La memoria e l’insulto

Nell’ultimo week end sono stato a Empoli, invitato a presentare il libro In bicicletta lungo la Linea Gotica.; un’interessante conversazione in pubblico, sul progetto della Staffetta della Memoria, guidata dalle domande di Francesco Lensi; tra gli argomenti trattati anche quello della “riconciliazione”, che la Staffetta incontra ad esempio al Monte Battaglia, nel suo viaggio lungo le memorie della Linea Gotica, e poi naturalmente discute anche al suo interno.
Ne abbiamo riparlato a Empoli e io davo la mia interpretazione personale, sostenendo che la riconciliazione – come in altre situazioni il perdono, che è ancora un po’ più complesso – è importante raggiungerla ma non certamente per “chiudere” un discorso, annullando le memorie e cancellare ciò che è stato, bensì per “aprire” un discorso che attraverso la capacità di riconoscere le ragioni e i torti aiuti anche a riconciliare e superare rancori. Portavo a esempio l’esperienza di Mandela in Sud Africa; insomma, riconciliazione e perdono sono importanti ma bisogna guadagnarseli, con un lavoro serio sulle memorie.
1Dato che per parlare sul tema del perdono, durante la conversazione a Empoli, ho fatto ricorso ad alcune storie incontrate in Bosnia subito dopo l’ultima guerra, negli anni Novanta, il mio interlocutore mi ha invitato a parlare anche di Jugoslavia, e in particolare quali legami coglievo tra quella guerra e l’esperienza della nostra Resistenza. M’è venuto subito in mente “Italiani brava gente” di Del Boca, i criminali di guerra italiani che la Jugoslavia ha chiesto dopo la guerra di mandare al processo di Norimberga, per ciò che accadde durante l’occupazione italiana nei diversi “campi di prigionia”. Il governo Etiope ne aveva elencati un numero anche più alto ma nessun italiano andò a Norimberga; il numero uno della lista aveva firmato un armistizio con le truppe Alleate.
2Trovandomi in Toscana, già che c’ero, sulla strada di casa ho voluto fermarmi al cimitero di Sansepolcro, per visitare il sacrario dedicato agli “jugoslavi” morti nel campo di prigionia di Renicci, vicino Anghiari, prima che Badoglio firmasse l’armistizio. E’ un piccolo spazio all’interno della parte vecchia del cimitero; ci sono alcune lapidi e un monumento. Mi pare che fossero stati circa ventimila gli jugoslavi, militari e civili, rastrellati e imprigionati, che soni transitati per il campo di Ranicci. Dopo l’8 settembre tutti i 3prigionieri fuggirono e diversi di loro andarono a ingrossare le file della nostra Resistenza, compresi “gli slavi”. Ci fu ad esempio un intero battaglione formato solo di slavi attivo nella nostra regione dalle parti del Monte Catria, inquadrato nella Brigata Garibaldi del pesarese. Alcuni slavi li ho trovati anche tra le vittime dell’eccidio di Monte Sant’Angelo, vicino Arcevia, nell’anconetano. Insomma, i legami di memoria sono tanti, infiniti, più di quanto normalmente sospettiamo, basta solo volerli ritrovare. “Aprire” discorsi e non chiuderli.
Ma veniamo al dunque. Arrivo a casa la domenica e trovo in televisione Fabio Fazio che conversa con “Giorgino” Albertazzi. Niente di male. Non ho rancori ideologici, lo ammetto, a differenza di chi è più intransigente di me, ma evidentemente ne ha anche tutte le ragioni. Mi piace, di solito, anche seguire il personaggio, quando recita, nel “teatro” però e non nella realtà. Ad un certo punto, infatti, Fazio gli fa fare quel giochino un po’ scemo che diverte il pubblico e funziona in tv, delle cose più importanti della vita, e il Giorgino gioca, si diverte e gigioneggia, conclude che il ricordo più importante è quello del parco della villa in cui è cresciuto. Molto bucolico, fa quasi tenerezza.
Con tutta la forza di volontà che uno può metterci, non può non venire in mente – una volta stuzzicati sui ricordi più significativi della vita – il sottotenente “Giorgino” Albertazzi, che prese parte al grande rastrellamento sul Monte Grappa nel settembre del 1944, al comando del secondo plotone fucilieri della  terza compagnia del 63° battaglione M della Divisione Tagliamento.
Il rastrellamento del Grappa fu uno dei peggiori della repressione e del terrore nazifascista, con episodi oltre l’immaginazione e un bilancio di circa 500 morti e 400 deportati, la maggiorparte civili, di qualsiasi età; alcuni furono impiccati e mostrati in pubblico, per terrorizzare, ma molti altri furono occultati e i cadaveri non sono mai stati ritrovati. Nemmeno il conto esatto delle vittime è stato possibile fare.
E’ uno dei peggiori, anche perché mai affrontato per una ricostruzione storica completa, nelle dinamiche e nelle responsabilità, nonostante i processi; con tante e troppe rimozioni e distorsioni della realtà, tra queste anche il tentativo di minimizzarlo e farlo sembrare poco più di una gita campestre sui monti da parte dei repubblichini. Ecco perché pensando di scrivere queste note, m’è venuto d’inserire nel titolo la parola “insulto”. Minimizzare è un insulto. Non parlarne affatto va ancora oltre.
Questa vita repubblichina di Albertazzi è già ampiamente conosciuta, più volte gli è stata dedicata attenzione e non è difficile nemmeno trovare documentazione in internet per chi volesse approfondire; posso fare riferimento agli articoli usciti una decina di anni fa su Micromega e sul Corriere della Sera, oppure alle recensioni di alcuni lavori storiografici, ricchi di documentazione. In uno di questi, Sonia Residori autrice del libro “Il massacro del Monte Grappa”, nel corso dell’intervista, ad un certo punto dice
“D’altra parte occorreva avere un coraggio non comune nel fare ammissioni. Finita la guerra la società italiana avrebbe dovuto guardare dentro se stessa assumendosi la responsabilità delle proprie colpe, invece rimase immersa nella miseria morale continuando a calpestare l’idea del diritto così come l’aveva educata il fascismo. Il risultato fu che molti crimini rimasero impuniti, molti settori sociali non furono neppure sfiorati dall’epurazione, coloro che erano stati chiamati a rispondere alla giustizia vennero liberati, riabilitati e perfino reintegrati nei loro incarichi. Ne derivarono una lacerazione nel tessuto sociale, una sfiducia verso il nuovo stato democratico e un contributo a coltivare l’odio e il desiderio di vendetta”.
Ecco, spesso per ipocrisia, o peggio ancora per superficialità, si dice che bisogna dimenticare e non coltivare l’odio e il rancore; mi sembra invece che sia vero l’opposto, solo ricordando e riconoscendo le ragioni e i torti si possono “aprire” e superare il desiderio della vendetta e anche impedire al passato di ritornare. Un caloroso e simpatico applauso ha accompagnato il “Giorgino” mentre usciva soddisfatto dalla sala.

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