Come appunti di viaggio (“Femminile plurale”)

(Annotazioni a margine della lettura di “Femminile plurale – Le donne scrivono le Marche” , in occasione della presentazione a Jesi, sabato 15 novembre alle ore 17, presso la Galleria degli stucchi di Palazzo Pianetti, sede della Pinacoteca civica di Jesi).
jesiHo letto il libro, a cura di Cristina Babino, Vydia editore, 2014, con grande piacere, vivendo una duplice emozione. Da un lato la riscoperta della mia regione attraverso gli occhi e le parole delle autrici, a loro volta interpreti ancora di altri sguardi, tanti. Ho provato lo stesso tipo di emozioni di alcuni viaggi nei quali avevo con me un autore importante. Ad esempio, camminando per Istanbul con l’omonimo libro di Pamuk, oppure in Marocco, con l’omonimo ‘romanzo’ di Ben Jelloun. Se un amico di fuori mi chiedesse un consiglio per visitare le Marche, gli direi di farlo con questo libro.
Parlavo di una duplice emozione. L’altra è il timore, pensando già a quando avrei dovuto introdurre il libro e alcune delle sue autrici. La sensazione, l’inquietudine quasi, di non avere lo sguardo adeguato, quello dell’artista o dello scrittore. O del pittore, perché c’e anche molta pittura in questo libro.
Nella mia esperienza, quando mi sono occupato della mia regione l’ho fatto da ricercatore sociale. Dirigevo una rivista, Prisma, ma avevo come compagno di strada un pittore, Ezio Bartocci – m’è venuto in mente di iniziare questo discorso da Ezio, quando l’ho trovato citato nel racconto di Maria Lenti.
Il rito si ripeteva ogni tre mesi. Andavo a trovarlo e mentre lui continuava a dare una pennellata, un ritocco, costruire una cornice, si chiacchierava di tutto e anche del nuovo numero: “questa volta parliamo di calzature”, “Toh, non ci avevo mai pensato!”, e poi nasceva il quadro, perché non era soltanto una copertina. Nel decennale della rivista le abbiamo raccolte tutte in un volume e affidato il commento al comune amico Claudio Piersanti, e poi anch’io, come direttore, ho scritto su quell’esperienza. Ricordo d’avere sottolineato la molteplicità degli argomenti trattati e delle tante collaborazioni alla rivista e infine il lavoro ‘artigianale’ delle due o tre persone della redazione per riportare ogni volta ad unità quel lavoro aperto, e in questo le copertine di Ezio non erano state solo un abbellimento esteriore, un bel contenitore indifferente al contenuto, ma un vero compagno di strada. Rivedere tutte insieme le copertine dava il senso di quell’itinerario, “rivivendo nel segno grafico la scansione degli avvenimenti”.
Ecco, questa capacità di essere dentro la realtà e al tempo stesso essere nei colori, nel paesaggio, questo sapersi guardare dentro e anche da lontano, sempre da nuovi angoli, questo è quanto ho ritrovato in tutti i racconti e gli interventi che ho letto in Femminile Plurale.
Qualche anno dopo Ezio riuscì a fare un’esposizione dei suoi lavori proprio in pinacoteca, a Jesi. Non nella galleria ma proprio dentro le sale, e così tra i lavori esposti c’erano anche tutte le copertine di Prisma, con i quadri di Lorenzo Lotto alle pareti e i viaggi di Enea sulle volte a fare da cornice. Una grande emozione.
