Chi è il maestro del lupo cattivo?

Senza titoloChi è il maestro del lupo cattivo? E’ il titolo del libro del fotografo ICO GASPARRI, presente oggi a Jesi nella Sala Maggiore della Biblioteca in un incontro curato dalla Casa delle Donne. Il libro, concluso da Gasparri un paio di anni fa, raccoglie una ricerca di oltre vent’anni sulle radici culturali della violenza sulla donna nelle pubblicità stradali; un viaggio dentro il labirinto di immagini dell’odierna società delle réclame pubblicitarie ovunque. Un labirinto nel quale ci si potrebbe anche perdere, non per una banale ingenuità della Cappuccetto Rosso di turno, ma per la stessa ridondanza di immagini a cui siamo sottoposti, come una specie di overdose quotidiana alla quale alla fine siamo assuefatti, fino a non distinguere più nulla – riuscite a ricordare i prodotti reclamizzati da quelle immagini viste per strada? – e comunque per continuare a stupirci, o a indignarci a seconda dei gusti, o anche soltanto atteggiarci a questi modi, reclamiamo qualcosa di sempre più audace o insinuante, confondendo anche il senso dell’estetica o non prendendolo affatto in considerazione. Oppure rovesciamo addirittura il gioco, confondendo i linguaggi e le parti, perdendo i punti di riferimento. “Parlerò del silenzio – diceva Gasparri – , dell’omertà, dei meccanismi con cui nascono gli stereotipi, che producono la violenza nei confronti delle donne“. Terreno assai spigoloso, e interessante da approfondire, anzi necessario, difficilmente risolvibile con sbrigativi o facili moralismi che poi ci sfuggono di mano o si rivelano vuoti. Come i consigli, di maniera e uìinutili, a Cappuccetto Rosso, perché poi il lupo cattivo è mutevole e non sempre lo distinguiamo facilmente da noi stessi.
Scrive ad esempio Gasparri in un suo nuovo blog: “Si sta allargando rapidamente, molto rapidamente, il gruppo dei/delle professionisti/e dell’antiviolenza sulla donna. Imprenditori che per anni, a capo di importanti aziende della moda, hanno diffuso milioni di metri quadrati di pubblicità violente, oggi si risciacquano in fretta e furia e improvvisano campagne che sembrano dirette addirittura contro il loro stesso passato. Nuove campagne e dichiarazioni spontanee contro la violenza sulla donna subentrano con disinvoltura ad anni di cultura e di campagne sessiste.”  
Mi chiedo sempre di fronte a questi lavori artistici di impegno sociale – non solo questo di Gasparri ma anche su altri temi e con altri tipi di arte – se nel valutarli e apprezzarli dobbiamo di più tener conto del “lato sociale” oppure del linguaggio artistico, e quale sia tra i due aspetti il giusto equilibrio e l’integrazione.  Ma forse il quesito andrebbe posto in altro modo: che significa fare una fotografia capace di rispettare e valorizzare la persona? O anche, in altri termini, qual è il giusto confine tra il nudo come opera d’arte e il nudo come uso strumentale e antiestetico – violento, credo che sia questa la parola esatta – anche se non necessariamente a fini commerciali, o estendendolo anche oltre l’uso del nudo?
1Qualche tempo fa, ad esempio, m’è capitato di leggere in un blog una riflessione simile, applicata però alle immagini usate per la raccolta di fondi a scopo di solidarietà. L’autrice del quesito – che citava anche il caso reale da cui partiva la sua riflessione – si chiedeva se fosse giustificata una campagna che punta “alla pancia”, alle emozioni, agli istinti, ai nostri desideri di sentirci migliori, o – potremmo aggiungere – anche alle nostre voglie nascoste, perché comunque il ricorso “alla pancia” è più efficace. Orienta, Mobilita. E’ come uno slittamento a cui non facciamo nemmeno caso. Oppure se si debba piuttosto puntare alla ragione, cioè a promuovere una cultura più matura della solidarietà, ma così la raccolta fondi potrebbe essere meno efficace.  Raccogliere soldi, ricorsivamente, perperpetuando in modo esclusivo  gli aiuti, o  promuovere cultura, dignità e rispetto “per gli aiutati”, e per noi nuovi stili di vita, nuove scelte più equilibrate per la società? Questo era il quesito posto in quel contesto, che trovo analogo per i suoi meccanismi.
2La testa o la pancia? In mezzo c’è un quid commerciale in più a marcare la differenza, la riduzione a merce, l’uso strumentale di tutti noi che alla fine ci sentiamo liberi e autentici solo adeguandoci a quei messaggi.  Molte delle immagini documentate per strada da Gasparri, infatti, appaiono innanzitutto volgari, nel senso proprio dell’estetica e del bello, non promuovono cultura – nel senso nobile del termine, cioè della costruzione di un’identità critica – eppure nessuno di noi ci fa quasi più caso. Anzi, le eleggiamo a esempio, stile, tendenza. Vorrei tanto sbagliarmi ma sono convinto che un’esposizione pubblica di vere opere d’arte di nudi susciterebbe molto più scalpore e condanne da parte di anime nobili, educate da decenni alla doppia morale.  Ma questi sono in buona parte ragionamenti miei. Nell’incontro di questa sera l’attenzione era rivolta – attraverso il lavoro svolto negli anni da Gasparri, all’effetto invasivo e negativo che un certo modo violento di usare l’immagine della donna – l’immagine, non semplicemente il corpo, sottolineava Gasparri – nella pubblicità provoca sulle distorsioni sessiste nelle relazioni di genere, e agli effetti sulla stessa violenza che si consuma troppo spesso all’interno di tanti rapporti di coppia. Le radici culturali. Chi è il maestro del lupo cattivo? Ico Gasparri ha raccontato la sua esperienza, il metodo con cui ha lavorato, le sue conclusioni, l’evoluzione dell’uso dell’immagine negli ultimi anni, e anche le nuove trasformazioni in atto, con l’apparizione di neofiti che strumentalizzano perfino la lotta alla violenza, inserendone gli slogan nelle nuove campagne, che continuano a usare le stesse modalità e immagini delle vecchie campagne, da cui fingono di distaccarsi. Con un disinvolto trasformismo. E poi ha raccontato la sua esperienza a contatto con i ragazzi delle scuole, o le attività educative svolte su questo tema nelle carceri. I linguaggi da recuperare e la lettura critica e corretto delle immagini, così come della realtà in cui viviamo. Ecco quindi, nuovamente, l’importanza non solo di una riflessione approfondita sull’uso delle immagini e della fotografia, ma anche le azioni che possono essere messe in campo per contrastare questa tendenza regressiva. Ce ne sono di azioni possibili. Ico Gasparri nel 2010 ha fondato a Milano ICHOME, il primo negozio di fotografia d’autore per un’arte contemporanea sostenibile, che al tempo stesso è anche un progetto di produzione artistica:  “Tutto ciò avviene attorno alla mia arte della fotografia sociale, attorno alla poesia, al teatro, alla musica e alla distribuzione di prodotti e progetti sostenibili, solidali, eticamente belli.” E ha aperto un blog, con un titolo molto chiaro: Io non compro sessismo, come risposta all’uso violento delle immagini.
Chi è il maestro del  lupo cattivo? Basta comprare il libro per saperlo, nel senso letterale che alla fine c’è anche un lungo elenco dei nomi e dei marchi a cui ricondurre le campagne pubblicitarie fotografate per oltre venti anni.

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