Non vi dico cosa mi hanno fatto, non lo ricordo neanche io

LIBERO LEONARDI. “Catturato il 4 luglio del 1944 nel corso di un rastrellamento, Leonardi fu riconosciuto da un soldato tedesco, che poche settimane prima aveva generosamente salvato dalla fucilazione. Rinchiuso nell’ufficio postale di Moie, Leonardi vi fu selvaggiamente torturato per dieci giorni, per estorcergli notizie sulle formazioni partigiane.” Agonizzante, fu fucilato in via Fabio Filzi a Moie di Maiolati Spontinai, 5 giorni prima che il Comune fosse liberato. Questo è quanto si legge sulla scheda biografica di Libero Leonardi pubblicata sul sito dell’Anpi.
1Perché questo ricordo proprio ora, di questo partigiano jesino, che la sua città, Jesi, ha sempre ricordato, avendo nel tempo intitolato a lui una via e poi sezioni di partito o circoli associativi? (Ma anche il Comune di Maiolati Spontini, nel 2006, gli ha riconosciuto la cittadinanza onoraria, insieme ad altri partigiani).  Lo faccio ora perché leggo dalla pagina FB del Forum Antifascista Adriatico-Jonio di un manifesto di nostalgie repubblichine esposto in questi giorni in una bacheca pubblica del paese ove Libero Leonardi fu torturato e fucilato.
2La memoria è una campo di battaglia, ho scritto qualche mese fa per raccontare un interessante discussione ad Ascoli Piceno, con gli amici (e compagni) dell’Arci e dell’Anpi, stimolata dalla presentazione del libro “In bicicletta lungo la Linea Gotica”. E’ vero, è un campo di battaglia, richiede un’attenzione continua. “Non abbassare mai la guardia” diceva Laura Boldrini qualche mese fa dal palco di Arcevia, in una bella giornata dedicata alla commemorazione delle vittime dell’eccidio di Monte Sant’Angelo.
Perchè ho sottolineato proprio questo passo della biografia di Libero Leonardi? Fu riconosciuto da un soldato tedesco che poche settimane prima aveva salvato dalla fucilazione! Un gesto, e poi l’esito di quel gesto qualche settimana dopo, che racchiudono un intero mondo di sentimenti, valori, discussioni, prese di coscienza complesse. Che ciascuno le valuti per sé, purché in modo adeguato, nel rispetto delle persone e nel rifiuto di semplificazioni.
3Mi viene in mente una battuta raccontatami da aluni amici veneti, che hanno occasione di accompagnare nelle scuole un partigiano, combattente, e la domanda che ogni tanto qualche ragazzo gli fa, per certi versi comprensibile, quasi ovvia (ma l’ovvio assai spesso nasconde soltanto la nostra superficialità, perché dietro non c’è mai nulla di davvero ovvio), è questa: “Lei ha mai ucciso?” C’è, dietro a questa domanda in apparenza innocente, la velata intenzione di provocare e ridurre l’esperienza del partigiano e abbassarla allo stesso livello di quella del suo avversario repubblichino. E lui, il partigiano, inizia a rispondere in modo sarcastico: “Noo! Noi andavamo su in montagna a portar su le caramelle…” ed ecco che si spalanca un mondo intero dove nulla è ovvio.
Ad esempio: cosa fare di un prigioniero? Credo che non ci sia mai una risposta giusta, e valida sempre per qualsiasi situazione: forse occorrerebbe trovarcisi, per rendersene conto, avere coscienza della realtà della guerra. Fucilare o lasciare libero non corrisponde in modo immediato all’essere “buoni” o “cattivi”, c’è sempre molto di più mescolato in mezzo, che rende complesso districarsi.
Ecco, Libero Leonardi, come tanti altri s’è trovato di fronte ad una situazione simile, scegliendo nel modo in cui ha scelto. Tra l’altro, sulla dinamica esatta del singolo episodio in sé ho letto anche versioni diverse, ad esempio che il prigioniero in qualche modo fosse riuscito a scappare.
E comunque: “Evito sempre di mettere al muro i nemici perché la rappresaglia sui civili è sempre in agguato. L’unità tra i partigiani, questo potrà farci vincere la nostra battaglia” gli fa dire Gianfranco Frelli nella rappresentazione teatrale “Alla Macchia”, dedicata a Libero Leonardi e altri partigiani jesini uccisi in quei giorni.
“Tutti devono sapere per chi e contro cosa combattono – dice ancora il “personaggio Libero Leonardi”: “Devono istruirsi, devono conoscere la nostra politica e quella degli altri paesi che ci stanno attorno. Il partigiano non è tranquillo, mai, la sua tranquillità è quella della volpe durante la caccia. Il 4 luglio 1944, durante un rastrellamento a Serra San Quirico mi fermano, vengo riconosciuto da un soldato tedesco che avevamo catturato tempo prima e che era riuscito a scappare. Mi portano a Moie”.  
E poi conclude: “Mi portano a Moie. Ci sto 10 giorni. Non vi dico cosa mi hanno fatto, non lo ricordo neanche io.

(nelle foto, alcuni particolari di Monte Murano, sopra Serra san Quirico)

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