Lorenzo Lotto è presente più volte in questo libro; lo è nel racconto di Renata Morresi “In mezzo sta il gatto”, alla ricerca del Lotto non certo perduto ma ogni volta da riscoprire, e lei lo fa con una specie di avvicinamento girovago, attraverso i paesaggi, “su e giù per le colline e a zonzo per borghi solinghi e chiese deserte”, scoprendosi a dire: “Chissà quante proiezioni di me stessa, e il mio posto nel mondo”, ma aggiungendo anche, in questo cercare altri ritmi dello sguardo sulle tracce del Lotto: “Voglio l’irrefutabile prova della sensatezza di questra impresa da dandy di provincia, non mi bastano né le conferme blasonate delle antologie e dei loro interpreti, né tanto meno le stucchevoli brochure patinate snocciolate da ogni “agenzia del territorio” – suona quasi peggio del “ministero dell’amore” -, né la stessa esperienza del mio fremito di fronte a quell’impasto profondo. Non mi basta, è tutto troppo passato, voglio la conferma adesso che qualcosa è successo, può continuare a succedere…”
Sono molti i pittori presenti nell’antologia. Enrica Loggi ci porta in viaggio sulle tracce di Carlo Crivelli. Anche lui, come Lotto, di origine veneta, arrivò nelle Marche da Zara attraversando l’Adriatico. Mi vengono in mente le storie di Adriatico di Sergio Anselmi, velache costituiscono una specie di altrove o di contatto e scambio con l’altrove. In Femminile Plurale non ci sono storie di mare e il mare è sempre visto da lontano, come uno sfondo del paesaggio, anche se essenziale. La vicinanza o lontananza dal mare, il suo essere o meno visibile dai crinali delle colline, conferisce una consistenza diversa allo stesso entroterra. Anche Enrica Loggi parte dal mare, poi risale il Piceno “lungo la vallata del Tronto e la mattina è di sole. Riconosco il vezzo della primavera nella levità dell’aria, nei colori che si accendono, il bianco calce della neve sul monte Vettore, l’azzurro dorso dei rilievi dei Sibillini a sipario e sfondo di una Salaria fiancheggiata da sagome ancora invernali di tigli dal tronco nero”. E poi tanti piccoli musei che si raggiungono per “strade antiche”, e la visione di un’opera che risveglia un mondo intero. Come la “meraviglia inaudita” di fronte all’immagine della Maddalena: “Nella piccola stanza dal soffitto a capriate, c’è solo un sedile lungo dove mi appoggio sopraffatta da uno stupore che è come la nebbia disturbata da un ricordo.”
L’attraversamento del paesaggio è presente anche nel cammino di Franca Mancinelli, “Dentro un orizzonte di colline e altre prose”, che inizia dalla piazza di Fano e risale su allontanandosi dal mare, all’indietro: “Tutta la mia infanzia fu attratta da questo confine non segnato fra la pianura e i colli. La mia immaginazione gravitava attorno al punto di congiunzione tra due mondi.” Ma è appena l’inizio, il risveglio del ricordo che precede la nuova riscoperta di ora, perdendosi di nuovo a esplorare.
Percepisco in tutti i racconti una mobilità inquieta, sempre in movimento, quasi a sfuggire quell’immagine di staticità che spesso viene affibbiata a questa regione, e ci impedisce di vedere più in profondità gli angoli mutevoli del nostro mondo e del sentire.
Ancora un pittore, Federico Barocci, apre gli “Indizi di consistenza” di Maria Lenti, dalla sua Urbino per proseguire verso altre riscoperte, Giovanni Battista Salvi di Sassoferrato, Olivuccio di Ciccarello di Camerino o l’Allegretto di Fabriano: “La curiosità mi ha condotto, dunque, alla pittura delle origini. Un’arte dai tratti sicuri, pacati, dai colori vivaci mai chiassosi, i cui verdi fanno pensare ai campi di grano in primavera, ad albe trasparenti, i rossi agli scotani, i gialli alle ginestre. Emozioni continue. Soprassalti.” Giunta ad Ascoli, l’autrice ci presenta Giovanna Guerzoni, una pittrice del Seicento, e a Monte Vidon Corrado il pittore poeta Osvaldo Licini, del Novecento. Daniela Simoni dedica a Licini l’intero suo racconto, “Osvaldo e Nanny, l’amore di una vita e oltre”: “Io sto dipingendo ‘nudi’ in questo momento con la più ‘cara’ delle… modelle, e la più bionda e la più fidanzata!”, scrive Osvaldo Licini al suo amico Checco Catalini, parlandogli della compagna con cui dividerà l’intera vita. Scrive da Parigi, dove tra i tanti è legato a Modigliani. Parigi, il mondo e Monte Vidon Corrado, in un andirivieni continuo, il guardarsi da dentro e da lontano. Licini, il disegnatore delle Amalassunte, le lune che volano libere come angeli, nel 1946 diventa anche sindaco con la lista di sinistra “Spiga di grano”, un nome che oggi risuona come un che di poetico.
