PERCHE’ SIAMO QUI?

Introduzione di Tullio Bugari all’antologia ALFABETICA 2006

“Posso fare io una domanda, ve lo dico in modo ironico, con la serenità che provo qui insieme a voi, in questa atmosfera piacevole, in mezzo alle discussioni di questi giorni, tutti insieme; mi sembra che siamo stati come una grande famiglia che si è spostata in questi diversi luoghi della città per discutere tra di noi, parlare, voi per ascoltare i nostri brani. Vorrei, se me lo permettete, mettermi dall’altra parte e chiedervi: “Ma voi perché siete qui? Vorrei sapere qual è la ragione, e rovesciare così questa situazione, anche scherzando un po’ ”

Vorrei provare a raccontare Alfabetica partendo da questa divertente provocazione di Vesna Stanic, all’inizio della tavola rotonda che ha concluso i tre giorni di incontri nelle scuole e in città, con lei e gli altri autori che hanno partecipato alla prima edizione di Alfabetica, Helene Paraskeva, Gezim Hajdari, Tahar Lamri e Amor Dekis. Si è trattato davvero di una comitiva composita e itinerante che si è spostata insieme in luoghi diversi della città, ascoltando brani, chiacchierando, scambiandosi impressioni. Durante i tre giorni si è creata quasi una routine scandita dal programma degli incontri e degli spostamenti, dalle pause in enoteca o al bar, dalla bancarella dei libri o dalle chiacchiere in piazza fino alle 2 di notte. Più che una routine è stata un’anti-routine, una pausa di alcuni giorni adagiata in mezzo a ben altre routine. Perché? Evocata o stimolata da che cosa?

Provo a rispondere, ovviamente solo per me stesso, cercando di vincere la tentazione di un’interpretazione “politica”, o “culturale”, o “sociologica”, usando categorie generali, che vanno bene nello studio e sono indispensabili quando si ha bisogno di inquadrare un fenomeno, osservarlo nel suo insieme e acquisirneuna conoscenza più adeguata, informazioni più ampie. Categorie che tutto sommato appartengono anche al mio lavoro, o se vogliamo alla mia routine. Alfabetica però è stata in qualche misura un’antiroutine, qualcosa di più di una serie di conferenze dove qualcuno parla, altri ascoltano, qualche altro fa delle domande, è diventata invece un incontro unico dentro una dimensione collettiva. Non facile e mai scontata, non solo perché l’irriducibile originalità di ogni autore ha bisogno comunque di uno spazio espressivo specifico e chiaro, individuale, ma anche perché noi, “i locali”, abbiamo bisogno di più tempo per superare lo spaesamento che ci deriva dall’essere coinvolti da dentro e non soltanto da una nostra, esterna, curiosità intellettuale verso ciò che tendiamo a definire come un fenomeno nuovo. Noi facciamo parte del fenomeno.

La prima percezione che ho ricevuto leggendo i brani e le poesie degli autori invitati, prima del loro arrivo in città, riguarda la posizione geografica dell’Italia. Una percezione in precedenza mai stimolata nello stesso identico modo dalle mie conoscenze geografiche, o dall’abitudine, oramai anch’essa una routine, di pensare il mondo come globalizzato, onnipresente in mezzo a noi. E’ stata una percezione più sottile quella che mi ha fatto apparire nella mente, come una visione, l’immagine dell’Italia, “lo stivale”, non più da sola al centro del quadro e preponderante con la sua forma, che occupa tutto e basta a se stessa, come se attorno non ci fosse nulla. Leggendo quei brani ho percepito vivamente il nostro paese in mezzo al mediterraneo e con tanti altri paesi attorno, che trae proprio da questi intrecci e appartenenze reciproche la sua identità più profonda, così multiforme e soprattutto mutevole. Una consapevolezza che dovrebbe essere ben presente nella nostra storia ma che mi sembra stiamo perdendo, o comunque ne sottovalutiamo il pericolo.

La seconda percezione che ho avuto, mentre parlavamo durante le tre giornate, è quella di un’asimmetria che nonostante tutto si insinuava tra le nostre curiosità e i racconti dei nostri amici autori, che noi stimolavamo comunque a recitare,

oltre ai loro brani e ai loro versi, anche un po’ di se stessi. Ed è probabilmente giusto che sia anche così, rende ancora più umano e vicino l’intenso lavoro compiuto in questi anni sulla lingua, per appropriarsene e renderla idonea, ciascuno con un proprio stile, a comunicare un mare di sensazioni reali, maturate dentro se stessi e non dentro altri, e intrecciate con sonorità gesti e profumi nati altrove, in altri luoghi o in diversi momenti dell’esperienza. O anche in altri spazi della memoria, come se il lavoro sulla lingua sia un tutt’uno con la ricostruzione delle memorie, con gli interrogativi che pone, con i luoghi ancora ignoti e da esplorare.

