Il riparo e la gabbia

6Ieri 3 ottobre giorno di tristi anniversari, il primo dalla strage di Lampedusa (ero sulla diga del Vajont lo scorso anno quando accadde, ricorre anche questo anniversario in questi giorni). In televisione ieri sera su rai tre è andata in onda la conferenza spettacolo “Come il peso dell’acqua“, di Andrea Segre.  Da qualche tempo avverto un disagio crescente quando affronto questi argomenti, dei  quali mi sono occupato assai spesso. E’ il disagio del paradosso, che bene veniva messo in evidenza ieri sera: neghiamo il visto a chi fugge, non li aiutiamo a fuggire e lasciamo via libera a chi approfitta di loro (un viaggio costa anche diecimila dollari, a rischio della vita). Quando poi vogliamo far vedere d’essere un po’ più bravi, non respingiamo in mare ma mandiamo le navi a raccogliere gli stessi a cui abbiamo negato l’ingresso. Come per riparare ma soltanto un po’, perché poi li riabbandoniamo di nuovo a loro stessi, dopo il loro arrivo.  Costerebbe molto di meno concedere il visto, accoglierli lì sul posto, e consentire un viaggio su un normale mezzo di trasporto, più economico, senza pericoli e più umano. “Bisognerebbe andare a prenderlì lì al loro paese”  rispondeva un anno fa Giusi Nicolini a Ruotolo che la intervistava nei giorni della strage. Il paradosso, e mi fermo qui, non mi addentro nemmeno nei motivi che spingono le fughe e le nostre responsabilità nelle crisi internazionali. Giuseppe Battiston, che insieme a Marco Paolini dava voce al racconto, alla storia dei tre viaggi raccontati dalle sue protagoniste, ne aggiungeva un quarto, immaginario ma non impossibile: sua figlia che vuole andare in Danimarca ma la Danimarca gli nega il visto, e allora… allora il paradosso non è più soltanto l’esercizio di un logica da applicare agli altri ma ci riguarda direttamente, svelando il suo lato grottesco. Mi chiedevo il perché di questo assurdo paradosso, come una schizofrenia di una società cha ha smarrito se stessa, la mancanza di senso, ma poi in chiusura Battiston ha letto un passo di In viaggio con Erodoto di Ryszard Kapuściński, e allora ho capito che il senso c’è e non si tratta di un paradosso: “Ma il muro non ha solo uno scopo difensivo. Proteggendo dalle minacce esterne, permette anche di controllare ciò che accade all’interno. I muri hanno passaggi, porte, cancelli. Sorvegliare questi punti significa controllare chi entra e chi esce, informarsi, verificare che i permessi siano in regola, annotare nomi osservare facce, imprimerle nella memoria. Il muro diventa così scudo e trappola, riparo e gabbia. Il lato peggiore del muro è quello di sviluppare in alcune persone un atteggiamento da difensore del muro, di creare una mentalità per la quale il mondo è attraversato da un muro che lo divide di dentro e fuori: fuori ci sono i cattivi e gli inferiori, dentro i buoni e i superiori. Non è indispensabile che il difensore sia materialmente vicino al muro: può anche starne lontano, purché lo abbia sempre dentro di sé e rispetti le regole imposte dalla sua logica.” Kapuściński in questo passo rifletteva sulla muraglia cinese. Avevo letto il libro qualche anno fa, un libro di quelli importanti da leggere e che evidentemente non basta leggere una sola volta, perché questo passo non me lo ricordavo con questa nitidezza. Mi fa venire in mente i racconti raccolti una ventina di anni fa dall’assedio di Sarajevo. Rendono bene l’idea. Dalla città assediata non si poteva fuggire ma non solo e non tanto perché gli assedianti chiudevano le uscite ma anche perché i suoi stessi difensori non volevano. C’è anche una ragione: se ti assediano per cacciarti, tu resisti per non andartene. Questo come “logica di stato”, ma il singolo che c’è rimasto chiuso dentro? Il permesso di uscire poteva averlo solo se ferito o malato, per andare a curarsi. E per il resto? Ricordo un ragazzo che mi raccontava d’essere uscito nascosto nella jeep di un ufficiale Onu, per superare i vari checkpoint e che sul “mercato” il prezzo medio di questo servizio (per quegli ufficiali che ne approfittavano per fare gli “scafisti”) arrivava anche a duemila marchi tedeschi (2 milioni di lire italiane). Anche questo accadeva. E’ vero, non è un paradosso, è questo il senso. (La foto del checkpoint di Betlemme è tratta dal sito NON PIU’ MURI)

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https://tulliobugari.wordpress.com/
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Una risposta a Il riparo e la gabbia

  1. Pier ha detto:

    L’ha ribloggato su Hydrogen Jukeboxe ha commentato:
    Da leggere

    Mi piace

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