Licini lo incontriamo già nel racconto di Luana Trapè, nei colloqui e il girovagare per le vie di Fermo e nei paesi attorno, Monte Vidon Corrado, Montelparo, Monterubbiano e tanti altri, insieme al poeta Luigi di Ruscio, che ha conosciuto ‘su invito’ si potrebbe dire di Joyce Lussu. Il poeta operaio, ribelle e ateo, metalmeccanico in Norvegia dove è rimasto per quarant’anni. Visitando insieme il Centro Studi Osvaldo Licini “Luigi restò a lungo a interrogare le carte esposte nella cassettiera (…) si fermò a rimuginare a lungo sul disegno tracciato a matita sul retro di una busta: il volto di un’Amalassunta dove il bollo postale di Monte Vidon Corrado travisa e ingigantisce l’occhio destro. E’ il disegno che scelse poi per la copertina dei Cristi Polverizzati.”
Elena Frontaloni ci accompagna nella lettura della poesia Tre circostanze di Franco Scataglini, una riflessione, in quella sua lingua creata come una nuova lingua madre, sulla “morte: il taglio improvviso tra giorno e notte, tra luce e buio, l’attimo puntiforme in cui il senso e la coscienza ci sono e poi non ci sono più.” Più che un pensiero filosofico è un sentimento filosofico, dice lo stesso Scataglini, il poeta di El Sol e di Rimario agontano.
Ancona sembra quasi esplodere di bellezza nella visione di Maria Angela Bedini, “Cruna e cammello. Il canto di Ancona”.  Ancona e il mare. Il punto di contatto con l’altrove, l’ho definito più sopra. “Questo inguine di Adriatico avvinghiato alle dirimpettaie sponde, nell’umida frontiera marina, nell’intimo mare casalingo” scrive l’autrice, con una prosa che ci prende e fa correre anche noi in modo fantasmagorico, in questa città ove “hanno voce le vie, hanno un fiato, un respiro queste ombrose contrade svegliate all’alba dal fiotto del mare ora astioso e feroce, ora lieve e sonoro come una canzone.” Dicevo che non c’è il mare nell’antologia, questo racconto fa accezione ma il mare non è tale senza il rapporto con la città: “il mare corteggia la città, l’agguanta e la rapisce, s’insinua nell’incavo di Piazza della Repubblica, straripa nelle arcate del teatro ed entra nel boccascena, inzuppa la tunica delle Muse, s’inclina e prosegue…”.
