E’ come ascoltare la terra che parla (Rocco Scotellaro)

9788842061830gRocco Scotellaro.  Ne ho sentito parlare da sempre ma l’ho scoperto solo da poco (nessuno è perfetto); però l’ho scoperto grazie ad un viaggio (seppure estivo) in Lucania. Tra i vari libri che mi sono portato (come sempre, anche in una normale vacanza) avevo anche l’edizione in cui sono raccolti insieme L’uva puttanella e Contadini del sud. Il primo l’ho letto durante il viaggio, che ha compreso anche una passeggiata per i vicoli di Tricarico; il secondo qualche settimana fa. Li ho letti, come si legge un libro di poesie, seguendo lo stesso ordine che ha seguito l’autore ma poi anche saltando indietro, tornando in avanti, rimescolando. Un po’ lo faccio sempre quando leggo ma questa volta ancora di più. Mescolandoli anche alla lettura di altri libri, in questo caso – il primo dei due – con l’autobiografia del brigante Crocco (essendo da quelle parti non avevo potuto fare a meno di andare alla Grancia e vedere lo spettacolo La storia bandita), e poi la bella storia dei briganti, romanzata, di Raffaele Nigro, I fuochi del Basento; ma anche una storia romanzata di Mariolina Venezia, Mille anni che sto qui, centrata sul paese di Grottole e che mi ha aiutato a trovare l’itinerario per Miglionico, Grottole, Grassano e Tricarico.
Di recente  poi – mentre leggevo Contadini del Sud – ho riletto anche il Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli, già letto tantissimo tempo fa e poi subito sostituito nella mia memoria dal bel film di Rosi con Gian Maria Volontè (che ugualmente ho rivisto). Ma il libro di Levi – che Scotellaro leggeva in carcere ai suoi compagni di cella, dicendo: “Io ho la fortuna di aver conosciuto l’uomo che l’ha scritto”) – nonostante tutto, mi sembra molto meno malinconico dell film, e più vivo. Così come la lettura di Scotellaro, da cui sono partito, una prosa con il linguaggio della poesia.
Alcuni passaggi e descrizioni mi hanno ricordato il modo di narrare di Dino Campana, come la descrizione di Genova all’inizio dei Canti Orfici, e “… i camminanti, chi per vedere chi per comprare e chi per l’ospedale, arrivati vicino a Potenza dopo tutto il viaggio a piedi, si fermavano sotto le poche quercie, accanto ai macigni, sulla terra nera di carbone e svuotavano i fiaschi di vino assistendo alle scene dei razzi, delle bombe, delle luci – apri e chiudi – degli aerei.”
Una lettura che mi ha stimolato, in contemporanea, anche tante letture di tanti articoli trovati in rete, ma anche le sue poesie, e anche la ricerca di immagini e soprattutto della musica della zona.accettura Anzi, credo che sia proprio la musica la chiave per riuscire almeno un po’ a cogliere lo spirito di queste terre. “La libertà sognata – scriveva Rocco ricordando il sogno di una notte in carcere – era di una notte con l’aria serena quando non vuole mai venire il giorno e allora, fatti a vino, io e i miei amici giriamo, padroni della campagna, protetti da un cielo basso, e ricco di stelle. Andiamo  al camposanto, saltando il cancello e stiamo un’ora con i morti e li chiamiamo nel canto. Sono ragazze morte, mai esistite, che il cantore resuscita e ognuna vale per tutti. O vecchi, che un giorno ci dettero fastidio, e ora compassione e confidenza…”. 
Lo sguardo e la musicalità. Non a caso De Martino, quando partì da Tricarico per la sua ricerca etnografica, aveva nel suo gruppo anche un musicologo e un fotografo (la foto sulla copertina del libro è di Arturo Zavattini). Mi sembra di intuire che la bellezza del linguaggio di Scotellaro non sta dentro le parole, che di per se sarebbero vuotoe senza quel tipo di sguardo e quella musicalità che è nella natura delle storie narrate, e che quindi per narrarle bene ci vogliono sì parole ricercate con cura ma nel senso che non devono ingabbiarla la storia, ma dargli la libertà di scorrere via. Forse è per questo che leggere quelle storie è un po’ come ascoltare quella terra che parla.

(la foto inserita nel testo è di Henri Cartier-Bresson, è tratta dal sito LucaniArt)

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