Nialtri, traduzione anconetana di cohousing

“Poi torno a casa e me fago la doccia” terminava il racconto della sua giornata un alunno marocchino di una scuola elementare di Ancona, nei laboratori d’insegnamento dell’italiano come L2 (vedi, su questa bella esperienza di accoglienza di una decina di anni fa, il libro “Parole Condivise), a ricordarci che la lingua è sempre lingua della vita, quindi anche del dialetto della città in cui il destino ti porta (mi auguro che al tempo stesso quel ragazzo non abbia dimenticato nemmeno la sua lingua di origine).  
20140205_075321_resizedLa “Casa de’ nialtri” è stato il nome scelto dagli occupanti e da chi li ha sostenuti durante l’occupazione dell’ex asilo di via Ragusa, per rivendicare il loro diritto ad avere una casa e iniziare a praticarlo da subito. Occupazione (o esperienza di cohousing, come è stata definita, con un termine questa volta “internazionale”, che sintetizza bene lo spirito dell’iniziativa) iniziata poco prima di Natale, lo scorso 22 dicembre, e conclusa pochi giorni fa con lo sgombero da parte della polizia pochi giorni fa, all’alba del 5 febbraio (qui a fianco alcune foto tratte da Il Resto del Carlino), dopo trattative difficili con il Comune, tra chiusure, tentativi di dialogo e proposte che non venivano considerate accettabili perché provvisorie e parziali.

Sto leggendo in questi giorni “Processo all’art. 4” in cui si racconta appunto il processo a Danilo Dolci e gli altri organizzatori di uno sciopero alla rovescia nel febbraio del 1956, vicino Partinico. L’articolo 4 recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

q34tLo sciopero alla rovescia fu una forma di lotta molto utilizzata in quegli anni in tutta Italia, anche nella nostra regione, da contadini, braccianti, disoccupati in lotta per far applicare l’imponibile di manodopera: si mettevano da soli a fare i lavori per ricostruire una strada dissestata, fare una bonifica con i canali in un terreno abbandonato, riparare le case fatiscenti dei mezzadri, ripulire una macchia improduttiva per coltivarla. Cioè lavoravano gratis, poi magari chiedevano anche il riconoscimento di quel lavoro, ma intanto ricostruivano un paese disastrato dalla guerra e da un ventennio di politiche fasciste. E lo facevano non per un ideologico amor di patria ma perché, più praticamente,questo paese era il loro futuro.  Puntualmente arrivava la polizia. Vi furono anche diversi contadini e braccianti ammazzati.

Leggendo “Processo all’articolo 4” mi venivano in mente ad esempio le lotte dei No Tav, o dei No Muos. Si lotta non per una rivendicazione corporativa, ma per difendere un bene comune, cioè il proprio futuro. Si tratta delle stesse identiche lotte? Non mi interessa una discussione “dotta” su questo punto, perché ogni epoca ha le sue situazioni specifiche e le sue di lotte. Mi piace di più, ora, sottolineare altri aspetti. Leggendo di vicende siciliane di allora ho trovato questa poesia di Ignazio Buttitta:
Un popolo/diventa povero e servo/quando gli rubano la lingua/ricevuta dai padri:/è perso per sempre. /Diventa povero e servo/quando le parole non figliano parole/e si mangiano tra di loro./Me ne accorgo ora,/mentre accordo la chitarra del dialetto/che perde una corda al giorno.
Purché anche quelle del dialetto siano parole condivise e non esclusive, mi viene appena da aggiungere, non per correggere Buttitta ma guardando a tanta confusione sollevata negli ultimi anni su questo argomento.

Poi m’è venuta in mente anche la “Casa de’ nialtri”. Niantri è la traduzione anconetana di cohousing, siamo noi con la nostra storia, non è un vernacolo da esibire come vezzo. Possibile che non si sia trovata, non dico una soluzione immediata a problemi che nella dinamica specifica non conosco nel dettaglio, ma almeno provare a impostare un discorso dal respiro più ampio, che preveda collaborazione e partecipazione e non sgomberi con la forza? L’autodeterminazione, la stessa che spesso nei contesti internazionali invochiamo per qualche popolo lontano. Ci sono al fondo problemi strutturali del nostro paese e non solo, modelli di sviluppo iniqui, diseguaglianze che non sono semplici effetti della crisi, oppure danni collaterali delle cosiddette politiche anticrisi, ma ne sono la stessa causa.
Sabato prossimo c’è una manifestazione ad Ancona (ore 17 in piazza Ugo Bassi) per riporre al centro la questione. È un cammino complesso ma vale la pena di provare a percorrerlo. Anzi, non è che vale la pena, ma è l’unico che dobbiamo attraversare se vogliamo arrivare da qualche parte,

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