Ancona è presente, o forse un po’ sullo sfondo, anche nelle pagine che Cristina Babino dedica a Violata, il monumento che mostra “una donna stuprata la cui bellezza è esibita nella sua nudità più spettacolare e ammiccante, senza alcun segno della violenza subìta se non in quelle parti anatomiche debitamente scoperte.” Qual è il rapporto di questa opera d’arte con la città, e con il tema a cui è dedicata, s’interroga la Babino: “Quando l’arte esce dai suoi luoghi canonici essa si trova inevitabilmente a misurarsi sia con le caratteristiche e le problematiche dello spazio urbano che va a occupare, sia con la complessità della ‘societas’ che quello spazio abita e anima”. Senza invocare però nessuna subalternità strumentale dell’arte: “Non è certo scopo dell’arte, né è tra le sue possibilità, la risoluzione delle questioni sociali, ma non v’è dubbio che, per la sua capacità di aprire nuovi spazi di immaginazione e riflessione, per la sua duttilità interpretativa, utilissima a cogliere i processi di trasformazione collettiva e a esprimere una volontà di cambiamento, essa costituisca un formidabile strumento di comunicazione simbolica….”. Un tema apertissimo, sempre presente nel nostro agire quotidiano, se non restiamo superficiali. Il tema della violenza, domestica, è affrontato anche da Alessandra Carnaroli, nella finzione narrativa “ci vogliono solo dieci minuti”, un titolo che solo in apparenza è metaforico, e non allude nemmeno alla fretta, semmai alla coazione a ripetere dell’usa e getta. Siamo sempre ad Ancona ma può essere ovunque, lo si percepisce dalla lingua cruda che non è più nemmeno dialetto, lingua, ma singhiozzi di linguaggio che si fanno strada a fatica e non siamo abituati a prestargli attenzione. Ma forse, se non vediamo l’altro di paesaggio, quello aperto dei crinali e dei colori, fatichiamo anche a vedere questo, che è ugualmente sotto i nostri occhi. Ancona è di nuovo presente con Maria Grazia Maiorino, “La casa delle iris”, quasi uno sguardo retrospettivo su intrecci di vita, illusioni e storie che si risvegliano nella fantasia della protagonista mentre è ad una festa di compleanno e chiacchiera con vecchi amici, e vecchi amori. Due livelli di discorso, uno palese del salotto presente, che fornisce informazioni di cornice, e l’altro più vero, nascosto e sotterraneo, del già accaduto, “come quando percorrevano il sentiero del Monte per raggiungere la casa delle iris. Alla fine del sentiero che attraversando il bosco saliva dal Poggio al Pian Grande, era d’obbligo l’affaccio al bordo della falesia per ammirare l’antica frana che aveva dato origine a Portonovo, e ogni volta…”.
“Il paesaggio che accade” è nel titolo scelto da Eleonora Tamburrini per introdurci al romanzo di Dolores Prato “Giù la piazza non c’è nessuno”, sciogliendone… stavo per scrivere le complessità ma non credo sia questa l’immagine giusta, anche se la Prato forse è davvero come il suo “luogo di appartenenza” e il suo modo di raccontarlo: “Treia – scrive la Tamburrini tratteggiandone il ritratto – è un orizzonte tracciato con nitore abbagliante e al contempo con l’imbarazzo di non poterlo contenere.” Dolores Prato è da considerarsi scrittrice marchigiana per “la forma dello sguardo”, prosegue l’autrice, facendo poi riferimento qualche riga più avanti, citando Scataglini, al concetto – o più correttamente dovrei chiamarla immagine? – di “letteratura residenziale”. Anche quando si è lontani, Roma in questo caso, e la scrittura in qualche modo precede il ritorno, lo consente. Scrive ancora l’autrice: “All’evidenza del paesaggio, tacitamente assorbito o descritto in pagine memorabili, si lega uno scenario interiore, l’indole della provincia maceratese espressa in un grande coro di voci e di figure”.