L’asimmetria che mi è parso di cogliere era più evidente nelle domande (alcune anche piacevolmente ingenue, come quelle che ho sentito formulare da alcuni adolescenti negli incontri mattutini a scuola) rivolte in modo più diretto proprio al versante dell’esperienza umana del lavoro sulla lingua e della dimensione del viaggio, reale e metaforico, da un paese all’altro attraverso lingue, culture e memorie. L’asimmetria consiste in una diversa prospettiva, come se da un lato ci sia un testimone, attore di un viaggio che ci crea curiosità e di cui vorremmo essere resi partecipi attraverso la trasmissione del racconto, ma percependo quel viaggio comunque come il viaggio di un altro. Da questa prospettiva mi sembra che parliamo del viaggio non in quanto tale ma sempre del viaggio compiuto dall’altro che viene da lontano, noi non ci mettiamo in discussione, non ci mettiamo in movimento, è come se noi fossimo già arrivati e sono solo gli altri che viaggiano verso di noi e devono quasi renderne conto a noi, che stiamo qui ad aspettare la loro narrazione.

La stessa asimmetria la ritrovo quando parliamo delle memorie, perché il viaggio è anche viaggio dentro le memorie, anche in questo caso però percepisco una certa mancanza di proporzioni nel nostro modo di parlarne. Le domande che poniamo riguardano sempre le memorie dell’altro, il rapporto con il suo paese, con i suoi ricordi, ciò che ha lasciato, i vuoti che deve ricostruire, i lutti delle infinite partenze tutti da rielaborare e così via: siamo noi che indaghiamo l’altro dando per scontato che le nostre memorie invece siano tutte intatte e complete, stabili, un’identità certa, non abbiano bisogno di altro.

Il paradosso della memoria è che ricordiamo solo quello di cui ci ricordiamo e non di quello che abbiamo dimenticato o rimosso. Quindi il viaggio nella memoria potrebbe riguardare anche noi e ciò che dobbiamo scoprire o riscoprire di noi stessi, se siamo capaci di andare più in profondità.

Tutto questo mi porta a immaginare la memoria come un qualcosa pieno di vuoti, di buchi neri, di spazi da riempire, e allora una sensibilità diversa, maturata attraverso queste peculiari esperienze di lavoro sulla lingua, portata da autori che vengono da altri percorsi e che per questo hanno un occhio diverso per guardare, ci aiuta perché offre immagini diverse e suggestioni in più anche ai nostri buchi di memoria, o delle memorie, a quegli spazi che dobbiamo riempire, acquistando più consapevolezza di noi stessi. Tutto ciò fa diventare la letteratura una chiave universale, un linguaggio che consente di metterci davvero tutti in viaggio, verso l’ignoto.

E’ questa la percezione che mi sembra di aver ricavato da questa esperienza. Non so se è troppo o troppo poco rispetto alla domanda di Vesna Stanic: forse potrei cavarmela anche rispondendo, in modo altrettanto ironico, che viviamo in un’epoca nella quale più che le risposte sono importanti le buone domande.

Del resto, è esattamente questo lo spirito con cui ci siamo accostati fin dall’inizio alla nostra manifestazione, e in particolare quando insieme all’amico Ezio Bartocci abbiamo iniziato a ragionare sul titolo che poteva essere più adatto a rappresentare questo percorso, o questa voglia di percorsi. Così è nato il logo “alfabetica”, realizzato poi da Bartocci con un piatto di ceramica cotto al forno dal quale emergono, come graffiti che sembrano incisi da mani poste altrove, questi segni alfabetici che prendono forma e diventano capaci, con i loro giochi di luci, ombre e anche di sonorità a cui rimandano, di suggerire qualcosa d’altro, che va oltre. Così come la letteratura, che è migrante in quanto tale, perché migra tra i diversi linguaggi, da una lingua all’altra e da una storia all’altra, si fa racconto o poesia reportage o testimonianza, tra memorie e identità che mutano, diventando così anche una chiave di lettura interculturale per conoscere noi stessi, soprattutto quando siamo in rapporto con gli altri.

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