un pensiero di Don Andrea Gallo: “Ricordatevi, nessuno si libera da solo, nessuno libera un altro, ci si libera tutti assieme. Avevo 17 anni e un mese quando con i partigiani ho visto nascere la democrazia, l’ho vista crescere e adesso sono vecchio, sto morendo, non voglio vederla morire! Essere partgiano vuol dire scegliere da che parte stare”.

(le altre foto della cerimonia e le foto del 2011)

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