Dolores Prato è presente anche nel trittico di Lucia Tancredi, “Garden Party”, come un salotto all’aperto in un giardino, tre ritratti che scivolano uno sull’altro, di tre donne. La prima è Maria Sybilla Merian. A Macerata, terre di Sibille, è arrivato – in modo quasi “sotterraneo” – il suo “giardino di carta”: “I fogli hanno margini leggeri, come una garza su cui l’umidità ha operato la sua alchimia. Ogni pagina è un quadro a monocromo con le rose gonfie, tulipani lisci e flessuosi come pesci, i cardi sfrangiati, le malve con gli umidi ciuffi scossi, i papaveri rugosi e fragili (…) e per ricordarci che ogni giardino, oltre alle erbe, ai fiori e ai frutti è anche il regno di creature ‘belle e aggraziate’, ogni pagina segue come un racconto la metamorfosi di quella mirabile creatura che è il bruco: la crisalide accoccolata su una foglia, ricurva come un occhiello; la filiera addominale che ha prodotto la seta del bozzolo, appeso come un lampioncino di carta giapponese; il feltro spugnoso del verme che si è trasformato nell’ala sottile e impalpabile di farfalla”. Leggendo queste righe credo d’aver intuito il significato della parola Sibilla. Piacevoli anche i ritratti delle altre due donne, sempre sul filo dei fiori e dei giardini. La prima è la nonna di Joyce Lussu, Lady Margaret Galletti De Cadilhac -“…e il filadelfo, fiori della passione, rododendri dai boccioli lucidi e turgidi, glicini traboccanti…” – e la seconda è Dolores Prato. Qui il giardino è solo immaginato e intravisto sbirciando oltre l’alto muro, perché le monache non concedono la visita a quel luogo: “Perché avremmo bisogno di visitare il giardino delle monache quando Dolores ce ne parla con tanta freschezza?” reagisce l’autrice: “Proviamo a vederli anche noi, dall’altra parte del muro, con antiche pupille” e inizia a citarli, tanti: “Di tutti i fiori Dolores ama la verbena che cresce spontanea tra le erbacce, indesiderata come lei, eppure intensa nel suo colore, dove sembra essersi appoggiato un pezzo di cielo, un celeste colla.”
L’immagine del celeste colla mi conduce alle pagine di Anuska Pambiachi sul distretto culturale evoluto di Urbino, quando cita Marco Fantuzzi in viaggio da Lecce a Lamoli per fare scorta di guado: “Da molti anni produce colori naturali. Il giallo della reseda, dello scotano e della ginestra, il rosso della robbia, il verde dell’ortica, il marrone del mallo di noce, il nero del carbone, il blu del guado”. E poi, alcune righe più avanti: “Il blu è il colore delle terrecotte di uso popolare, delle tovaglie finemente ricamate e dei velluti rinascimentali, blu è il colore che si ritrova nei dipinti di Piero della Francesca, di Raffaello e di Federico Barocci…”. Ecco il travaso continuo dal corpo del paesaggio al dettaglio delle sue essenze di colore e di luce: “sto accordando una musica” risponde il Barocci mentre dipinge, al Duca di Urbino. Dai colori alla melodia e alla poesia, “nelle sue poesie sono impresse immagini profonde di ciò che siamo, storie di piante, muschi e selve, fiori e animali. Rumori di gesti antichi e moderni, parole schiette e significati veri…” scrive la Pambianchi di Umberto Piersanti, il poeta delle Cesane, “della vitalba, pianta parassita che cresce attorno ad altre piante, saporita nelle punte che si mettono a bollire e poi si mangiano con uova o olio crudo.”
Arte e vita una nell’altra, oltre che nelle storie del tempo. Caterina Morgantini propone una visita a “Sforzacosta. Il lager dimenticato”, questo sì davvero, un luogo che “si presenta senza sfarzi, simile a una donna che sappia di non poter contare sulla bellezza per far colpo” e al tempo stesso anche “luogo in cui quel qualcosa è accaduto” ma dove normalmente “si passa davanti e si prosegue oltre, senza accorgersene, cercando chissà quale imponente, tetra struttura segnalata da cartelli.” Una visita e la ricostruzione di quelle vicende sono atti dovuti, per gli inganni a cui furono sottoposti gli incarcerati e inviati al lavoro coatto in Germania.
