“Animal farm”, rappresentanza e post-democrazia

fattoria-degli-animaliAnimal Farm di George Orwell. Quando uscì, nel 1947, si disse che era una satira sul totalitarismo staliniano. Non dimentichiamo che Orwell pochi anni prima aveva combattuto contro il franchismo in Spagna nelle file del Poum, il movimento d’ispirazione troschista che subì – insieme agli anarchici della CNT – la repressione stalinista all’interno del fronte repubblicano (per avere un riferimento: era un militante del Poum il personaggio narrato da Ken Loach nel film Terra e Libertà).  Mi chiedo se oggi, a quasi settanta anni di distanza, lo stesso libro, con piccoli aggiornamenti marginali, possa essere un’allegoria anche dei regimi post-totalitari seguiti a quello, e magari per estensione anche dei regimi post-democratici, come credo oramai potremmo essere tentati di definire le esperienze democratiche nostrane. Per chi volesse, il libro è disponibile anche in rete, in formato pdf, oppure esistono anche diverse riduzioni cinematografiche o di animazione su you tube.

“Gli animali della fattoria erano bestie tranquille, affezionate al loro padrone, felici di sentire ogni sera risuonare sull’aia quel passo familiare: pigroni pennuti, se non sganciate più uovo una di queste sere vi tiro il collo!” inizia così nel film di animazione, con un’immagine molto immediata, semplice, universale, nella quale possiamo riconoscerci bene; da qui poi si sviluppa tutta la storia della presa del potere da parte degli animali e, tra questi, dei maiali. Una trama semplice come una favola e uno stile narrativo scorrevole, divertente. dalle allusioni immediate ma non didascaliche. Una lettura o rilettura che mi sentirei di consigliare.

Lo stimolo m’è venuto (non so attraverso quale catena strana di associazioni di di idee, ma forse ero nelle ore del crepuscolo, le più stimolanti sotto questo punto di vista) da un video che ieri girava su FB, una cartolina di Andrea Barbato del 1992, diretta al Beppe Grillo di allora, che era già quello di oggi anche se ancora non del tutto.
Mi ha stuzzicato in particolare una frase, quando Barbato dice: “Chi le parla, per quell’ipocrisia borghese che un tempo si chiamava buona educazione non vuole ripetere in tv davanti a milioni di persone” quella “parola, un imperativo ad andare, che nella televisione di oggi suona persino blanda se si ascolta quello che viene detto da mattina a sera”. Grillo allora faceva uno spettacolo durante il quale telefonava ad un personaggio e parlava con lui esponendo la telefonata al pubblico del teatro che rispondeva, come descrive Barbato, con questo “messaggio corale”.
“Che terapia è questo sberleffo fine a se stesso?” chiede Barbato.

Non commento la sua cartolina (potete rivederla attraverso il link che ho inserito sopra), mi viene però da dire qualcosa su quel passaggio in cui allude all’ipocrisia borghese:  che parole e concetti si usavano ancora al tempo di Barbato, appena 22 anni fa, un concetto semplice, denso e sintetico, che denunciava il doppiume dell’ideologia borghese e ricercava invece la sostanza vera delle cose anche attraverso la loro forma. Oggi che molte delle nostre parole sono state macinate e buttate (non ne faccio l’elenco, sarebbe troppo lungo) anche questa si è persa e così con meno parole è più difficile descrivere, e intendere, ciò che avviene. Mi chiedo così, se accanto ad un’ipocrisia borghese ( di cui Barbato tuttavia, in modo provocatorio e raffinato, rivendica la forma ma con l’intenzione di sottolinearne la sostanza),  non sia possibile individuare per analogia contrapposta una nuova ipocrisia contestataria (dove invece forma e sostanza di nuovo si confondono)E leggere dunque il film di Orwell (con alcuni aggiustamenti) anche come un’allegoria della nostra società post-democratica. Ecco come Orwell descrive nelle prime pagine il nuovo leader che sta emergendo: “Napoleon era un grosso verro del Berkshire dall’aspetto piuttosto feroce, l’unico Berkshire della fattoria, non molto comunicativo, ma in fama di voler sempre fare a modo suo.”

Tramite la cartolina di Barbato ho accennato a Grillo ma non limito l’interesse soltanto alle cronache di questi ultimi giorni alla Camera (comunque da non sottovalutare ma non del tutto comprensibili se limitiamo lo sguardo solo lì);  credo invece che sia opportuno allargarlo all’intera fenomenologia dei fatti pubblici di questi ultimi anni o forse decenni, alle più evolute dinamiche odierne di costruzione dei consensi, sempre più simili al televoto, alla questione della rappresentanza, sempre più schiacciata sotto quella della governabilità (senza chiarire mai per governare cosa!). Più o meno è questa la catena tortuosa di associazioni che dalla cartolina di Barbato mi ha condotto alla rilettura di Orwell.

(L’immagine che ho usato sopra l’ho trovata sul blog “Leggo per legittima difesa“)

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https://tulliobugari.wordpress.com/
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Una risposta a “Animal farm”, rappresentanza e post-democrazia

  1. Pier ha detto:

    L’ha ribloggato su Hydrogen Jukeboxe ha commentato:
    Tramite la cartolina di Barbato ho accennato a Grillo ma non limito l’interesse soltanto alle cronache di questi ultimi giorni alla Camera (comunque da non sottovalutare ma non del tutto comprensibili se limitiamo lo sguardo solo lì); credo invece che sia opportuno allargarlo all’intera fenomenologia dei fatti pubblici di questi ultimi anni o forse decenni, alle più evolute dinamiche odierne di costruzione dei consensi, sempre più simili al televoto, alla questione della rappresentanza, sempre più schiacciata sotto quella della governabilità (senza chiarire mai per governare cosa!). Più o meno è questa la catena tortuosa di associazioni che dalla cartolina di Barbato mi ha condotto alla rilettura di Orwell.

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