La Malapianta

UnknownLa Malapianta, di Rina Durante, Zane editrice. Lessi questo libro all’età di venti anni, dopo aver seguito un “concerto” di Giovanna Marini nel cortile della Casa dello Studente di Roma. Dove “concerto” significa che lei una sera è arrivata con la chitarra in spalla, ha scelto un angolo in mezzo a noi e ha iniziato a suonare, cantare e raccontare. Era autunno e aveva una canzone fresca, forse la cantava in pubblico per la prima volta, i treni per Reggio Calabria. L’ho sentita parlare anche di tante altre cose, anche del Salento e di Rina Durante, della quale poi ho trovato il libro, scritto appena 5 o 6 anni prima -alla Feltrinelli. De Martino aveva svolto le sue ricerche, insieme a Diego Carpitella, appena una decina di anni prima, e sulla scena folk, di cui la Marini raccontava, si stavano affacciando il Nuovo Canzoniere Italiano, la Nuova Compagnia di Canto Popolare e, dal Salento, il Canzoniere Grecanico Salentino, di cui Rina Durante era l’animatrice. La lettura del libro fu come seguire un’Analisi (quella con la A maiuscola, di Freud, che mi trovavo a studiare) ma delle classi basse. Dolorosa e viscerale, come è viscerale la fame quando stringe l’assedio. Nessuna retorica, come invece eravamo abituati noi studenti fuori sede, tutti compagni nel senso di allora di questa parola, nella piena illusione di chissà quali riscatti eroici e progressivi sulla scena del mondo. Io stesso, fino a pochi anni prima, vivevo in quella campagna da cui eravamo fuggiti. Da cui, in realtà, eravamo stati “espulsi”, ma che si trattava di un’espulsione l’ho scoperto solo molti anni dopo (leggevo anche Marx, allora, e la storia delle espulsioni dalle terre dei contadini inglesi, ma non avevo capito che si trattava anche della “mia” storia). Diversi dei miei amici abruzzesi, calabresi, siciliani o lucani (non tutti, naturalmente, ma l’ambiente da cui venivano erano quello) erano nati in quelle stesse famiglie che appena venti anni prima erano andate “ad occupare le terre”, come un ultimo tentavo estremo di resistenza. Capitava allora, in treno, quando si viaggiava su e giù per l’Italia, tra riunioni, viaggi, convegni e manifestazioni (in quegli anni, all’ingresso di una galleria, per esorcizzare, prima del buio, ci si salutava dicendoci: addio, chissà se ci rivedremo ), di conoscere emigranti in viaggio, dalla o verso la Svizzera e la Germania o da Torino e Milano, e di chiacchierare con loro. Ma la terra, la fame e la campagna restavano silenziosi sullo sfondo dei nostri discorsi, i nostri sguardi erano puntati su ciò che ci stava davanti. La Classe Operaia con le iniziali maiuscole, in quel momento: Operai e studenti uniti nella lotta, sempre uniti vinceremo. Non abbiamo vinto nemmeno quella volta. Oppure sì? Di recente il libro è stato ripubblicato e così m’è capitato., in giro per il Salento, di trovarlo per caso in una libreria di Lecce (ma si tratta sempre di quel caso che non viene mai per caso). L’ho riletto con una rinnovata emozione. E’ più di un’Analisi, è quasi la forza della vita che alla fine è capace di crearsi da sola, emergendo dal nulla di se stessa, senza rinnegare nulla ma al tempo stesso anche senza rimpiangere nulla: attenti alla trappola del rimpianto! E ciò vale anche oggi, nei problemi dell’oggi. Mi diceva un amico di Copertino, impegnato nella campagna elettorale: non sai più cosa dire alla gente! Mi sembra che sia così un po’ ovunque. Guardare avanti, anche ora, senza nemmeno le illusioni eroiche e progressive di quando eravamo giovani e appena usciti, con le nostre forze, da quello stato di… non mi viene la parola davvero adatta; forse, dalla costrizione in cui eravamo. Allora però, nell’euforia degli anni immediatamente dopo, il nostro mondo passato se ne stava ancora lì dentro di noi, silenzioso sullo sfondo, fuori dalla nostra attenzione consapevole ma comunque presente, ci consentiva di guardare avanti. Oggi è scomparso del tutto, come dissolto, e per tanti forse nemmeno c’è stato mai. Rileggere oggi questo romanzo di Rina Durante, così “duro e denso e al tempo stesso così leggero da leggere, ha contribuito a ritessere alcune tracce di memoria.

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2 risposte a La Malapianta

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