Natalia Paci con “Sbarcare il lunario” ci immerge di nuovo nella realtà di oggi, alle prese con ‘la frenesia della vita moderna’. Mamma e avvocato alle prese con una molteplicità di piani di realtà che si intersecano senza sosta tra lavoro, orari di scuola dei figli, relazioni da preparare per qualche convegno, spostamenti in auto, scambi di sms, cartoni animati sullo sfondo e sul pc la relazione sugli operai del cantiere navale, il precariato e le diseguaglianze. I paesaggi surreali della realtà. Ma la Paci si tradisce con il titolo, che mi piace, forzando un po’ l’immaginazione: c’è l’atto dello sbarcare, dell’esserci, e il lunario, che un tempo scandiva altri ritmi, di lune, stagioni, semine e raccolti, fatiche e riposi.
Alla fine del mio percorso personalizzato, trovo l’Operetta Morale di Allì Caracciolo, “Dialogo di un Attore e di un Passeggere”. Ogni riferimento al Poeta è puramente casuale? Inizia così: “Anfiteatri naturali, morbide pieghe del terreno, distese onde di paesaggi, partiture cromatiche di inesauribili gradazioni: infiniti i verdi, infiniti i marroni, i gialli, gli amaranti, impercettibili a uno sguardo fugace. Perfino i blu delle acque marine attingono a tutti i toni dei colori dei colori freddi in variazioni d’inavvertibile passaggio dagli azzurri ai verdi dai verdi ai peltri, argenti, lattiginose trasparenze d’onici. E la rosa della notte che sgrana silenzi sull’andante del paesaggio. Ne provo stupore raro e grato.” E poi il dialogo si dischiude, si allarga e va, di nuovo. Risponde l’attore: “Sì, tale è la terra di Marca….” e sullo sfondo c’è già la rappresentazione con i tanti teatri in movimento ovunque.
Ho letto il libro senza rispettare l’ordine dei racconti ma saltando disordinato avanti e indietro, immaginandomi anch’io a zonzo per i crinali, i borghi e le campagne, con l’imbarazzo ad ogni ‘trivio e quadrivio’ di quale direzione scegliere, confuso soltanto da un eccesso di curiosità. La curatrice Cristina Babino ci orienta alla lettura con una bella e ampia introduzione e proponendoci i racconti in quattro sezioni: Sibille, Sirene, Pleiadi e Chimere, che non ho percepito come una classificazione ma come altrettante dimensioni dello sguardo e del paesaggio, quelle dell’affabulazione, dell’attenzione, dell’avventura e dell’immaginazione, capaci di sfumare una sull’altra per offrire sempre nuovi angoli, come una quieta inquietudine.

(L’articolo è stato pubblicato in data odierna sul web magazzine l’Adamo, che lo ha accompagnato con l’immagine di un particolare della “Deposizione” del 1512 di Lorenzo Lotto, esposta proprio nella Pinacoteca di Jesi. Questo particolare, la veduta di Recanati, me ne ha fatto ricordare un altro  presente nella stessa tela del Lotto, “l’adriatico fermo, su cui si specchia una vela lontana”, la stessa vela che lo scorso anno 1ha ispirato gli studenti dell’istituto d’arte di Jesi, in un lavoro dedicato ai murales cileni di Jesi, realizzati nel 1983 per ricordare il governo Allende travolto da un golpe; nel 40° anniversario di quel golpe gli studenti, insieme a tanti altri lavori di tutti gli studenti di Jesi, hanno trovato il modo di fondere insieme gli occhiali di Allende, gli stessi della notte del golpe,  e l’immagine di quella stessa vela che ancora naviga e si rispecchia sulla sua lente. Gli ‘altrovi’ che s’incontrano e si ridanno vita. Immagini che ritornano perché sono sempre dentro di noi.)

Advertisements

Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
Questa voce è stata pubblicata in LIBRI e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Come appunti di viaggio (“Femminile plurale”)

  1. Pingback: “Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche”, a cura di Cristina Babino | Altrovïaggio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...