Il disagio di sentirsi nudi davanti all’imperatore

660-0-20140927_114902_3F5A6153“Per tutta questa serie di ragioni, risultano spuntate le recenti critiche piccate che gli muove nel suo ciclico editoriale-omelia Scalfari ogni domenica mattina su Repubblica a cui si è aggiunta la chiosa diaconale di De Bortoli qualche giorno fa sul Corriere. Renzi non è semplicemente una macchinetta da slogan, ma ha un ruolo socialmente trasformativo. Creare un partito di massa che si identifica e si compatta non più in un particolare tipo di bisogni materiali o di ideali, ma in una condizione emotiva. La nuova coscienza di classe è quella di un popolo di ansiosi. E in questo senso la crisi della rappresentanza ha una scaturigine interiore: la società post-comunitaria degli individui monadi è composta da persone che desiderano essere ascoltate, viste, riconosciute. La caratteristica precipua dei nuovi adulti è l’ipersensibilità, la fragilità della psiche, una perenne ansia da prestazione. Hanno bisogno di sollievo, hanno bisogno di qualcuno che s’identifichi con loro. O che soprattutto sappia fingere molto molto bene.”

Si conclude così un articolo assai interessante, da leggere, su Renzi e la sua vincente comunicazione (La benedetta questione della comunicazione di Matteo Renzi). È un’analisi attenta e puntuale, che condivido da tempo ma… ci sono un po’ di ma (non nelle analisi che ho letto ma nelle riflessioni che mi stimolano). Siamo davvero alla fine della Storia? E sono tutte spuntate le critiche solo per una debolezza o un errore di comunicazione? La democrazia è diventata davvero soltanto spettacolo e televoto, e la lotta di classe soltanto un disagio interiore? Per batterlo, Renzi, dobbiamo davvero essere più bravi di lui e fingere meglio di lui, per vincerlo nei consensi, ma al tempo stesso restare anche fedeli ad un nostro contenuto alternativo? Ma allora, non basta fingere come lui ma “fingere di fingere” come lui e meglio di lui… diventiamo schizofrenici. Oppure il renzismo in realtà non è che il nulla, soltanto un brillante adattamento ai tempi di una realtà antropologica già in via di mutazione, compattare il partito massa non sui bisogni ma sulle emozioni. Il nulla che avanza fine a se stesso, Renzi ne è solo un risultato – o l’emissario – perché il motore vero, quello che ha il potere di decidere i cambiamenti sociali, e le forme attraverso cui costruire il consenso, si trova altrove. Ma Renzi nella sua forma comunicativa usa anche questo come una metafora e lancia, finge di lanciare la sfida ai poteri forti, salvo creare una centralità anche con Marchionne, la sua è una comunicazione onnivora e la rende più credibile proprio vestendo i panni del don chisciotte contro i mulini a vento (in realtà ho gran rispetto per il vero Don Chisciotte, Renzi ne ricicla solo un’immagine sciocca, quella che evidenzia Crozza con le sue imitazioni). E’ tutto e il contrario di tutto, uno spettacolo perenne, del resto vinse la sua lotta per il potere nel Pd proprio in coincidenza del festival di sanremo (il televoto, appunto). E allora, è giusto studiare la comunicazione di Renzi, ci aiuta a svelare che il re è nudo ma poi non dimentichiamo che anche noi siamo rimasti nudi e allora oltre alla comunicazione di Renzi dovremmo studiare anche la nostra di comunicazione, che non può essere uguale alla sua, perché il nostro fine è di comunicare dei contenuti, mantenere il legame che unisce le emozioni ai bisogni – dentro a questo c’è anche la crisi della rappresentanza – e non identificarci invece nella sua finzione. Ma poi, siamo sicuri che li abbiamo davvero presenti e chiari questi nostri contenuti, e non siamo anche noi caduti in qualche modo dentro l’abbaglio? In questo senso, certo che sono spuntate le “recenti” critiche. Non solo sono spuntate ma contribuiscono addirittura ad accrescerlo il senso del disagio. E invece forse è proprio da quel disagio che è anche nostro – il disagio del legame che manca, e il disagio di sentirsi nudi davanti all’imperatore, o ai suoi emissari – che potrebbero nascere critiche meno spuntate e più consapevoli, con le loro adeguate modalità e strategie comunicative. È il cambiamento di quel disagio che dovrebbe interessarci e non il suo consenso. E forse, per iniziare, occorrerebbe intanto dargli la possibilità di esprimersi a quel disagio, per elaborare il suo lutto.

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