La difficoltà di educare alla memoria attraverso la pratica della commemorazione

Stiamo iniziando a prepararci per la quarta edizione della Staffetta della Memoria e tra pochi giorni – sabato 25 a Senigallia –  avremo anche l’opportunità di parlarne, con la scusa del libro In bicicletta lungo la Linea Gotica.  Rovistando qui a casa tra i libri, m’è capitato tra le mani “Memoria, esperienza e modernità”, con alcuni scritti di Paolo Jedlowski, degli anni Ottanta. In particolare, ecco alcuni appunti e citazioni dal capitolo “Il paradosso della commemorazione”.
UnknownIl tema del saggio è il rapporto tra responsabilità e memoria. Il nesso che lega questi due concetti è la nozione d’identità: “Se io non fossi quello di ieri, gli effetti delle mie azioni passate non potrebbero essermi imputate. (…) Ma se i soggetti perdessero ogni senso della loro contionuità nel tempo, cioè appunto ogni identità, verrebbe anche meno il senso di ogni promessa, di ogni impegno, di ogni fedeltà: il legame sociale svanirebbe in una aleatorietà  non gestibile. Chi è senza memoria è senza identità: ma chi è senza identità è ir-responsabile.”

Jedlowski analizza il deficit di memoria storica in Europa, in particolare delle generazioni attuali (negli anni Ottanta) di assumersi alcune responsabilità di quanto avvenne prima e durante la seconda guerra mondiale, e lo mette in relazione al riemergere di tentazioni autoritarie e di comportamenti razzisti. Anche se questo deficit non è uguale in ogni paese.  In Italia “la Resistenza – che non tutti fecero im prima persona – è diventata subito dopo un alibi per tutti, utile a negare ogni compromissione col fascismo, con il colonialismo, con le leggi razziali, con la persecuzione degli ebrei, e dunque con ogni responsabilità. L’interesse degli Alleati a non colpevolizzare l’Italia fece la sua parte in un generale processo di rimozione; il resto lo fecero i desideri e i bisogni della ricostruzione.”
Perfino il ’68 italiano, diversamente ad esempio che in Germania, “non stabilì un nesso particolarmente significativo con l’antifascismo degli anni Trenta e con la Resistenza. Il risultato è che la trasmissione dei ricordi si è interrotta, il passato non è diventato esperienza.”

Appare oggi in crisi la capacità di inserire la memoria personale in un quadro di storie e di memorie più vasto: “Di fronte a questo deficit, molti di noi si propongono di raccontare, di educare, di ricordare e far ricordare. Non è tuttavia così semplice. Quello che è in gioco è il rapporto tra le generazioni. A dire il vero, questo si gioca e si è sempre giocato molto più nella trasmissione di atteggiamenti e di pratiche che nella trasmissione di immagini del passato.”
In qualsiasi gruppo, i racconti che riguardano il passato, senza la trasmissione degli atteggiamenti, senza la continuità realizzata nella pratica e attraverso relazioni cariche emotivamente, perdono significato. I mutamenti sociali profondi che hanno interessato il nostro paese in un arco di tempo molto breve, hanno contribuito a creare fratture nei patrimoni delle conoscenze e di esperienza, non solo nei confronti del periodo fascista ma anche in senso più generale, con un rifiuto di questo patrimonio da parte delle nuove generazioni, in nome  della diversità e della novità.

Probabilmente, però, aggiunge Jedlowski, anche questa cesura esperienziale ad un’analisi più approfondita potrebbe non risultare così radicale, e comunque, a questa cesura, ci si può opporre, diffondendo la conoscenza storica e favorendo la trasmissione dei ricordi da una generazione all’altra.
Qui si inseriscono anche i riti pubblici delle commemorazioni, nelle quali si nasconde però un paradosso:  “Veniamo al momento in cui la commemorazione è fissata, il ricordo istituzionalizzato: vi è un monumento, una cerimonia che ricorre a una certa data, una versione dei fatti che si ripete nei testi degli oratori. Chi di noi non conosce la terribile estraneità che capita di provare di fronte a tutto questo? (…) L’ufficialità della cerimonia  sembra costituire una cortina  di impermeabilità che sterilizza la coscienza, mette un tappo ai ricordi. Chi non abbia alcun rapporto personale con l’evento commemorato resta senza capire, e non è impossibile che possa farsene beffe, non vedendo altro che il guscio ossificato di qualcosa che non è più lì.”

