Il ponte di Mostar

jugo1Il 9 novembre 1993, esattamente venti anni fa, l’artiglieria della Herzeg Bosna abbatteva il ponte di Mostar, dopo un lungo cannoneggiamento che non aveva nulla di militare ma soltanto la sfacciata volontà di distruggere per sfregio un gioiello dell’architettura, simbolo della città vecchia di Mostar – allora sotto il controllo dell’Armja, l’esercito governativo – stretta sotto assedio dagli indipendentisti croati erzegovesi. “Esisteva, semplicemente. Era il luogo della nostalgia, il segno dell’appartenenza e dell’alleanza tra mondi che si volevano a tutti i costi separare”, scriveva Paolo Rumiz, citato oggi in un articolo di East Journal per ricordare i vent’anni da allora. Le milizie della repubblica Srpska, già uscite dalla città un anno prima, osservavano dalle alture vicine. Ma lo sfregio non era solo per il ponte, simbolo della città e della bellezza dell’arte e colpevole soltanto di esistere,  era anche per la data scelta, il 9 novembre, allora quarto anniversario della caduta del muro di Berlino. La nostra retorica pacifista sottolineò per anni che il muro di Berlino era stato abbattuto per riunire, il ponte invece era stato distrutto per dividere i due lati della città. In realtà il ponte non era un confine dove unire popoli diversi,  e non aveva nessuna funzione strategica. Si trovava e si trova interamente all’interno del centro storico, allora sotto assedio. Semmai, serviva agli assediati per avere accesso ai rifornimenti d’acqua o per trasportare cose da un lato all’altro del loro quartiere, percorrendolo di notte e di corsa, dopo averlo coperto con assi legno e appeso anche passerelle sotto di esse, più in basso rispetto agli argini, per poter così sfuggire ai cecchini.
mostarLo scorso anno, in occasione di un viaggio a Sarajevo nell’anniversario dell’inizio di quell’assedio, mi sono fermato anche a Mostar e sono salito su dove c’erano le postazioni dell’artiglieria che eseguì il lavoretto: il ponte era lì sotto, sembrava di guardare un presepio, non era difficile centrarlo a cannonate. Ce ne vollero parecchie.
La leggenda vuole che uno dei generali responsabili  della distruzione avesse detto: “lo ricostruiremo più bello e più antico di prima”.
Tre anni dopo ero a Mostar insieme a Giacomo Scattolini, nell’anniversario della distruzione, per seguire la cerimonia della prima pietra della ricostruzione. La guerra in Bosnia era terminata da qualche mese. In ogni casa c’era un televisore acceso che trasmetteva di continuo il filmato del ponte che salta in aria e poi crolla nella Neretva, quasi in un blocco unico.
Il giorno delle cerimonia ripresi i ragazzi delle scuole in fila sulla passerella di ferro che sostituiva il ponte, che gettavano gigli sulla Neretva. Era mezzogiorno e ad un certo punto dalla moschea sullo sfondo arriva il verso del muezzin che chiama alla preghiera.  Che cosa sapevamo in Italia di quella terra? Ricordo che qualche mese dopo, dalle nostre parti, quando in una serata dedicata alla raccolta di fondi per sostenere progetti di ricostruzione, proiettai questo VIDEO, e alla scena in cui arriva il canto del muezzin qualcuno in sala commentò: “poveretti, hanno i musulmani proprio lì dietro”.  Risposi che erano loro i musulmani: “ma come, sono biondi?” “Certo, sono slavi”. (Nel video si vedono anche le macerie della città, ma sono ben poca cosa rispetto a quelle di qualche anno prima: anzi, quella nuova pulizia e tutto quel picchiettare di scalpelli, martelli e cigolii di carriole metteva quasi allegria).
Ci vollero altri 11 anni per inaugurare il nuovo ponte, che a prima vista ci parve non più antico ma più bianco e candido, quasi asettico, non ancora vissuto. Sembrava la copia clonata dell’originale, quindi un po’ meno autentico. Lo avevo già visto quel ponte, e fotografato,  prima della guerra, da normale turista in mezzo ad altre migliaia di turisti, tanto era visitata la città. Nella pietra era stato scavato nei secoli un solco al centro, dove poggiavano i piedi dei viandanti. Lo scorso anno, a oltre quindici anni dalla fine della guerra, le strade erano deserte e diversi negozi sul ponte avevano chiuso i battenti.
Sul sito dell’Osservatorio dei Balcani sono usciti oggi diversi articoli, tra cui un ricordo di Azra Nuhefendic e un video di Andrea Rossini, nel quale il giornalista Dario Terzic racconta quella lontana giornata.
Conobbi Dario Terzic tramite Giacomo Scattolini. Ricordo nel ’97 una sera a cena proprio su uno dei ristoranti che si affacciavano sul ponte – allora una passerella di ferro agganciata ai ruderi del vero ponte.  Da quella chiacchierata ricavammo un capitolo del libro Izbjieglice/Rifugiati. Ad un certo punto ci fa scrivere questo Dario, confondendo provocatoriamente l’atto simbolico della distruzione del ponte per dividere due popoli, ricordando che i popoli “erano” più di due e che la vera divisione la crea la pulizia etnica: “Una soluzione ci sarebbe per risolvere i problemi di questa città, ma penso che non si realizzerà mai. A Mostar che un fiume che si chiama Neretva. Finché il fiume nei suoi due lati avrà due popoli la città  sarà sempre divisa, ma se saranno di nuovo tre popoli, Mostar non sarà più divisa. Vuol dire che ci mancano almeno ventimila serbi, ma non serbi qualsiasi, perché non voglio reinventare qualcosa che non c’era prima: intendo  dire esattamente i serbi che c’erano prima della guerra.”
“Una città con un fiume così dove la trovo”, intitolammo quel capitolo del libro.
Al ponte di Mostar io e Giacomo, un paio di anni fa, abbiamo dedicato la copertina del libro Jugoschegge, sovrapponendo la passerella di ferro che c’era durante la guerra al ponte ricostruito oggi (entrambe le foto sono state ideate e realizzate da Giacomo, sia quella che si vede in alto, di due anni fa, sia quella in bianco e nero che io tengo per mano, scattata nel 1994).

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3 risposte a Il ponte di Mostar

  1. Comandante Lupo ha detto:

    Ricordo l’evento drammatico, e aggiungerei che a Mostar vi fu anche il concerto dei CSI di Lindo Ferretti sotto le bombe cantarono per la pace

    Mi piace

  2. Pingback: Le distruzioni di Mosul, l’iconoclastia, la propaganda, i soldi e… | Altrovïaggio

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