C’è tanto che possiamo fare, ma non è gratis.

CHE FARE (per cambiare il mondo)?
di Lucia Vastano (14 ottobre 2016)

Mercoledì 12 ottobre a Vittorio Veneto, all’interno del corposo programma organizzato al Centro Culturale Parco Furlan dai Cittadini per la memoria del Vajont, dalla La fabbrica dei Coriandoli, dal Collettivi di ricerca Teatrale, dalla Consulta Culturale Vittoriese, ho avuto il piacere di presentare, di fronte ad una sala piena e attenta, il docu-film I VAJONT. Ovvio dire che è piaciuto molto, tanto che molti hanno chiesto come poterlo rivedere privatamente o all’interno delle loro associazioni e gruppi. Vedremo davvero come fare per diffonderlo.
Nel frattempo mi sta a cuore ringraziare particolarmente Roberta Pozzobon e Carlo De Poi per il faticoso lavoro di organizzazione svolto per mettere in piedi con tanto successo questa serie di incontri serali che si concluderanno il 22 ottobre prossimo con la tradizionale liberazione dei palloncini (che in genere si svolge durante il nostro presidio sulla diga) da parte dei bambini che ricordano i piccoli scomparsi nella tragedia del 9 ottobre 1963. Un primo passo per educare i bambini alla preservazione della memoria.
Dopo la visione, il giornalista Alessandro Toffoli mi ha rivolto una serie di domande incentrate sul mio lavoro decennale al fianco dei Cittadini per la memoria del Vajont e del mio impegno come giornalista d’inchiesta.
Eh già… il lavoro di giornalista. Impossibile non entrare nel merito delle responsabilità della mia categoria sulla scarsa, cattiva e spesso manovrata attenzione ai problemi legati ai territori, al corresponsabile lavoro di depistaggio che spesso addolcisce e annulla nel ricordare le stragi ad opera del uomo le reali responsabilità e la ricerca dei responsabili. Per troppi “memoria” è solo deporre fiori, cerimonie istituzionali, e qualche lacrima di circostanza.
Memoria è invece tutt’altro, soprattutto una ricerca continua di giustizia e verità affinché la Storia non si ripeta all’infinito e per evitare che le tragedia che potevano e dovevano essere evitate continuino a succedere nel distratto interesse di noi tutti. Così davvero si assolvono i colpevoli.
E così qui si è arrivati al punto cruciale della serata quando una domanda si è levata dal pubblico presente in sala:
“Ma se è impossibile ottenere giustizia, ma se tutti i nostri sforzi per cambiare il mondo con il ragionamento, con il voto, si rivelano inutili, non può succedere che l’unica arma che ci resta in mano sia la violenza, persino il terrorismo?”.
Davvero questo è il nocciolo della questione. Come evitare che la rassegnazione a tutti i soprusi, le prevaricazioni, le ingiustizie, i drammi, lo sconforto per quanto succede e ci trova impotenti non si trasformi in violenza. Che fare quando ci accorgiamo che è impossibile cambiare in meglio l’Italia e il mondo?
A mio giudizio l’errore è proprio nel porsi questa domanda: come cambiare il mondo. E’ un obbiettivo sbagliato quello di pensare di cambiare il mondo. Proprio per “cambiare il mondo” ci si deve porre un altro obbiettivo: cominciare ad occuparci dei cambiamenti che possiamo da subito mettere in modo nel nostro piccolo universo, quello che ci riguarda da vicino. Il nostro quartiere, il nostro paese, la nostra città.
Il cambiamento “del mondo” può partire da qui, da un piccolo cambiamento che ognuno di noi può da subito contribuire a realizzare. Attenzione, vigilanza, solidarietà, partecipazione, impegno, lotta all’interno del proprio territorio possono rappresentare l’inizio per grandi cambiamenti. Ognuno può dare il suo piccolo, ma fondamentale contributo. Molto meglio che scendere in piazza di tanto in tanto per protestare.
Non si deve pensare di cambiare il mondo, ma cambiare il nostro modo di vivere all’interno delle nostre comunità.
Al contrario di quanto possa sembrare è questo un impegno molto più impegnativo dell’obbiettivo, che in fondo ci scarica delle nostre personali responsabilità, di cambiare il mondo.
Credo che anche educare i nostri figli e nipoti alla responsabilità sociale sia un passo importante invece di educarli all’egoismo e anche nel vedere i soldi come dio che ci guida al successo personale.
C’è tanto che possiamo fare, ma non è gratis. Richiede davvero impegno quotidiano e richiede anche che ci liberiamo dell’ipocrisia di ritenere che basta avere dei buoni propositi e sentirsi buoni per esserlo poi davvero.