Il tentativo di collegare la memoria delle genrazioni attraverso cerimonie commemorative è vano. Ma anche nei casi più felici e riusciti, aggiunge l’autore, c’è comunque un aspetto che resta escluso, “quello per cui la memoria è anche uno scandalo, è la ferita che non si richiude, è quello di cui non si riesce a rendere conto.” Quando si rende ufficiale, “il discorso della commemorazione deve espungere da sé ogni dubbio, diventa affermativo (…) ma così non riesce più a tener conto del male, della crisi, del negativo. (…) La positività della commemorazione, volta a interpretare, a educare, a sostenere la buona identità e il progetto di un gruppo, occulta proprio ciò che pretende di mostrare: il danno e la morte. Che è la violenza di ciò che non è interpretabile, che ammutolisce ogni educatore, che mina ogni identità e rende penoso ogni progetto.”

Non è mostrando cento film su Auschwitz, sottolinea Jedlowski, che il ricordo acquista o mantiene la sua forza. E’ più facile che si reagisca con l’indifferenza, per proteggerci dall’eccesso di stimoli. Piuttosto, “sono a volte i dettagli, o immagini che solo indirettamente hanno a che fare con il centro del racconto, che sanno colpire, e avvicinare il racconto all’immaginazione dell’ascoltatore.”  Jedlowski cita diversi esempi tra cui il Diario di Anna Frank, che non commemora  ma mette in scena il crimine indiretto e, soprattutto, lo pone  entro la luce privata, là dove esseo è più assimilabile all’esperienza di un ragazzo: “La memoria storica vive se passa come un ricordo che transita dall’uno all’altro, e lo riguarda. Se non si incorpora nell’esperienza di chi la riceve, in un modo o nell’altro, ogni informazione rischia di essere uguale a un silenzio.”

Con tutto il rispetto dovuto a chi attarverso la commemorazione è animato dalla volontà etica di non dimenticare, l’autore sottolinea anche che “la commemorazione della Resistenza ha pressoché cancellato  qualunque altra forma di ricordo  collettivo (…) Il negativo rappresentato dal lutto  per i caduti è stato assorbito dalla retorica ufficiale; quanto al lutto più radicale e complesso che  riguarda i crimini commessi  dagli italiani durante il fascismo, questo era occultato  alla radice da un velo  di rimozione molto accurato. Per questa via dubito  che molto  sia arrivato  alle generazioni che la guerra non l’avevano fatta. Di certo, niente che abbia a che fare con l’assunzione  di una responsabilità. L’identità si è costruita su una selezione  accurata del passato che finisce per dire che ‘noi’ siamo quelli  che hanno combattutto il fascismo, e che non eravamo ‘noi’ quelli che  hanno colonizzato altri popoli, promulgato le leggi razziali, rastrellato gli ebrei.”

La modernità comporta uno squilibrio crescente tra la cultura ‘oggettiva’ – la massa delle informazioni – e la cultura soggettiva, cioè la capacità dei singoli di fare uso in modo significativo di tali informazioni. E’ dunque importante “mediare fra i contenuti della cultura oggettiva e quelli della cultura soggettiva. Cioè di aiutare i giovani a dar senso alle informazioni che ricevono, a incorporarle nella loro esperienza.”  Nella conclusione, Jedlowski ci dice anche che “la responsabilità della rottura della memoria (…) pesa sulle spalle di chi oggi ha quaranta o cinquant’anni: cioè su di noi. Noi per primi abbiamo dimenticato, cioè non abbiamo incorporato quel passato nella nostra esperienza. E’ difficile che possiamo insegnare ai più giovani a ricordare e a dare senso a quel passato, se prima non lo facciamo noi stessi.”
1Trovo stimolante questa riflessione, pensando per contrasto allo spirito della nostra Staffetta, sette giorni di un viaggio al tempo stesso serio, tra musei, testimonianze, incontri e tra tutte queste cose naturalmente anche commemorazioni, per onorare il ricordo, e al tempo stesso un’avventura giocosa, alla scoperta, in gruppo, tra amici, con la sua ritualità costruita insieme con i ritmi delle giornate in movimento tra quei paesaggi, pedalando e camminando dentro i luoghi della memoria, alla ricerca di tracce, o ad esempio attraverso il parco storico sorto a Badia Tedalda, con il coinvolgimento di tutto un paese; e altro ancora.  Nel mio libro ad un certo punto lo chiamo – utilizzando un’espressione non mia – “lo ‘spirito chourmo‘, che può significare immischiarsi, nel senso di confondersi per condividere e uscirne fuori insieme”.  

(Per chi vuole venire a pedalare o partecipare agli incontri della Staffetta lungo l’itinerario, le iscrizioni si raccolgono fino a sabato 5 aprile – Referente per “La staffetta della memoria”: Doriano Pela: +39 339.7023075).

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